Il Segreto di Anna I PARTE ) - di Maria Pia Damiani
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/04/2007 alle ore 17:30:26
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IL SEGRETO DI ANNA
Anna varcò la soglia di quel portone come ormai faceva da un paio di mesi, due volte la settimana, alla solita ora.
Era una donna di circa sessant’anni, dal fisico appesantito e dalla camminata lenta. Una donna pulita, ordinata ma dimessa, che aveva da tempo rinunciato alla sua femminilità.
Quel giorno si sentiva particolarmente provata. Il senso d’oppressione che da qualche anno le attanagliava il petto sembrava aver acquistato più vigore.
- Inutile. E’ tutto inutile. Non riuscirò mai a liberarmi dalla prigionia del mio malessere, - pensava, mentre si accingeva a suonare il campanello. - Giuro che sarà l’ultimo tentativo per cercare di vincerlo. Poi...poi sarà il destino a fare il suo corso. Non si può lottare contro i mulini a vento.
Suonò. Due minuti e una signorina la invitò ad entrare.
- Si accomodi pure in sala d’attesa, tra poco il dottore la chiamerà.
- Grazie, - e anticipando la giovane che stava per accompagnarla: - Stia comoda, ormai conosco la strada.
La camera era piccola, dotata di un salottino in simil pelle color testa di moro, col solito tavolino in mezzo e le solite riviste consunte. Qualche quadro di serie alle pareti raffigurante delle marine. Tutto in stile rigorosamente anonimo.
Lei era solita sedersi sulla poltrona posta alla parete che fiancheggiava la porta dal lato chiuso. Di fronte c’era una grande finestra, che dava su un cortile dove il panettiere sottostante depositava un po’ di tutto.
Non ricordava di preciso quando era iniziata la sua sofferenza, perché ormai era passato tanto tempo. Al contrario, le era rimasta indelebile la dinamica del suo primo attacco di panico.
Passeggiava con un’amica, quando questa si soffermò a salutare una suora. Mentre avvenivano le presentazioni, lei accusò un senso di nausea e un giramento di testa, poi cominciò a sudare freddo e il cuore ad impazzire.
Fino ad un certo punto riuscì a non farsene accorgere, ma poi i sintomi si fecero troppo forti, partorendo una paura che le offuscò la mente. Urlò e cadde per terra. La sua amica e la suora tentarono di soccorrerla, ottenendo un effetto ancora più nefasto.
Da quella volta fu sovente preda degli attacchi di panico, che manifestandosi improvvisamente senza un motivo apparente, le aumentavano l’angoscia e la vulnerabilità.
Solo dopo qualche tempo si accorse che quel tipo di fobia si scatenava ogni qualvolta i suoi sensi venivano a contatto con un elemento di tipo religioso: Poteva trattarsi di preti o suore, di un luogo di culto o di un riferimento anche indiretto alla chiesa.
Questo la spaventò ancor di più. Pensò di essere divenuta preda di una qualche entità malvagia. Si rivolse ad un esorcista, che escluse si trattasse di possessione.
All’iniziale sollievo si aggiunsero altre paure, come quella di avere un male al cervello o di essere diventata pazza.
Tale convincimento la obbligò a ricorrere all’aiuto di chi aveva sempre denigrato. Anna generalizzando, considerava neurologi e psichiatri alla stregua di maghi e chiromanti, con la differenza che si facevano scudo del camice bianco per nascondere meglio incompetenza ed ingordigia.
Ma se la vita ti mette alle strette, non si può fare i difficili e bisogna tentare di tutto per migliorare la propria situazione, anche scegliendo il male minore. La sua odissea ebbe così inizio.
I neurologi e psichiatri da lei consultati non fecero che confermare le sue opinioni. Ognuno di loro si espresse in base alla scuola di pensiero che rappresentava.
Il neurologo pensò ad una forma atipica d’epilessia. Gli psichiatri specializzati in disturbo ossessivo compulsivo, diagnosticarono un disturbo ossessivo compulsivo. Gli esperti di quello bipolare confermarono un tipico caso di sindrome maniaco depressiva.
Il risultato di tutto si tradusse nella prescrizione di un cocktail di farmaci a base d’antipsicotici, antiepilettici ed antidepressivi, che la fecero gonfiare come un pallone.
La nuova strada che quei dottori le avevano spianato in alternativa alle sue sofferenze, era di una anti vita, che la rimbambiva negandole coscienza e personalità.
- Si, - pensava Anna - mi avevano ridotto ad una cavia da laboratorio applicandomi il procedimento della “prova ed errore“ che adoperano per studiare le scimmie.
