La bestia - di Gioacchino De Padova
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/08/2009 alle ore 22:56:19
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Renato è arrivato sotto casa mia. Fa due squilli col clacson. Riconosco il segnale e scendo le scale di corsa. Salgo sulla sua macchina, mentre, senza voltarsi, lui mi chiede se ho portato il gioiellino.
-Certo- rispondo io.
E la infilo dentro al cruscotto.
-Allora, dove andiamo?-mi chiede, voltandosi a guardarmi.
Anche io mi volto verso di lui. Lo guardo in faccia e dico: -Vorrei andare a fare una gita al lago.
Ci sorridiamo, poi ci voltiamo tutti e due a guardare la strada e scoppiamo in una fragorosa risata. Coperta solo dal rumore dell’automobile che riparte sgommando.
Arriviamo sul lago che sono quasi le otto di sera. Per la strada si vedono solo nordafricani. Più di una volta, lungo la strada, li fisso con disprezzo, faccio il segno della pistola con la mano, gliela punto e premo il pollice. Ma quelli ci mettono troppo tempo a capire e nessuno di loro accenna a una reazione. Peccato.
-Questi vengono qua a fotterci il lavoro-grida Renato.
-Stronzi- rispondo io. Adesso entriamo in un paesino tranquillo.
-Renato, dobbiamo sbrigarci- gli dico.
In quel momento vedo un tizio che esce da una tabaccheria. Dev’essere il gestore. Tira giù la saracinesca, fermandola a metà. Mi guardo intorno, le vie di questo paese sono deserte. Non c’è anima viva.
-Fermati, questo è il momento giusto.
Renato frena e accosta la macchina proprio davanti alla tabaccheria. Prendo la pistola dal cruscotto e usciamo veloci. Appena dentro, lui tira giù la cler, mentre io punto la pistola in faccia allo stronzo dietro al bancone. Ha la faccia sudata e mi guarda spaventato.
–Tira fuori tutto il denaro- gli grido.
In quel momento, dal retrobottega esce una donna dai capelli color rame con le lentiggini in viso. Indossa un vestitino aderente che mette in mostra tutte le sue qualità. Ci guarda spaventati, fa per urlare, ma Renato le mette la mano davanti alla bocca appena in tempo. Lo stronzo dietro al bancone deve essere il marito. Raccoglie i soldi in fretta, li mette in una busta e li appoggia sul banco.
Ma a me non bastano più. Guardo bene la donna. Ha un gran bel corpo e mi accorgo che il vestitino trasparente lascia vedere le mutande. Sono bianche e ricamate. La guardo in viso: ha il nasino all’insù e le lentiggini. Penso che non mi sono mai fatto una donna con le lentiggini. A parte quell’albanese che ho trascinato dentro la macchina con la forza. Ma quella era una professionista. Tutte le sere batteva lungo la tangenziale ed era già molto tempo che mi faceva sangue. Fino a quella volta che non ho saputo resistere. Sono state due ore memorabili, in cui ho attraversato tutti i suoi sentieri. Ricordo che quando ho finito, lei piangeva e gridava che l’avrebbe detto al suo amico e me l’avrebbe fatta pagare. Le ho riso in faccia. E ho riso in faccia anche a lui, quando è venuto a trovarmi fuori dal bar di Gino. Mi aveva fatto cenno con la testa di seguirlo e ci eravamo incontrati sul ponte. Appena arrivati, mi si è avvicinato e ha tirato fuori un coltello, cercando di colpirmi. Prima gli ho spezzato il braccio e poi gli ho lasciato un ricordo di venti centimetri sul viso. Da quella volta è sparito. E purtroppo è sparita anche la sua puttana.
Ma questa è tutta un’altra storia. La donna di questo stronzo è molto più bella. E non è una troia. Renato la sta tenendo ferma. Gli dico di lasciarla e gli passo la pistola. Poi la prendo da dietro e la piego su un tavolo. Lei grida e scalcia. Le stringo il petto e le sollevo il vestito. Lei continua a gridare. Dice di essere incinta. Le tasto la pancia, è un po’ sporgente. Può essere che sia vero.
Va bene, userò l’entrata posteriore e, se continua ad agitarsi in questo modo, ci sarà ancora più gusto. Renato cerca di farmi cambiare idea.
-Guarda che se lo viene a sapere Don Ciro, facciamo una brutta fine.
Ma in questo momento me ne fotto di Don Ciro. Il culo della rossa è sodo come il marmo. Non c’è Don Ciro che tenga. Mi slaccio i pantaloni. In quel momento lo stronzo dietro al bancone si lancia contro Renato e cerca di prendergli la pistola. Quel coglione del mio amico se la fa sfuggire. Mi butto per raccoglierla. Ma lo stronzo cerca di arrivarci prima di me. Senza riuscirci.
Il colpo è partito mentre stava per afferrarmi per la camicia. Devo averlo colpito alle gambe.
Cade in mezzo a un lago di sangue. Stronzo!
La sua donna coi vestiti strappati urla e piange. L’esplosione del proiettile si è sentita anche fuori. Renato raccoglie velocemente la busta col denaro e tira su la cler. Mi riallaccio i pantaloni e lo seguo. Poi mi volto verso la donna. E’ a terra, stesa sul corpo del marito e sta piangendo. Mi guarda con odio. Dal vestito strappato si vede un pezzo di coscia. La guardo.
