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Il segreto di Anna II Parte FINE ) - di Maria Pia Damiani

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/04/2007 alle ore 16:17:59

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

All’Opera Pia la realtà non era quella ufficialmente esportata. Ripensandoci ora, assomigliava ad una specie di lager, dove era dato sfogo agli istinti più biechi della natura umana. Bastava poco per essere picchiate duramente, per subire le punizioni più terribili. Dalla più piccola alla più grande nessuna veniva risparmiata. A ventun anni, che era la maggiore età, l’ospitalità scadeva e ci congedavano.
Suor Matilde se l’intendeva con Suor Matrigna, così avevamo soprannominato la madre superiora. La loro depravazione arrivava al punto di obbligare qualcuna di noi a partecipare ai loro convegni. Eravamo tante pollastrelle d’allevamento, messe lì a loro uso e consumo. Ma questo è niente. Ogni tanto in quel recinto accadevano strani incidenti, tutti attribuiti alla sfortuna o a strane malattie. Persino qualche decesso. Vedevo le più grandi parlottare tra loro e intuivo che dovevano nascondere qualcosa di grave. Ma nessuno aveva il coraggio di parlare.
- Solo in seguito alla storia di Clara e Marilena compresi e collegai tutti i fatti.
Non esistevano incidenti, né decessi naturali, ma solo torture ed omicidi. Avevo 13 anni quando me ne resi conto, testimone diretta dell’omicidio di Marilena prima e di Clara dopo.
Ora mio caro Dottore le dirò come le mie due amiche furono uccise.
Ricordo una mattina d’Aprile. Il giorno prima era piovuto e nel cortile dell’Istituto c’era ancora qualche pozzanghera. L’aria frizzantina ci pizzicava la pelle ma era tersa e noi eravamo contente, perché si andava tutte in pellegrinaggio all’Acquasanta.
Suor Matrigna ci voleva vedere pronte ed in fila, molto prima della partenza, per il solito discorso pieno di raccomandazioni, di moniti e castighi, nel caso noi in qualche modo avessimo intenzione di sgarrare. Avevo notato che Clara e Marilena non erano lì con noi. Mi dispiaceva che fossero punite. Con una scusa mi allontanai per andarle a chiamare.
Risalii la scalinata dell’atrio e percorsi il lungo corridoio dove si affacciavano le camerate. Entrai nella loro. Non c’erano. Delusa stavo ritornando sui miei passi, quando dai bagni udii un vocio. Andai a vedere: Erano lì. Si stavano baciando, come fanno i fidanzati in un film. Pensai che certamente imitavano suor Matrigna e suor Matilde
Ero confusa, non sapevo che fare. Il mio indugiare mi permise di intercettare un rumore di passi che si avvicinava. Volevo appurare di chi fosse e mi sporsi appena dalla porta per sincerarmene.
La visione che mi apparve mi pietrificò. Era suor Matilde, che con la sua figura massiccia avanzava lungo il corridoio, ispezionando le camerate. Rientrai subito in bagno e chiamai a bassa voce le due compagne. Queste però erano così intente a scambiarsi effusioni che non mi accusarono.











La suora, al contrario, doveva aver sentito qualcosa, perché si precipitò subito da noi. La sua grossa ombra, coprendo la luce proveniente dal corridoio, dilagò nel bagno dove ci trovavamo.
Io mi acquattai alla parete.
- Ma brave, vedo che impiegate bene il vostro tempo, - disse con un sorriso mellifluo, sfoderando da uno dei suoi tasconi la “cinghia delle punizioni”, da cui non si separava mai.
Le due ragazze stavano ancora abbracciate. Erano pallide ed avevano gli occhi sgranati.
- Non vi siete ancora stancate di starvene appiccicate? - urlò suor Matilde fremente di rabbia. - Vi consiglio di cominciare ad abituarvi, perché da questo preciso momento le vostre strade si divideranno mie care.
Si avvicinò, rivolgendosi a Clara: - Tu, per cominciare, passerai la notte tutta sola nella stanza che...ti piace tanto.
- Non penserete davvero di chiuderla nella stanza buia, - disse Marilena. - Sapete benissimo che Clara soffre di claustrofobia, ne morirebbe.
- Mia cara, la vita è fatta anche di dure prove e... Voi con il vostro scandaloso comportamento dovevate aspettarvela...Una bella punizione. Quanto a te, paladina dei miei stivali vedrai la bella sorpresa che ti ho riservato.
- Avanti, fuori di qui! - intimò poi, tirando Clara per un orecchio.
- Non le permetto di farle del male. La lasci ! - La voce di Marilena pareva soffocata per l’angoscia, mentre Clara si lamentava senza parlare.
Ma suor Matilde non mollava la presa ed allora Marilena cercò fisicamente di liberarla. Clara ad un tratto, come risvegliata dal torpore, gettò fuori la frase che segnò il destino di entrambe:
- Proprio tu vieni a fare a noi la predica. Tu che sei una vera fottuta lesbica e te la fai con quella vecchia. Che schifo. Vi ho viste come vi sbattevate, altro che preghiere!
Quell’accusa suor Matilde se l’ascoltò bloccandosi come in una fotografia.
Marilena ed io, trattenemmo il fiato.
L’esplosione di rabbia di suor Matilde non si fece attendere: Con l’enorme forza che aveva, mollò un ceffone a Clara facendola letteralmente volare e sbattere contro lo stipite di una porta dei bagni.















