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Vivere attraverso l’eternità per governarla” - di Viola Tomasi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/04/2007 alle ore 09:32:31

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Sul pianeta Terra la vita scorreva tranquilla. Nulla di nuovo, il sole regnava alto nel cielo a tratti coperto da delle nuvole di panna. Andrea stava tornando dal lavoro di corriere di pizze a domicilio, affrettandosi verso casa. Scivolava nel traffico col suo scooter 500 e non vedeva l’ora di concedersi un po’ di meditato riposo: era stufo della solita routine, del continuo susseguirsi dei giorni sempre uguali. A volte semplicemente si chiedeva quale sarebbe la sensazione di vivere in un mondo eterno, senza l’angoscia del tempo che scorre.
Pensava al tempo che poteva vivere in mille modi diversi a lui preferiti: guardare la televisione, giocare col gatto, sedersi al parco fumando una sigaretta e leggendo un libro.
Scacciò questi pensieri, una volta arrivato a casa si stese sul divano per rilassarsi un po’ e, dato che era molto stanco, si addormentò.
Un sogno nitido come una fotografia iniziò a manifestarsi dentro il sonno. Era la storia di un uomo molto semplice, che faceva un lavoro molto noioso: compiere durante il giorno lo stesso gesto di fronte alle richieste degli ammalati che andavano a chiedere la carità all’ufficio di assistenza statale.
Dietro a un vetro, ben protetto da un possibile contagio scuoteva la testa e ripeteva: ‹‹mi dispiace, non possiamo esservi d’aiuto››. Dall’altra parte, un altro ammalato che chiedeva adempienza.
D’altronde non era colpa sua se si era aperta una voragine tra coloro che potevano permettersi la cura dalla pestilenza e coloro che non potevano affatto.
Ora il sogno mostrava, come una specie di libro di storia, gli eventi che avevano portato a quella situazione: la catastrofe era iniziata pochi mesi prima, qualcosa era andato storto in una fabbrica e la popolazione aveva reagito in parte ammalandosi di colpo e morendo, in parte gettando le basi per un vaccino.
La città era divisa in due zone nette – la parte incontaminata ed eterna e il “Sanatoryum”, dove si sperava che l’epidemia stagnasse - separate le une dalle altre da agenti di sicurezza; nell’ufficio dove lui lavorava, unico punto di contatto tra i due spazi, guardava gli ammalati dal vetro temprato e respirava attraverso i filtri d’aria, “perché non si sa mai”.
Tra coloro che potevano permettersi una cura c’era l’uomo del sogno, ma ciò non bastava a fargli sentire la vita salva.
Tutti i giorni presenziava dietro al vetro, tutti i giorni non faceva altro che scuotere la testa e scusarsi.
Man mano che il sogno proseguiva, Andrea si confondeva nel personaggio sempre di più, finché, invece di vedere tutto da fuori, iniziò a sentire le emozioni dell’altro.
Dentro di sé si sentiva sciogliere ogni giorno di più, impotente, di fronte a quelle anime che continuavano ad aggrapparsi all’ultima speranza di avere la cura, quelle persone che ancora non erano infette ma probabilmente portatori sì e coloro che erano condannati da tempo.
Un giorno che sembrava come tanti, quest’uomo che di nome faceva Milliter(oramai Andrea era totalmente sovrapposto a lui) “Terra” nella lingua del suo pianeta, decise che era ora di finirla con la routine, le facce scure degli ammalati dietro al vetro e la rabbia dell’impotenza: di colpo, si licenziò.
Il suo superiore non capì esattamente il perché di questo gesto, ma lo lasciò fare: aveva comunque deciso di chiudere lo sportello per gli aiuti da tempo.
Quel giorno Milliter si diresse a casa, nascosto nel suo impermeabile grigio come il cielo di quei giorni infiniti.
Dentro la cucina, accese lo Spilnar e apprese le ultime notizie.
