Il delitto del luogo - di Gianluca Parravicini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/01/2007 alle ore 00:01:46
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-Vada sempre dritto, quando arriva al semaforo giri a destra per Carrega, poi sempre dritto e arriverà ai boschi di Carrega se vuole la posso accompagnare, tanto abito vicino.
E’ cominciato tutto così, una semplice indicazione stradale, un cielo grigio e confuso, l’aria di pioggia palpabile, lei non sembrava una ragazza del luogo, non aveva l’accento emiliano, non sembrava neanche italiana, e poi la sua carnagione era olivastra. Non ho fatto neanche un “pensierino” appena l’ho vista, non era il mio tipo e poi ho una moglie che amo, due figli meravigliosi. Ho dovuto spostare il giornale, la cartina stradale e i depliant del WWF per farla sedere al mio fianco, era una cosa imprevista, inaspettata, provavo anche un certo imbarazzo per la situazione, io, uomo fatto con una ragazzina di forse vent’anni. Lontano da Milano, lontano dal mondo ho subito pensato, che diamine, mi accompagna per un paio di chilometri e poi la scarico a casa sua, è una cosa che potrò anche raccontare ad Adriana, mia moglie, e finalmente andrò per i boschi, la mia passione.
-Le piace andare per i boschi?
-Si, molto, si consideri fortunata ad abitare vicino alla natura, per uno come me che abita a Milano la campagna è un luogo meraviglioso, non posso fare a meno tutti i fine settimana di andare per i boschi.
Dopo la svolta al semaforo sapevo di essere in prossimità della casa della ragazza, quindi non aspettavo altro che mi indicasse dove accostare. Procedevo con circospezione, dopo un chilometro la strada ha cominciato a salire e le case erano oramai tutte alle nostre spalle, cominciava ad insediarsi un panorama ondulato di alberi e prati a perdita d’occhio. Abbassando il finestrino ci si poteva “cibare” del cinguettio dei volatili e di tutti i mille rumori del bosco, qualche refolo di vento creava quel vitale dinamismo alle foglie rendendole così ancora più partecipi di questa festa della natura.
-Secondo me ci siamo persi casa sua?
-Non si preoccupi, mi piace stare qui in mezzo ai boschi.
Era sorto un problema, non sono mai stato un uomo dalle acute intuizioni ma quella ragazza mi stava menando per il naso... Ero anche un po’ impaurito da quella sua sicurezza, sembrava padrona della situazione molto più di me, i suoi occhi mi comunicavano oltre che il candore dei suoi anni anche una solare determinazione, ma non mi era ancora chiaro il suo reale obbiettivo. Non sono mai stato una persona desiderabile neanche da giovane, ora che sono sovrappeso e mezzo calvo, non credo proprio di apparirle un tipo affascinante. Lei se ne stava li, quieta, assorta, era quasi un peccato disturbarla.
-A quella rotonda se gira a destra può parcheggiare la macchina. C’è un sentiero, io lo conosco molto bene, dopo un pò si possono incontrare anche i camosci se si fa silenzio.
Non sapevo cosa risponderle, a questo punto mi era chiaro che mi voleva accompagnare anche nella passeggiata, era come se si fosse dimenticata di dover tornare a casa.
-Lei non ha proprio voglia di tornare a casa, mi dica la verità.
-Questi boschi sono anche casa mia, quindi è come se già fossi tornata a casa.
-Già!
Potevo a quel punto dirle, no ragazzina, adesso mi lasci in pace, sono qui per starmene solo, non ho nessuna intenzione di dividere con te questa passeggiata. Invece sono stato zitto, non so esattamente perché ho accettato di portarla con me, tutto era diventato così naturale, tanto che mi era quasi difficile anche darle del lei. Scesi dalla macchina, ho indossato gli scarponcini e in un silenzio che non sapevo comprendere ci siamo avviati lungo il sentiero.
-Se ti va possiamo anche darci del tu, io mi chiamo Attilio.
-Io sono Matilde.
-Ciao Matilde. Così questa sera quando tornerò a casa potrò dire a mia moglie che ho conosciuto una ragazza di nome Matilde.
-Se ti fa piacere...
-Certo, perché non dovrebbe.
-Bo, non lo so, così!
Tutto era meraviglioso, dal cielo le nubi aprivano il sipario e un pallido sole raschiava di luce la foresta, eppure sentivo dentro crescere una certa apprensione, mi sentivo osservato dalla vita, l’anomalia della sua presenza in quelle poche parole scambiate mi avevano rattristato. Forse voleva solo rendersi interessante, misteriosa, per poi raccontare alle amiche di questa passeggiata nel bosco con un uomo sconosciuto. Forse tutto era più semplice di quello che pensavo, sono sempre stato un apprensivo.
-Vai a scuola o lavori?
-Non faccio niente.
-Sei disoccupata?
-Diciamo così.
-Non sei una che parla molto eh...
-Quando sono qui non mi piace parlare, i boschi sono fatti per stare in silenzio, fuori di qui si parla anche troppo.
Aveva ragione. All’improvviso mi ero fatto stupidamente curioso, il silenzio mi ha sempre messo apprensione, non sono capace a stare zitto. Volevo telefonare ad Adriana ma ho preferito aspettare, eravamo sovrastati da una fittissima vegetazione, da qualche parte proveniva il gracchiare delle rane, i cardellini facevano la loro parte. L’operare dei nostri passi sfogliava tutte quelle pagine di meraviglia e incanto, poi Matilde si è fermata.
-Ho voglia di fare una pazzia. Che ne dici Attilio, facciamo una pazzia?
