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L'uomo senza volto - di Simona Bertocchi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/01/2007 alle ore 20:37:54

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

I° Capitolo: “El Cafè”.

Umberto Ferrero cammina infreddolito con le mani in tasca, sparito nel suo paltò.
E’ una tipica mattinata d’inverno, Torino è avvolta di grigio, ma spesso, deboli raggi di sole la tingono di rosa e d’argento.
I giardini e i parchi sono coperti da spesse coltri di neve e agli angoli delle strade giacciono altri cumuli appena spalati.
Il tram tarda e il vecchio maestro non ha intenzione di aspettare al freddo; si incammina a passo veloce tra le costruzioni barocche, i lunghi viali alberati, le piazze imponenti e la collina elegante che fa da sfondo.
La statua di Vittorio Emanuele II° dall’alto dei suoi nove metri osserva la sua città. Torino è austera; è scontrosamente aggraziata; è intellettuale e moralista.
Nonostante l’evolversi della storia è rimasta composta e orgogliosa delle proprie tradizioni .
Lungo i Murazzi, sulle sponde del Po, il fiume scorre lento, sprigiona una leggera nebbia e un po’ di malinconia.
Fino a pochi anni prima in quella zona esisteva il “Borgo del Meschino”; la vita dei suoi abitanti era fatta di stenti, consumata tra ambienti chiusi, cortili bui, case ammuffite. Era il quartiere dei balordi, abitato da pescatori e lavandai; nel Po sfociavano le acque sporche provenienti dai macelli di Porta Palazzo.
In pochi passi l’uomo si trova in Piazza Vittorio Veneto. Dal ponte, le tranquille acque del fiume riflettono la magnificenza neoclassica della chiesa della Gran Madre di Dio.
Per quanto sia sempre vissuto a Torino, quella piazza maestosa e imponete riesce ancora ad emanare un forte fascino sul vecchio Umberto. Una folla di persone è incuriosita dalle due autovetture Fiat 509 tirate a lucido parcheggiate nel centro della piazza.
Nelle stradine adiacenti, invece, c’è lo stallaggio dei cavalli e le botteghe degli artigiani; i commercianti sostano sulla soglia con i loro lunghi grembiuli neri e i bambini giocano a birille sulla strada.
Finalmente l’uomo imbocca i portici ed entra nel solito caffé. Il pensiero di un caffé bollente, della lettura de La Stampa e qualche accesa chiacchierata con gli amici è la giusta ricompensa a quella lunga camminata sotto la neve.
Aprendo la porta entra una folata di vento gelido.
“Bun dì Mario, na tassa d’cafè”.
Mario è intento a servire i clienti e la sua faccia piena e rosea spesso sparisce dietro nuvole di vapore della vecchia macchina da caffé.



II° Capitolo: L’uomo senza volto.

