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Un incontro fatale - di Gioacchino De Padova

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/01/2009 alle ore 01:28:26

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La festa di Irene era stata divertente, ma, giunte le due di notte avevo deciso di fare ritorno a casa, lasciando quella compagnia per prima, tra tutti gli ospiti presenti.
Lei non aveva insistito per trattenermi, sapeva che stavo vivendo un periodo difficile, che avevo già fatto una piccola violenza su me stessa decidendo di accettare il suo invito.
Ma non avrei mai immaginato che anche quell’uomo sarebbe uscito appena dopo di me.
Avevo incrociato il suo sguardo un paio di volte in tutta la serata, ma, mentre da parte mia non vi era nessuna volontà di sostenerlo, avevo notato benissimo con quanta insistenza lui, invece, si ostinasse a cercare i miei occhi.
Dopo essermi congedata dalla festa, appena salita in macchina, accesi una sigaretta e la radio che mi avrebbe fatto compagnia nel mio viaggio di ritorno verso casa.
Irene abitava in collina e, in quella notte di pioggia, avrei impiegato almeno mezz’ora per percorrere quelle strade tortuose collinari che mi separavano da casa.
Dopo pochi chilometri mi accorsi di un’automobile alle mie spalle. Si teneva ad alcune decine di metri di distanza e inizialmente mi sembrava una presenza rassicurante su quella strada deserta.
Si fermò davanti all’insegna di un pub-tabaccheria ancora aperto a quell’ora, mentre io proseguii la mia strada verso casa. Soltanto pochi chilometri dopo, lanciando lo sguardo sulla lancetta della benzina, mi accorsi che rimaneva pericolosamente puntata sullo zero. Sapevo che in quel tratto di strada non vi erano benzinai nelle vicinanze, così rallentai la marcia, nella speranza di potere amministrare quel poco di benzina di cui doveva disporre il serbatoio, fino alle porte della mia città.
Ma, quando la macchina iniziò ad avanzare lentamente, a piccoli sobbalzi, mi resi immediatamente conto che non vi era più nulla da fare. Quella maledetta spia luminosa si era rotta un’altra volta e non mi aveva segnalato che ero già in riserva da molto più tempo di quanto pensassi.
La pioggia non era più insistente, perciò decisi di uscire dall’automobile, dopo avere lasciato le quattro frecce a lampeggiare, nella speranza che passasse qualche persona disposta ad aiutarmi.
Con la paura che potesse fermarsi qualcuno animato da cattive intenzioni!
Dopo pochi minuti, accostò a lato della strada un’automobile. La riconobbi immediatamente come quella rimasta dietro alla mia soltanto fino a pochi chilometri. Dalla portiera uscì un uomo ben vestito e distinto che si rivolse a me, chiedendomi se avevo bisogno di aiuto.
Riconobbi subito in quel volto l’uomo che alla festa mi guardava con insistenza. Quando anche lui si rese conto di chi fosse la sfortunata automobilista, mi indirizzò un sorriso che mi infastidì immediatamente.
Alla sua domanda, risposi che temevo di essere rimasta senza benzina.
"C’è un benzinaio a pochi chilometri da qui, ho una tanica vuota in macchina e l’accompagno volentieri. Così dopo potremo riempire il suo serbatoio".
Ogni sua parola sembrava avere più di un significato e questo mi metteva a disagio.
Avrei preferito aspettare da sola nella mia macchina, ma lui insistette: "E’ molto tardi e questa strada troppo isolata. Non voglio che corra dei rischi, rimanendo qui da sola, perciò mi permetto di insistere: lasci che l’accompagni al distributore di benzina".
Mi potevo fidare di un uomo che non aveva ispirato fiducia al mio istinto fin dal primo istante?
Non avevo scelta, sarei potuta rimanere lì anche tutta la notte, prima di trovare qualcun’altro che transitasse su quella strada.
Così dovetti salire sulla sua automobile, mentre lui continuava a chiedere notizie di me e della mia vita.
Domande alle quali rispondevo nervosamente come chi sa di vivere un momento di pericolo.
Mentre guidava, più volte, mi aveva sfiorato il ginocchio con la mano destra durante il cambio delle marce, dandomi sempre la sensazione di avere cercato di proposito quel contatto.
Continuava a fare domande e a parlare di sè, incurante della mia diffidenza. E l’esigua velocità con cui conduceva la sua macchina sportiva mi dimostrava che avrebbe desiderato non passasse mai il tempo di quel nostro incontro che sapeva benissimo essere frutto di una circostanza fortuita.
Quando, finalmente, arrivammo nell’area di rifornimento, aprì il bagagliaio e ne estrasse una tanica di cinque litri, insistendo persino nel voler rimetterci il proprio denaro per riempirla.
Ingenuamente ero scesa dall’automobile per prendere una boccata d’aria e di quella decisione mi pentii amaramente quando, nel suo gesto di infilare con la mano la pistola della benzina all’interno della tanica vuota, mi lanciò uno sguardo ammiccante, condito da un sorriso ancora più sgradevole.
