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Io rapisco - di Gianluca Parravicini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/03/2006 alle ore 18:08:45

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Pensare che a guardare le sbarre alla finestra sembrerebbe quasi di vedere una zanzariera. Ma le zanzare col cazzo che si fermano, entrano, escono, pungono. Le mosche sembra invece che ti guardano, hanno un certo ritegno a volarti attorno e quando cominciano a circondarti con le loro evoluzioni lo fanno in maniera silenziosa, o forse è il rumore che c’è qua dentro che non mi fa sentire il loro ronzio, comunque spesso preferisco la loro compagnia a quella di alcuni compagni, qui in carcere la solitudine non esiste, i rumori le urla non hanno orario, a volte invidio perfino quelli che stanno in isolamento. In carcere è la giornata che scalfisce il tempo, fuori è il contrario, convivi con i rumori ancor più che con le persone e stranamente il concetto di dover espiare una pena è così lontano, qui per tutti esiste l’ingiustizia perché la giustizia se la possono permettere in pochi. Il mio compagno di cella si chiama Pino, sta dentro per una serie di rapine e spaccio, ma lui dice solo che spacciava rapine. Riesce ad essere spiritoso, la vive bene la detenzione, lavora nelle cucine, la moglie lo viene a trovare una volta la settimana con la bambina, il mese scorso ha avuto un permesso di 48 ore, fra tre anni il suo avvocato gli ha detto che sarà fuori, così potrà andare a lavorare da un cugino che ha un ristorante. In carcere il caldo è ancora più insopportabile della detenzione, qui in cella c’è un ventilatore che va giorno e notte, ma è uno e noi siamo in due. Tutto ti ricorda che sei un numero e in questo momento il ventilatore è di turno a Pino che se ne sta sdraiato a dormire, a me non resta che interrogare la memoria, riprendermi un passato che mi appartiene e che sento più sincero di un futuro a cui non so e non voglio pensare, il futuro è il caldo che ci sarà domani, il passato è la leggera brezza di una notte di primavera. Sono 9 anni dei miei 35 che sono dentro, niente permessi, niente agevolazioni, mai ricevuto una visita, dei miei famigliari non è rimasto nessuno, i pochi conoscenti si sono dimenticati in fretta, ma non io di loro. La prigione non ti fa dimenticare, scontare una pena vuole anche dire non poter dimenticare, la memoria è l’amica che ti sta accanto di giorno e che ti sussurra la notte. La colonna di mercurio del termometro è fissa da giorni sui 30 gradi, le sopraciglia sbattono nel sudore delle palpebre, i capelli, l’unico vezzo che mi consento, li lascio crescere quel tanto che serve per godermi allo specchio qualche ricciolo spettinato, talvolta sfiorandoli con la mano mi fanno sentire un certo senso di libertà. Mi attira di più il senso di libertà che la libertà stessa, poi libero per fare cosa? Per uscire? Poi? Fuori non sono nessuno, dentro almeno qualcosa sono, un detenuto, ma ho qualcuno che mi sorveglia, qualcuno che mi dice dove andare cosa fare, la libertà mi piace osservarla nei volti di quelli che escono in permesso. Quando poi rientrano c’è chi ha voglia di parlare, di raccontare il traffico in strada, un modello d’automobile, uno sguardo scambiato con una donna, c’è Lorenzo che quando esce va subito a puttane, alle 9 di mattina le trova solo lui, poi va a casa della sorella a mangiare e alle 18 in punto rientra. Io non saprei neanche dove andare! Cristo, c’è un caldo che si muore, oramai ho smesso di preoccuparmi di quanto posso puzzare, qua dentro il senso del pudore lo vendono allo spaccio nel raggio al piano di sotto. I pochi soldi che guadagno lavorando nella biblioteca li spendo in quotidiani, riviste, tabacco da pipa, sigari. Alcuni, arrotondano le paghe facendo pompini o prestando il proprio fondoschiena, io risolvo con la masturbazione, ci metto del tempo per riuscire a farmi una sega, anche perchè sul letto di fronte c’è un uomo in mutande che dorme, devo quindi