La ragazza si ritrovò per terra priva di sensi. In quel momento Marilena, che aveva assistito impotente alla scena, per la rapidità con cui era avvenuta, si mosse per controllare lo stato della sua amica ma suor Matilde ancora non paga di quello che aveva fatto, rivolse la sua ira verso di lei e prese a colpirla con la cinghia. Una, due, tante volte la colpì, rintuzzando con le sue sferzate ogni tipo di reazione della ragazza.
La sua era la furia di una bestia assetata di sangue e quando il sangue cominciò a sgorgare copioso dalla testa di Marilena io, che fino a quel momento ero rimasta come paralizzata dalla paura, urlai con tutta la forza: - Basta. Così l’uccidi!
Suor Matilde smise di colpire e ancora ansimante per la fatica e l’eccitazione del suo misfatto, si voltò verso di me.
- Vai immediatamente ad avvisare la Madre superiora.
Ma io non volevo muovermi. Mi sentivo coinvolta in un’azione scellerata. Con lo sguardo andavo da suor Matilde alle mie due sfortunate compagne, immobili lì per terra.
- Anna ti ho detto di andare, o devo pensare che sei d’accordo con loro, - mi disse ancora la suora fulminandomi con lo sguardo.
Così corsi giù, ad avvisare.
Nell’atrio c’era molta confusione. La madre superiora stava dando ancora disposizioni alle consorelle.
- Madre, suor Matilde vuole che vada su. E’ successa una brutta cosa.
Lei mi fissò incredula, poi portando gli occhi al cielo farfugliò qualcosa, si staccò dalle altre e si diresse con passo svelto al piano di sopra.
Approfittai della confusione per seguirla e controllare di persona cosa le due arpie avessero intenzione di fare.
La vidi percorrere il corridoio con andatura sostenuta là dove suor Matilde era ad attenderla. Le due suore si trattennero brevemente a confabulare e poi insieme si introdussero nel luogo del misfatto.
Mi avvicinai ancora, con circospezione, tanto da udire e vedere quanto avveniva lì dentro.
Le due ragazze giacevano per terra ancora immobili.
- Di nuovo, l’hai fatto di nuovo? Ti avevo pur raccomandato di trattenerti, di contenere la tua rabbia. Ma niente, tutto inutile con te, - l’ammonì la superiora assistendo alla scena.














- Io...Mi hanno provocato, ecco. Non potevo agire diversamente.
- Fammi vedere...- La superiora controllò Clara. - Ha perso i sensi, deve aver battuto la testa, - commentò scuotendo il capo. - Vediamo l’altra.
Si avvicinò a Marilena, le girò il volto che era nascosto dai capelli macchiandosi le mani di sangue. - Ma questa ragazza è morta. L’hai uccisa! Ora come faremo a giustificare...Tu, tu devi proprio essere pazza Matilde.
Io ero inorridita. Mi ficcai le unghie nelle braccia per non urlare.
Dopo un momento di riflessione, suor Matrigna prese la sua decisione.
- Svelta, - disse all’altra - caricatela sulle spalle e gettala dalla finestra.
- Ma ...io veramente...
- Zitta, impiastro! Mentre la getterai ci metteremo ad urlare, così le altre dal basso accorreranno e testimonieranno che è stato un incidente. Non c’è scelta.
- E l’altra? L’altra ha visto qualcosa?- aggiunse.
- No, è svenuta prima che accadesse.
- Bene.
- Quando si sveglierà e chiederà una spiegazione, non ci saranno problemi a fornirgliela. Presto ora, non perdiamo altro tempo.
Io, purtroppo, che vidi ogni cosa, non ebbi la forza di intervenire. Mi sentivo senza forze e paralizzata dal terrore.
Il cadavere fu sollevato dalla forzuta Matilde e gettato giù come un rifiuto. L’urlo di entrambe irruppe nell’aria.
Era fatta. Le altre erano accorse e avevano visto ed udito ciò che la superiora aveva preventivato. Mi domandai se quell’ultima violenza si fosse resa proprio necessaria, visto che nell’istituto si contrapponevano due fazioni: da una parte le vittime, dall’altra le aguzzine.
Dopo la crudele sceneggiata, furono espletate le formalità di rito.
Vennero avvisate le forze dell’ordine per effettuare i rilievi del caso. Il loro medico di fiducia esaminò la vittima e poi compilò il suo referto: trattasi di morte avvenuta a seguito di suicidio.
Pareva tutto scontato, grigio e facile. A nessuno dei funzionari presenti sorse il sospetto che forse non tutta la storia raccontata fosse vera.















