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Viceversa - di Stefano Guidone

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/04/2008 alle ore 14:50:20

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Lui riusciva a guardarla, continuava a fissarne gli occhi: completamente spalancati, rivolti verso di lui.
Lei però non lo vedeva.
Sul viso della donna era impresso uno sguardo di terrore agghiacciante, incurante del dolore provato e che avrebbe dovuto ancora provare.
A quell’immagine il ragazzo tirò a sé le gambe e le cinse con le braccia, reprimendo l’impulso del pianto. Continuò a guardare.
La donna era distesa per terra sul lato destro, in posizione disumana: il braccio destro sembrava essere guidato dai suoi occhi come se cercasse un contatto fisico col ragazzo, il braccio sinistro dalla parte opposta, con la palma della mano rivolta verso l’alto, le gambe ad angolo retto tra loro, la destra parallela al braccio ma piegata come se il ginocchio permettesse il movimento in entrambe le direzioni.
Era così da quando rotolò giù dalle scale.
Il ragazzo era nascosto sotto un tavolino, coperto da un telo blu cupo, che con la poca luce dell’ambiente sembrava più nero della notte, appena fuori quella casa.
Da lì lo vide stagliarsi in cima alle scale.
Scendeva le scale lentamente, come assaporando il momento, facendo risuonare nell’atrio ogni scricchiolio di ogni gradino e il tonfo del passo. La mano avanzava sul corrimano a tratti, come se scendesse una sua scaletta personale, con gradini intervallati come la più grande accanto. Ad ogni passo la gamba destra sembrava tirare il braccio dello stesso lato verso il basso, e l’altra gamba l’altro arto.
Così facendo le spalle dondolavano, cadenzavano ritmicamente come sotto il controllo di un metronomo, parodiato dal tonfo di ogni passo.
A metà della scala lo vide fermarsi.
Prima riusciva solo a vedere la sagoma dell’uomo, come se fosse un’ombra solida; ma ora che la luce proveniente dalla finestra illuminava quel punto della scala, ne inquadrò i lineamenti, ma non gli occhi. Al loro posto due cerchi d’ombra.
E quelle ombre sembravano fissarlo.
Sapeva che era difficile in quelle condizioni individuarlo, ma sapeva anche che non era impossibile.
Voleva piangere, correre, scappare, ma l’uomo aveva fatto in modo che ogni possibile via di fuga fosse bloccata. La sensazione di essere in trappola, come se non bastava, aveva ora come compagna quella di essere stato scoperto.
Vide che sul volto dell’uomo la bocca prese una piega, mostrandone i denti. La luce era riflessa e diffusa da loro e ciò li rese ancora più visibili.
Per lo shock non riuscì a pensare. Non poteva fare altro che guardare l’uomo, che riprese a scendere con l’ultima espressione dipinta sul viso.
Guardò di nuovo la donna. Mise la testa tra le gambe, scuotendola, come se negasse di qualcosa vista o sentita; poi cercò l’uomo sulle scale.
Ad ogni passo, il tonfo sembrava rimbombare nel proprio petto dove allo stesso ritmo batteva il suo cuore. Quei battiti ingannavano il terrore, la paura che sopraffava il ragazzo.
L’uomo arrivò alla fine delle scale.
Rimase fermo alla base, si aggiustò la giacca e ruotò un paio di volte la testa in moti circolari alternati.
Il ragazzo notò nella mano destra dell’uomo un coltello che alla fioca luce risplendeva come l’argento.
Fece un paio di passi e arrivò alla donna. Lì si girò, dando le spalle al ragazzo a meno di un paio di metri, sotto il tavolino. Si piegò sulle ginocchia, i piedi saldi a terra. Accarezzò il volto della donna. Le fece assumere una posizione più naturale, ma non troppo, distendendone solo la gamba destra.
Di colpo si voltò verso il tavolino.
Le sagome d’ombra rivelarono due occhi, dei quali vide solo dei dischi neri al centro e il bianco intorno a loro.
L’uomo in un attimo lo raggiunse, ne levò il telo e con un calcio lo scaraventò dall’altra parte dell’atrio. Il ragazzo gli sembrava immobile, ma sapeva che tremava, che avrebbe voluto piangere, scappare. La cosa gli piacque.
Si avvicinò a lui come fece con la madre.
Il ragazzo lo guardava dritto negli occhi; non poteva fare altro.
E non poteva scappare, quindi doveva affrontarlo come una vittima affronta un carnefice: con la paura.
Il ragazzo guardò il coltello nella mano destra dell’uomo.
L’uomo vide lo sguardo, ne capì l’intento e avvicinò il coltello al volto del ragazzo simulando gesti orribili. Il ragazzo non vide ciò che fece il coltello, ma fissò continuamente l’uomo negli occhi.
Tutto era immerso nel silenzio da quando l’uomo scese dalle scale.
Per strada non c’era nessuno per via dell’orario; neanche le macchine che di rado passano di notte.
Il silenzio sembrava solido attorno a loro, reale, un’entità fisica.
L’uomo distese le gambe del ragazzo, poi gli liberò le braccia.
Il ragazzo lo lasciò fare come fosse una marionetta agli ordini del proprio burattinaio.
“Vedo che sai del mio amico” fece l’uomo vibrando il coltello nell’aria.
Il ragazzo tacque. Gli occhi negli occhi di lui, persi.
L’uomo continuò:
“Ricordati di me” indicandosi col coltello.
“Ricordati di tua madre” indicando la donna.
“Ricordati della paura” puntandogli il coltello.
Il ragazzo era come paralizzato. L’uomo gli fece un taglio di cinque centimetri dall’arco sopraccigliare allo zigomo a forma di “esse” seguendo i lineamenti del volto, profondo quanto bastava affinché potesse diventare una cicatrice, pegno per non essere stato ucciso come la madre.
Il ragazzo svenne appena il coltello lo toccò, ma non si mosse. Il suo corpo rimase fermo, tanto che l’uomo non si accorse del mancamento.

