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Il male dentro - di Ruben Aronti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/12/2005 alle ore 18:35:43

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

... "Tutta questa storia" ... è iniziata circa cinque anni fa, verso la fine di ottobre del 1999.

Era una sera come tante altre, mi annoiavo, ero in giro da solo con la mia auto, avevo voglia di pensare e di riordinare le idee. Con la mano sinistra tenevo il volante, il gomito appoggiato alla portiera, nella destra tenevo una Chimay che sorseggiavo con gusto. Andavo ad una velocità moderata che rientrasse nei limiti di novanta km/h sulla statale, dal momento che stavo bevendo e avevo una sola mano disponibile per la guida, andare più veloce mi sarebbe sembrato imprudente.

Mi ero rotto di ascoltare la musica della radio, così presi il nastro di Nebraska e lo inserii nell’autoradio. Le note del brano omonimo mi fecero sentire addosso una strana calma, il delirio dell’armonica mi faceva crescere la voglia di fare qualcosa, non avevo ancora bene chiaro in mente di cosa si trattasse, ma dopo un po’ realizzai. Le idee presero forma, erano rimaste confuse e disordinate nella mia mente, in attesa di essere messe in pratica. Quella sera lo capii. Mi ero sempre sentito frustrato nel dover fare l’operaio, a tredici anni smisi di studiare, ed iniziai subito a lavorare.

Mi resi conto ben presto che non erano altro che umiliazioni e bocconi amari da ingoiare, e i soldi, pochi, uno sputo confronto al dispendio di tempo e di fatica. Quando avevo terminato il servizio militare, speravo tanto potesse cambiare qualcosa, ma non era cambiato niente, speravo di poter essere considerato un uomo, ma mi consideravano ancora un bambino, un imbecille. Un operaio. Permaloso lo sono sempre stato, non c’è voluto molto per farmi accendere a dovere. Quella sera avevo capito cosa volevo fare, le note distorte e deliranti di Nebraska me lo suggerirono, potevo finalmente incanalare la rabbia e l’inquietudine che mi portavo dentro da sempre, in qualcosa che mi potesse far realizzare tutti i desideri che avevo in mente. Da piccolo non avevo rabbia dentro, non ne avevo motivo, solo malinconia, ma a lungo andare tutta quella malinconia si è trasformata in rabbia lucida e allucinata, in necessità di agire. Anche se la mlinconia che sentivo dentro già da ragazzino, mi ha sempre dato motivo di pensare. Pensare perché fosse capitata proprio a me. Un sottile e lancinante dolore, sempre presente.

Era una sera di un giorno feriale, non ricordo con precisione quale, non c’erano in giro molte auto, comunque me ne ricordo bene una. La vidi arrivare da dietro facendo dei sorpassi, nello specchietto retrovisore vedevo i fari che serpeggiavano nell’uscire e nel rientrare dalla corsia a velocità sostenuta, sentivo il rumore del motore su di giri quando si è messa dietro di me piuttosto attaccata, cosa che mi ha sempre procurato molto fastidio, quando un’ automobile si appiccica al culo della mia. Mi rende nervoso, e penso che chi mi sta dietro lo voglia fare apposta per farmi innervosire.

E c’è sempre riuscito. Chi stava alla guida si aspettava certamente che vedendolo così attaccato alla mia autovettura, io mi decidessi ad incrementare la velocità, cosa che invece non mi sfiorava minimamente. La serata era bella chiara, illuminata dalla luna, l’auto si decise a sorpassarmi e lo fece lentamente, per affiancarmi in modo che chi guidava mi potesse guardare a mo’ di scherno. Chi è quell’imbranato che rispetta i limiti di velocità, mi immaginavo di sentire l’uomo alla guida che lo diceva alla ragazza che stava al suo fianco. Anche l’uomo era giovane, avrà avuto all’incirca la mia età, ventisei anni allora. Mi guardò con un sorriso ebete come se guardasse un allocco, anche la ragazza sorrideva, certamente condizionata pateticamente dal suo lui. Io guardai nella loro direzione perché mi vedessero bene, e quando ne fui certo diedi un sorso alla birra, e feci cenno loro con la bottiglia come uno che vuole brindare. Il loro sorriso inutile sparì dalle loro facce, il ragazzo al volante si decise a sorpassare come si conviene e se ne andarono.

I gesti mi sono sempre riusciti meglio delle parole, era bastato un semplice sguardo accompagnato da poche espressioni per far capire al cazzone che non era il caso di fare il figo con la persona errata, lo recepì in modo celere e ne fui contento, anche perché non stavo andando ad una velocità così bassa da causare un rallentamento a chi mi seguiva. Se lui aveva fretta o voleva far vedere le prestazioni del suo ruggente motore alla sua bella, erano solo cazzi suoi, avrebbe dovuto limitarsi a sorpassare velocemente senza far tante scene. Come ho detto sono sempre stato permaloso, e gli sbruffoni non mi sono mai piaciuti, soprattutto quelli che è sufficiente che siano affiancati da una bella ragazza per fare le cose più stupide. Se a una donna piaci, gli piaci e basta, non c’è bisogno di comportarsi come un coglione per fare colpo.
Quella sera avevo capito cosa volevo fare, come dicevo, quella sera capii che tutta la rabbia e la frustrazione, tutta la noia che avevo provato fino a quel momento, erano state solo un tramite per portarmi verso quella direzione che avevo in mente di seguire da un po’ di tempo, anche se ancora non sapevo chiaramente come, e quella sera le idee presero forma. Di lì a poco avrei iniziato.

Mi tranquillizzò, mi rasserenò il fatto di avere capito che non mi ero rotto le palle per niente, l’accumulare rabbia per anni, il sopportare la noia, il provare frustrazione, il peso della malinconia che da sempre mi portavo dentro, erano state evidentemente delle fasi necessarie da percorrere per arrivare alla decisione che presi. Ero sollevato, contento, ritrovai la sensazione di non avere sprecato anni e tempo per niente, la sensazione opposta la vivevo quotidianamente in fabbrica a sgobbare e subire un’infausta condizione. Quella di operaio.

Mi fermai da una prostituta nigeriana e la invitai a salire, lei mi disse: cinquantamila bocca e figa.
Mi sorprese l’essenzialità del suo linguaggio, la sua padronanza dell’italiano era consona alle sue necessità. Forse. Andammo in un parcheggio poco distante che lei mi indicò, non fu un granché, non per colpa sua, ma la situazione non era delle migliori. Fare sesso in macchina poi non mi è mai piaciuto, ma la terza o quarta birra mi avevano messo addosso una forte eccitazione, e appena la vidi al bordo della strada sentii il desiderio così forte arrivarmi in gola, che mi fermai immediatamente rischiando quasi di farmi tamponare dalla macchina che mi stava dietro. Ricordo che accesi l’indicatore all’ultimo istante e mi bloccai bruscamente, tanto che al momento la ragazza rimase un po’ intimorita, ma si tranquillizzò subito quando le diedi il denaro e quando capì che non volevo altro che farmi una scopata. O comunque qualcosa che ci somigliasse. Impiegammo circa un quarto d’ora, c’erano anche altre macchine nel parcheggio, con alcune sue colleghe a bordo con altri clienti, e si allontanarono prima di noi, mi fece anche fretta quando sentì il rumore delle altre auto che si allontanavano. Probabilmente i suoi pappa le avevano imposto un determinato numero di minuti da dedicare ad ogni cliente e non di più, o forse aveva paura essendo rimasta sola con me nel parcheggio buio e distante dalla strada. Io devo andare, mi disse mentre ero sopra di lei, io devo venire, le risposi senza sarcasmo, stavo cercando di concentrarmi e ricordare situazioni erotiche più favorevoli, per fortuna sbrigai la pratica con pochi ulteriori colpi di reni, iniziavo a sentirmi a disagio anch’io in quella grottesca situazione, ma di farmi una sega quella sera non ne avevo davvero voglia.

