Maria - di Modì74
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 26/02/2008 alle ore 23:22:09
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MARIA
La povera cucina era illuminata solo dalla luce giallastra di una lampadina sporca. Maria vide che il babbo e la zia erano lontani. Prese una sedia e la appoggiò alla credenza. Nonostante i suoi otto anni e la magrezza del fisico era molto intraprendente e decisa. Voleva quei biscotti, aveva ancora fame. Aveva sempre fame e i miseri brodi di verdura non le piacevano, figurarsi l’aringa affumicata che aveva fatto la zia quella sera. Cominciò ad arrampicarsi. Prima la sedia, poi un piede sul lavandino. Era quasi arrivata al piatto dei biscotti quando le mani callose del babbo la afferrano. Mani rugose forti, grandi e violente. Mani che si abbatterono su di lei come una tempesta furiosa.
Mani che non davano spiegazioni e provocavano lacrime quando si appoggiavano sulle guance e sul sedere. Mani enormi che la sollevavano e la chiudevano nel ripostiglio.
Maria si rannicchiò al buio sulla parete che appoggiava sulla stufa dall’altra parte del muro; tranne quel piccolo angolino caldo, lì dentro era freddo e buio. Lo sgabuzzino non era grande ma a lei sembrava enorme come l’oscurità che la avvolgeva. Restava in silenzio, tratteneva le lacrime mentre la paura del buio cominciava a farsi spazio nel suo cuore i cui battiti acceleravano sempre più. Davanti a lei chissà cosa c’era. Sentiva i movimenti veloci di topi che le passavano vicino e dei vestiti di lavoro del babbo che si muovevano. Sentiva il puzzo di sudore e di vino acido che lui aveva sempre addosso. Rannicchiata su se stessa tremava dal freddo, dalla rabbia e dal male.
-Mamma...Mamma...-
Erika era in piedi vicino al letto dei genitori con l’orsacchiotto in mano. La sveglia sul comodino della mamma ticchettava le 2.15 .
-Cosa c’è Erika? –
-Posso dormire con voi ? –
-Ancora incubi? –
Erika annui mugugnando.
-Dai su ...sali . –
La bambina salì sul letto e prese posto fra i genitori.
-Ancora brutti sogni? –
- Si -
La mamma la baciò sulla fronte e lei si rannicchiò fra di loro. Il padre la accarezzò dolcemente sulla testa.
-Tutto a posto adesso, è stato solo un brutto sogno, dormi ora. –
La bambina spinse l’orsacchiotto di peluches sotto le coperte e si riaddormentò.
-Ancora gli stessi incubi? –
Disse il padre a bassa voce.
-Non so se è lo stesso ma li sta avendo spesso. –
-Speriamo che sia solo una cosa di crescita. –
-Speriamo...notte..-
-Notte. –
La mattinata a scuola era stata interessante. Ad Erika piaceva andare a scuola. Le piaceva la maestra e stare con i compagni. Le piaceva soprattutto stare con la sua amichetta Jenny. Lei era sempre allegra e scherzava di continuo. Poi quando uscivano da scuola le piaceva fare le corse con i suoi compagni maschi che erano più lenti di lei!
Mentre Erika giocava con i suoi amichetti all’uscita di scuola sua mamma Anna camminava dietro a lei con la maestra.
-Posso chiederle una cosa? –
La Mamma di Erika chiese alla maestra.
-Dica pure. –
-Erika ha degli incubi da alcune settimane, lei ha notato qualche atteggiamento strano di mia figlia in classe? –
-Non mi sembra... E’ sempre vivace e ben voluta da tutti. A volte è un poco manesca con chi la disturba me nel complesso sia il rendimento che il comportamento sono quelli di una bambina di prima elementare. Normali insomma. -
La strada pedonale che portava alla scuola si stava svuotando di bambini e genitori e delle nuvole stavano coprendo il sole all’orizzonte.
-Sarà una fase di crescita... o ha visto qualcosa che le ha fatto paura. –
Continuò la maestra.
-Forse. –
-Aspetti però, mi ha dato una risposta strana l’altra mattina... –
Disse la maestra, quando erano quasi alla fine del vialetto.
-Parlavamo di cose che fanno paura, e lei mi ha detto che le biciclette fanno paura, sì le biciclette. –
-Le biciclette? –
-Si, le ho chiesto perché e lei non mi ha saputo rispondere. Mi è sembrato strano anche perché mi sembrava di averla vista in bici all’uscita di scuola alcune volte. –
-Si, infatti non vuole più prendere la bicicletta. Avevamo notato che non la voleva più usare ma non aveva detto che le faceva paura. –
-Vedrà che sarà una cosa passeggera, non le dia troppo peso. –
-Mamma andiamo? –
Disse Erika tirando il cappotto della mamma.
