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La sicura - di Gianluca Parravicini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 10/09/2006 alle ore 17:51:02

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

2 piccole storie sprovviste della "sicura"
Attilio
Alle 23,30 c’è il cambio del turno, altri operai devono entrare in servizio per sostituire i loro colleghi. Arrivano tutti 10 minuti prima, così da parcheggiare con calma la macchina in cortile e raggiungere il capannone. Qualcuno parla a voce alta, altri si avviano in silenzio, qualcuno dà un’ultima occhiata alla macchina, c’è chi parla al cellulare, chi si intrattiene scambiando qualche parola con il guardiano notturno della ditta. Alla fabbrica metallurgica Pacini hanno una grossa commessa, così da più di un mese gli operai fanno anche turni notturni. Per integrare il personale la ditta usa operai provenienti da una cooperativa esterna, loro non sono dipendenti della fabbrica, sono persone che lavorano a cottimo, vengono solo chiamati quando servono, in caso di necessità, Attilio è uno di questi.
Arriva come sempre alle 23,27, parcheggia la sua vecchia Seat Ibiza in cortile e corre a timbrare il cartellino. Deve farlo entro le 23, 30 altrimenti perde mezz’ora di paga, ha l’orologio regolato con l’obliteratrice, non gli piace per niente questa parola, infatti lui la chiama Tina Pica, è una macchina che ha più di 30 anni, ma sembra che per il contenimento dei costi la ditta non la voglia cambiare. Si dice che al presidente piaccia la moda vintage, qualche maligno lo ha dedotto non solo per Tina Pica, l’obliteratrice, ma anche dalle buste paga. Lui, l’Ingegner Pacini, arriva in ditta con una Jaguar ultimo modello, c’è chi dice che l’ha pagata 70 mila euro, chi dice 80 mila euro, per alcuni accessori extra top secret. In una fabbrica con tante saldatrici, si sa, anche le leggende e le verità si saldano tra loro.
Attilio butta l’ultima parte del Toscanello, entra da un ingresso riservato ai dipendenti e dopo un paio di saluti ai colleghi, si precipita su Tina Pica come un focoso amante, e poi infila il cartellino nell’apposita tasca sulla parete. Non gli resta che andare verso il suo armadietto, il numero 27, sulla targhetta è riportato il suo nome scritto in Italiano, arabo, cinese. Dentro c’è quella parte di lui che non può tenere nascosta, la sua passione per la fotografia. Attaccate all’interno della porta ci sono immagini di vecchie Leica, la sua macchina fotografica preferita, una foto di una modella fatta da Richard Avedon, e altre svariate riproduzioni adesive di macchine fotografiche e poi due foto di sue amiche, appesa ad una gruccia la sua divisa blu da operaio. Attilio deve ancora compiere 28 anni, adora viaggiare, è stato in Cina, Tunisia, Egitto, adora Capo Verde, quando ha qualche soldo disponibile parte per Boavista, una piccola isola dell’arcipelago di Capo Verde. Ama i colori, i sapori, la musica, le persone di quella terra, trascorre ore sui taxi collettivi a chiacchierare con la gente, la sua macchina fotografica conosce tutte le albe e i tramonti di quella terra.