Il giorno dopo andai al lavoro, come sempre, era un giovedì, ora ricordo bene, perché di giovedì il mio umore iniziava la sua metamorfosi, sentivo l’avvicinarsi del fine settimana che stava per arrivare, non avrei dovuto lavorare, e ho sempre avuto la speranza che come per incanto qualcosa di magico fosse successo nel week-end, qualcosa che avrebbe potuto permettermi di non fare più l’operaio, situazione che ho sempre vissuto come una condanna. La mia croce. Un tredici alla schedina del totocalcio ad esempio. Io e Dario, che lavorava sulla fresatrice in parte alla mia, avevamo fatto un dodici una volta, non vincemmo molto, sei o settecentomila lire a testa, ma tanto bastò per farci illudere che prima o poi il colpo giusto sarebbe arrivato, e avremmo smesso di romperci le palle in fabbrica. Ma il colpo buono non arrivò mai. Negli ultimi anni ci eravamo dedicati al superenalotto, che è diventato ormai la speranza nazionale due volte la settimana di poter cambiare la vita, ormai la schedina con il suo tredici sono passati di moda, ora si punta al sei, è svanito anche il vecchio modo di dire: è come fare tredici alla schedina. I tempi che cambiano.

Quel giovedì il mio morale era doppiamente sollevato, per l’imminente fine settimana e per via della decisione a cui ero arrivato a conclusione la sera prima, e la birra era stata il mio consigliere. E’ sempre stata una cosa che mi ha rilassato parecchio, andarmene in giro con l’auto, da solo, sorseggiando una Chimay, o una Ceres, o anche due, o di più. Mi distendeva i nervi, e il buio mi ha sempre aiutato a riflettere, di giorno mi è sempre risultato molto più difficile. Forse si tratta di una forma di psicosi innata, mi dispiaceva, e mi dispiace ancora oggi quando la notte termina per lasciare spazio alla luce del giorno, ho l’impressione che qualcosa di magico venga interrotto. Ma sono fiducioso, perché so che la sera inizierà ancora.

Da quel momento in avanti il mio buonumore non si sarebbe più dovuto lasciar influenzare negativamente dal pensiero del lunedì, il giorno per antonomasia più disgraziato della settimana, anche se il martedì è sempre stato molto peggio. Sì, perché il lunedì, anche se uno è con la testa altrove è in qualche maniera più riposato perché arriva da due giorni di totale libertà, al lunedì sera ci si sente contenti quando si ha finito una giornata di lavoro, si ha l’impressione di avere superato una prova, ma perché ci si rifiuta di fare i conti con il martedì mattina, che quando arriva ci si rende conto di non avere superato un cazzo di niente. E così erano passate le giornate fino a quel momento, le settimane, i mesi, gli anni, gli anni migliori della mia vita, quelli della mia gioventù erano stati sprecati malamente. Bastava solo questo pensiero per farmi accalorare dalla rabbia. In quell’ultimo periodo, sprecavo tempo all’interno di una polverosa officina meccanica, dominata dal rumore fastidioso della quantità di macchine utensili in funzione, e poi la sera, con la stanchezza addosso, e la rabbia migliore che era evaporata durante il giorno, non mi restava molto da fare. Tutti i buoni propositi della mattina si rendevano evanescenti. Per non parlare di quelle mattine che mi alzavo già incazzato e con il sangue tra i denti, al pensiero di dovermi rinchiudere nel solito polveroso capannone per tutta la giornata. Quando la schiena la sera non canta, si prova frustrazione, perché nonostante la fatica non si è smosso nulla, si è sempre da punto e a capo. Era diventata un’ossessione la mia condizione di operaio, orari da rispettare, ferie, sempre troppo poche, da concordare, arroganza e osservazioni da sopportare da parte di quei titolari che sono convinti che gli operai sono quella categoria di persone che è nata per derubarli. Per non parlare dei soldi, non ho mai sentito di un operaio che si è arricchito, almeno non con lo stipendio che percepisce.

E durante le fatidiche, interminabili, chi mai le ha inventate, otto ore di lavoro quotidiane, a denti stretti imprecavo, mi incazzavo, consumavo gran parte della mia energia vitale, maledicevo la sorte che mi aveva proposto un destino simile, non lasciandomi molte altre possibilità di scelta, per lo meno io non ne ho mai viste, nemmeno una, e non sono stato in grado di cercarne altre. Non potevo più sopportare oltre, e mi rincuorava il fatto di essermi deciso, di avere preso una decisione oltre tutti i parametri di buon senso, anche se per disperazione. L’ossessione della mia condizione operaia mi aveva reso ben difficile la visione del mio futuro, mi sentivo mancare il respiro solo al pensiero della parola "futuro". Per quanti anni ancora avrei dovuto sprecare i miei giorni a quel modo? Per quanto tempo avrei ancora consumato le mie migliori emozioni in un luogo cui sentivo di non appartenere? Dovevo agire, e dovevo farlo subito. Mi hanno sempre sfruttato fino ad ora, dodici anni che faccio l’operaio e non si cava un ragno dal buco. Mi hanno fregato, ma ora mi riprenderò tutto ciò che mi è stato negato. Mi dissi.

Avrei potuto mettermi a studiare, prendere una specializzazione, e poi? Fare l’impiegato? No, nemmeno questo rientrava nelle mie ambizioni, non avrei mai voluto nè mai sarei riuscito a "crescere professionalmente all’interno di un’azienda", queste le parole che sentivo dire da chi pensava e credeva, o ci crede ancora, di poter arrivare alla pensione sopportando una vita simile.

Io non ci sarei mai arrivato alla pensione a quel modo, e mai ci sarei voluto arrivare così.

Avrei potuto andarmene in qualche paese dei tropici dove magari si vive accontentandosi di poco, ma perché avrei dovuto andarmene? Solo perché qui le cose sono sbagliate a tal punto? Perché avrei dovuto scappare? Ai tropici ci sarei andato volentieri, ma con un conto corrente bancario di tutto rispetto, cosa che allora, a me mancava.