- Beh, adesso eccomi qui, all’ultimo mio tentativo, da questo psicoterapeuta-ipnotista tanto pubblicizzato dai media. Speriamo che non mi deluda e che riesca a scoprire la causa del mio male. Per ora l’unico risultato certo che ho avuto è di tirare fuori dei gran soldi.
La porta in quel momento si aprì. Era la signorina di prima. - Venga, il dottore l’aspetta.
Lui si era come al solito alzato per accoglierla e stringerle la mano.
Era un tipo alto e snello. Sulla cinquantina. Portava baffetti e un pizzetto che gli caratterizzavano simpaticamente il volto piuttosto scavato. I capelli erano radi, con una calvizie accentuata al capo sul quale aveva il vezzo di poggiare gli occhialini da vista.
- Oh, ecco qua la nostra Anna. Come andiamo, ci sono novità?
- Se allude ai miei disturbi, purtroppo no.
Lui sospirò. - Si accomodi là, - disse indicando il lettino e fissandola con occhi indagatori. - Non deve arrendersi mia cara signora. La vedo un po’ abbattuta oggi.
- Mi dia un buon motivo per non esserlo.
- Presto detto. Gliene do uno scontato. Guarire, scoprendo il perché del suo male. Ma deve avere fiducia, vera fiducia in me. Deve abbandonarsi alle mie parole, come un bambino nelle braccia di sua madre, come una barca nel mare dell’inconscio. Altrimenti questo “viaggio” non si potrà mai fare. Lei ha serrato a chiave dentro di sé il suo vissuto e poi l’ha nascosto. Adesso però si è formata una crepa nella sua anima dalla quale ogni tanto fuoriesce quel qualcosa che la tormenta. Dobbiamo scoprire di che si tratta, con tatto e con pazienza. Per affrontare meglio il nemico e perché solo scoprendolo interamente e affrontandolo si sconfiggeranno le paure, le angosce e...i sensi di colpa.
- Ora da brava, si sdrai. - Anna si sdraiò. - Respiri profondamente e lentamente. Ancora. - Dicendole cosi, le alzò le mani fecendogliele ricadere di botto. - Bene. Vedo che si è rilassata.
Smorzò la luce della lampada e si andò a sedere sulla poltrona posta a fianco del lettino, nella stessa direzione su cui stava adagiata la donna che, pertanto, non poteva vederlo in volto.
- Brava Anna, non aver paura e affidati completamente a me.- Il medico era passato al tu e la sua voce era calda, calma, rassicurante. Il tono monocorde. Le parole venivano ripetute più volte, con la creazione di assonanze e onomatopee.
- Ora hai sonno. Sonno, molto sonno e sei stanca, tanto stanca. Scivoli liscia sui pattini, su una strada bianca. Ti sdrai su una panca, bianca, stanca. Chiudi gli occhi, le palpebre pesanti...Cri, cri di grilli...Fruscio di foglie, sssss...Silenzio. Ora dormi, dormi...Tu stai dormendo.
Anna era pronta per il viaggio a ritroso.
- Ti sei addormentata su un prato... Mentre dormi qualcosa sta uscendo da te. Qualcosa di leggero, che vola nel vento e va indietro, in un momento lontano dov’è accaduto qualcosa d’importante. Non sai ancora dove sei, ma stai per arrivare dov’è accaduto ciò che cerchi...Ecco sei arrivata....Guarda il luogo...Guarda se c’è qualcuno intorno...Ora sei arrivata alla meta. Dimmi dove ti trovi e con chi sei. Dimmelo.
- Io...Sono seduta davanti ad un lungo tavolo, so che c’è gente intorno a me ma non riesco a vederla, né a sentirla.
- Ma cosa stai facendo? Guarda con attenzione.
- Sono seduta in refettorio, è ora di pranzo, ho fame ma non voglio mangiare perché mi fa schifo.
- Se hai fame, perché ti fa schifo, ti senti male?
- No...no. E’ marcia, ha i vermi!
- Che cosa ha i vermi, cerca d’essere più precisa.
- No...no non voglio, voglio tornare...tornare.
- No, questa volta non te lo permetterò. Dovrai andare avanti e non mi farò impietosire. Dimmi dove sei. Avanti, coraggio!
L’atmosfera nello studio era divenuta pesante. Anna, sdraiata su quel lettino, stava compiendo un viaggio che poteva costarle caro. Tremava e sudava scuotendo il capo da una parte all’altra, tanto che il dottore le teneva una mano.
La luce soffusa della lampada e la posizione dei due illividiva l’ambiente ricordando una funerea rappresentazione.