costringere la fantasia ai lavori forzati. Un po’ come quando scrivevo, sorvolavo la fantasia e quando era il momento mi ci infilavo dentro per quel tempo necessario, poi riemergevo, spegnevo il computer e guardavo fuori dalla finestra per vedere quali dei viandanti potevano avere le sembianze del mio protagonista, gettavo l’immaginazione addosso alla realtà senza poi magari più riuscire a distinguerla, a volte mi perdo anche a pensare che forse io stesso sono frutto della mia immaginazione, mi diverte farmi pisciare addosso dalla filosofia. Sono uno dei pochi scrittori rinchiuso in carcere, molti diventano scrittori quando sono dentro, la galera fa diventare anche artisti, io scrittore lo ero già da prima di venire arrestato, ora scrivo solo per impiegare il tempo, niente editore, niente bozze, niente anticipo e forse per la prima volta mi sento più libero, ridicolo da pensare quando si è in galera. Non sono uno scrittore famoso, uno di quelli che intervistano in televisione, e nessun giornale mi ha mai interpellato per sapere cosa penso dei giovani d’oggi o se preferisco la crostata di mele o di albicocche, mi pubblicava un piccolo editore neanche tanto indipendente, arrotondavo scrivendo i testi per le pubblicità in una radio della provincia di Milano e collaboravo saltuariamente con un’agenzia pubblicitaria. In cella sono riuscito a portare alcune copie dei mie tre libri: Un retrogusto allo specchio, il primo, Conati di rapina, Flauto dolce flauto. Qua mi dicono tutti che sono bravo, che ho talento, una volta un compagno mi ha chiesto di autografargli la copertina, il mio senso del ridicolo me lo avrebbe impedito, se non avessi poi saputo che era mezzo analfabeta e che mai nessuno gli aveva regalato un libro. Scrivevo racconti noir un po’ perché me lo sentivo e poi erano gli unici che mi consentivano di pubblicare, l’editore era abbastanza soddisfatto, anche se mi chiedeva sempre più sangue, più violenza, io finivo sempre per promettere, più che altro per gli anticipi che mi pagavano, ma dentro di me non me ne fregava un benemerito cazzo. Fosse per me avrei scritto libri comici, ho sempre adorato scrivere battute, c’è stato un periodo della mia vita in cui ho anche pensato di fare il cabaret, ho poi scoperto che sentirsi un comico non vuole dire esserlo e poi è così triste l’idea di voler far ridere senza riuscirci. Credo di essere stato comico tutte le volte che non mi rendevo conto di esserlo e appena volevo farlo sul serio sentivo di non esserlo più. La galera non è solo essere rinchiusi in un palazzo, è anche chiudersi in se stesso, chiudersi alla vita, uno sguardo che rapina le gambe di un’infermiera che attraversa il cortile, quella camminata l’avrò sognata centinaia di volte, i sogni rinchiusi in loro stessi sognano una vita che non c’è più, c’è un compagno che mi dice spesso che anche la vita sotto certi aspetti è una prigione e quindi quelli che stanno fuori non stanno molto meglio rispetto a noi, ecco ci attacchiamo ai paradossi, l’ironia si fotte la tristezza, anzi se ne nutre e la espelle, già ma questo fino a quando può durare. Sono dentro perchè ho rapito 3 persone, forse ne avrei rapite altre, se solo avessi avuto più spazio, quello spazio che anche ora mi manca, non solo fisicamente, soprattutto spiritualmente, ho scoperto che si rapisce anche per appropriarsi dello spazio altrui, dei pensieri altrui, della vita altrui. Non ho rapito per estorsione finalizzata al riscatto, i soldi danno la felicità nella misura in cui la riconoscono, ho rapito solo per ottenere un riscatto morale, volevo quell’attenzione dalla vita che pensavo di meritare, forse in quel momento ero anch’io un po’ preso in ostaggio dalla follia, sembrerà paradossale ma mi sono anche divertito, se solo ripenso a tutto con ordine, quasi mi si piegano le ginocchia dal ridere, è solo il pensiero di dover espiare tutta la pena che mi redarguisce in parte il sorriso, ecco io mi sento un po’ a metà tra due sensazione, tra due stati d’animo, tra due vite, solo