Ma avevo deciso, avrei iniziato a ribaltare la sorte del mio destino. Avevo due soldi da parte, troppo tanti per lamentarmi di essere morto di fame, e troppo pochi per combinare qualcosa di serio, ma per quello che mi serviva erano più che sufficienti.

Tempo prima, in una delle tante serate passate in birreria a lasciarmi cullare dai boccali di birra, e lasciare che questa potesse stordire almeno temporaneamente il senso di frustrazione che accumulavo durante il giorno, avevo conosciuto Miroslav, un albanese arrivato in Italia da poco più di sei anni, uno dei primi ad arrivare da noi, che anche lui, come me, era arrivato alla conclusione che continuando a fare l’operaio non si sarebbe arricchito, nemmeno in Italia, così intraprese un attività parallela.

Sapevo che lui poteva fornirsi di armi dal mercato nero, fu proprio lui che mi procurò il Remington a pompa 870 Marine Magnum calibro 12, la Colt Phyton, una buona scorta di proiettili, e mi fece omaggio di un pugnale, modello Gerber Mark II, con fodero in cuoio, e mi regalò anche una fondina ascellare per la pistola. Potevo iniziare a fare la mia guerra.

La mia prima banca da svaligiare l’avevo già in mente da tempo, ci avevo pensato non so più quante volte durante le interminabili giornate di lavoro intento a farmi devastare dall’insoddisfazione di non poter vivere secondo il mio vero istinto. Si trattava di una banca piccola, ma per farmi le ossa, per la mia prima volta, sarebbe andata bene. Era in provincia di Bergamo, la città dove sono nato e nel cui circondario avevo sempre vissuto. Il paese era distante circa quindici chilometri dal mio, un mercoledì andai dal medico, con una scusa banale riuscii a farmi dare tre giorni di malattia. Sapevo che, nonostante i rapporti con il titolare erano pessimi, non mi avrebbe mai mandato una visita di controllo dall’I.n.p.s. Gli orari in cui si è tenuti a farsi trovare in casa in occasione di malattia sono dalle dieci alle dodici, e dalle diciassette alle diciannove. Se tutto fosse andato come previsto comunque, io per le dieci avrei già dovuto essere lontano dalla banca e tranquillo, e quindi a casa.

Il venerdì mattina mi portai in zona della banca, parcheggiai l’auto poco distante ma quel tanto che bastava per non essere notata, era in un parcheggio insieme a tante altre. Inserii i proiettili nel fucile, ricordo ancora oggi quegli attimi, provavo una calma irreale mentre facevo scivolare i calibro 12 nel caricatore, con lo sguardo fisso sul fucile come ne fossi ammaliato. Indossavo un soprabito molto leggero e lungo fino alle ginocchia, ci nascosi sotto il Remington, e mi incamminai verso la banca. Era aperta da poco, sapevo che c’era una guardia armata, un signore che non aspettava altro che la pensione, spesso si recava nel bar poco distante per bere qualcosa, anche in servizio. Non doveva essere un granchè come vigilante, ma sia alla banca che alla società di sorveglianza probabilmente dispiaceva "farlo fuori" visto che gli mancava poco per arrivare alla pensione. Non potevo ancora sapere che ci avrei pensato io.

Sapevo che lui, avendolo notato altre volte durante dei sopralluoghi, subito dopo l’apertura della banca, rimaneva quei dieci minuti giusto per sincerarsi che tutto fosse a posto, giusto per far vedere agli impiegati e al direttore che aveva timbrato il cartellino, per così dire, poi andava al bar a bere un caffè e dai due ai tre bicchieri di grappa, e rimaneva per quindici minuti abbondanti nel bar. Una mattina c’ero anch’io nel bar, seguivo le sue chiacchiere che faceva con il titolare. Un signore sui cinquantacinque anni il sorvegliante, robusto, una bella pancia, un culone di notevoli dimensioni, capelli bianchi e viso sempre paonazzo, i capillari del naso sempre di un rosso vivido che parevano sul punto di esplodere, occhi grigi, un’ espressione da bonaccione. Aveva sbagliato lavoro. Arrivai in prossimità della banca con il mefisto sistemato a mo’ di copricapo, sapevo che non erano presenti telecamere esterne, c’erano ancora alcune banche di provincia in quegli anni che non brillavano in sistemi si sicurezza, e la porta di entrata veniva azionata da uno degli impiegati, tre in tutto oltre il direttore. Camminavo sotto il portico dove si trovava la banca, voltai il capo dalla parte opposta per non far notare troppo il viso attraverso il vetro quando fui davanti alla porta, suonai il campanello e muovevo il capo distrattamente, fingendo di esserlo e di guardarmi in giro come fanno tanti, mentre la mano destra teneva il Remington sotto il soprabito. Il cuore mi balzava nel petto, la gola si strinse, quando sentii la porta aprirsi elettricamente, con la sinistra tirai giù il mefisto sul volto, entrato in banca urlai: mettetevi a terra, tutti a terra!

L’unico cliente presente, un signore anziano, si sdraiò in modo diligente, saltai dall’altra parte del banco e gli impiegati erano titubanti, sorpresi e increduli, ma avevano iniziato ad obbedire. Il direttore, quello no, rimase in piedi con le mani alzate e gli occhi sbarrati, gli diedi un calcio nelle palle,sentii qualcosa di morbido sulla punta della mia scarpa, ebbe un forte colpo di tosse e si piegò in due cadendo a terra, volli infierire con un calcio nello stomaco e uno sulla faccia, iniziò a perdere vistosamente sangue, mentre cercava ancora di riprendere fiato dalla botta nei coglioni. Presi per il collo della giacca l’impiegato più giovane, lo strattonai e gli puntai il fucile dietro l’orecchio, presi un sacchetto di plastica che tenevo nella tasca dei pantaloni e gli dissi di riempirlo velocemente di soldi.

Prova a darmi le banconote che schizzano inchiostro, che ti vengo a cercare e ti uccido! Faceva cenno di no con il capo, sapevo che non mi avrebbe giocato brutti scherzi, era troppo spaventato, lui vuotava le casse e io lo tenevo sempre per il collo della giacca mentre guardavo che i suoi due colleghi restassero fermi sul pavimento. Quando uno si mosse appena, credo per la scomodità della posizione, diedi un calcio in faccia anche a lui e si convinse a rimanere fermo anche se scomodo, ebbe un sussulto ma cercò di reprimere i gemiti di dolore. Si sentivano ancora i lamenti del direttore, che continuava a tossire debolmente e sputava sangue dalla bocca, credo di avergli rotto qualcosa. L’impiegato fu abbastanza veloce nonostante lo spavento che provava, ne presi atto compiaciuto, dissi lui di azionare l’apertura della porta, e quando lo fece, con il calcio del fucile gli lasciai partire una sventola, da destra verso sinistra, un semicerchio, sentii una gran botta, un rumore piatto, cciacc, stramazzò al suolo privo di sensi.