“Hai visto la macchina di Munsiù Storero ? Una torpedo rossa fiammante.
Ecco il caffè e la sambuca.”
E’ il 1913 e a Torino, patria della FIAT, e quindi città operaia, si vedono le prima autovetture, ma la Torpedo è un lusso per pochi.
La discussione della mattinata gira intorno agli affari poco puliti di Munsiù Storero e alle conoscenze intime di sua moglie Marisa con certi esponenti della Torino bene.
Il Ferrero si allontana dal gruppetto di amici che spettegolano, senza mai eccedere, in una sorta di tardo provincialismo contenuto.
“A fa bel fèse larg cun la roba d’j autri”. (Facile farsi ricchi con i soldi degli altri) si lamenta qualcuno.
In una delle salette del bar, il vecchio maestro legge qualche articolo dal giornale e sorseggia il suo caffé fumante. L’aroma forte e appagante rende quel momento ancora più piacevole.
Sul viso gli è rimasto un sorriso un po’ maligno nel sentire i discorsi che attaccano lo Storero e la sua signora.
Un altro uomo si avvicina. E’ molto alto e indossa un lungo cappotto nero e un cappello ben calato sulla testa.
L’uomo si siede al tavolo accanto e non toglie il cappello come invece chiede il galateo. Umberto Ferrero si volta verso il vicino e fa un cenno di saluto. Non riesce vedergli il volto in modo nitido. Gli occhi sono semi chiusi le labbra sottilissime e appena percettibili.
Il personaggio inquietante sfoglia il giornale senza togliersi neppure i guanti ma l’avvocato sembra non fare più caso a quelle stranezze.
“ Oggi fa proprio freddo.” Il Ferrero tira fuori la più banale frase di conversazione per fare conoscenza con lo sconosciuto.
“ Nel 1859, venne una nevicata che paralizzò tutta Torino.
Mio suocero allora aveva una bottega del mulita (l’arrotino) in via Barbaroux e sua moglie, la mia compianta suocera, vendeva vestiti e quelle intelaiature che le donne usavano sotto la gonna .
Annina allora aveva quasi quattro anni e tutte le mattine la portavo con me nella latteria dove lavoravo, prima passavamo dal vecchio Gaudenzio che aveva il forno proprio qua dietro e ci dava le biovette appena sfornate” dice l’uomo con una voce priva di accenti e sfumature.
Il maestro, a disagio, distoglie lo sguardo da quell’uomo.
“ Ma li sente? Sono ancora lì a parlare delle malefatte del ragionier Storero. Beh...certo ha fregato tanta gente, si è arricchito con i soldi degli altri.”
“ Chi dà, peui pija, ‘diau lu porta via” (Chi dà e poi riprende il diavolo lo prende) dice l’uomo in piemontese lasciando sbalordito l’avvocato.
“ Io devo proprio andare. E’ stato molto ...interessante conoscerla” ma girandosi nel dire quelle parole di commiato si accorge che l’uomo non è più al tavolo, non è più neppure nel locale.
Il maestro guarda l’orologio. E’ tardi e deve ancora passare a fare la spesa a Porta Pila come la chiamano i torinesi, il grande mercato ambulante, colorato e chiassoso che contrasta con le vicine piazze barocche e neoclassiche.
Saluta gli amici e prende il primo tram. In bocca si è lasciato i tre chicchi di caffé che erano nel bicchiere di sambuca; l’aroma grezzo si sprigiona nel palato e dà un gusto particolare a quell’imprevedibile mattinata.
Il giorno successivo tutti i giornali locali parlano del terribile incidente stradale successo alle porte di Torino in cui era stata gravemente ferita e sfigurata la signora Marisa, la quale, nell’urto aveva completamente distrutto la costosa macchina.
Poco clamore dentro “El Cafè” di Mario, i clienti chiedono il loro *bicerin o il solito vermuth, sfogliano silenziosi il giornale. Discutono i fatti senza pietismo e senza polemica.
Umberto Ferrero porta la sua copia de “La Stampa” nella saletta.

* bicherin : crema di gianduia, caffè e panna liquida serviti caldi in un bicchierino

