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Inizio di un romanzo che non ho ancora in mente - di Ruben Aronti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 20/12/2007 alle ore 15:06:04

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

I nervi sono tesi, il vento soffia gelido sulla pelle, punge, fa tremare e battere i denti.

Come se non bastasse il freddo che ho dentro non mi abbandona mai, nemmeno quando rientro in casa e mi richiudo alle spalle la finestra del balcone.
E’ quasi buio, un’altra notte gelida, il sibilo del vento non fa che aumentare la mia paura.

Sono inquieto, preoccupato, almeno sapessi il perchè.
Ma l’angoscia ormai è mia compagna, non mi abbandona mai, fedele come la più leale delle amanti.
Le piaccio di brutto, perchè non mi lascia un attimo.
Allora penso che forse c’è un motivo se ha scelto me.
Smetto di tremare, faccio un bel respiro a pieni polmoni.
Accendo una sigaretta, faccio due passi in casa senza sapere dove andare, mi fermo davanti allo specchio.

Che faccia. La mia.

Prendo il giubbotto dall’appendiabiti dietro di me, continuo a guardarmi nello specchio mentre lo indosso.
Aspiro una profonda boccata di fumo dalla sigaretta, l’angoscia torna a farsi sentire, fa tremare, mi ricorda l’appuntamento, ormai manca poco.
Da più di una settimana non penso ad altro, ora quasi ci siamo, finalmente.
«Se in paio d’ore sono di nuovo a casa, significa che tutto è andato bene», penso tra me».
Altrimenti... altrimenti è il peggio, e prima o poi credo si presenti comunque.
Spengo la sigaretta nel posacenere, la premo con cura, giusto per prendere tempo, perchè ho paura.
Ma mica posso darlo a vedere, altrimenti parto male.
Penso di fare un altro bel respiro, ma ci rinuncio, lascio perdere, tanto non cambierebbe nulla.
Resterei in casa volentieri questa sera, se non fosse che...
Che devo uscire, non ho scelta, e l’idea del vento gelido che mi soffierà in faccia mi fa rabbrividire.
Spengo la luce, chiudo la porta, scendo le scale, esco in strada.
Buio, freddo, umidità che penetra nella carne, nelle ossa, nell’anima.
Tanto quella non si riscalda più comunque, non dopo tutto quello che è già successo.

Allora inizio a camminare, con le mani in tasca per il freddo, avrei dovuto prendere i guanti, però maneggiare la pistola con i guanti non mi è mai piaciuto.
Spero non sia necessario, lo spero sempre, ma ogni tanto accade di doverla usare.
Insomma... forse avrei dovuto scegliermi un lavoro più tranquillo.
Forse avrei potuto fare tante cose, ma il fato ha deciso diversamente per me, è l’angoscia a ricordarmelo.

2

Questo lavoro decisamente non mi piace, e mi porto dentro l’apprensione di quando si deve fare qualcosa pur non avendone nessuna voglia.
Non è per niente bello, ma non si può fare altro.
Così mi dico, sperando di avere torto.
La mente è in luogo, lontano ed irraggiungibile, il corpo in un altro, vicinissimo ed ostile, avverso.
Ma vai avanti lo stesso, perchè senti che se ti fermi non avresti più la forza di inventarti nulla per tirare avanti, e sei consapevole che non sei alla fine, quindi peschi un po’ di speranza dalla riserva di emergenza.