Ero già fuori dalla banca e stavo correndo sotto il portico, quando sentii una voce alle mie spalle, fermati o ti sparo! Capii che era la guardia, rallentai bruscamente fingendo per un istante di fermarmi, mi abbassai sulle ginocchia e mi girai su me stesso, esplosi un colpo di fucile che centrò in pieno petto l’uomo che non avrebbe dovuto rientrare così presto dal bar. Cadde all’indietro come se avesse ricevuto una spinta, gli sparai da circa dieci metri di distanza. Morì sul colpo. Fu il primo uomo che uccisi. Due signore di mezza età che passavano di lì, si erano messe ad urlare terrorizzate nel vedermi uscire dalla banca con il fucile e sparare ad un uomo, avevo ancora sei colpi e decisi di vivere il mio show. Sparai due colpi, poi un terzo, contro un edificio alle loro spalle, il calibro 12 Magnum lasciò dei fori non indifferenti nel muro, una terza signora, giovane, carina, rimase per tutto il tempo allibita a guardare non battendo ciglio, mi ricordo bene la sua espressione, e provo ancora oggi dispiacere per averla spaventata, non so spiegarmi il perchè. Delle altre due non me ne fregava niente, come non me ne fregava nulla di avere rotto la faccia a due impiegati della banca, forse a tre, e di avere ucciso un uomo. L’avevo fatto istintivamente, e non ci volevo più pensare. Mi allonatanai indisturbato, raggiunsi la via piuttosto isolata dove c’era il parcheggio e la mia auto, tolsi solo il mefisto, per il resto camminai impeterrito di buon passo con il fucile pronto sotto il soprabito, e con la sacca dei soldi. Arrivai all’auto, me ne andai in una pensione, in un paese poco distante dal mio, l’avevo già guardata tempo prima, mi piaceva la posizione discreta, una pensione modesta, ma andava più che bene. Avvolsi il Remington nel soprabito e lo sistemai nel baule, il parcheggio dell’hotel era dietro questo e nascosto completamente dalla strada, una recinzione metallica con il cancello delimitava la proprietà dell’hotel stesso, due stelle!

C’era una bella signora alla reception, capirai, reception un hotel a due stelle(!!!), che mi impressionò piacevolmente, una bella signora, dimostrava quarant’anni, uno più, uno meno, la tinta rossa dei suoi capelli le donava molto, più che rossi erano ramati, indossava una maglia di lana che doveva essere molto morbida, proprio come lei. Color lilla, aderente, metteva in risalto il bel seno, non grosso ma pieno, sodo. Arrivai vicino al bancone e vidi la gonna nera che indossava, piuttosto ampia, restai deluso, perché un busto così avrebbe dovuto essere sistemato su di un bel paio di gambe e dei bei fianchi, e avrei voluto notarli. Ma si trattava di avere un po’ di pazienza. Buongiorno, mi disse sorridendo, e fu allora che notai i suoi occhi verdi, penetranti, due fari che illuminavano l’anima, la mia. Lei capì che io la stavo apprezzando con lo sguardo, e fece un gesto lieve con il capo, credo fosse compiaciuta e non perse il sorriso. Buongiorno, vorrei una camera.

Si ferma per molto? Mi domandò garbata, credo di sì...ma non so esattamente per quanto...
Bene, continuò lei, le do la camera 11 che è la più spaziosa, c’è anche un piccolo salottino...
Mi limitai ad annuire compiaciuto arricciando le labbra. Dovetti insistere per darle un anticipo, i documenti obbligatori, mi accompagnò alla stanza. Bella, insomma, però pulita, luminosa, e poi la pensavo più piccola. Proprio di fronte al letto c’era la porta di un salottino con un’altra finestra, all’interno del salottino si entrava nel bagno. Nel pomeriggio passai da casa dove vivevo con i genitori a prendere i miei abiti, io vado, ciao. Mi guardarono stupiti senza sapere che dire, al momento non capirono nemmeno bene se andassi via per sempre o cos’altro, data la nostra mancanza di dialogo. Avevo per troppo tempo approfittato del fatto che si prendessero cura di me, mi ero impigrito, depresso e arrabbiato, dovevo andarmene, sarebbe stato meglio per tutti.

Tornato in hotel mi sdraiai sul letto prima di scendere per cena, pensai al fatto che alla mattina avevo ucciso un uomo, e non provavo nulla, proprio nulla. Mi chiesi come mai. Non trovai risposta.
Avevo ricavato una sessantina di milioni, spicci a parte, l’inverno l’ho assicurato anche senza fare nulla, pensai con soddisfazione.Lavorai ancora tre settimane prima di dare le dimissioni, i giorni migliori da quando ero operaio. Non mi importava più nulla della fatica, delle osservazioni del titolare, lo avrei mandato a fare in culo, ma decisi che non ne valeva la pena. Avrei potuto dargli una raddrizzata se solo lo avessi voluto, penso lo abbia capito da come lo guardavo, in modo strafottente e con aria di sfida, ma senza proferire verbo. Leggevo stupore nei suoi occhi quando lo guardavo a quel modo, e la smetteva di dire frescacce, la sola cosa che gli riusciva bene di fare.

Decisi che avrei cercato un altro lavoro, con tutta calma, avrei tirato lo stesso la fine del mese e anche del successivo, i soldi non mi mancavano, e la signora Cora, la titolare della pensione, si accontentava di un prezzo onesto. L’inverno era arrivato, e per la prima volta in vita mia da adulto, non me ne dispiaceva. No, perché la mattina potevo dormire fino a tardi dopo essermi licenziato, ed ero soddisfatto di essermi liberato dall’oppressione della condizione di operaio. Il mio tenore di vita continuava ad essere modesto, ma il primo periodo di quella che somigliava molto alla libertà, fu bellissimo, è un periodo che mi porto ancora oggi nel cuore, lo ricordo con affetto. La mattina dormivo fino a tardi, godendo come un matto per via del fatto che non ero più costretto ad alzarmi presto per immergermi nella nebbia e andare a farmi trattare come un imbecille in fabbrica. Per tutto il giorno non combinavo più o meno niente, pranzavo verso l’una dopo essermi alzato alle undici e fatto la doccia, nel pomeriggio non mi dispiaceva una pennichella, e poi la sera andavo a divertirmi fino alle prime ore della notte in locali sempre ben affollati di popolazione femminile. Ho avuto diverse esperienze, raccontavo loro che ero ancora operaio, ci vedevamo solo la sera, e per quel che ne sapevano non avevano nessun motivo per non credermi. Decisi di lasciar passare quasi tutto l’inverno senza agire oltre, lasciando a riposo il mio Remington, ma intanto avevo già iniziato a pensare che il mio secondo colpo avrebbe dovuto essere qualcosa di grosso, in termini economici almeno il doppio, e anche come efferatezza non avrei scherzato. L’istinto mi diceva così. Le persone mi hanno sempre trovato un ragazzo educato e dai modi gentili, ed è la verità, fino a quando mi girano le palle...e allora la musica cambia. Era dolce potersi permettere di non lavorare e constatare quanto poco tempo avessi effettivamente impiegato a guadagnare tanti soldi quanti non ne avevo mai avuti prima in vita mia. Ogni mese passavo nella banca dove avevo il conto corrente, a depositare i soldi necessari per pagare la rata dell’auto comperata usata, e la signora della pensione dove vivevo mi trattava quasi come un figlio, allora non l’avevo ancora scopata, anche se lo avevo desiderato dal primo istante che l’avevo vista. Avevo già preso di mira la prossima banca, e un tardo pomeriggio tornando da un sopralluogo, rientrando nell’hotel vidi

Cora che era impegnata a sistemare un foglio sul vetro dell’entrata: CERCASI UN LAVAPIATTI.