"Questo è lo spilnar-giornale delle 19.00 da parte della linea Amangapur. Siamo lieti di annunciare che per la popolazione dichiarata sana dal medico di quartiere è prevista una linea di fuga che inizierà domani alle ore 21.00 e terminerà lunedì prossimo per le 08.30 di mattina. E’ previsto che tutte le persone in possesso del tesserino Giallo e Blu passino per una linea diversa riservata all’Elite".
Milliter non aveva né i tesserini - non era membro dell’elite - né la dichiarazione del medico, ma era sicuro di essere sano, perché al momento dell’esplosione della fabbrica era fuori per lavoro e, una volta rientrato, avevano già pensato a dividere le persone ammalate da quelle no.
Solo successivamente avevano creato il "Sanatoryum" nella zona della città più vecchia e lui, come appartenente al "ceto" emergente, si era trovato nella zona "sana".
Gli ammalati si potevano riconoscere attraverso diversi fattori: in primo luogo erano i soli destinati alla morte: sapevano esattamente che da un giorno all’altro erano destinati a soccombere al proprio corroso corpo; in secondo luogo, avevano i caratteri somatici dell’invecchiamento.
Nel suo pianeta, gli unici a mantenere l’aspetto di anziani erano i padri pellegrini partiti tanti anni prima da un pianeta diverso.
Avevano colonizzato “Ampira 3’”, un piccolo pianeta che per propria sorte conteneva nell’aria un qualcosa che impediva alle persone di invecchiare, ammalarsi, morire e procreare.
Come se il tempo si fosse fermato, da allora tutti coloro che erano stati su quel pianeta non avevano fatto altro che partecipare a un’ unico giorno, ma questo giorno durava in eterno.
I padri pellegrini definirono il pianeta un paradiso e crearono la prima e unica Elite degli anziani.
Per fare in modo che il pianeta prosperasse, dato che era ricco d’acqua ma privo di ogni genere di vita, attuarono una sistematica selezione tra chi poteva entrare sul pianeta e chi no, invitando all’ingresso giovani uomini e donne con slogan quali “Allontanati dal destino, governalo!”, “Vieni a vivere con chi ha potere sul tempo!”. Dovevano avere un talento spiccato in una delle tante parti che rendevano fertile l’economia.
Così il pianeta che in se non accoglieva vita iniziò a prosperare.
Ritiravano il cibo necessario dagli altri pianeti, scambiandoli con ingressi riservati a persone facoltose e poco propense a una vita caduca e incerta.
Si sentivano Dei.
Milliter era uno dei tanti giovani che aveva deciso di diventare qualcosa di più che un essere umano, voleva avere pieno possesso della sua vita, così affidò il proprio destino alla Selezione dell’ Elite e venne scelto.
Aveva affrontato un colloquio di 2 ore e una lettura dei sogni, una volta ammesso era stato catapultato nel Confine dell’Eterno.
Lo spilnar-giornale continuava:
"Inoltre, oggi si è verificato un solo decesso. Si pensa ci sia una regressione della malattia e una sua possibile sconfitta totale".
«Balle - pensava lui - tutte balle. Raccontano fesserie per mantenere l’ordine ma anche loro si sentono braccati, non hanno un vaccino nemmeno per l’ Elite.»
"Con questo il notiziario si chiude. Vivere attraverso l’eternità per governarla. Saluti a tutti, buona serata."
Non sapeva dire da quanto tempo viveva in quel posto. Non esistevano orologi né calendari, ma sapeva dentro di sé che era ormai trascorso più dell’età di suo padre.
Col tempo, i sentimenti, le passioni, si erano affievolite, trasportate altrove, non aveva senso mettersi a sprecare energie dato che davanti al proprio destino si aveva un’infinità di tempo per permettersi di usarle.
Così ognuno di loro man mano aveva soppresso il proprio io e iniziava a pensare di essere una specie di automa, un essere perfettamente organizzato, senza passioni, governato solo dalla forza della routine continua e assillante.
I colori avevano perso la loro necessità di esistere, così come le emozioni sfrenate. L’unica cosa che li manteneva attivi era la necessità di adempiere il proprio lavoro, come se sperassero di ricevere il perdono di Dio mantenendosi puri.