Il corridoio di casa era troppo lungo per le sue gambe di bambina. I mattoni scorticavano la pelle quando ci sbatteva contro ma lei li ignorava. Nella mano aveva ancora una fetta della ciambella portata da padre Oreste. Scappava in mezzo alla luce cosparsa di polvere tentando di arrivare fino alla porta di casa e poi verso l’aia. Il suo cuore batteva forte e la fame non si faceva più sentire. Era quasi arrivata alla porta ma le mani di suo padre erano state più veloci nel prenderla per i capelli. Lei cadde all’indietro sbattendo per terra. La fetta di ciambella cadde sbriciolandosi. Tentò di fuggire, si divincolò come un’ anguilla ed era quasi riuscita a scappare dalla presa quando fu tradita dai capelli lunghi, per la seconda volta e questa volta le mani si abbatterono sul suo viso più volte, sul suo corpo, violente e decise. Si lasciò andare, senza forza, molle, quasi come se non le importasse più niente. Come un bambola di pezza scaraventata da un palmo di una mano all’altro e da tutte e due nello sgabuzzino buio. Rimase stesa, inerte. Non le fregava più niente dei topi, del buio, del puzzo che c’era in quell’angolo nero. Si abbandonò stesa con la faccia per terra; le faceva talmente male che sembrava non toccasse nemmeno il pavimento. Non sapeva se aveva gli occhi aperti o chiusi, aveva male su tutto il corpo. Sentiva il cuore pulsare forte sui timpani e su un orecchio in particolare. Sentì il gusto del sangue in bocca. Non aveva nemmeno la forza per rannicchiarsi o per piangere. Si addormentò, sfinita dal male.
-Mamma....-
-Erika? –
La bambina era in piedi di fianco al letto dal lato della madre.
-Vieni su, dai .-
Erika si arrampicò sul letto col peluches e si rannicchiò tra i genitori. La madre le toccò il volto e senti che era bagnato. La baciò sulla fronte.
-Tesoro, ancora brutti sogni? –
La bambina annuì.
Erika rimase un poco a farsi coccolare dalla mamma ma non riusciva più prender sonno.
-Mamma, ho fame! –
-Fame ? A quest’ora? -
-Ti va un poco di latte col cioccolato? –
Disse il padre.
-Anna vado io, tu dormi pure. –
-Grazie Franco. –
Il papà portò Erika in cucina e le versò un bicchiere di latte e aggiunse il cacao. Erika ci si ficcò dentro a capofitto.
-Li inzuppiamo due biscotti? –
Lei annuì. E poco dopo stava immergendo un biscotto nel latte.
Finì i biscotti e il latte con avidità.
-Ora possiamo tornare a letto...vuoi tornare nel tuo? –
Lei scosse la testa.
-Va bene... torniamo dalla mamma allora! –
Era un pomeriggio quando Maria decise. Era sicura che non l’avrebbe vista nessuno. Il babbo e la zia erano chiusi nella camera da letto a fare quei rumori. Lo facevano spesso, e spesso ci restavano delle ore senza curarsi di cosa facesse lei. Scese le scale zoppicando per il male alla gamba. La fame era tornata, quella maledetta fame che aveva sempre da quando la malaria si era portata via la mamma. Quando c’era lei aveva sempre qualcosa in pancia e il babbo era diverso, pensava Maria mentre usciva dalla porta di casa e si dirigeva verso il capannone sul retro. Pensava anche di prendere la bicicletta e scappare. Scappare in paese da quegli zii che non parlavano più a papà. Loro almeno la avrebbero accolta, le avrebbero dato da mangiare e forse l’avrebbero tenuta con loro. Sì, ne era sicura, pensava Maria. Certo non sarebbe stato come quella bambina dei sogni, quella che i genitori facevano dormire nel loro letto quando faceva brutti sogni, che poteva andare a scuola e che il babbo le dava il latte col cioccolato. Certo non sarebbe stata come lei, ma almeno non avrebbe più avuto fame e botte.
La montagna di legna su cui era posta la bicicletta rossa era molto alta. Il babbo l’aveva messa lassù per punizione. Maria prese una sedia, poi uno sgabello sopra la sedia e da lì cominciò ad arrampicarsi sulla catasta di legna. La gamba le faceva male ma era determinata a raggiungere quella bicicletta. Più sentiva i lividi del giorno prima dolerle e più aumentava la determinazione ad arrivare lassù, alla bicicletta che le aveva regalato suo fratello prima di morire in guerra. Una volta arrivata in alto la afferrò per una ruota e la trascinò verso di se. All’improvviso la catasta di legna franò e la bicicletta cadde addosso a Maria che cadde a sua volta all’indietro. Un rumore sordo senza eco. Seguito da qualche legno che cadeva sopra il suo corpo ancora sotto la bicicletta.
All’improvviso era come se non le importasse più nulla. Tutto svanì con leggerezza. La fame, il male ai vari lividi, l’idea di fuggire, dove andare e perché. Anche il fischio all’orecchio svanì per ultimo. Sentì solo il battito del suo cuore rallentare fino quasi a fermarsi mentre tutto perdeva senso. Poi, lo sentì sempre più sonoro ma regolare. Un battito tranquillo, accompagnato da un altro battito più forte e più vicino. Si sentì bene, tranquilla. Era al buio sì, ma un buio buono, pacifico, caldo. Si sentiva quasi coccolata e accarezzata da quella oscurità.
-Anna, Franco... Allora a quando il lieto evento?-
Disse la cugina Giovanna entrando in casa.
-Fra un mese circa. –
Rispose Anna.
La luce del giorno attraversava al cucina facendo risplendere i piatti nel lavandino.
-E il nome ? Avete deciso? –
-Se Maschio Gianni, come mio padre, se è femmina Erika –
Franco passò la mano sulla pancia di Anna quasi a voler accarezzare la creatura che era all’interno.
-Speriamo che mangi meno di sua mamma ! Se no sono rovinato! –
La cucina si riempì di risate.
Modì74