Mi fermai alle sue spalle, si girò sorpresa di vedermi, non mi aveva sentito arrivare, buonasera,mi esclamò, lasci perdere di cercare personale...lo ha già trovato! Le dissi, e non potevo pretendere di meglio, avevo il lavoro "in casa", era un lavoro umile, ma andava più che bene. Manovale per manovale, sgobbavo sempre meno lì che in fabbrica, e il trattamento era molto migliore. Lavoravo solo la sera, dalle otto all’una, per il pranzo c’era già una signora che se ne occupava, io ho sostituito il ragazzo che c’era prima di me. Dovevo pur giustificare in qualche modo, all’evidenza altrui, che non vivevo senza fare nulla. Per me andava più che bene, il mio lavoro ed il mio tempo libero coincidevano perfettamente con gli orari di apertura delle banche, quando erano aperte loro ero libero io, e potevo avere una copertura dal momento che avevo un lavoro, per poter eventualmente giustificare le mie entrate economiche. Anche perché non avrei potuto continuare a sperperare soldi, anche se non in modo eccessivo, senza avere un reddito anche minimo. Con i soldi che guadagnavo lavando i piatti, mi pagavo il vitto e alloggio da Cora, venni a sapere da lei che era divorziata, la figlia di quattordici anni l’avevo già conosciuta e la vedevo spesso lavorare con la madre. I rapporti tra me e Cora si fecero un po’ più confidenziali, mi lanciava certi sguardi che erano saette, mi faceva tirare l’uccello ogni volta che mi squadrava sorridendomi, sentivo un groppo chiudermi la gola, ma sostenevo sempre il suo sguardo.

Così, una fredda mattina di gennaio mi svegliai presto, da tanto non mi succedeva, da quando mi ero licenziato e non lavoravo più in fabbrica mi ero abituato a dormire fino a mezzogiorno, alzarmi alle sei quella mattina fu doppiamente tragico, avevo la sensazione che il bel sogno che stessi vivendo dovesse finire da un momento all’altro. Ma io volevo che continuasse, ne avevo la necessità. Ricordo che rimasi quasi mezz’ora in bagno, mi passai ripetutamente l’acqua fredda sul viso per svegliarmi a dovere, ero a digiuno, lo stomaco era contratto per la tensione, mi avviai verso la mia seconda avventura. La banca questa volta era in città, e la macchina dovetti per forza di cose lasciarla un po’ distante, nascosta, circa un chilometro dalla banca, mi portai appresso il solito soprabito nero lungo fino alle ginocchia, che quando indossato ci potevo nascondere sotto il mio Remington.

Arrivai a parcheggiare l’auto verso le otto e mezza, di lì a poco la banca avrebbe aperto, giusto il tempo per arrivarci a piedi. Avevo uno zainetto nero sulla spalla, appeso solo con una delle due cinghie, la mano destra in tasca del soprabito reggeva il fucile con la canna puntata verso il basso.

Mentre camminavo inquietamente tranquillo, cercai di riflettere per un istante a quello che mi apprestavo a fare, ma non avevo scelta, sentivo che dentro avevo tanta di quella rabbia con il mondo intero che non potevo trattenere, sebbene un po’ mi facesse paura non desideravo altro che farla uscire allo scoperto, volevo tutto e subito. Non mi fregava nulla di "realizzarmi" nel mondo del lavoro, facendo sostanzialmente una vita da stronzo per quel che mi riguardava. Arrivai in prossimità della banca che era aperta da poco, indossavo il solito mefisto a mo’ di cuffia, il fucile quando lo avevo comprato lo avevo richiesto coperto di un particolare trattamento, una resina, che avrebbe dovuto non farlo rilevare dal metal detector, ero curioso ed eccitato per vedere se funzionasse davvero. Funzionò. Arrivai alla banca, suonai il campanello all’entrata che fece aprire dietro il comando dell’addetto, la porta di un vano a forma di cilindro, una volta entrato si richiuse la porta alle mie spalle e si aprì quella che avevo davanti, abbassai subito il mefisto coprendomi il volto, imbracciai a due mani il Remington e sparai due colpi in aria, dei calcinacci si misero a cadere dal soffitto piuttosto basso, gridai ai clienti di stendersi a terra mentre sentivo le loro urla, e uno di loro che si dimostrò meno solerte degli altri, quattro in tutto, lo colpii con un manrovescio, o meglio, con il calcio del fucile, si mise prontamente sdraiato a terra, sanguinante e mezzo intontito, gli impiegati avevano intanto alzato le mani. Entrai nel loro spazio a cui i clienti non avevano accesso, al primo che mi si presentò davanti diedi una botta sempre con il fucile, questa volta gli spinsi il calcio sulla faccia, gliela spaccai, non osava lamentarsi dal dolore che provava mentre si stendeva al suolo con le mani sul volto, urlai agli altri di sdraiarsi a terra anche loro mentre a uno gli puntai la canna del fucile in pieno viso, dicendo lui di non fare scherzi se non voleva morire, e lo avrei ucciso davvero se non avesse obbedito, non avevo a quel tempo nessuno scrupolo se mi fosse capitato di sparare a qualcuno. Obbedì, era piuttosto spaventato, giovane quanto me, gli diedi una pacca sulla nuca con la mano, giusto per il gusto di farlo e per convincerlo ulteriormente del fatto che non scherzavo, consapevole di giocare come il gatto con un topolino. Premevo la canna del fucile contro la sua guancia mentre gli stavo di spalle e lo tenevo per il colletto della camicia, sebbene ero alla mia seconda volta avevo la netta sensazione di rivedere una scena già vista, mi sentivo già oltre l’apprendistato, lui svolgeva in modo diligente il suo compito, finito di svuotare le casse decisi di rischiare oltre, un groppo alla gola mi ricordò la mia forte tensione, e mi piaceva maledettamente... La cassaforte...gli urlai in faccia, lui rimase un attimo senza sapere che dire, il calcio del fucile partì istintivamente e arrivò sul volto di lui, facendolo sanguinare, il sangue gli colava in abbondanza dal naso sulla camicia, gli puntai prontamente il fucile in faccia incurante della sua ferita, lui prese le chiavi da un cassetto mentre lasciava tracce del suo sangue sul pavimento, e aprì una porta che sembrava comunicare con un’altra stanza, ma la porta nascondeva in realtà solo la cassaforte, grande quasi quanto la porta stessa.

