IO NON AMO - di Luja
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/03/2010 alle ore 13:25:31
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Io. Davis Reno. Detto Davis Reno perché privo di soprannomi pronunciabili, o detto Daniel, nome che spacciavo con le ragazze che non conoscevo. Ventitré anni compiuti a gennaio e talmente tanta rabbia in quel mio esile corpo, che neanche il famigerato Mike Tayson, ai tempi d’oro ovviamente, credevo potesse
avere ai miei livelli. Occhi e capelli castano scuro, un naso importante e un fisico talmente asciutto da sembrare magro e famelico. Sicuramente non facevo della bellezza la mia dote principale, ma mi sentivo abbastanza sicuro di me stesso, con le donne intendo;
del resto ho sempre amato il loro profumo e mi sono sempre sentito fisicamente e moralmente portato
per loro e per la loro compagnia, amandole con tutte le parti del mio corpo, anche quelle più nascoste,
e facendomi amare per quel che potevo o riuscivo.
In sostanza un ragazzo come tanti, che cercava di rimanere a galla nel nuovo ordinamento della Facoltà
di Scienze Politiche in quella fantastica Bologna, lavorando a tratti grazie a un par-time gentilmente
offerto dalla direzione di Facoltà, nel policlinico del Sant’Orsola, e cercando di non perdersi troppo dentro una città viziosa e viziata che offriva davvero
troppi svaghi peccaminosi e poco salutari. Cosa ci faceva uno come me in un ospedale ? Bella domanda. Registravo al computer gli ingressi e le uscite dei vari
dipendenti, tra cui anche le mie, e vi lascio soltanto immaginare come amavo arrotondarmi per difetto le entrate e per eccesso le uscite. Un gran paraculo ? Decisamente sì, ma non me ne curavo minimamente. Ero al terzo anno di università, ma più che studiare amavo sedurre le donne e mangiare cioccolata; e se potevo mangiare cioccolata mentre seducevo qualche
bella ragazza era ancora meglio. Nel caso fosse ci fosse stata una facoltà che studiava il sesso femminile
e l’arte del sedurre, io ne sarei stato sicuramente il rettore con una laurea ottenuta honoris causa; anche perché io con le donne di solito non è che ci provavo, ci riuscivo e basta. Quanto erano belle le studentesse secchione e arrapate che affollavano le aule di qualsiasi
materia; per non parlare delle giovani professoresse
e tutors che lanciavano sguardi intelligenti che erano tutto un programma. Il finimondo. E il guaio è che non mi sarei mai laureato in quel modo; stavo
continuamente cercando soluzioni plausibili per spiegarmi quella mia testa di cazzo piena di appetiti
sessuali e culinari tanto da farmi scordare il vero motivo per cui ero finito in quella città così perfetta. Non avevo interessi in particolare, salvo il sesso forse,
dove tra alti e bassi davo tutto me stesso.
Abitavo in un monolocale sporco da tre anni ma comodo e centralissimo, avevo pochissimi amici ma buoni, e un gatto di nome Ermione che passava intere giornate a guardare la tv: non si muoveva dal divano,
nemmeno se c’era una parata di topi su vassoi di cristalli o sogliole in bella mostra nella sua ciotolina rossa. Era un gatto pensionato, che si godeva la vita semplicemente da uno schermo invece che viverla