Ora alle 23,38 è davanti alla sua saldatrice, verde, un colore che gli piace molto. Non c’è ancora quell’ingombrante rumore nel capannone perché molte delle macchine sono ancora spente. Si accendono all’istante quando passa il capoturno, le chiacchiere si affievoliscono, gli operai indossano le cuffie, e il rumore delle macchine sigilla tutto. Quello sarà il rumore per le prossime due ore lavorative, fino alla pausa. Tutte le luci della macchina di Attilio sono già accese, tutte tranne una, quella della sicura. Il collega del turno precedente, per la fretta si è dimenticato di inserirla al momento di spegnere la macchina. Attilio non sembra accorgersene, ha bisogno di almeno 20 minuti prima di entrare a pieno regime nella parte dell’ operaio, e poi è spesso vittima di quell’astrazione dalla realtà che un po’ tutti i fotografi hanno nel momento di scattare una foto. La saldatrice è accesa, le mani di Attilio sono sulla piastra, lui ha gli occhi rapiti da un pensiero lontano, forse sta pensando ad una foto che vorrebbe scattare, o a una vecchia immagine impressa nella memoria. Il pezzo metallico da saldare è già bloccato nella morsa, Attilio ha il piede destro sul pedale di avvio, è certo che la sicura sia ancora inserita, quindi non degna di nessuno sguardo il quadro di comando della macchina. E’ un po’ come scattare una fotografia, si schiaccia l’otturatore e quell’immagine è bloccata per sempre nella memoria, così avviene con la saldatrice. E’ stata sufficiente una pressione del piede destro sul pedale e le mani di Attilio ancora lì immobili, come per contenere l’aria circostante, sono state schiacciate dalla pressa della saldatrice.
Alle 23,42, il rumore di tutte le macchine in funzione aveva da poco preso il sopravento sulla temporanea quiete del cambio turno. Il vortice scatenato dalle urla di Attilio aveva allontanato gli sguardi degli operai dalle loro macchine, un fremito di terrore si era insinuato negli occhi di tutti. Il collega vicino ad Attilio, che oramai aveva perso i sensi per il dolore, si era precipitato su di lui, e spenta la saldatrice, è stato costretto a vedere quello che i suoi occhi non avrebbero mai voluto vedere. Le braccia non rappresentavano più nulla in quel corpo, le maniche blu della divisa erano nere, ancora fumanti. L’operaio responsabile della sicurezza si è precipitato in guardiola a chiamare l’ambulanza. Gli occhi di tutti erano rivolti verso Attilio sdraiato per terra ai piedi di quella macchina, alcuni bisbigliavano tra loro, gli operai albanesi parlavano fra loro in albanese, il guardiano notturno guardava dal cortile attraverso una finestra, l’odore del terrore aveva sovrastato tutti. L’attesa per l’ambulanza pareva eterna, i pensieri fluttuavano tra la morte e la vita del loro collega, l’unico a non pensarci pareva Attilio, rigido, immobile, nessuno osava avvicinarsi quel tanto da sentirgli il cuore, i sentimenti vivono meglio a qualche metro di distanza. Tutti si erano irrigiditi proprio come lui.
Si cominciava a sentire sopraggiungere l’ambulanza, il suono della sirena distraeva quel territorio di sguardi e paure. Sarebbe stato un perfetto set fotografico, Attilio probabilmente avrebbe preso in mano la sua Leica e avrebbe fatto 10, 20 fotografie, invece questa volta era lui la fotografia.
Alle 23,55 è disteso sulla lettiga, ha una maschera d’ossigeno sulla faccia, è ancora vivo, ridotto male ma vivo. Il cuore ha voluto esserci ancora, mentre le maniche della sua divisa bruciata sono mezze vuote. Lassù qualche nuvola resiste alle tenebre dell’oscurità, gli occhi lucidi di Attilio, malgrado i sedativi, riescono a scattare l’ultima fotografia di quel cielo, come lui, dall’aria un po’ sofferente.
Matilde
Alle 23,30 Matilde è alla finestra e fuma. E’ una brutta serata, lei doveva essere a ballare con il suo ragazzo, ma come ho detto prima è una brutta serata! In casa non c’è nessuno, il padre fa il guardiano notturno ed è al lavoro alla fabbrica metallurgica Pacini, la madre, divorziata dal marito , convive con un altro uomo in una casa in periferia. Matilde se ne sta lì alla finestra, con la sua felpa grigia, non fa freddo, il portacenere che tiene di fianco a sé sul davanzale è ricolmo solo di cicche, la cenere la butta direttamente dalla finestra.