Con gli occhi semichiusi, accorgendosi di essere svenuto, ricordò di aver visto l’uomo gettare a terra litri d’acqua per l’atrio, trasparente alla poca luce disponibile.
Scorse la madre: i vestiti e i capelli incollati al corpo, ma non dal suo sudore.
Sentì i passi dell’uomo non tanto lontano dall’atrio, ma fuori. Sentì un rumore metallico, poi di frizione.
Una fitta agli occhi, quasi svenne.
Non riuscì a capire perché l’acqua puzzasse così tanto. Svenne.

Pochi istanti dopo l’intera casa prese fuoco.




Il sole era già tramontato da un po’ di tempo. Era buio, e in modo particolare in quel quartiere, dove il consiglio comunale, date le poche case dei residenti, fece installare il minimo indispensabile di lampioni lungo quelle strade. L’aria, nonostante l’umidità, non era fredda;
però c’era vento, il quale spazzava la nebbia ancora bassa.
Il vento ha una strana indole: soffia o sbuffa in tutte le direzioni per tutto il mondo, può essere freddo o caldo, può alleviare la canicola estiva o il freddo invernale o corroborare a entrambi.
Quella sera d’autunno inoltrato, il vento rinfrescava l’aria e soffiava dall’altura arrivando nel quartiere, dove lì prendeva diramazioni lungo le sue strade per ogni dove.
Quel vento gli sollevò il bavero del cappotto. Se lo alzò del tutto con una mano mentre con l’altra fumava una sigaretta. In piedi sul marciapiede, l’uomo dava le spalle alla strada.
I lampioni illuminavano a malapena quel lato. Per quello che si poteva vedere passando di lì in macchina ora, con uno sguardo disinteressato, era un uomo illuminato per metà, con un cappotto che arrivava a tre quarti delle gambe, un cappello e una palla di fumo intorno al capo.
Finì la sigaretta. La gettò per terra e con la suola di una scarpa la spense.
Alzò lo sguardo verso la casa che aveva di fronte: 131. Tutte le stanze di quell’abitazione erano buie.
Decise che era il momento.
Percorse il vialetto e arrivò alla porta d’ingresso. Non che se l’aspettasse aperta, ma era giusto per controllare che non ci fosse nessuno al pian terreno.
Non vide nessuno.
Fece il giro della casa. Esaminò le finestre per vedere se una era stata lasciata aperta. Sul retro, in un buio più accentuato del lato che dà sulla strada, scorse più tardi una casetta per cani. Un cane in questi casi è un impiccio bell’e buono, che sia grosso da tramortirti o un piccolo rompiscatole che non la smette di abbaiare.
Ma la cuccia era vuota, disabitata anzi, stando a vederne lo stato in cui versava, dopo aver abituato gli occhi alla fievole luce a disposizione. C’erano tre lettere disposte in un arco incompleto: B L L. Poteva essere BULL oppure BILLY. Non aveva più importanza.
Trovò finalmente una finestra socchiusa. Entrò da quella.
In quella stanza c’era un odore di puzzo misto ad alcool che gli penetrò la laringe in un istante. L’unica luce proveniva da fuori, ed era scarsa. Riuscì a vedere un divano a due posti tutto sbrindellato tranne i due cuscini per sedersi, una televisione, un quadro. Capì il perchè di alcool nell’odore: un tavolo era ricoperto da bicchieri e bottiglie lasciate aperte, presumibilmente di Whisky e Scotch, o altro che nel buio di quella stanza non contava di essere scoperto.
Uscì dalla stanza e s’addentrò nel corridoio con circospezione. L’odore era lo stesso, un po’ meno marcato, o forse perchè cominciava ad abituarsi a quella “inusuale fragranza”.
La luce era migliorata grazie alle finestre delle altre stanze e alla porta d’ingresso, ma sempre non così forte da ferire gli occhi.
Sapeva che non c’era nessuno dabbasso, ma non voleva rischiare.
Camminando lungo la parete arrivò alle scale. Diede un’occhiata attorno e cominciò a salire.
Non sentì nulla finché arrivò agli ultimi gradini.
Una voce: abbastanza rauca, alterata, con qualche linea di ebbrezza. La si sentiva intervallata da silenzi brevi, come dialogando con un muto.