Probabilmente, il contesto in cui si era consumata la tragedia, unito alla presenza “spirituale” del potente Cardinale, avevano avuto il loro peso.
Così se ne andarono il più presto possibile, senza nemmeno predisporre la richiesta per l’autopsia.
Il triste fatto si focalizzò sulla morte di Marilena, senza che nessuno tirasse in ballo anche Clara. A proposito, ma che ne era stato di lei?
Nella settimana che seguì, aguzzai vista ed orecchie per carpire qualsiasi informazione sul suo conto, pronta a non lasciarmi sfuggire le occasioni per svolgere le mie ruspanti indagini.
Le “voci di corridoio” sostenevano che Clara si rifiutava di mangiare e la sua debolezza era tale, che ormai non riusciva più ad alzarsi.
L’avevano sistemata in una cameretta appartata, situata al piano attico. Notavo che da quelle parti negli ultimi tempi c’era un insolito via vai.
Seppi la verità quando forse per volontà del destino mi trovai ad ascoltare un interessante colloquio, intercorso fra il medico che aveva stilato il referto di morte di Marilena e le due arpie.
Costui era un certo dott. Aliprandi, un tipetto grassoccio, dal colorito rosato come quello di un maialino. Lo ricordo sempre con indosso un cappello ed il panciotto.
Un giorno fu chiamato per visitare Clara che si diceva fosse molto peggiorata. Lo vidi scendere i gradini che portavano all’attico, con la sua solita borsona in mano, accompagnato da una delle suore.
- Mi annunci immediatamente alla superiora - le diceva. E quella, con le mani sopra il ventre obbedì facendogli strada.
Io li pedinai con estrema cautela. Fu fatto accomodare nell’ufficio di suor Matrigna e nell’attesa che lei arrivasse, la porta rimase socchiusa.
Decisi di giocarmi una carta molto difficile. Dovevo infilarmi dentro e rischiando il tutto per tutto, nascondermi nel grosso armadio.
Aspettai che il Dottore si distraesse un attimo e ne approfittai. Dopo qualche minuto, giunse la Madre superiora in compagnia di suor Matilde, la quale si adoperò di chiudere con estrema attenzione la porta dell’ufficio. Ero certamente sistemata in buona compagnia.

