Dopo pochi istanti il lugubre individuo del giorno prima gli porge la solita sambuca con la mosca di caffè. Il maestro, alleggerito dalla tensione, tenta di discutere sulle prime elezioni a suffragio universale maschile, e sull’importanza della democrazia, ma l’uomo non sembrava interessato.
“ Re Vittorio Emanuele II°, lui si che ci governava bene. Me lo ricordo liberale, spregiudicato e anche un po’ furbetto. Il 18 febbraio 1861, Torino era bardata a festa, c’era la banda e le parate militari, piazza Carignano era gremita: l’Italia era fatta.”
L’uomo senza volto parla sempre col cappello ben calato sulla testa. “Annina aveva sei anni e quel giorno indossava un vestitino rosso di velluto con un cappellino di raso che le avevo regalato io”.
Il Ferrero è a disagio e cambia discorso. “ Ieri sera c’è stata una rivolta operaia....per forza...sono trattati come bestie, senza diritti, né leggi dalla loro parte.”
“ Ah si?! E in quale fabbrica?” L’uomo sembra stranamente interessato a qualcosa di reale.
“ La fabbrica siderurgica dell’ingegner Pavanello. Si dice che non pagasse gli operai da mesi ormai .”
“Lavar l’è pej del crin, l’è mac bun dop mort.” (L’avaro è come il maiale, è buono solo dopo morto.)
Il solito proverbio piemontese di tutte le mattine.
Il tempo di piegare il giornale e l’uomo è di nuovo sparito.
“ Mario devo ancora pagare la sambuca che mi ha portato il mio amico.”
“ Maestro, lei sta invecchiando, non le ho servito nessuna sambuca stamattina e poi ... quale amico ?”
Il giorno dopo, l’articolo di cronaca più importante è l’incendio alla villa in collina dell’ingegner Pavanello. Fortunatamente per alcuni, e sfortunatamente per molti altri, l’ingegnere non era in casa quando le fiamme avevano cominciato a divorare la villa.
Nel bar c’è un gran vociare sulla ricostruzione dei fatti, il Ferrero, invece, se ne sta silenzioso e perplesso in un angolo.
Pensa addirittura di essersi sognato tutto, di essere entrato per poco tempo in una situazione irreale.
Sfoglia il giornale, legge l’articolo dell’incendio alla villa dell’industriale, gira ancora qualche pagina e si sofferma sulle immagini di alcune famiglie piemontesi che di li a poco avrebbero ricevuto lo sfratto dalle loro abitazioni per la costruzione di una rete ferroviaria.
In fondo all’articolo c’e una frase scritta a grandi lettere, “ Chi preved a pruved” (Chi prevede provvede) e una firma : Carlo Pautrasso.



II° Capitolo: Il mistero.

Cos’è ? L’indicazione di un gioco macabro, un avvertimento, una richiesta di aiuto? Cosa accidenti è ?
L’ansia sale, preme, si agita fino a soffocarlo. I movimenti intorno a lui, le voci, i rumori della strada sono amplificati. Il disagio è sempre più forte. I pensieri sono troppo veloci o troppo lenti, non riescono a trovare una posizione nella sua mente.
Umberto non sa cosa fare. Ignorare tutto quanto ? Fare finta che sia tutto un sogno? Impossibile non ascoltare una richiesta di aiuto per quanto in una forma così follemente misteriosa e occulta.