Parlava al telefono, un certo Phil:
“Io gli ho dato tutto quello che gli dovevo dare.”
Pausa.
“Ma non è vero. È una balla Phil.”
Pausa.
“A quel bastardo di Jack gliel’ho detto chiaro e tondo che ho saldato il debito.”
Pausa.
“Come?Come verranno a prendermi?Ma che cazzo dici?”
Pausa.
“Bastardi!Gli faccio vedere io!Non mi farò cogliere impreparato!”
Pausa.
“Vaffanculo Phil!Io non ne faccio di cazzate!”
Sentì sbattere la cornetta sul ricevitore.
Analizzando la situazione, capì che rimanere sulle scale non era affatto una buona idea. Il corridoio era abbastanza illuminato grazie alla finestra sul fondo. Vide subito una porta aperta di fronte alle scale, ed entrò in quella stanza.
Era vuota, buia.
Ma quando varcò la porta venne visto dall’altro, che con un “Merda!” ritornò nella stanza da dove stava uscendo.
Capito di essere stato individuato dall’esclamazione dell’altro, uscì dalla stanza.
Rimase un attimo in corridoio, tra la porta e le scale.
Sentì dei rumori metallici.
Poi vide l’altro uscire dalla stanza spalancando la porta con un calcio dato che aveva le mani occupate.
Un fucile.
Subito l’uomo scattò verso le scale. L’altro fece esplodere un colpo, che per l’agitazione colpì il soffitto.
“Di’ a Jack che è un bastardo!”
Un colpo.
A metà delle scale i due incrociarono gli sguardi. Il colpo giunse a due gradini dall’uomo.
Due colpi.
L’altro aprì il fucile e scaricò le cartucce esaurite cercando nei pantaloni quelle di scorta. L’uomo risalì le scale di corsa. Capì che era il momento di agire, se no avrebbe dovuto evitare altri due colpi. Sfidare la fortuna non è cosa bella se finora ti ha lasciato vincere.
L’altro chiuse il fucile appena ricaricato quando l’uomo ne prese la canna e gli diede una gomitata al volto. Un terzo colpo tolse l’intonaco alla parete accanto le scale. L’uomo gettò il fucile al pianterreno. L’altro era caduto a sedere addosso la parete di fronte alle scale, stordito per la gomitata. L’uomo capì che era abbastanza ubriaco sia per la mira del tutto che infallibile, sia per il fatto che si tastava il naso guardandosi attorno in modo strano, dondolando il capo.
Si trovava ancora agli ultimi gradini della scalinata. Salì i gradini e si avvicinò all’altro. Lì si mise piegato sulle ginocchia e fissò intensamente gli occhi dell’altro, che smise di tastarsi il naso.
La poca luce che entrava dalla finestra del corridoio al primo piano era leggermente riflessa dal pavimento sul soffitto. A quell’illuminazione si erano abituati entrambi. Riuscivano a scorgere l’uno il volto dell’altro. L’uomo vide uno a cui restava solo l’anziana età, l’altro uno che aveva davanti ancora una vita.
“Di’ a Jack che i conti son...” fece l’altro riprendendo il discorso troncato con Phil.
“Io non sono qui per Jack.”
L’altro rimase stupefatto dalla risposta, tanto che se aveva distolto lo sguardo da quel volto, lo riprese immediatamente.
“Chi allora?Mooser?Paul?”
“Sono qui per te.” sussurrò quasi all’orecchio dell’altro, che non capì a cosa si stesse rivolgendo.
L’uomo tirò fuori dalla tasca un coltello che alla luce risplendeva come argento. L’altro sbatté gli occhi un paio di volte, confuso.
L’uomo si avvicinò al volto dell’altro. Il naso di uno a poca di stanza da quello dell’altro.
“Vedo che sai del mio amico.” esordì l’uomo vibrando il coltello nell’aria.
L’altro tacque, la mente ottenebrata. Non sapeva cosa stava succedendo, ma ciò non era di certo una buona cosa. Rimase attonito.
“Ricordati di me.”indicandosi col coltello. Nessuna risposta nel volto dell’altro, spaesato.
“Ricordati di tua madre.” indicando le scale, ma lui vide lì come un flashback sua madre, il suo sguardo.
Una veloce caduta e risalita delle palpebre sugli occhi dell’altro fecero capire all’uomo che qualcosa stava affiorando dal mare della memoria.
“Ricordati della paura.” puntando il coltello nella direzione dell’ebbro.