che forse non ho il passaporto per entrambe. Avevo appena finito di scrivere il mio ultimo racconto : Flauto dolce flauto, un libro senza infamia e senza lode a ripensarci ora, si trattava dell’omicidio di un’anziana professoressa di musica, colpita violentemente alla testa da un flauto dolce, guarnito da un uomo che in passato, all’epoca delle scuole medie, era stato suo allievo, anche in questo caso l’omicidio non fu compiuto per denaro e nemmeno per volersi appropriare di altri beni, la storia, in una vaga melassa di giallo introspettivo nasceva dal fatto che quell’uomo aveva trascorso gli anni precedenti a studiare al Conservatorio per l’appunto il flauto dolce. I risultati non furono per nulla soddisfacenti, tanto che fu costretto ad abbandonare gli studi, anche per la conseguenza di un forte esaurimento nervoso. Comprendendo che i suoi guai e le sue disgrazie erano tutte dovute al flauto dolce, si ricordò che la persona che l’aveva avviato allo studio di quello strumento era stata proprio quella professoressa, pensò quindi di andarla a trovare e di darle quella lezione che secondo lui meritava. All’epoca pensavo che fosse il miglior racconto che mi fosse uscito dalla testa fino a quel momento, avevo 26 anni e guardavo la vita ancora con gli occhiali da sole, sentivo la brezza della libertà spettinarmi i capelli, odiavo le contrarietà, i giudizi negativi, dicevo a chiunque mi capitasse a tiro di non leggere le critiche, me ne fotto di chi è solo pagato per farti le pulci, lo ripetevo a tutti, a volte anche a me stesso, fingendo di crederci. In realtà avevo nel cassetto, ben nascosta, una cartelletta con dentro tutte le recensioni ai miei libri, pinzate in ordine cronologico, erano tutte nella loro vacuità abbastanza tenere, quando il racconto risultava ben scritto la trama era un po’ leggera e viceversa, del resto ero un giovane scrittore, molte cose mi venivano perdonate, mi si riconosceva un certo talento, ma forse non era del tutto valorizzato, in sostanza pur senza spendersi mi davano abbastanza credito, l’unico che si permise una feroce stroncatura, del resto era anche la prima volta che venivo recensito da lui, fu Renato Spotroneo, il quale come era solito fare fece a polpette il racconto e il sottoscritto fu semplicemente definito: un involuto scrittore, privo di alcun talento, incapace persino d’annoiare il lettore, incapace di rapirlo con le sue storie perché incapace di scriverle. Alla prima lettura ne fui sconvolto, pensavo come questo rude molosso si poteva permettere di dare tali giudizi, ci fu un attimo che ne fui anche compiaciuto, ma fu solo un istante, poi di nuovo la rabbia mi salì e lì vi rimase a lungo. Sentivo di dover fare qualcosa, anche se la pigrizia frizionata alla ragione cercava di distogliermi da ogni velleità, ma Spotroneo era andato veramente oltre, quindi pensai che oltre avrei dovuto andarci anch’io. Mi dovevo inventare qualcosa che surrogasse quanto da lui scritto, un qualcosa che colpisse le fondamenta della ragione, sentivo quasi la necessità di voler radere al suolo la mia vita per inventarmene un’altra così da buttargliela in faccia, ero disposto a tradire ogni forma di principio pur di beffarmi di lui. Un biglietto per un viaggio d’andata e ritorno da Dott. Jekyll e monsieur Hyde, era come se diventassi uno strumento ad uso e consumo di me stesso, ero la musica e il musicista che la interpretava ed anche il leggio che tratteneva gli spartiti, uno e trino, sentivo dentro questo raggio di follia che non mi dava pace, con le parole di Spotroneo che mi danzavano in collant nero tonner davanti agli occhi, precisamente in quel momento s’incagliò l’idea maligna, fino all’attimo prima mi sentivo solo scorticato dalla gogliardia, di colpo l’azione si impossessò di quella mia condizione apparentemente ludica ed ebbi chiaro cosa avrei dovuto fare. Spotroneo afferma che con i miei racconti non sono in grado di rapire i lettori, allora non mi resta altro da fare che rapirli io stesso, impossessarmi