Era notevole il grado di responsabilità che stava assumendosi lo psicoterapeuta. Ma se voleva risolvere il caso di quella donna, non doveva desistere come aveva fatto altre volte.
- Dunque Anna, guardati intorno senza aver paura. Ci sono delle persone vicino a te. Chi sono queste persone? Perché ti fa schifo mangiare?
Anna respirò profondamente. Deglutì e si passò la lingua sotto i palato. Silenzio. Dalle palpebre chiuse si notavano i bulbi oculari roteare come a ricercare qualcosa o qualcuno. Ad un tratto ricominciò a parlare.
- Ci sono tante ragazze sedute a tavola con me, e intorno delle suore che girano come delle sentinelle. Non voglio mangiare perchè il mio cibo è marcio. Non è la prima volta che lo fanno...
- Chi lo fa? - le domandò il dottore.
- Le suore, - sussurrò la donna come per non essere udita. - Ci puniscono anche così quando non ubbidiamo ai loro ordini, o come dicono loro ...Alle regole.
- Ma tu che ci fai in mezzo a delle suore?
- Mi trovo in un posto per ragazze abbandonate. L’Opera Pia Giosuè Antinori. La mia mamma mi ci ha lasciato perché non poteva mantenermi. Altre sono orfane, altre ancora abbandonate perché messe al mondo per uno sbaglio di gioventù...Ci tengono fino alla maggiore età. Stiamo tutte lì, da quelle suore. Alcune sono indifferenti, insensibili al nostro dolore e mi fanno pensare al colore grigio. Qualcuna più comprensiva, mi ricorda il rosa...Ma ce ne sono due...La madre superiore...e la sua vice, che mi fanno pensare al colore della morte.
- Bisogna stare attente a non farsi notare da loro. L’importante è passare inosservate perchè se per caso si accorgono di te sei perduta. Ti tengono d’occhio e se sgarri appena, ti fanno o ti chiedono cose irripetibili. Ti obbligano a sottometterti e se non lo fai, rischi la morte della psiche o del corpo.
- Queste sono tue supposizioni?
- No, purtroppo no. Sono fatti. Se potessero, ci imporrebbero anche quante volte respirare. Sono due arpie!
- Mi dici i nomi di queste due arpie?
- Suor Maria Giovanna, che è la madre superiora, e suor Matilde la sua amante.
Suor Maria Giovanna è sulla sessantina. Alta e secca ricorda la matrigna di Cenerentola. Infatti noi la chiamiamo Suor Matrigna, - disse Anna con piacere. - L’altra, è sulla quarantina, ha il fisico di una sportiva e il cuore di una vipera.
- E’nata in quel luogo la causa del tuo male?
- Si. È nata lì. Dice Suor Matilde: “La vita in questa struttura deve essere il fiore all’occhiello del nostro Cardinale. Quindi, voi dovete comportarvi sempre in maniera esemplare. Niente di ciò che accade qua dentro dovrà mai trapelare fuori, se non che siete felici e che il Signore provvede tramite la nostra opera a fornirvi di ciò che vi serve. Altrimenti, sarete punite severamente. Prima di tutto da noi e poi dal cielo, che condannerà le vostre anime al fuoco eterno. Qualsiasi cosa, anche minima di cui verrete a conoscenza, mi dovrà essere riferita e non sarà da considerarsi tradimento, perché io ho avuto il mandato di vegliare su di voi e solo io so ciò che è bene e ciò che è male”.
Se qualcuna di noi infrange le regole delle suore viene punita. Siamo tanto abituate ad essere punite fra quelle mura, anche per un nonnulla, che pensiamo sia una cosa normale vivere in quelle condizioni. Quando però io mi ritrovo sola e ho modo di riflettere su tutto ciò, ritorno padrona dei miei pensieri e capisco che non è così che dovrebbero andare le cose. Guardo le stelle del cielo così brillanti di spiritualità, gli alberi con le foglie a sussurrare nel vento, gli uccelli spensierati e liberi di librare le ali, gli altri bambini a passeggio con la loro mamma e ho la risposta alle mie domande.
- Tutto quello che sta al di là del nostro “recinto” deve essere la vita. Quella che mi riguarda, è un’altra cosa.
Anna continuava ad essere agitata. Se pareva calmarsi, poi improvvisamente sobbalzava e ricominciava a tremare.
Lo psicoterapeuta pensò che forse per quel giorno poteva bastare. Aveva ottenuto il grosso risultato di comprendere la causa dei suoi attacchi di panico.
- Bene Anna, ora puoi ritornare indietro. Lentamente stai abbandonando quel luogo e appena schioccherò le dita ti svegl.....