-Ma...cosa vuoi dire?
-Siamo in mezzo a un bosco, qua non ci viene nessuno, lo so. Siamo soli.
-Cosa vuoi dire con questo!
-Non fingere di non capire, hai capito benissimo, scopiamo no?
-Tu vuoi scherzare, io sono sposato, sono qui solo per....
-Finiscila, se non mi volevi con te, non mi portavi fino a qui. Tu mi vuoi, mi desideri da quando mi hai chiesto l’informazione per strada.
-Tu sei pazza, completamente pazza, mi fai ridere e basta...
-Tu dici?
Cominciava a sbottonarsi i pantaloni con quel sorriso ebete stampato in faccia. Cercava anche di assumere pose sensuali, poi si è tolta il giubbotto, sfilato il maglione, io ero lì come un fesso a guardare tutto questo. Non sapevo bene cosa dire, come comportarmi, speravo solo che quell’assurdo giochino smettesse al più presto. I pantaloni erano scesi all’altezza delle scarpe, le era rimasta addosso solo la biancheria intima.
-Sono qua, sono tua, dai non startene lì così, non mi fare prendere freddo, riscaldami.
-Tu sei malata.
-Chiama un medico allora. Ce l’hai già duro? Si, lo so che è duro!
-Finiscila, vestiti che ti porto a casa.
-Siamo già a casa mia, questa è la mia camera da letto, devo proprio spiegarti tutto...
-Guarda non so più cosa dirti, se è uno scherzo, dimmelo subito, altrimenti me ne vado.
-Senza aver consumato il piatto? O forse l’hai già consumato, forse mi hai già scopato, io magari non volevo, ma tu hai insistito, io ho urlato ma non ha sentito nessuno. Come è andata veramente, sai che non mi ricordo più....
-Adesso mi minacci? Perché mi fai questo?
-Ti voglio, solo questo.
-Smettila, cazzo!
Poi si è messa a urlare, gridava e correva tra gli alberi. Non sapevo più come comportarmi, d’istinto le sono corso dietro. Volevo solo farla smettere, calmarla, era una ragazza malata, non potevo fare altro. Raggiunta le ho afferrato il braccio.
-Dammelo, ora dammelo.
-Adesso ti vesti, ti porto in ospedale, ti voglio aiutare.
-Scopami allora!
Aveva ripreso a urlare e si era aggrappata alla cerniera dei miei pantaloni. Con una spinta sono riuscito a divincolarmi. Lei è piombata a terra tra le urla, aveva anche battuto la schiena. Le sono piombato sopra, ho cercato subito di metterle una mano sulla bocca. Sono stato morso, così l’ira che avevo represso mi ha portato a colpirla. Non so bene come. Un pugno o uno schiaffo. Ho visto solo la sua nuca sbattere violentemente sul terreno. Mi sono bloccato. Un presentimento. Forse è morta! Oddio ho ucciso la vita! Sono un criminale, dentro alla testa pareva scoppiarmi tutto! La morte è un rumore sordido e lo sentivo schiodarsi dentro tutto il mio corpo. La morte è un essere orrendamente famelico. Le ho sentito il polso, ma nulla pulsava più da quelle arterie, il suo volto pareva un dipinto appena finito, io mi sentivo il pittore di tutto quello! La cornice era tutto quel bosco che ora improvvisamente mi pareva orrendo, spettrale. Il sole era sparito tra le nuvole, l’arrendevolezza della natura era rappresentata da tutte quelle piante che parevano non volerne sapere nulla, ma io le sentivo complici di quell’orrendo delitto. La morte stava in quel bosco forse prima che noi arrivassimo, forse ci attendeva da tempo, forse Matilde era una sua creatura, ora che ricordo mi aveva detto che la sua casa era quel bosco. Ma che cosa sto dicendo...Dovevo allontanarmi da quei colori, da quel luogo, da quel tutto. Mi è salita dentro una voglia di correre, di scappare verso la macchina, di salirci e di scappare via. Avevo solo voglia di abbracciare mia moglie, di dimenticare, perché si può dimenticare, si deve dimenticare, non ero io il colpevole di quel delitto, era tutta colpa di quel luogo, di quel maledetto bosco, io ero solo una vittima, mi capisce?
-Posso capire. Guardi signore la sua storia è molto affascinante, lo dice uno che è un lettore di libri noir, ma....
-Lei forse vuole sapere cosa ci faccio ora su questo volo diretto a Cuba a raccontare questa storia a un vicino di posto, giusto?
-Eh... non è per essere indiscreto, se il suo fosse un semplice racconto credo che il lettore si aspetterebbe di sapere cosa è successo poi e perché lei ora è ora diretto a Cuba.
-Sicuro di volerlo sapere?
-Diciamo che mi farebbe piacere!
-Allora mi presento, mi chiamo Gianluca Parravicini, sono uno “scrittore di volo”, lavoro per Iberia. Lei è il primo passeggero che sottoponiamo a questa prova. Noi raccontiamo una storia durante il volo, sapevamo che lei è un appassionato di libri noir e frequentatore della “Libreria del giallo”, grazie agli estratti conto della sua carta di credito. Le voglio anche consigliare il mio blog, ilparra.blog.kataweb.it, dove troverà altri miei racconti, prima di atterrare a Cuba le daranno una scheda dove potrà esprimere un giudizio su questa iniziativa.
-Guardi non so che dire.
-Allora non dica niente. Mi scusi ma devo andare in business class, ho da piazzare un’altra storia, ci vediamo magari al prossimo volo.
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