per qualche giorno non più della loro immaginazione, ma bensì di loro stessi, del loro tempo, della loro vita. Di quanto fosse crudele tale idea poco m’importava, ciò che per me contava era il retrogusto che tutto questo comportava, il provare a ripensarci ora non fa altro che accrescermi la salivazione ed una certa inquietudine ma che finisce per stemperarsi in un battito di ciglia, allora mi sentivo orgoglioso di quanto stavo realizzando e il pensare di finire sui giornali e in galera non m’importava, era un voler sperimentare la follia, un voler provare a viverla da dentro, un mandare a puttane la vita per gustarsi il piacere di farlo, erano come 100 scopate al prezzo di una. Naturalmente passare all’azione richiedeva tempo e metodo, un po’ come scrivere, per prima cosa dovevo selezionare le vittime e d’acchito mi venne subito di scartare donne, bambini e anziani, scelsi quindi una categoria di uomini dai 20 ai 50 anni, possibilmente dal fisico minuto, ho sempre detestato fare fatica, il luogo dove trattenerli non mi fu difficile da individuare, pensai subito alla cantina di una vecchia casa di famiglia fuori Lecco, da tempo disabitata e messa in vendita, poi stava in una zona isolata, nessuno si sarebbe accorto di nulla. In una prima fase ho predisposto la cantina ad accogliere i lettori, la fortuna mi fu anche d’aiuto visto che lì sotto i cellulari risultavano inattivi, tolsi le ragnatele che drappeggiavano le pareti e davano un aspetto troppo sinistro, quindi misi delle sedie, due tavolini, corde per legarli, nastro adesivo, un paio di lampadine per consentire la lettura, qualche confezione di brioche, 3 cartoni d’acqua, visto che i lettori dovevano oltre che bere anche lavarsi, naturalmente svariate copie dei miei libri pubblicati, anche se ci tenevo che venisse almeno letto: Flauto dolce flauto, il mio miglior libro. Il problema immediato era come organizzare i rapimenti e poi ero solo, inesperto, autore contro i lettori, dovevo far indossare l’azione alle parole, il problema a questo punto ero io, perché per essere rapiti non ci vuole niente, basta lasciar fare, essere rapitori è tutta un’altra musica, organizzare, studiare, predisporre, sapevo di essermi scelto un compito gravoso, ma oramai c’ero dentro fino al collo. Del resto non potevo chiedere aiuto a qualche d’uno: Mi scusi le dispiace se la rapisco per qualche giorno, giusto per farle leggere qualche mio libro! Poi sapevo di non avere una faccia da rapitore, forse magari avrei dovuto farmi crescere la barba, anche se non credo che avrei comunque impressionato nessuno. Per farla breve scartai l’idea di rapire italiani, trovavo denigrante l’idea di essere raccontato poi a Verissimo o alla Vita in diretta, pensai subito ai turisti giapponesi, sono piccoli, minuti, sono tanti, drogati dalla tecnologia fotografica, distrarli e portarne via qualcuno non è difficile, un po’ di azione alle parole e il gioco è fatto. Mi fu d’aiuto il buon Alessandro Manzoni attraverso la sua casa di famiglia a Lecco, mi armai di un po’ di materiale fotografico della dimora manzoniana e mi piazzai fuori dall’hotel Dei Cavalieri a Milano, che sapevo frequentato da turisti giapponesi. Le prime 4 mattine non riuscii a convincere nessuno a farsi accompagnare a Lecco, sarà per il mio inglese stentato, per una certa diffidenza iniziale e forse anche per un mio impaccio, ma finalmente alla quinta mattina ci riuscì. Era una giornata di pioggia e probabilmente l’idea di uscire da Milano deve averli allietati, mi ero spacciato per una guida turistica che lavorava per l’albergo, per la modica spesa di 5 mila lire mi ero offerto di fare loro visitare la casa del Manzoni in aggiunta ad un giro panoramico per Lecco, con rientro a Milano per l’ora di pranzo, ed i 3 giapponesi dopo qualche attimo d’attesa hanno accettato, manifestandomi anche un sorriso d’apprezzamento. Erano 3 uomini di media statura, almeno 2 di loro credo sposati, visto che prima di allontanarsi hanno parlottato con 2 donne. Poi li