- No! urlò inaspettatamente Anna. Voglio andare avanti, c’è ...qualcos’altro che devo sapere, che devo ricordare...
Il Dottore si era bloccato. Era la prima volta che una paziente reagiva in quel modo. La sua imperturbabilità, la sua corazza professionale, avevano accusato un duro colpo. Se i suoi colleghi in quel momento avessero visto l’espressione del suo volto senza conoscerne la ragione, forse avrebbero sorriso; oppure si sarebbero spaventati, ma certo non sarebbero rimasti indifferenti.
- Non voglio mangiare la minestra piena di vermi!
- Stai tranquilla, non la mangerai, - le assicurò il medico per non perdere del tutto il controllo della situazione e riappropriarsi della sua autorevolezza.
- Ora ritornerai qui da me.
Ma la donna ormai non lo ascoltava e proseguiva il suo cammino.
- No. Dove mi portate? Nella stanza nera non ci voglio andare. Giuro che mangerò, mangerò anche il mio vomito. Mio Dio aiutami, quando decidono...non c’è verso di far cambiare loro idea. Mi portano nella stanza nera, che non ha finestre e mi lasciano lì chiusa per tutta la notte.
La voce di Anna era un gemito quasi strozzato. Riprese fiato prima di ricominciare.
- E’ giorno, è ora di pranzo. Mi hanno liberata da quella stanza. Sono a tavola e sto mangiando la mia minestra marcia. Vedo lo sguardo beffardo e sadico di Suor Matilde, la piega crudele della sua bocca e tremo ricordando le percosse subite.
- In quante siete là dentro?
- Tante. Non ricordo il numero. Ci hanno diviso per età in grandi camerate. Ci sono bambine molto piccole, fino ad arrivare a quelle che hanno raggiunto la maggiore età e che debbono andarsene. Siamo tutte donne. Di molte non ricordo il nome, di altre nemmeno la faccia. Ma due di loro, le ricorderò sempre.
- Sono tue amiche?
- Si. Mi sono rimaste impresse per il loro altruismo. Sono molto unite e si vogliono bene. Clara e Marilena. Ecco i loro nomi.
- Vuoi descrivermele?
- Hanno più o meno la stessa età, quindici anni Clara e sedici Marilena. Clara è un tipino minuto, dalla pelle candida, ha i capelli biondi e porta le trecce. E’ il frutto indesiderato che una madre dai nobili natali ha partorito e poi abbandonato, perché il padre era già sposato e nessuno delle due parti avrebbe sopportato uno scandalo. Perciò sua madre, giovane ed inesperta, era stata “convinta” a sbarazzarsene abbandonandola dalle suore. Clara aveva un carattere orgoglioso e deciso che stonava con l’aspetto delicato.
Marilena, invece, era orfana e senza nessuno che potesse prendersi cura di lei. Quando era entrata in Istituto aveva già otto anni, e Clara, che era giunta lì da neonata, ce l’aveva dunque trovata. Era il classico tipo mediterraneo. Folti capelli castani e fisico formoso. Aveva lineamenti piuttosto marcati ma armoniosi, sensuali e la mandibola squadrata, da persona forte e volitiva, che le conferiva un certo fascino. Tra le due, a prima vista, pareva lei la dominatrice. Invece, la sua esuberanza era al servizio di Clara.
Clara, che era sempre stata solitaria, taciturna e tenace, aveva fatto un’arma del suo aspetto indifeso, generando in Marilena un forte senso di protezione, che col tempo si era consolidato a tale punto da essere ritenuto da entrambe dovuto. Erano diventate così inseparabili e si proteggevano a vicenda. Ma non sopportavano abusi ed ingiustizie e se potevano non negavano aiuto a nessuna di noi.
Improvvisamente dagli occhi di Anna cominciarono ad uscire lacrime silenziose.
- Non le dimentico, non le dimentico!
- E’ giusto non dimenticarle, ma perché piangere? Si saranno fatte la loro vita ed ora staranno assieme a figli e nipoti.
- Non ci sono figli, né nipoti e non ci saranno mai. Né modo di rifarsi una vita per quelle sventurate. L’unica che avevano è stata loro rubata.
Anna ora piangeva singhiozzando.
- Cosa vuoi dire con... rubata?
- E’ successo che...Deve essere successa una cosa orribile. Ne sono sicura, ma non riesco a ricordare. Forse ho paura di ricordare.
- Coraggio, non devi temere nulla se vuoi guarire, - incalzava il dottore, che ormai preso dal vortice di quel racconto, aveva perso la cognizione de tempo.