Butta giù la sambuca in un solo sorso. L’alcol scende nella gola e gli da un breve brivido.
“A rvétse” dice con un sorriso un po’ forzato e l’angoscia aggrappata addosso.
Senza sapere quale forza lo guida, si reca al comune di Torino per fare ricerche sulla famiglia Pautrasso.
Scopre presto notizie sconvolgenti.
Carlo Pautrasso era morto nel 1876.
I Pautrasso avevano un caseificio in Piazza San Giovanni, vicino al Duomo, ma quando le spese e le tasse cominciarono a rendere impossibile l’attività si limitarono a mantenere una piccola latteria, molto frequentata. Munsiù Pautrasso sposò una giovane donna dell’alta borghesia piemontese ed ebbero una figlia: Anna. Le altre informazioni Umberto Ferrero le scopre tra le leggende e le storie tramandate dalle persone che hanno vissuto nel quartiere dei Pautrasso.
Viene a sapere che la figlia Anna era di rara bellezza, corteggiata da un condottiero della guardia reale, il quale le diede una figlia, senza mai sposarla. Anna morì di parto a soli vent’anni e un anno dopo decedette anche suo padre.
Che fine abbia fatto la figlia di Anna, non si è mai saputo.
Adesso l’uomo senza volto ha un nome e una storia. Ancora frastornato da quella situazione assurda che inspiegabilmente ha colpito proprio lui, Umberto Ferrero, si rende conto che deve continuare a indagare fino a conoscere la verità sulla figlia di Anna.
Il maestro prosegue sotto i portici di Piazza San Carlo, nel centro della piazza la statua di Emanuele Filiberto inguaina la spada sul “Caval ëd Brons”, come lo chiamano torinesi.
Tre madame molto eleganti gli passano accanto frettolosamente, sono un po’ irrigidite nei loro abiti ancora ottocenteschi e ben erette sotto i loro curiosi cappellini, accennano un saluto con la testa e entrano in uno dei sontuosi cafè. Davanti a loro due madamine osano vestiti meno fastosi e un po’ più corti; lo stacco generazionale è sempre più evidente nella nuova moda che arriva da Parigi.
L’uomo entra nel cafè San Carlo per concedersi una pausa e mettere in ordine le idee.
I cafè storici di Torino sono lussuosi, ricchi di cristalli e argenteria, all’interno si impongono eleganti scaloni marmorei e pesanti tendaggi, grandi specchi sono ovunque e i soffitti sono finemente lavorati
Quei luoghi sontuosi, teatro della storia del Risorgimento italiano, vedono l’entrata di esponenti della famiglia reale, di intellettuali, scrittori e famiglie borghesi.
Non lontano dall’élite ci sono i ritrovi segreti della Carboneria contro la Monarchia: scantinati o abitazioni con più uscite secondarie per permettere ai massonici di fuggire dalla polizia.
Circondato da una simile atmosfera, davanti a una tazza di nerissimo caffé fumante e dei prelibati dolcetti al gianduia, Umberto Ferrero, si sente già meglio e i pensieri cominciano a essere più fluidi.