La fioca luce illuminava entrambi da un lato, ma anche il resto era ben visibile ai due. L’uomo guardò intensamente l’altro mentre gli occhi di lui cominciarono a vagare a destra e a sinistra, sotto una fronte imperlata di sudore freddo. Vagando, incontrando gli occhi dell’uomo poche volte, scrutarono nella penombra il volto, il naso, guance e zigomi, poi la fronte.
Lì capì.
In un punto del viso la luce si increspava come le onde di un mare su una secca a distanza dalla riva. Era un rilievo, o meglio, un solco, e lungo i fianchi di questo dei rigonfiamenti. Non se ne era accorto, ma quel solco alla luce era più chiaro della pelle intorno.
Una cicatrice, che rigava il volto dalla fronte allo zigomo.
L’uomo afferrò i pensieri dell’altro e serrò le labbra, annuendo col capo: una smorfia di pianto senza lacrime.
“Oh mio Dio!Non può essere. T’ho ucciso!” urlò l’altro con la paura nel corpo.
“Non esattamente.” e sferrò un pugno al volto dell’ubriaco, che perse i sensi.
Gli incise la stessa sua sigla.
Doveva fare in fretta: c’era altra gente che voleva un pezzo di quell’uomo.
Prese un momento per ragionare.
Aveva bisogno di un coltello più grosso e pesante, nastro isolante, un tappo grande tipo per damigiane, una corda e un filo lungo e sottile.
Trovò tutto in meno di cinque minuti e lo portò di sopra.
L’altro era ancora incosciente.
Distese le braccia dell’ebbro e con il coltello diede un colpo netto per polso. Poi col nastro isolante sigillò i moncherini.
Recuperò una sedia con i braccioli dalla stanza da dove era uscito l’ubriaco imbracciando il fucile. Mise l’uomo a distanza dalle scale nel corridoio, dove la luce era più forte, perché lo si potesse scorgere meglio nel buio.
Lo legò alla sedia per la vita e per le gambe.
Gli infilò il tappo in bocca e applicò il nastro.
Tornò giù dabbasso a recuperare il fucile che aveva ancora un colpo in canna e risalì.
Sì fermò agli ultimi gradini della scala e legò a una colonnina di legno un capo del filo. Tenne il fucile accanto a sé nonostante l’altro, anche se si fosse svegliato, non ne avrebbe fatto granché; lo fece per sicurezza.
Andò verso l’ebbro tendendo il filo. Era della lunghezza esatta.
Mise il fucile sul bracciolo della sedia e lo assicurò col nastro isolante. Applicò l’altro capo del filo al grilletto.
Fece due passi indietro.
Contemplò il suo operato: era legato ad una sedia, senza mani, con i moncherini che trasudavano sangue attraverso il nastro adesivo, il fucile imbracciato dalla sedia in attesa di un bersaglio da mancare, affinché potesse diventare un bersaglio chi gli stava accanto, seduto.
Provò disprezzo ma anche conforto. Era il sapore agrodolce della vendetta.
Spremette le ghiandole salivari e sputò in faccia all’Essere. Costui si riprese come se fosse stata una secchiata d’acqua gelata a svegliarlo.
L’uomo rimase lì un attimo per poter vedere ragionare la Cosa che era seduta di fronte a lui. La sentì mugugnare sommessamente, poi un suono gutturale che senza costrizioni in bocca avrebbe potuto essere un urlo d’orrore.
Capì che era per il dolore; si chiese se si accorgeva anche della paura.
Si voltò e camminò in direzione delle scale. Alle spalle sentì l’essere emettere qualche suono nella sua direzione mentre si allontanava.
Fece attenzione al filo teso tra i gradini e scese al pianterreno.



Uscì dalla casa.
L’aria era fresca e pulita in confronto al puzzo misto ad alcool, sangue e paura di quella casa.
Percorse il vialetto, raggiungendo il marciapiede.
Mentre camminava in direzione della propria macchina si accorse che un’altra si stava avvicinando al vialetto di quella casa, 131.
Salì in macchina e attese. Vide gli uomini scendere dalla macchina ed entrare in casa come ospiti abituali dell’Essere.
La porta l’aveva aperta lui.
Mise in moto e partì.
Era già lontano quando furono esplosi cinque colpi.


FINE