I personaggi dei miei libri - di Gioacchino De Padova
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/05/2007 alle ore 00:23:05
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Io scrivo. Scrivo libri gialli e in molti sostengono che lo faccia piuttosto bene. E’ una passione nata fin da giovane, quando restavo chiuso in casa a leggere e scrivere alla sera, mentre i miei amici uscivano a divertirsi o a cercare ragazze.
I personaggi dei miei libri fanno parte della mia vita.
Con ognuno di loro parlo, mi confronto, li rendo partecipi delle vicende a cui intendo sottoporli.
Credo sia questo il segreto dei successi dei miei libri: rendere i miei personaggi reali e non di cartone come spesso capita di leggere. E pensare che fino ai sedici anni ero del tutto differente, fonte di continue preoccupazioni per i miei genitori che mi vedevano rientrare tardi alla sera e sfrecciare con la mia moto per le strade.
Mio padre aveva tentato di imporsi con severità, ma sembrava non ottenere alcun risultato e mia madre, che ha sempre cercato di difendermi, sosteneva che ci volesse più comprensione nei miei confronti che in fondo ero ancora un ragazzo. Il cambiamento radicale avvenne con l’incidente. Una sera d’estate in cui avevo sfidato Alex sulla provinciale che porta in collina.
Da tempo intendevo dare una lezione a quello stronzetto arrogante che era venuto ad abitare in paese e frequentava da un anno la mia stessa classe.
Tutti i miei amici riconoscevano in me l’indiscusso maestro alla guida della moto. Erano state tante le sfide che avevano decretato la mia superiorità come centauro e tutte mi avevano visto vincitore. Questo stronzetto era convinto di potermi dare una lezione e quella sera tutta la compagnia si era riunita nella piazza del paese per assistere alla sfida con cui lo avrei messo a tacere.
Furono in trenta, dislocati lungo il percorso, ad assistere alla nostra corsa che partiva dalla piazza del paese e avrebbe avuto dopo venti chilometri, sulla cima della collina, il suo punto d’arrivo.
Subito lasciaii il mio rivale dietro di me di un paio di metri, ma quando la strada iniziò a salire, dimostrò di non vendere soltanto fumo perchè nonostante i miei tentativi di fargli ascoltare da lontano il rumore della mia marmitta, mi rimase incollato e sembrava aspettare il mio minimo errore per infilarmi.
Quando vidi quel camion lungo la provinciale capii che quello era il momento di salutare Alex.
La strada avrebbe fatto una curva dopo duecento metri e io, in sorpasso, sarei rientrato appena prima di imboccarla. Alex non avrebbe avuto le palle per seguirmi e avrebbe respirato per tutta la curva la polvere del camion prima di sorpassarlo, per poi ricominciare a respirare quella della mia moto che ormai sarebbe stata molto distante.
Ma quando affiancai la cabina del camionista, dall’altro lato della strada mi trovai di fronte un fuoristrada che scendeva a tutta velocità e non mi diede il tempo nemmeno di tentare di rientrare, nonostante il camion avesse iniziato a frenare. Alex era rimasto dietro e vide per intero la scena del fuoristrada che mi prese in pieno trascinandomi per cento metri lungo l’asfalto.
Il casco mi salvò la vita, ma non mi potè evitare quaranta giorni in rianimazione e un intervento neurochirurgico senza il quale non avrei potuto sopravvivere.
Ancora oggi che ho cinquant’anni porto sul mio cranio i segni di quell’operazione e quando i miei genitori mi riportarono a casa trovarono un figlio del tutto diverso da quello che era entrato in ospedale.
All’inizio erano preoccupati per quel cambiamento e ne parlarono pure con lo psicologo da cui mi fecero seguire per i postumi neurologici di un incidente di cui stranamente ricordavo ogni particolare, fin dai primi giorni successivi all’intervento.