Aprì anche quella mentre sentivo il cuore che mi rimbalzava nel petto, e tenevo ad un metro circa da lui il fucile puntato, tenendo d’occhio anche gli altri impiegati stesi a terra. Quello con la faccia rotta era riverso a terra mugolante, il mio bersaglio mise ulteriori pacchetti di denaro nello zaino che avevo dato lui, mi avvicinai e puntandogli il fucile nell’occhio gli dissi a denti stretti: prova solo a darmi le banconote con la vernice che esplode, e giuro che torno a cercarti, ti trovo, e altro che il naso ti rompo... Erano il mio incubo le banconote con l’inchiostro, che avevo visto solo nei film peraltro, lui era spaventato più che mai, si limitò a fare cenno di no con il capo muovendolo a fatica per via della canna del Remington premuta sul suo occhio. Un cliente aveva suonato per entrare, strattonai il mio ostaggio subito davanti a me, lo spinsi fino all’uscita, vicino al cilindro per l’entrata dei clienti c’era la porta di sicurezza che si apriva solo dall’interno premendo la maniglia antipanico, anche se in quel momento il panico era palpabile, quando fui certo che fosse aperta lo spinsi a terra in malomodo, il cliente che se ne stava fuori rimase con gli occhi sbarrati, paralizzato dalla paura, meglio così, pensai.Uscii in strada armato e incazzato, sentii delle urla ma non ci feci nemmeno caso, la cosa importante era che non avessi incontrato macchine della polizia, altrimenti non avrei esitato a sparargli addosso. Mi misi a correre in direzione della mia auto tagliando per alcuni stabili, in uno dei quali andai sotto il portico, ampio, nascosto da siepi circostanti. Assicuratomi di non essere visto, mi tolsi il mefisto, richiusi la cerniera dello zaino rimasta semiaperta, e con il Remington sotto braccio sempre nascosto dal soprabito arrivai alla mia auto. Lasciai il fucile in parte al freno a mano, pronto all’uso, e tolsi il soprabito mettendolo sotto il sedile di guida, istintivamente lo zaino lo spinsi sotto l’altro sedile, era bello gonfio, sentivo che sfregava nella slitta che sostiene il sedile.

Allacciai la cintura, mi accesi una sigaretta con una calma sprezzante, partii piano prendendo la direzione di casa, dopo un chilometro circa incrociai che andavano in senso opposto al mio due volanti a sirene spiegate, io mi congratulai con me stesso, e in mezz’ora circa arrivai alla pensione dove vivevo, sistemai l’auto sul retro dove la mettevo sempre, un posto piuttosto nascosto, sebbene l’albergo dava sulla strada, ma in una zona molto tranquilla del paese, comunque non particolarmente frequentato.

Avvolsi il Remington nel soprabito e lo sistemai nel baule dell’auto, ripetevo i gesti in modo automatico tante le volte che mentalmente li preparavo nei dettagli. Presi lo zaino e salii in camera, incrociai lo sguardo di Cora che mi sorrise, io la guardai eccitato, la volevo, lei colse il mio messaggio, ammiccò.

Andai in camera, buttai lo zaino nell’armadio senza nemmeno guardare i soldi, andai in bagno e mi guardai allo specchio, compiaciuto di me, feci un gesto di deciso rallegramento con il pugno chiuso e il braccio alzato, mentre avevo gli occhi spalancati e le mandibole che premevano, ero eccitato per il lavoro che avevo fatto, sentivo dentro di me una forza che non si prova tutti i giorni. Andai di corsa giù dalle scale e dissi alla titolare che era dietro il banco della "reception": signora, può salire per cortesia un attimo in camera mia che le devo mostrare una cosa?

Lo chiesi lei con il tono di uno che ha trovato qualcosa che non va, ma tutto andava bene, lei che stava parlando con un cliente mi guardò sorpresa, e quasi dispiaciuta che l’avessi interpellata per una rottura di scatole, avrebbe preferito mi fossi messo a parlare con lei per qualcosa di piacevole, ma non sapeva ancora della sorpresa che l’aspettava sotto i miei pantaloni. Mentre salivo le scale sentivo che lei diceva alla figlia di prendere il suo posto mentre lei si assentava, io andai in camera e richiusi la porta dietro di me, ero eccitato come non so cosa, l’erezione mi faceva sentire i pantaloni stretti, volevo che lei bussasse alla porta, e pochi istanti dopo lo fece.

Io aprii, con un sorriso gentile, lei entrò, aveva assunto il suo tono professionale, c’è qualcosa che non va? Mi domandò premurosa e sorridente, dispiaciuta che ci potesse essere qualche problema. Io richiusi la porta alle sue spalle, e la strinsi a me senza darle tempo di rendersi conto cosa accadesse, premetti le mie labbra contro le sue, voluttuosamente, gemendo, la mia lingua esplorava la sua cavità orale, fremevo dal desiderio mentre la mano sinistra teneva la sua nuca premuta, e la destra stringeva energicamente la sua natica sinistra. Indossava un tailleur piuttosto leggero nonostante il freddo, era ben riscaldato l’ambiente, al momento non reagì, non se l’aspettava, ma non si sottrasse, e rispose alla mia bramosia immediatamente con la sua, non aveva nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione di potersi fare una bella scopata con un ragazzo più giovane di lei, una mano sul suo sedere, e l’erezione che gli appoggiava contro il suo pube. Ci levammo i vestiti in un attimo, fu uno di quegli amplessi che ricordo ancora oggi dopo cinque anni. La presi stando in piedi, la sollevai e la feci appoggiare con la schiena alla porta, mi piaceva il suo sapore, il suo odore, lei soffocava visibilmente la sua voglia di emettere gemiti di piacere, l’avrebbero certamente sentita e non poteva permettersi che accadesse. Quando raggiunsi l’orgasmo la precedetti di poco, aveva timidamente tentato di farmi levare per non farmi venire dentro di lei, ma nemmeno il suo piacere era d’accordo. Appena finito si rivestì di tutta fretta, ansimante, e mi sorrideva, contenta di averlo fatto, complice, lo desiderava quanto me, ma non poteva certo fare la prima mossa lei, donna adulta con figlia a carico, con un cliente e dipendente della sua pensione più giovane di lei di quindici anni, avrebbe inevitabilmente corso il rischio di fare la figura della zoccola, anche se io non lo avrei mai pensato. Però l’ho pensato lo stesso, dal momento che lo scrivo. Si trattava di una bella donna nel fiore degli anni, con il cui marito si era lasciata perché lui aveva iniziato una storia con una giovane rumena.

Mi piaceva, eccome. Quella fu solo la prima di tante scopate memorabili con Cora, aveva naturalmente più esperienza di me, ed il piacere che mi ha fatto conoscere lei non l’ho più dimenticato.