ho fatti salire in macchina, uno davanti e due dietro, il Magnificat di Bach in sottofondo, durante l’attraversamento di Milano ho speso qualche parola per indicare la biblioteca Sormani, il palazzo di Giustizia, il monumento hai caduti di piazza 5 Giornate, i Giardini dei Marinai d’Italia, entrato in tangenziale mi sono ammutolito. Li vedevo soffermarsi sul paesaggio oltre il finestrino, in un distaccato silenzio, poi uno ha estratto una videocamera, credo fossimo in prossimità di Oggiono e si è messo inspiegabilmente a riprendere tutto, gli altri 2 hanno attivato le macchine fotografiche solo quando ho indicato il lago di Lecco. Mancavano oramai pochi chilometri, lo dissi anche a loro per rassicurarli, come mi sentissi io ora non lo ricordo più, un po’ teso, mezzo divertito, un po’ curioso di come sarebbe andata a finire, avevo continuamente in testa la scena del film in cui Totò riusciva a vendere al turista italoamericano la fontana di Trevi e forse questo in parte mi rassicurava. Piazzai la macchina all’interno del cortile del palazzo in vendita, che in effetti della casa del Manzoni non aveva neanche una minima somiglianza, ma questo non li trattenne dallo scattare decine di foto e dissi subito loro che per prima cosa avrei mostrato la cantina. Mi trattenni qualche istante perché li vedevo discutere su di un particolare del balcone, che poi era quello in cui molti anni fa si affacciava mia nonna, finalmente si avvicinarono ed incominciai a farli scendere lungo la scala in sasso che conduceva alla cantina. Una volta che furono dentro chiusi il chiavistello del vecchio portone in legno, affrancandolo ad un lucchetto. Erano miei! Ora stavano in quella cantina con le mie storie, i miei libri, finalmente avevo rapito, se pur in maniera fraudolenta, dei lettori, quantomeno potenziali, perché credo che l’italiano lo conoscevano solo come popolo, la lingua credo che la ignorassero completamente, ciò che contava è che avevo rapito dei lettori, missione compiuta, o quasi. Non mi restava che dimostrare a Spotroneo di essere riuscito in quell’impresa, che a suo dire, se pur in chiave letteraria, mi sarebbe stata impossibile. Ricordo che per un po’ mi dimenticai dei giapponesi, assaporavo quel retrogusto dell’impresa, mi sentivo a cavallo di un quadrupede metaforico lanciato a tutta forza verso quella consacrazione che tanto sentivo di meritare, avevo fatto l’impresa, non mi restava che venderla. In quella giornata le ore mi passavano davanti come le nonnine intraprendenti in fila alla Posta, ero troppo stanco per pensare, figuriamoci per agire. L’indomani mattina mi svegliai presto, pensai subito ai 3 giapponesi in cantina, come non farlo, con una piccola finestrella applicata alla porta della cantina riuscivo a vedere all’interno, ricordo che rimasi assai stupido quando li vidi con i miei libri tra le mani, apparentemente tranquilli, forse pensavano di leggere Manzoni, chissà. Corsi subito a prendere la telecamera e filmai la scena, fu così che ebbi tra le mani la prova di essere stato capace di rapire i lettori. Tutto il resto sono piccole cose, spedii la cassetta al giornale di Spotroneo, a cui riservai solo una semplice riga che più o meno diceva: Così, caro mio, secondo te non sono capace di rapire i lettori! Aggiunsi come postilla dove erano trattenuti i lettori rapiti, il giorno seguente si presentarono i carabinieri, liberarono facilmente i 3 sventurati, che forse non avevano ancora capito se a rapirli era stato Alessandro Manzoni o il sottoscritto, o forse pensavano che io ero Alessandro Manzoni. Cosa pensasse Spotroneo di tutta questa storia non ho mai voluto saperlo, anche il mio avvocato me lo ha sconsigliato, io mi sono preso 20 anni, condanna ragionevole per uno scrittore che ha rapito solo 3 lettori, ciò che mi spaventa è quanto mi sarei preso se avessi scritto un best seller da milioni di copie. Ma... tra 10 minuti è il mio turno con il ventilatore e Pino ancora dorme, oggi non c’è un filo d’aria, neanche a rapirla ah..