"Questi traumi cerebrali lasciano sempre qualche disturbo del comportamento per i primi tempi, ma non abbiate timore, vostro figlio non rischia nessun tipo di alterazione psichica e con il mio aiuto anche la componente psicologica presto verrà superata". Con queste parole il dottore li rassicurò e loro iniziarono a godere i benefici di un figlio che, era proprio il caso di dire, finalmente sembrava avere messo la testa a posto. Poterono ricominciare a godersi le serate senza l’angoscia di aspettare un mio rientro a notte fonda. Gli bastava entrare nella mia camera, vedermi steso sul letto con in mano un libro di narrativa gialla e sorridere tra loro della mia incredibile metamorfosi di cui iniziavano a beneficiare come genitori.
Da allora questa è stata la mia vita: niente alcool, niente fumo, niente colpi di testa.
Persino le donne non mi hanno mai interessato molto; ne ho avute senza mai cercarle con insistenza, ho goduto delle loro attrattive fisiche e sessuali perchè ero rimasto un ragazzo gradevole alla vista, ma non posso dire che nessuna di loro abbia mai cambiato la mia vita. Con il passare degli anni, certo, i cambiamenti vi sono stati: ho terminato gli studi, ho iniziato a lavorare in banca, ho dovuto accettare la perdita dei miei genitori che sono venuti a mancare a pochi mesi di distanza quando avevo appena compiuto ventisette anni, ma niente è sembrato cambiare il mio carattere e la mia vita come quel terribile incidente.
A trent’anni, dopo centinaia di letture, ho deciso di iniziare a scrivere, mettendomi alla prova in gialli, thriller e racconti di personaggi sanguinari che stavano costituendo il pane della mia vita ormai da più di dieci anni.
I successi non tardarono ad arrivare e presto mi fu possibile raccogliere i frutti di tanto lavoro che in realtà a me non era mai sembrato tale, tanto sentivo naturale vivere dedicandomi completamente alle letture e allo scrivere. Presentazioni, premi, riconoscimenti, tutto iniziò a girare per il verso giusto ed io fui presto riconosciuto come una delle voci più interessanti del panorama letterario.
La mia vita, tuttavia, non era cambiata affatto, sono sempre rimasto ancorato alle mie abitudini: ancora adesso esco di casa solo quando è necessario, non ho occasioni di vita mondana, o meglio le avrei ma vi rinuncio volentieri. Soltanto le insistenze del mio editore mi costringono a partecipare a qualche uscita promozionale per i miei libri o a qualche noiosa premiazione di cui farei molto volentieri a meno. Le poche donne che hanno voluto entrare a far parte della mia vita mi hanno accettato così come sono, almeno per un breve periodo di tempo, salvo poi stancarsi e abbandonarmi giunte al limite dell’esaurimento per una vita in mia compagnia divenuta presto simile ad una clausura. Ma non sono mai stati abbandoni di cui io abbia particolarmente sofferto. Intanto ho comperato casa in un posto isolato, con centinaia di ettari di terreno attorno, dove posso godermi la mia tranquillità e spesso la solitudine.
Si tratta comunque di una casa molto grande perchè numerose sono le stanze degli ospiti.
Nonostante la mia indole solitaria, ci tengo a non fare brutta figura e ospitare adeguatamente le poche persone che vengono a trovarmi e che spesso si fermano qui per un pò di tempo. Da tutti sono conosciuto come persona molto ospitale e per parecchio tempo ho cercato una casa come questa che mi permettesse di esternare completamente questa mia attitudine per la quale ho fama di essere persona molto generosa e ben disposta verso gli altri, nonostante la mia vita sia tanto votata alla solitudine. Tra una settimana compirò cinquant’anni e certo organizzerò qualcosa perchè è un evento al quale non mi posso sottrarre, intanto trascorro le mie serate chiuso in casa, lontano dal clamore e dalla confusione di questi giorni estivi di vacanza.
Abito ad appena trenta chilometri da un mare stupendo e sono sicuro che se solo cercassi di uscire dalla mia tenuta, sarei travolto da un’onda di rumori e vitalità di cui non voglio assolutamente rimanere vittima.