Andò in bagno e si sistemò i capelli, dopo essersi rivestita, mi prese il viso nelle sue belle mani e mi diede un bacio sulla bocca, sorridendomi in modo partecipe, fece un gesto con l’indice appoggiato alle labbra per ricordarmi di non dire nulla a chiunque, forse il timore di scoparsi quello che poteva considerare un ragazzino le imponeva quel gesto, anche se io non mi sarei mai permesso di farne parola alcuna. Mi salutò a bassa voce e mi diede un ultimo sguardo sorridendo, prima di uscire dopo essersi assicurata che nessuno la potesse vedere mentre usciva dalla mia stanza. Fui io ad appoggiarmi alla porta dopo, feci un bel respiro annusando ancora il profumo di lei che era rimasto nell’aria, ero nudo, chiusi la porta a chiave e mi accesi una sigaretta, presi lo zaino e contai i soldi: 127.816.000 lire!

Porca troia! Esclamai incredulo, il gioco era davvero valso la candela, non che ne avessi dubbi, ma il rischiare oltre il dovuto intrattenendomi nella banca anche per la cassaforte, aveva dato i suoi frutti. Rimisi tutti i soldi nello zaino e andai a sedermi sulla tazza del bagno, pensai solo in quel momento che preso dall’eccitazione non avevo nemmeno usato nessuna cautela nell’aprire le fascette delle banconote, avrebbe potuto esserci uno scherzetto come quello della vernice, la mia ossessione, ma andò bene, erano tanti soldi, puliti puliti, pronti per essere spesi con le dovute cautele.Mentre fumavo la sigaretta mi appoggiai al muro alle mie spalle, compiaciuto della rapina e dell’amplesso da poco ultimato, e notai con piacere di avere un’altra erezione. Ma non potevo scendere di nuovo a chiedere alla mia neoamante di salire ancora, così feci da solo, pensando a lei, non impiegai molto, nella mia mente balenava il pensiero delle banconote, che già quello era motivo per godere, poi pensavo alla mia nuova esperienza, al fatto che era stato il nostro primo rapporto sessuale della nostra relazione. Dal momento che avevo capito dal comportarsi di lei, che ci sarebbero stati altri incontri, mi immaginai come potesse essere il primo rapporto orale con lei, cosa che sicuramente sarebbe accaduta appena avessimo avuto il tempo di avere un rapporto come si deve, non di fretta come poco prima anche se bello ugualmente. La mia mano seguiva gli impulsi della mia mente, e quell’atto di autoerotismo fu bello quasi come l’amplesso di poco prima, talmente avevo le narici sature del profumo di Cora.

Iniziai a frequentare un locale in città, uno di quei posti che dicevano di tendenza, un pub discoteca, non ho mai capito come chiamare correttamente quel tipo di locale. Si chiamava El Torero, era aperto da poco quando ci entrai la prima volta, gestito da due uomini, un tedesco e un argentino, e una donna spagnola, pensate un po’ che trio, uno più fuori di testa dell’altro, sempre pronti a bere insieme ai clienti, sempre pronti a combinare paraculate. Il tedesco ricordo che cambiava spesso taglio e colore ai capelli, tutte cose vistose, oggi verdi, poi rossi, una striscia di un colore e una di un altro, poi una vistosa rasatura intervallava i capelli, un personaggio letteralmente fuori di testa come il locale, era entrato talmente nella parte che non credo ne sia uscito più. Quello argentino era il più tranquillo dei tre, la donna poi vestiva sempre in modo ultracasual, non so come definire il suo abbigliamento, per nulla sexy o provocante, vestita bene, si vedeva, sempre con abiti nuovi, ma strani, eccentrici. Gonne lunghe a tunica con gli anfibi, maglie con dei colli molto ampi che sembravano sciarpe, i capelli sempre raccolti nei modi più disparati, sorrideva sempre ed era una gran chiacchierona, una forza della natura. Sono sempre stato convinto che durante i suoi rapporti sessuali fosse esclusivamente lei a dirigere il gioco. Fu proprio in quel locale, dove qualsiasi cliente diventava un amico, talmente l’euforia contagiosa che regnava sostenuta a dovere dai fiumi di alcol, che rividi Miroslav, scambiammo due chiacchiere e sin dalle prime parole ci capimmo subito, entrammo subito in sintonia. Mi raccontò di quando era giunto in Italia, ovviamente da clandestino, si accorse subito della bontà degli italiani quando comprò, non a modico prezzo, una falsa certificazione da un medico che attestava la sua permanenza da molto più tempo di quanto fosse in realtà, dandogli così la possibilità di rimanere qui e ottenere il permesso di soggiorno. Faceva ancora l’operaio, oltre alla sua crescente attività di trafficare armi, e aveva capito che sebbene avesse qualcosa in più che in Albania, il lavoro appunto, non si sarebbe arricchito. Non onestamente, almeno. Io, in un primo momento, dissi lui che anch’io continuavo a lavorare, in nero però, ed ero ufficialmente disoccupato. Parlando delle solite cose banali, dei soldi che non bastano mai, scherzosamente mi uscì questa frase: prima o poi mi metto a combinare qualcosa! A diavolo la legge!

Miroslav mi guardò, per nulla stupito, non vidi giocosità nella sua espressione e nei suoi occhi quando prontamente mi rispose: allora ci possiamo mettere in società!
Quella fu la lampadina che si accese, e che illuminò la nostra carriera criminale, breve ma intensa.

Neanche troppo breve. All’inizio entrambi mettevamo la nostra conversazione sul ridere, non sapendo ancora se poterci fidare l’uno dell’altro, fino a che una sera fu lui a rompere gli indugi, mi disse: domani passo a ritirare tutti i miei documenti nell’ufficio della cooperativa dove lavoro, lui lavorava per una di quelle società di lavoro interinale, da domani con le persone con cui avrò a che fare, io sarò per tutti Kalem.

Io capii il motivo, ma volli chiedere lui comunque il perché, volevo sentirmi dare la risposta che già conoscevo, mi disse esplicitamente che da quel giorno in avanti si sarebbe dedicato ad una attività alternativa, per così dire. Decisi anch’io di uscire allo scoperto,andare avanti da solo iniziava a essere imprudente, rapinare banche da solo non è la cosa più semplice da attuare, è troppo rischioso, e rischi per rischi, meglio essere bene organizzati.

Da ora in avanti, Miroslav lo chiamerò anch’io Kalem in ciò che racconto. Anch’egli era già organizzato, non era ancora arrivato alle banche, ma lui e i suoi tre amici avevano già intrapreso a gestire il loro commercio, trafficavano armi e cocaina, e avevano delle buone prospettive per gestire al meglio la prostituzione di alto bordo, le ragazze disponibili le avevano già. Erano agli inizi, ma promettevano bene, erano pieni di energia e di volontà, proprio come me.