Pensare che solo un attimo prima stavo per averla tutta. Peccato. Sarà per un’altra volta.
-Tu sei uno stronzo- grida Renato mentre guida veloce per la strada.
-Lo stronzo sei tu che ti sei perso la pistola. Se non ti facevi fottere la pistola da quel coglione, io non gli avrei dovuto sparare. E adesso avrei già goduto dentro di lei.
Siamo incazzati tutti e due e durante il viaggio di ritorno verso casa non diciamo più una parola. Lui pensa alla fine del tabaccaio e a Don Ciro. Io penso a quella con le lentiggini.
Vorrà dire che questa sera mi rifarò con Marisa. Il mio focolare. La donna che è sempre pronta ad aspettarmi, a porgermi un piatto di cibo caldo. Ormai le parole tra noi non esistono più, ma lei mi aspetta. E questo mi piace.
Certo non è stata sempre così. Ricordo un periodo in cui si ribellava. Mi faceva un sacco di storie quando veniva a sapere cosa facevo con le altre donne per la strada o quando rientravo a casa più fatto del solito. Ho dovuto impiegare un po’ di tempo per farla rinsavire.
Ci sono volute le maniere forti, ma ora posso godere dei risultati.
Tutto si è risolto quella volta che le ho dato una lezione più dura delle altre. Non ricordo quanti schiaffi. E poi quella caduta dalle scale. Cazzo, pensavo di averla ammazzata. Era per terra immobile. Poi, dopo qualche minuto si è risvegliata. Voleva andare in ospedale, ma l’ho convinta a non muoversi di casa.
-Mi prendo io cura di te-le ho detto per evitare che ci andasse.
Anche il dottore più imbecille avrebbe capito che ero stato io. Si vedevano bene i segni sul viso. Ma lei si è lasciata convincere. Per una settimana è rimasta a letto. Piangeva in continuazione.
Poi ha ricominciato la vita di sempre. Ma da quel momento mai una discussione. Credo che sia stata un episodio necessario. Ora non parla, ma mi aspetta tranquilla. E non mi lascia mai senza un piatto caldo.
Quando arriviamo in città, sono quasi le dieci. Renato mi lascia sotto casa.
-Attento alla pistola- mi dice -se quello muore dobbiamo liberarcene.
Non gli rispondo nemmeno. Ancora si pisciava nel letto quando io ho iniziato a fare questa vita. Lo so bene cosa bisogna fare in questi casi.
Quando entro a casa, Marisa è davanti alla televisione. Sembra che stia piangendo. Appena arrivo la spegne. Lo sa che detesto quei programmi da femminucce. Non mi chiede neanche dove sono stato. Mi lascia il piatto di pasta sul tavolo e torna a sedersi sulla poltrona. Alla pistola ci penserò dopo. Adesso ho fame. La metto dentro un cassetto del mobile in cucina e mi siedo a mangiare.
Poi Marisa si avvicina. Mi dice che sono arrivati dei poliziotti a casa. Erano le nove. Mi cercavano.
–Tu che cosa hai detto?
–Ho detto che non eri in casa, ma che eri appena uscito.
Brava Marisa! Hai imperato bene la lezione. Questo significa voler bene al marito.
–Ma invece dov’eri?-mi chiede.
Io non sollevo nemmeno la testa dal piatto.
–Marisa impara a non fare domande-le rispondo infastidito.
Lei dice che ha sentito in televisione di quel tabaccaio ferito da due rapinatori.
-Lui forse si salva. Ma la moglie ha perso il bambino- mi dice con le lacrime agli occhi.
Io non rispondo. Adesso ho fame, dopo ricorderò a Marisa che non deve fare domande.
Lei apre il cassetto del mobile in cucina. Inizia a rovistare dentro. Quando lo chiude, impugna la pistola. La tiene rivolta verso terra e ha gli occhi sbarrati.
-Mettila giù- le grido, quando mi accorgo che la tiene tra le mani. Lei inizia a piangere. Dice che quella volta cadendo dalle scale anche lei aveva perso un bambino. Non ne sapevo niente!
-Sarebbe stata la mia unica ragione di vita. E tu me l’hai distrutta. Così come hai distrutto anche tutto il resto.
Sto per finire la carne. Questa era ancora più buona del solito. Lei piange come non l’avevo mai vista. Grida che adesso anche quella donna piangerà per causa mia. Poi mi punta l’arma addosso. Ora ho proprio finito di mangiare.
-Marisa, che cazzo fai, metti giù quell’arma- le grido mentre mi alzo dalla tavola. Mi avvicino a lei. Allungo il braccio per farmi consegnare la pistola.
–Non ti muovere- mi dice.
Adesso non piange più, il suo viso è contratto e serra i denti. Mi guarda mentre mi avvicino ancora lei. Indietreggia. Poi spara. Una volta. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.
Sento il fuoco nel petto, mentre mi guardo la camicia. E’ tutta rossa di sangue.
Le gambe non mi reggono più in piedi e la testa gira. Tutto intorno a me sembra perdere forma.
Lei mi guarda piangendo. Povera stronza! Ancora non sa cosa le succederà quando uscirò dall’ospedale.
Poi Muoio.