Tutti dicono che io sia un vero maestro nel raccontare la morte e i mille modi in cui si può presentare.
Sembra che i personaggi dei miei libri facciano parte della mia vita, addirittura siano parte di me.
Qualcuno ha scritto che io descrivo le scene dei miei delitti come se vi assistessi personalmente, che descrivo gli stati d’animo e le sensazioni dei personaggi come se io stesso fossi la vittima delle scene raccapriccianti che racconto.
Credo che sia vero, in effetti posso dire che i personaggi dei libri siano davvero parte della mia vita.
Ricordo che nel mio primo romanzo avevo creato il personaggio femminile ad immagine e somiglianza di Debora, l’infermiera del reparto di chirurgia dove ero stato degente per un mese dopo il delicato intervento.
All’epoca lei aveva vent’anni, soltanto quattro più di me e si era fin da subito intenerita nei miei confronti che davvero stavo affrontando la mia battaglia con la morte.
Era proprio una bella ragazza, molto dolce, fine e di tutto il personale ospedaliero era sempre stata la più gentile e premurosa nei miei confronti.
Lei praticava più di frequente le mie terapie in vena, lei era quella che solitamente effettuava le mie medicazioni, lei aveva avuto accesso alla mia intimità tutte le volte in cui si rendeva necessario il cambio del catetere vescicale.
Lei aveva avuto modo di verificare i segni iniziali ma inequivocabili della mia guarigione, la volta in cui rimosse definitivamente quel catetere, dimostrandosi attenta e partecipe spettatrice dei segni evidenti di un mio eccitamento di cui era stata, con molto merito ma involontariamente, responsabile, mentre si manteneva tanto vicino a me che i suoi lunghi capelli più volte avevano sfiorato la causa del suo malizioso sorriso.
Ancora oggi ricordo come in quell’occasione, il palmo della sua mano, lasciandosi sfuggire volontariamente il catetere, indugiò al contatto con la parte più intima del mio corpo e quanto i suoi occhi vi si soffermarono, prima che le sue dita abbandonassero la presa e il suo sguardo risalisse per incontrare i miei occhi e fissarli altrettanto a lungo, sorridendomi con malizia, mentre io, immobile nel letto, non riuscivo più a nasconderle il mio imbarazzo e a contenere la voglia di lei e della sua complicità.
Venni dimesso dall’ospedale in un giorno in cui era di riposo e non ebbi modo di salutarla come avrei voluto, ma il destino mi consentì di incontrarla di nuovo dieci anni dopo. Si ricordava bene di me e di quell’episodio, anche se nessuno di noi due ne riparlò la prima sera che la invitai fuori.
La volta successiva, però, fu lei stessa a ricordare i dettagli di quei momenti, fissandomi con lo stesso sorriso di allora e lanciandomi il chiaro segnale di non volere lasciare pulsioni insoddisfatte, questa volta.
La nostra storia durò alcuni mesi, ma, nonostante l’entusiasmo iniziale, anche lei non riuscì a resistere ad una vita troppo opprimente per chi non condivideva il mio bisogno di solitudine.
Senza saperlo era diventata il personaggio principale del mio primo romanzo, ma se ne andò prima di poterlo leggere. Quel libro fu il mio primo successo editoriale e ancora oggi penso di doverle essere debitore.
Nel secondo romanzo il personaggio principale era, invece, un uomo dedito agli studi e alla professione, per creare il quale avevo preso spunto dal professore che mi aveva operato alla testa. Anzi, a dire la verità, il protagonista era il suo ritratto sputato, avevo giusto cambiato il nome per evitare che potesse scherzosamente rivendicare i diritti d’autore, nel caso avesse letto il romanzo.
Anche se il libro non ebbe mai modo di leggerlo e non era affatto persona scherzosa. Ricordo ancora le mattine che si presentava a farmi visita in ospedale, seguito dal codazzo di giovani dottori e studenti, ai quali non risparmiava umilianti rimproveri a voce alta, quando si rendevano responsabili di piccole disattenzioni o molto più semplicemente non rispondevano corretttamente alle domande che porgeva loro per testarne la preparazione.