- Bene dott. Aliprandi, dunque voleva parlarmi, - domandò suor Matrigna mentre si scostava la veste per sedersi alla sua scrivania. - Ma si accomodi. - E poi rivolta all’altra, con tono di trattenuto rimprovero: - Anche tu.
Entrambi si sedettero. Il medico di fronte alla superiora, suor Matilde in un’altra sedia che aveva accostato a fianco della scrivania.
Con le mani appoggiate sotto il mento appuntito, costatato l’indugio dell’uomo, lo sollecitò: - Allora?
Lui tossicchiò. - Come ben sa , ho visitato la ragazza. La situazione è seria, presenta uno stato di grande prostrazione. Se non la ricoveriamo potrebbe morire.
- Non è colpa nostra se non vuole mangiare, - affermò suor Matilde.
- Il punto è un altro. Quella ragazza deve aver subito uno shock. Si lamenta e non parla. Sembra in uno stato di dormiveglia...Credo...Indotto.
- Dottore, non le permetto di fare strane insinuazioni! - esclamò risentita la superiora.
- Signora, io non insinuo niente, affermo! Oh...basta, non sono un imbecille. La verità è che quella ragazza viene drogata e non essendo in grado di farlo da sola, la conclusione viene da sé. Dovete al più presto mandarla in ospedale, altrimenti sarò costretto a prendere i dovuti provvedimenti.
Dottore caro - disse la superiora - improvvisamente siete diventato un uomo.
- Come vi permettete!
- Un uomo che sputa nel piatto dove fino ad ora ha mangiato...
- Appunto per questo. Improvvisamente mi sono rinsavito e perciò non voglio prestarmi più ai vostri sporchi giochi.
- Il Cardinale provvederà a farvi rimangiare le accuse. Vi rovinerà.
Suor Matilde si era alzata improvvisamente dalla seggiola passeggiando su e giù per la stanza, mentre suor Matrigna sembrava mantenere la calma.
- Certo, io non sono stato un grande esempio di coraggio e virtù. Ma porrò in atto ogni tentativo per difendermi, anche richiedere l’autopsia della ragazza morta.
Gli occhi della vecchia suora lampeggiarono. - So che non vi azzarderete. Avete ricevuto adeguati compensi in cambio delle vostre menzogne. Nessuno vi crederebbe mai. Non potete lottare contro chi già da tempo vi ha fagocitato. Siete arrivato in ritardo, avreste dovuto pensarci prima, molto prima. Ed ora...Se volete scusarci, - disse la vecchia suora alzandosi. - L’unica cosa che vi concedo è quella di non vedervi più. Disinteressatevi di noi e date le dimissioni fornendo le vostre prestazioni altrove.














L’uomo la guardava esterrefatto, ma quella specie di donna aveva ragione: Per troppo tempo aveva finto di non vedere, ottenendone in cambio enormi vantaggi. Ora se voleva rimediare avrebbe dovuto pagare un prezzo troppo alto per le sue tasche e senza la garanzia di punire i veri colpevoli.
- Bene, - concluse - ma da questo momento non avremo più nulla da dirci. Non voglio avere più niente da spartire con voi due e con tutto ciò che vi riguarda. Addio.
Il dottore si riappropriò di borsa e cappello e se ne andò.
Le due suore si avvicinarono e si scambiarono uno sguardo compiaciuto.
Io incominciai a temere che potevano scoprirmi.
Per fortuna, era ora di preghiera e tutte e due s’affrettarono ad uscire.
Trascorsero ancora un paio di giorni dopo quel colloquio ed eravamo tutte in refettorio, quando una sorella si avvicinò alla tavola centrale, dove pranzavano le nostre guardiane.
Dopo un mormorio, tutte si alzarono e ci ordinarono di ritornare nelle nostre camerate.
Seppi quasi subito di cosa si trattava. C’era stato un altro decesso. Si trattava di Clara. Quella volta decisi di disubbidire platealmente agli ordini. Dovevo vederla per l’ultima volta. Per offrirle almeno una preghiera. Mi diressi all’attico. Delle suore stavano parlottando davanti alla porta della morta. M’infilai nel mezzo e repentinamente entrai nella stanza.
Il nuovo medico scriveva qualcosa seduto davanti ad un tavolino. Le due arpie stavano vicine al lettino con aria contrita.
Mi avvicinai come un automa a quel corpo ricomposto, pur bello nel calco di marmo della morte. Suor Matilda stava per fermarmi, ma la madre superiora la bloccò all’istante con un gesto della mano.
- La ragazza vuole salutare la sua compagna. Vero, Anna? Concediamoglielo.
Il medico, un uomo smilzo e dalla chioma bianca, si era voltato sorridendo appena. - Brava, sorella - disse rivolto alla superiora - lei si, che ha buon cuore.
Quando tutto fu concluso, la sorella di buon cuore non si dimenticò di me. Mi mandò a chiamare perché aveva da comunicarmi qualcosa.
