Kalem rimase ammirato, quando gli dissi delle mie due rapine effettuate da solo, e quella sera stipulammo l’accordo che diede vita alla nostra società. Mi chiese in continuazione come avessi fatto, tutto da solo, senza appoggi esterni, senza autista, senza nessuno all’infuori di me stesso e della mia rabbia. E il segreto stava proprio lì, nella mia rabbia, la mia forza, mi dava il potere di ribaltare qualsiasi situazione mi si presentasse sfavorevole. Io non avevo ricordato lui nel dettaglio le mie imprese, fu lui che interrompendomi di colpo mentre parlavo, mi mise una mano sul braccio, allora hai ucciso tu quella guardia...poco tempo fa...sei stato tu...mi disse con espressione sorpresa sul volto ma per nulla intimorito, si...gli risposi, mi avrebbe sparato lui altrimenti...non ho avuto scelta...Avevo capito che Kalem, da quando ci eravamo conosciuti e durante le nostre conversazioni, non era tipo che scherzasse, sapeva ridere, e sapeva essere maledettamente serio e spietato quando lui riteneva il caso. Sapeva essere cattivo. Me ne resi conto quando per la prima volta insieme rapinammo una banca, la terza per me, la prima per i miei quattro soci, di cui Kalem a capo.

Noi non andiamo là per fare la guerra, disse poco prima di partire, ma se non fanno come diciamo noi...e purtroppo quel giorno non fecero come dicevamo noi. Facemmo irruzione nella banca approfittando dei momenti prima dell’ apertura, Kalem e i suoi avevano seguito qualche giorno prima come si svolgeva. Gli impiegati arrivavano ed entravano da un’ entrata sul retro, che sarebbe dovuta rimanere sconosciuta ai più, ma purtroppo per loro non andò così. Uno di loro aveva le chiavi, oltre il direttore, che arrivava in genere una mezz’ora dopo l’orario di apertura. Quella mattina Kasim, il nostro autista, se ne stava buono buono in macchina, a motore spento, parcheggiata in parte ad altre auto nella via secondaria della banca e per nulla trafficata, una strada stretta, poco scorrevole, se uno non ci fosse dovuto entrare per forza avrebbe certamente percorso una strada più agevole. Non era il caso di tenere il motore acceso, avevamo tutto il tempo. Entrammo praticamente con gli impiegati, appena arrivò quello con le chiavi li immobilizzammo, e noi a volto coperto li spingemmo dentro, uno di noi, Rocco, si appostò subito dietro la porta per aspettare il direttore, noialtri demmo subito istruzione agli sventurati di riempire di soldi le sacche che avevamo con noi. Purtroppo, il vicedirettore, quello con le chiavi di apertura, volle fare lo spaccone, forse per impressionare le due graziose impiegate, disse noi che non ci avrebbe consegnato nulla. Kalem lo picchiò selvaggiamente al rifiuto di lui, soprattutto quando tentò di reagire facendo sfoggio della sua capacità di arti marziali, inclinò le gambe e colpì Kalem con un pugno in volto nonostante questo gli puntava addosso il fucile, una vera e propria coglionata. Sono certo che se non ci fossero state presenti le due donne, il buon vicedirettore non avrebbe fatto la figura del cazzone e avrebbe collaborato, invece che farsi quasi ammazzare di botte sotto gli occhi di quelle due donne che fino a poco prima voleva stupire.

Un uomo alto, fisico sportivo, capelli corti e lineamenti decisi, tipicamente arrogante, sbagliò a fare il duro con Kalem, che non lo perdonò, lo lasciò quasi morto sul pavimento quando finì di picchiarlo. Mentro osservavo la scena, non battei ciglio, non mi dispiaceva, ad essere sincero, ma avevo timore comunque che Kalem lo volesse uccidere a quel modo. Poi demmo ordine ad un altro di consegnarci i soldi, e non fece alcuna obiezione. Pochi istanti dopo arrivò il direttore, prontamente immobilizzato da

Rocco che lo aspettava dietro la porta di entrata, quando vide a terra il suo vice ridotto a quel modo, mancò poco che svenne, se non ci fosse stato Rocco appunto, che lo teneva con un braccio per il collo standogli alle spalle, si sarebbe lasciato cadere.
Ci misero ben poco a riempire di soldi le sacche, il direttore terrorizzato aprì senza discutere la cassaforte che ne conteneva tanti altri, facemmo un bottino di tutto rispetto, mentre Gherim e Kalem tenevano sotto tiro con i Kalashnikov gli impiegati attoniti che non avevano nessuna intenzione di reagire, ma continuavano a guardare il vicedirettore steso riverso sul pavimento sporco di sangue che gli usciva dalla bocca, ogni tanto tossiva, aveva le costole rotte, ed era quasi incosciente, se non fosse stato per il suo essere allenato ed il fisico sportivo, sarebbe con tutta probabilità morto. Non avevo dubbi sulla decisione di Kalem, che quando diceva una cosa quella era, e non mi stupii più di tanto quando conciò a quel modo quel disgraziato. Aveva commesso la grossa sciocchezza di dare un pugno sul viso ad un uomo che gli stava puntando il fucile in faccia, era proprio un coglione, perché sono convinto ancora oggi che lo ha fatto esclusivamente per rendersi più coraggioso che mai agli occhi delle due graziose colleghe. Doveva esserne proprio invaghito, desideroso di apparire, per osare di reagire contro quattro uomini armati che non avrebbero esitato ad ucciderlo se avesse proseguito oltre il suo stupido ed inutile modo di agire, ma non ebbe modo di continuare oltre, Kalem lo convinse diversamente. Li legammo tutti mani e piedi con il nastro adesivo prima di andarcene, anche il disgraziato malconcio, a lui risparmiammo di nastrare la bocca come invece facemmo con gli altri, aveva il naso talmente pieno di sangue, che se gli avessimo chiuso la bocca non sarebbe più riuscito a respirare. A poco valsero i timidi tentativi delle due donne che ci dissero che se non avessero chiamato subito l’ambulanza il loro collega sarebbe morto, ce ne andammo pieni di soldi e basta. Uscimmo dal retro della banca in una calma irreale, era quasi giunto l’orario di apertura, non avevamo nessun timore di farci prendere, non avevano potuto dare l’allarme, e fino a che i clienti che sarebbero arrivati solo più tardi non si sarebbero insospettiti e chiamato la polizia, non sarebbe successo nulla. Entrammo in auto, Kasim accese come se nulla fosse e ci allontanammo, ci levammo subito i passamontagna ma tenevamo le armi cariche pronte in mano. Kalem si complimentò con me per la bellezza del mio Remington, disse che non era più riuscito a trovarne altri uguali, mi sorrideva in modo complice, ci intendevamo io e lui, avevamo le stesse idee sul come agire nelle nostre azioni, eravamo mossi dalla stessa cinica spietatezza.

Bene, quel giorno guadagnammo 236.809.000 lire, in meno di mezz’ora. Ci spettavano a testa 47.361.800 lire, dividevamo di comune accordo in parti uguali, ci accordammo così subito sin dall’inizio, perché anche se Kasim avevamo deciso dovesse essere l’autista, non avrebbe avuto esitazione a imbracciare il fucile, quindi iniziammo la società nel migliore dei modi, dividendo in modo equo tutto il ricavato del nostro lavoro criminale. Se fossimo riusciti a non litigare, questo ci si disse prima di incominciare, avremmo potuto guadagnare tutti e non ci sarebbero stati problemi di sorta...

 

Ultimo aggiornamento: 2011-06-16 14:13:31