Ad ogni modo anche a lui devo molto per la mia guarigione. Anche lui è diventato protagonista di un mio romanzo.
Anche lui nel libro era vittima di un omicidio difficile da descrivere nella sua efferatezza.
Omicidio a cui a lungo ho pensato in intere notti trascorse insonne e che ho descritto magistralmente fin nei particolari nelle pagine del secondo romanzo.
Ebbi modo di rincontrare quel dottore molti anni dopo il mio incidente. Ricordo che la sera in cui lo incontrai al supermercato avevo da poco terminato il primo libro, che aveva per protagonista Debora. Lui non mi aveva riconosciuto, ma quando iniziai a parlare del mio incidente e dell’intervento, lentamente cominciò a ricordare almeno gli aspetti medici di quella vicenda. Dovetti insistere a lungo per convincerlo ad accettare un invito a cena da parte mia che volevo assolutamente compiere un umile gesto di riconoscenza nei suoi confronti, per avermi restituito alla vita con la sua impeccabile professionalità.
Accettò l’invito e durante la cena lo studiai con molta attenzione, avendo già deciso che sarebbe stato il secondo protagonista della mia creatività letteraria.
Dopo quel successo editoriale ne arrivarono molti altri e lungo sarebbe l’elenco di uomini e donne che vi hanno involontariamente contribuito. Persone che più o meno accidentalmente ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso di vita. Uomini e donne, senza preferenze, il cui ricordo mi accompagna ancora da vicino. Molto vicino. Individui che inconsapevolmente sono diventati dei personaggi letterari.
Peccato che nessuno di loro abbia potuto leggere i miei libri.
Proprio questa notte ho terminato la più recente delle mie fatiche.
La protagonista è una donna molto somigliante a Sonia, l’ultima donna capace di violare la mia solitudine.
Al termine di un thriller mozzafiato viene barbaramente uccisa, per mezzo di una piccola ma profonda incisione sulla coscia destra che crea una lesione all’arteria femorale causando un’agonia di alcune ore, come sempre da me magistralmente narrata.
Ma stamattina al mio risveglio, mi pareva di udire delle grida da una delle camere degli ospiti.
Al momento sono tutte occupate, ma non mi è stato difficile capire che provenivano dalla stanza più grande.
Proprio quella che avevo riservato a Sonia, l’ospite più recente e gradita.
Ascoltando le sue grida mi sono reso conto di come gli anni stiano passando anche per me: ieri sera con il coltello non devo avere preso la femorale e questo è un errore che soltanto pochi anni fa avrei ritenuto per me inammissibile. E’ la prima volta che sono costretto a tornare per la seconda volta sulla scena dello stesso delitto.
La poverina grida sperando che qualcuno la possa sentire, ma come ho già detto la casa è molto grande e troppo isolata. Se spera che la possa ascoltare qualcuno degli altri ospiti poi... Dovere ripetere un omicidio per la seconda volta mi fa pensare che forse la mia carriera di scrittore sia giunta al suo epilogo. Per l’ultimo libro, però, vorrei pensare a qualcosa davvero speciale. Potrei parlare di uno scrittore assassino che al termine del suo ultimo romanzo si congeda a modo suo dai personaggi dei libri precedenti.
Mi dispiace, ma sarò costretto per la prima volta a raccontare un delitto prima ancora di averlo compiuto.
Per compiere gli atti necessari per la mia morte, invece, non avrò alcuna difficoltà.
Potrei trovare tante soluzioni, ma per un’occasione tanto speciale penso che farò uso di un’arma particolare.
In garage ho ancora la mia vecchia motocicletta.
Quella della sfida con Alex.
Dopo tanti anni funziona ancora, ma ambientare il delitto della mia ultima opera lungo una strada provinciale mi sembra troppo banale.
Sono sicuro, invece, che demolirla e usare qualcuno dei suo pezzi più taglienti andrà benissimo, per togliermi la vita.