Ne rimasi turbata, ma mi sforzai di non darlo a vedere.
La strada di ritorno verso la mia automobile non fu meno angosciante. Continuò con insistenza a cercare di coinvolgermi nei suoi discorsi, anche se, devo ammettere, non fu mai esplicito nel dimostrarmi quello che aveva in mente. La sua mano sfiorò ancora, più volte, la mia gamba, tutte le volte in cui si apprestava a cambiare marcia e l’andatura fu ancora più lenta di prima.
Quando, finalmente, giungemmo nel luogo dove avevo lasciato la mia vettura, fu lui stesso a riempire il serbatoio con la tanica, mentre, con un disgustoso eloquio ammiccante, mi sussurrava che senza fluidi magici nemmeno le macchine sono in grado di sopravvivere.
Sentivo che adesso eravamo davvero giunti all’epilogo.
Si avvicinò a me fissandomi negli occhi, mentre io avevo fatto appena in tempo a dare una rapida occhiata in giro, per verificare l’eventuale presenza di qualcuno.
"Allora la saluto, molto piacere di averla conosciuta" disse, senza distogliere lo sguardo da me.
Solo in quel momento mi resi conto di quanto fosse carino e di come la tensione mi avesse impedito di accorgermene prima.
Avevo le chiavi della mia automobile tra le mani e iniziavo a sentirmi più sicura, così mi avvicinai a lui e gli sfiorai le labbra con un tenero bacio.
Non dimenticherò mai la sorpresa dipinta sul suo viso, tanto che rimase immobile mentre io indietreggiai di un passo.
"Se mi dà il suo numero di telefono, la chiamerò una di queste sere. Per sdebitarmi della sua cortesia, la inviterò a bere qualcosa con me".
Alla mia proposta comparve sul suo viso un sorriso senza confini.
Mi diede il suo numero di telefono, che segnai sull’agenda nella quale avevo scritto anche gli altri.
E fu proprio allora, mentre rimisi la mia agenda nella borsetta, che ne tirai fuori il mio inseparabile coltello.
Ho sempre avuto una vera passione per lame e coltelli.
Ricordo ancora quando, poco più che bambina, spiavo mio padre, allora giovane fabbro, mentre forgiava il metallo con le sue braccia possenti o affilava le lame di coltelli che, nelle sue mani, erano diventati autentici oggetti d’arte.
Questo era un coltello speciale, esemplare unico di un modello disegnato apposta per me, la sua bambina, che proprio in quei giorni stavo per compiere diciotto anni.
Inutile dire che da quel giorno il suo regalo non mi avrebbe mai abbandonata, restando nella mia borsetta in qualunque circostanza.
Mio padre, purtroppo, mi lasciò sola pochi anni dopo e, da allora, la mia passione per lame e coltelli prese una piega diversa. Più volte, nel mezzo della notte, mi sorprendevo a fissare quelle lame luccicanti. Fino a quando, col trascorrere degli anni, iniziarono a farsi strada pensieri sempre più inconfessabili che le medicine sembravano non placare, tanto che, di lì a poco, iniziai a gettare i medicinali nella spazzatura e a progettare un utilizzo diverso di quei coltelli, dedicando a loro le mie fantasie più cupe.
Mentre fissavo lo sguardo sul mio inseparabile coltello,
Enrico, così si chiamava lo sfortunato automobilista di passaggio, si era soffermato a guardarmi con aria interrogativa.
Alzai gli occhi per incrociare i suoi. In quel momento, la lama del mio coltello lasciò la propria profonda impronta sul suo collo con una velocità che gli impedì di rendersi conto di quello che stava succedendo.
Le sue mani corsero a tamponare sul collo una ferita da taglio troppo profonda per potere fermare quel sangue che vedevo pulsare dalle sue carotidi.
Il tutto durò solo qualche momento: giusto il tempo per fissare i suoi occhi dentro i miei, alla ricerca di quel perchè a cui io non ero in grado di dare risposta, avendo per troppo tempo, io stessa, vissuto in compagnia di quella domanda, senza mai riuscire a soddisfarla.
Fino alla sua caduta a terra a peso morto, in mezzo a un lago di sangue.
Soltanto allora aprii la portiera della mia automobile e mi allontanai, per evitare la remota possibilità che qualcuno passasse da lì e si accorgesse di me.
La serata era stata davvero magnifica e potevo tornare a casa soddisfatta.
Quella era la terza volta e tutto era nato dal guasto alla spia della benzina.
La prima volta era stata l’esiguità del livello dell’acqua del radiatore che mi aveva costretto a fermarmi per il fumo.
La seconda era stato l’odore di bruciato che mi aveva costretto a fermarmi per controllare l’olio.
Ma in tutti questi incontri il mio inseparabile coltello era sempre stato l’indiscusso protagonista.
E da allora ne seguirono molti altri, signor Giudice.