IV° CAPITOLO: Neda.

Nei giorni che seguono, il vecchio maestro, non si reca neppure più al cafè da Mario; prende informazioni, cerca dettagli, trova persone, gira le strade della città e scopre che la figlia della povera Anna si chiama Neda , che in piemontese significa poi Annina.
Il padre di Neda faceva parte della guardia reale ma non ha mai voluto riconoscere la figlia, la quale, non avendo più nessuno al mondo, era stata affidata ad un orfanotrofio.
Il Ferrero si stupisce di come riesce a scoprire tutto con grande naturalezza, come se qualcuno gli facilitasse gli eventi.
Oggi il maestro si è svegliato di buon umore, ha consumato una buona colazione con pane e latte e ha accompagnato la moglie a fare la spesa a Porta Palazzo, poi hanno continuato la loro passeggiata fino a Piazza Castello, dove per l’ennesima volta l’uomo ha spiegato tutta la storia della città sotto i Savoia, senza tralasciare le leggende e i pettegolezzi sulla famiglia reale.
Dopo la visita all’orfanotrofio, il Ferrero ne esce turbato. Ha scoperto che Neda ha vissuto per quasi quindic anni in quel posto dove ha subito traumi e violenze; si dice che sia riuscita a scappare e in seguito abbia trovato lavoro in qualche fabbrica della città. Quale fabbrica non si sa.
Le ricerche si sono fermate ancora una volta e lo sconforto prende corpo lasciando all’uomo l’incapacità di procedere.
Il mattino seguente alle otto, il vecchio maestro entra di uovo a “El cafè” di via Po. Il suo amico Mario lo saluta con la cordialità di sempre.
“ Na tassa ‘d cafè Ferrero?” chiede Mario dietro le nuvole di vapore.
“ E una sambuca” aggiunge l’anziano togliendosi il paltò.
“ Dì un po’ Mario, mi ha cercato qualcuno?” dice fingendo tranquillità.
“ No maestro, nessuno.”
Il solito rito: beve il suo caffé , porta La Stampa e la sambuca nella saletta adiacente, inizia a leggere le notizie con un orecchio sempre volto alle chiacchiere da bar degli amici.
Mario deve avere tenuto il giornale di qualche giorno prima, quello con l’articolo dell’incidente della Signora Storero. Si alza per portare indietro il quotidiano ma si accorge che la data del quotidiano è esatta, è quella de giorno, confronta il suo giornale con gli altri sparsi si tavolini e nota che solo sulla sua copia appare quel vecchio articolo, qualcuno vuole che il maestro lo legga. Legge più volte il pezzo senza capire il messaggio rivoltogli. Prende nota del nome della fabbrica del ragionier Storero e vi si reca il prima possibile senza sapere esattamente cosa cercare.
Scopre che Neda lavorava nella fabbrica dello Storero ma dopo il fallimento per frode è stata costretta a cercare altrove, dove non si sa, si sa però che è proprio una donna sfortunata perché il marito lavora nella fabbrica siderurgica dell’ingegner Pavanello.
Umberto Ferrero sgrana gli occhi. Pavanello è quell’industriale che non pagava gli operai e a cui hanno dato fuoco alla casa.
Tutte le persone che hanno fatto del male a Neda e alla sua famiglia sono state punite.
“Chi preved a pruved” diceva l’ultimo messaggio dell’uomo senza volto.
Umberto Ferrero ora sa esattamente cosa fare.
Non dorme quella notte, c’è ancora qualche tassello mancante e l’ansia si unisce alla paura di dovere ancora affrontare il fantasma di quell’uomo.
Deve proteggere Neda da un destino disgraziato e fare riposare in pace gli spiriti di Anna e Carlo Pautrasso. Perché sia stato scelto lui, il maestro non lo sa, e non vuole più chiederselo, sa che deve andare fino in fondo e fare tutto il più in fretta possibile perché la sua mente e il suo cuore cominciano a sentire il carico insopportabile di tutte quelle emozioni.
Il figlio di Neda è morto in uno scontro con la polizia durante i primi moti operai nel 1904.
Neda ha avuto un’altra figlia: Elena, ormai di diciotto anni ; si dice che assomigli molto alla nonna Anna.
Umberto Ferrero ha con se l’articolo di giornale con la foto delle famiglie che subiranno presto lo sfratto.
Di buonora si reca in Corso Regina Margherita dove ci sono le abitazioni di quella povera gente.
Cesare Abrate è il marito di Neda, è un uomo robusto, alto, dalla voce profonda ma dai modi ben educati e il sorriso sempre pronto.
“ Mi chiamo Umberto Ferrero, sono qui per proporre un lavoro a lei e a sua moglie.”
L’uomo non fa domande ma gli sfugge un grande sorriso.
“ Elena metti su il caffé per Munsiù Ferrero.”
Elena è veramente bella, aggraziata, gli occhi azzurri sono illuminati di una luce particolare.
“ Sono vecchio, non ho figli e non sono più in grado di mandare avanti la fattoria che ho vicino a Ivrea.”
“Fattoria ?” si stupisce Neda che fa la sua entrata. E’ una donna alta, con lunghi riccioli biondi e un naso un po’ pronunciato.
“ Si, si tratta di coltivare i campi, preparare il formaggio e trasportarli ai mercati di Torino o alle botteghe.”
Chi gli ha messo in bocca quelle parole? Certo anni addietro aveva una fattoria vicino a Ivrea, ma è in disuso da tempo.
Un forte aroma di caffé avvolge la cucina. Neda e Elena si abbracciano e Cesare Abrate gli stringe la mano come per accettare l’accordo.
Dalla brace del camino le fiamme si fanno di colpo più alte e un forte vento fa aprire le finestre. La famiglia di Neda non si accorge di niente, neppure del silenzio calato all’improvviso. Il vecchio Umberto non sente più le voci e i rumori, tutto è ovattato, poi giunge una musica da lontano ma non si spaventa, rimane stranamente compito. Si alza con calma per chiudere le finestre che si sono aperte e quando torna a sedersi, vicino al camino, vede Anna e Carlo. Sono molto pallidi e scarni nel viso, gli occhi un po’ infossati ma gli sorridono prima di sparire, per l’ultima volta.

“ Mario, na tassa ‘d cafè .”
“ Ecco il caffè ed ecco il giornale.”
“ No, niente giornale oggi.”