Giorno dopo giorno, il mondo era diventato di un colore indefinibile, tra le mille gradazioni di grigio scuro, col solo rumore degli uffici e delle scarpe sui pavimenti.
Milliter non aveva idea di cosa sarebbe successo di lui ora che non aveva più un lavoro e una possibilità di mantenersi, per alleviare le proprie preoccupazioni decise di mettersi a girovagare per strada.
La situazione della pestilenza era ben peggio di quello che sembrava in tv, si sentivano urla provenire dal “Sanatoryum”, di persone prese dalla paura per ciò cui stavano andando incontro.
Tuttavia, sembrava che la presenza della morte rendesse la loro vita più vera. Se si stava vicini al confine si sentiva della musica.
Tra loro iniziava a comparire un nuovo spirito di ricerca, non solo per il virus, ma per quella coscienza che sentivano dentro, iniziavano a ritornare le domande riguardo la propria esistenza.
Un senso di smarrimento prese possesso di lui. Pensava di aver vinto la morte per sempre, di poter vincere la più grande paura mai conosciuta dagli esseri viventi, invece gli si scagliava davanti la realtà: senza un vaccino nessuno sarebbe scampato al proprio destino.
Camminando e pensando, i pensieri più spigolosi cominciarono a levigarsi e a plasmarsi più rotondamente, ed emersero fuori, quasi come dalla nebbia, tutte le volte che si era sentito vivo nel vecchio mondo, le grandi emozioni passate, come assaporare ogni volta che si respira, ogni boccata di fumo, la musica o più semplicemente, lo scambio di sguardi con una donna dietro il vetro di un bar.
Fu così che decise di varcare il confine.
Si diresse al più vicino cancello - nemmeno le guardie lo fermarono, per paura del contagio - aprì la porta ed entrò.
Nulla cambiò in apparenza, cominciò pian piano a sentire sulle proprie labbra la vita ricominciare a pulsare, riemergere e spingere per possedere di nuovo quelle emozioni forti che faticava a ricordare.
Il giorno eterno era finito.
Ora, ogni momento vissuto era regalato. Tutte le volte che apriva i polmoni respirava aria e questa aveva un sapore. Amarognolo, strano. Passeggiando, sentiva un vecchio blues venire da una casa vicina, sembrava un sassofono. Decise di entrare.
Bussò, la porta era socchiusa. I muri pitturati di un giallo pastello, al muro appesi riproduzioni di quadri stravaganti e tra tutti spiccava un quadro di un solo colore, rosso.
Mentre era inebetito da questa profusione di emozioni, dirette a scuotergli il cervello, si trovò davanti una donna, poco più che quarantenne - ma chi poteva dirlo? - che si dirigeva verso di lui.
Milliter iniziava a sentirsi le gambe molli ma anche questa sensazione lo riempiva, e più si emozionava e “invecchiava” più si sentiva stanco.
La guardò come si può immaginare un oggetto prezioso celato dietro un telo bianco e senza darle tempo di reagire, le prese il braccio chiedendole: "Scusa, mi daresti una mano? Mi sento così stanco ma... sono le sensazioni più belle degli ultimi... anni, giorni, secoli."
Intanto il sassofono suonava, e una voce calda cantava, accompagnando i due verso il pavimento.
Lei lo sorresse, assieme si sedettero a terra.
Milliter si sentiva stanco, ma mai così felice da tempo.
L’ultima cosa che fece, mentre ormai era a terra e molto più vecchio di quando era entrato in quella casa, fu fare un respiro profondo, immedesimarsi nella musica e immaginarsi dentro i colori dell’arcobaleno.
Fu qui che Andrea si svegliò di colpo. Frastornato dal sogno, si alzò e dirigendosi verso la dispensa si chiese se fosse stato una premonizione oppure semplicemente un’immagine onirica. Scuotendo la testa, si scrollò da dosso ciò che aveva visto e si preparò la cena. Dentro di sé però, qualcosa aveva iniziato a crescere: la voglia di rendere ogni mattina il suo giorno prima di morire.
Svegliarsi al mattino, salutare il sole e immaginarsi dentro i colori dell’arcobaleno.