Se ne sta lì affacciata alla finestra del soggiorno, con la luce spenta, al quinto piano di una casa popolare, la tristezza le è rovinata addosso solo poche ore prima dopo aver ricevuto una telefonata. Il suo ragazzo, quello che lei adorava, che amava come mai aveva amato nessuno prima, quello che per i suoi ventanni le aveva regalato un anello, ecco proprio lui, l’aveva tradita con un’altra. E’ stata una sua amica a dirglielo al telefono, lo ha scoperto in giro abbracciato ad un’altra, e lo ha visto anche baciarsi. Matilde lo credeva al lavoro, lui le aveva raccontato che il capo cantiere gli aveva chiesto di fare degli straordinari, invece era in giro con un’altra.
Il vento "spettina" quel fumo che Matilde butta nervosamente fuori dalla bocca. E’ quasi mezzanotte, la strada è ancora trafficata, un gruppo di ragazzi chiacchiera ad alta voce tra due auto che sputano musica, su un balcone vicino un cane si lascia andare in un tenue abbaiare. Matilde appare lontana da tutto, la sua espressione tradisce pensieri indecifrabili, ad ogni boccata della sigaretta i suoi occhi espellono le voglie più assurde. Rientra in casa, apre un cassetto dove il padre tiene, avvolta in uno straccio una seconda pistola, quella di scorta, quella del "non si sa mai", quella che usava i primi tempi quando lavorava da guardia giurata fuori dalle banche, quella che metteva paura solo a guardarla. Il padre, quando lei era piccola, non le consentiva neanche di toccarla, poteva solo osservarne il calcio quando lui la teneva infilata nella fondina. Una volta alle elementari aveva fatto un disegno intitolato, "il papà con la pistola", dove la pistola era quasi più grande del papà. Ora è lì, tra le sue mani, lascia scivolare un dito lungo la canna che pare non finire mai. Il tempo sembra essersi come fermato, Matilde in quello sperduto silenzio è tornata alla finestra.
Non è sola, al suo fianco, appoggiata sul davanzale c’è lei, la pistola. La solitudine riempie sempre altra solitudine, Matilde, ferita nel cuore, sentiva il bisogno di impugnare quella sicurezza, voleva espellere tutta quella rabbia, liberarsi di quel dolore che si era fatto tempo. Ora la tiene per l’impugnatura come ha visto fare in televisione, l’emozione nel buio del soggiorno cambia l’identità di tutta quella situazione. Matilde sparisce dietro quella pistola che prende possesso del luogo. Probabilmente non è mai stata impugnata da una donna, è un ferrovecchio, su cui si legge ancora a fatica il numero di matricola. Con una leggera pressione Matilde abbatte la leva della sicura, tanto la pistola non è carica.
Già, quella sicura è un po’ come la frontiera tra la vita e la morte, tra un passato prossimo e un futuro, la filosofia si porta via tutti quegli istanti, i pensieri razionali fuggono impauriti da quel momento, come un branco di daini attaccati da un predatore. Il dito raggiunge il grilletto e lentamente ne sposta la leva, gli occhi cercano la strada alla ricerca delle chiacchiere di quei ragazzi. L’eternità sembra esistere anche nei grilletti delle pistole scariche, così in un tempo raggomitolato all’inquietudine si crea un bagliore improvviso dall’aria quasi celestiale che illumina l’attimo fotografandolo per sempre. Un colpo secco, dilaniante, trafigge tutti i rumori, gli occhi di Matilde non sembrano più ritrovarsi. La mano, con l’arma ancora in pugno, se ne libera buttandola nella stanza, come per voler disconoscere la realtà dello sparo. I ragazzi si sono nascosti dietro alle auto per il timore di altri spari, solo uno è rimasto immobile, sdraiato sull’asfalto,
gli occhi serrati, in una notte improvvisamente tornata ad essere afona. Gli occhi lucidi di Matilde ritrovano il cielo alla ricerca di una risposta. "Perché c’era ancora un proiettile in quella pistola? Perché ho tolto la sicura? Perché ho sparato? Perché tutto questa notte"?
Le previsioni di oggi davano pioggia. Gli occhi lucidi di Attilio e Matilde.
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