- Ecco...Io credo ...Sia... Colpa mia!
Quell’affermazione poteva essere un importante segnale. L’ammissione di una verità sempre negata dalla coscienza o rimossa, portava una nota positiva alla partita. La speranza che si sarebbe giunti presto al nocciolo della questione.
- Di che cosa t’incolpi?
- Sono una vigliacca. Non l’ho raccontato mai a nessuno per paura di fare la stessa fine.
- Hai assistito a qualche cosa di grave.
- Si.
- Cosa?
- Non riesco a vedere nulla. Non voglio vedere...E’ tutto così orribile!
- Non puoi fermarti proprio ora, vanificando tutte le nostre fatiche. Devi ricordare. In questo momento, tu stai vedendo ciò che è successo...
- Ferma, cosa fai, no. No! Così la stai uccidendo! - Anna urlava a piena voce. Aveva uno sguardo folle, gli occhi sbarrati guardavano qualcosa che non stava in quella dimensione.
- Calmati, calmati! - le intimò il dottore vedendola agitarsi, in preda ad un raptus d’autolesionismo. Si portava le mani al collo come volesse strozzarsi.
Per fermarla, il medico dovette alzarsi e agguantarla per i polsi.
- La donna tentava di divincolarsì, urlando la stessa frase: - Basta, lasciala stare. La stai uccidendo!
A quel punto due sonori schiaffoni le piombarono sulle guance, azzittendola.
Seguì una breve pausa, dopodiché la donna riaprì gli occhi e automaticamente si mise a sedere sul lettino.
L’uomo fu confortato dall’esito ottenuto. D’istinto, applicando un metodo poco ortodosso, era riuscito a riportarla alla calma.
Lei si guardò intorno con aria stranita. Poi, parve riconoscerlo e chinò il capo.
- Non ho potuto fare niente per impedirlo. Ma ho avuto paura... Paura di parlare, - disse pacatamente. – E’ solo colpa mia. Non dovevo lasciarmi intimidire.
Rialzando la testa, puntò lo sguardo diritto negli occhi del dottore.
Improvvisamente con entrambe le mani gli afferrò i lembi del camice, tirandoselo contro.
- Giuro dottore che volevo testimoniare per ottenere giustizia. Ma non mi è stato possibile. Quando avevo trovato il coraggio era ormai troppo tardi.
- Aspetti un attimo, - le disse, staccandole le mani di dosso e dandole una pacca sulla spalla, e di nuovo del lei. Si diresse alla scrivania e alzò il ricevitore.
- Signorina, abbia la cortesia di annullare il prossimo appuntamento. - E’ già qui? Ancora meglio. Glie lo riferirà di persona. Che cosa? Ma diamine! Che ho avuto una chiamata urgente ... che devo uscire. - E riattaccò.
- Ora... - disse con un lieve sorriso mentre ritornava da Anna. - Torniamo a noi.
Ha ricordato, vero, ciò che si portava dentro?
Lei annuì.
- Bene. Ora ricomincerà con pazienza tutto daccapo, spiegandomi dettagliatamente che cosa accadde a quelle due ragazze. Si sente? Oppure, è troppo stanca.
- Se lo ritiene necessario. Ma perché?
- E’ essenziale confrontare la versione che mi darà da sveglia con quella precedente. In questa maniera riempiremo i vuoti, ricostruiremo la verità e faremo ordine in noi stessi. Procediamo, dunque, con calma.
Anna si mise più comoda ed iniziò a raccontare.
- Quando ero ancora una ragazzina avevo circa otto anni, la mia famiglia si sfasciò. Mio padre se ne andò via con la sua amante, e mia madre rimasta sola con tre figli sul groppone, non aveva di che vivere. Poveretta, si dava da fare come poteva, puliva anche i pavimenti, ma non era sufficiente, i soldi erano pochi e quei pochi non sempre riusciva a guadagnarli.
L’unica soluzione che le si presentò, fu di lasciarmi all’Opera Pia Giosuè Antinori. Io sola, perché lì accettavano esclusivamente femmine. I miei due fratelli furono mandati ciascuno presso una famiglia, come si dice oggi, in affidamento. L’Opera Pia Giosuè Antinori godeva all’esterno di una buona fama anche perché era sotto il controllo e la tutela del Cardinale. Mia madre se ne fece una ragione.
Poiché erano consentite una volta al mese le visite dei familiari (per chi li aveva), per un po’ la mamma mi venne a trovare. Poi anche lei si fece un amante, che non voleva saperne dei figli altrui, e con un discorsino misero si accomiatò da me. Non la rividi più.