- Vieni cara, non aver paura, non sono mica un orco!
- No, ma un’arpia si, – pensai.
- Mi dispiace tanto per la tua compagna, ma vedi che succede a non voler mangiare. D’altronde il dispiacere può uccidere e tu sai benissimo della fine di Marilena, di come loro due fossero...affezionate. Suor Matilde mi ha riferito che il giorno che tu...Che cosa hai visto esattamente quel giorno? – mi domandò tutto ad un tratto, cambiando il tono di voce. - A me lo puoi dire, sai. Voglio saperlo perché devo sincerarmi che tu non abbia perduto il senno come quelle due. Altrimenti, nel caso tu avessi una visione distorta della realtà, sarei costretta a curarti personalmente. Perchè tu sai come voglio bene alle mie bambine. Allora, che hai da dirmi a riguardo.
Avrei voluto gridarle tutto il mio odio e il mio disgusto. Ma non ne ebbi il coraggio. Ero nelle sue mani.
- Di quel giorno ricordo solo il corpo immobile di Marilena, che secondo quanto è detto, si è gettata nel cortile. Nient’altro.
- Bene. Ora puoi andare.
Me ne andai con la coda fra le gambe, schifata di me stessa. Mi sentivo come l’Apostolo Pietro, che tradì Gesù e come lui lo rifeci ancora.
Il giorno dopo, posteggiò in cortile una volante della polizia: Ne scesero in due, mentre uno di loro rimase ad attenderli in macchina.
Ricordo ora chiaramente quei due poliziotti, in particolare quello che conduceva l’indagine. Si trattava di un certo commissario Lorenzi, un uomo piuttosto giovane e robusto. Indossava un loden color verde marcio ed aveva i capelli lisci, di un castano dorato.
S’introdusse in mezzo a noi con gentilezza e cortesia, spiegando la loro visita come “una formalità”. Io, però, non ci credevo, al pari delle due arpie, dalle quali trapelava un certo, insolito nervosismo.
I due poliziotti si trattennero lì per una buona mezz’ora, rivolgendo un sacco di domande un po’ a tutte. Domande che, in via diretta o indiretta, riguardavano i due decessi. Ad un tratto una compagna m’indicò col dito e lui si voltò fissandomi.
Mi sentivo sotto i riflettori messa in mezzo ai flussi indagatori del commissario e delle Arpie, a cui non era sfuggita la scena.
- Vieni qui, - mi disse il commissario, e poi rivolto a quelle due: - Posso parlare a tu per tu con questa ragazzina?
- Certamente, - gli rispose la superiora. - Non capisco, ma se lo ritiene necessario...











Il commissario non rispose e mi fece segno di seguirlo in cortile.
- Sai, - mi disse appena fuori. - A volte sarebbe meglio non tenersi dentro i dispiaceri. Fa bene confidarsi con gli amici.
- Già, - gli risposi - ma io non ho amici. Le uniche che avevo sono morte.
- Si, mi hanno riferito che eri legata a loro. Ma appunto per questo penso che tu sappia qualcosa di più delle altre. Se è vero, devi aver coraggio e parlare, per evitare che certe cose si ripetano. Secondo me, qua dentro si muore un po’ troppo spesso. Non ti pare?
- Vero. Ma io non so nulla di più delle altre. Fra poco lei andrà via ed io rimarrò qua da sola senza aver scelta. Mi spiace non poterla aiutare, ma preferisco pensare che domani, anche se in questo schifo di posto, potrò ancora respirare senza aver la bocca coperta di terra.
Lui annui. - Capisco. Vieni che ti riaccompagno dentro.
Ci salutò, congedandosi. Non lo rividi mai più.
Mi ritornò di nuovo in mente la figura di San Pietro.
Dopo il colloquio con il commissario, i miei sensi di colpa si manifestarono con tutta la loro irruenza, ma non potei farci nulla, avevo troppa paura.
Una notte fui assalita da una febbre intensa. Visioni spaventose mi aggredivano e io mi sentivo nelle spire dell’inferno a causa della mia omertà.
Al mattino, svegliandomi, non ricordai più nulla e il resto è a lei cosa nota dottore.
Lo psicoterapeuta l’aveva seguita nel suo racconto con un’attenzione morbosa.
- Che fine fecero le due arpie?
- Suor Matrigna morì pochi anni dopo il fattaccio, mentre l’altra solo qualche anno fa. Per la giustizia degli uomini rimasero impunite, per quella di Dio spero proprio di no.
- Come ti senti ora?
- Leggera come l’aria novella della primavera.
- Ti senti ancora colpevole per il tuo silenzio?
- Non so. Forse no...Ad ogni modo, penso di aver espiato abbastanza. Non è d’accordo anche lei?
- Certo. Nella tua situazione non potevi fare nulla, né prima, né dopo.
- Dottore, lei è stato splendido, - disse di gettito. - Mi ha liberata. La ringrazio tanto.













Quando Anna uscì dallo studio cominciava ad imbrunire. Colse le prime stelle in cielo, così brillanti di spiritualità, gli alberi con le foglie che sussurravano al vento, gli uccelli spensierati e liberi di librare le ali e una mamma che sorrideva al suo bimbo.
- Bene - pensò tirando un sospiro di sollievo - Forse è giunto anche per me, il momento di vivere.