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El hierro - di Marco De Mattia

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/11/2006 alle ore 18:14:23

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Stai attento - Chi prima colpirà - Vivrà

Trenta centimetri di lama entrarono all’altezza dell’ombelico.
- Un pugnale speciale, giapponese, chiamato Tanto. Lo porto sempre, il mio piccolo. Nasconderlo è facile. Fodero e impugnatura in legno di frassino, senza elsa, riproduzione di un’arma usata dai samurai. Affilato più di un rasoio, leggero. -
La punta uscì dalla schiena. L’espressione di stupore, l’esile respiro. Rapidissimo, il sangue sgorgò dalla ferita: un abile movimento e scaricai quello rimasto sulla lama. L’avversario era a terra.
Commisi il mio primo omicidio. Io lo sapevo: ci sono tantissimi casi irrisolti. Persone che uccidono o uccise, mai trovate. Appartengo alla categoria di persone che riescono a sparire. Il delitto perfetto esiste.

Mi chiamo Emil. Da bambino ero gracile, pieno di paure. Ricordo, a scuola, tutti mi prendevano in giro. La maestra mi metteva da solo, in un banco, in fondo all’aula. Avevo il pennino con l’inchiostro e la carta assorbente. Da mancini si lavora male, sempre. Tutti ridevano. Ore e ore passate a cercare di non toccare il foglio col gomito, rischiando di cancellare tutto. Molto lento ad apprendere, faticavo. Pochi amici. Spesso andavo in oratorio. Nel sagrato, nascosti tra gli alberi, ci si sfidava. Stavamo lottando, una volta, io e un altro. Arrivò Don Lino. Lo presi per sbaglio ai genitali. Subito il prete afferrò il mio orecchio, tirò su e disse: « Scemo, lascia stare la Sacra Sindone degli altri! ». Dolori pazzeschi, credevo si staccasse tutto, timpano compreso.
Incominciai ad odiare molto presto.

Solo pochi giorni fa il Commissario Nitesco venne a casa mia. Voleva mettermi sull’avviso. Alcune persone erano a conoscenza dei segreti di mio nonno (sul Gruppo 731, forse?).
Dovevo stare all’erta perché la malavita si stava interessando a me, unico erede testamentario.
Quando vogliono qualcosa, quelli della mala, sanno come ottenerla. La droga, la prostituzione, le rapine, non sono più gli interessi della mafia: la tecnologia, i brevetti, i rifiuti tossici, rappresentano gli ultimi lucrosi guadagni del nostro tempo... Nitesco mi consigliò di girare armato e disse che rimaneva a mia completa disposizione per qualsiasi evenienza o richiesta. Conosceva la mia famiglia e non avrebbe mai voluto che succedesse qualcosa di brutto. Fu molto gentile. Mi pregò di venire in Questura al più presto per vedere delle foto segnaletiche e completare delle carte per il porto d’armi. Raccomandò di nuovo di stare attento e di tenere almeno un coltello a portata di mano. Non molto contento nel dirlo. Un poliziotto rimane sempre un poliziotto e, si sa, non può istigare alla violenza.

Quando morì mio nonno avevo tredici anni. Un Capodanno di trenta anni fa. Ero al suo capezzale, nel momento del trapasso. Difficile tenerlo buono perché farneticava. Diceva delle cose strane, che non capivo. Per un ragazzo, non un bello spettacolo da vedere. Gli volevo bene, al nonno. A un certo punto guardò verso di me, un gesto e mi avvicinai: « Tienile con cura, mi raccomando! Nessuno deve sapere. Costa sacrifici! Mai usarle perché si rovinano. Solo in caso di estrema necessità. Capito? ».
In eredità mi lasciò le spade e uno strano quaderno, scritto fitto, pieno di ideogrammi.
Artigiano, di mestiere, di lui si raccontano cose strane. Dicevano avesse dei segreti. Leggende. Scoprì delle cose. Il modo di costruire delle lame speciali. Almeno così sembra, dalle traduzioni dei suoi scritti, di quel misterioso quaderno e da tante voci che giravano in paese.
Un istrione, sicuramente fuori dalla norma. Tra le due Guerre, in Estremo Oriente, a fare non si sa bene cosa. Raccontano avesse girato parecchio e incontrato tante persone. In Manciuria avrebbe tagliato a metà due persone contemporaneamente, con un solo colpo di katana. Non è finita. Per provare le sue armi mutilava i cadaveri. Li metteva in piedi, su una specie di trespolo, e... Zac!... e... non so quanti! Già me lo vedo, ad accumulare braccia sopra gambe, come quando si và a tagliar legna!... Lui cercava tracce di un certo Amakuni, il primo fabbro a firmare le proprie opere, nell’ottocento dopo Cristo circa. Una specie di febbre lo assaliva, quando parlava di questo Amakuni. Capii allora dell’importanza dei suoi studi e delle sue ricerche, io, che avevo ereditato questo fardello e la stessa professione sua. Mestiere che intrapresi con scarsi risultati, limitati a cancelli e inferiate, piccole manutenzioni, sistemazioni ordinarie.
Un giorno andammo a camminare in montagna, da soli. Era autunno e le acque di un torrente scorrevano leggere verso valle: non impetuose ma calme e tranquille scendevano, formando piccoli laghetti e pozzanghere. Il nonno aveva portato con sé la sua lama migliore, voleva mostrarmi delle cose. « Questa è custodita in un fodero di legno non verniciato. E’ una Shirasaya: la più famosa e la più importante. Adesso vedrai, Emil! ». Prese, la sfoderò e la immerse fino all’impugnatura nell’acqua gelida. Con l’altra mano afferrò un po’ di foglie e le gettò a monte, ad una ad una. Scendendo, portate dalla corrente, un miracolo. Le foglie venivano a scontrarsi con il filo della lama e, come per magia, si aprivano in due, perfettamente tagliate. Rimasi allibito. La mia fantasia di ragazzo galoppò enormemente. Sapevo cosa volevo fare da grande: essere come il nonno. Raccolsi anch’io una manciata di foglie e, sorridendo, incominciai a buttarle. Dopo una decina di minuti riprendemmo il cammino, verso casa. Ci fermammo un’ultima volta, al ritorno, in una boscaglia. Ero stanco, avevo sete e lui, comprensivo, mi accontentò. Seduto per terra lo guardavo. Un ramo in mano, di circa un metro e mezzo, con quattro colpi secchi del suo coltello lo fece a mo’ di lancia. « Ma non riposa mai? », pensavo. Prese la mira e, di colpo, il bastone partì. Saettò vibrando, fin dentro la corteccia di un albero, conficcandosi. « Vedi, piccolo, quando sarai cresciuto saprai fare anche tu queste cose! ». Dritto, come una freccia, non si muoveva, perfettamente orizzontale.
Quella di lanciare un legno appuntito su un albero fu un esercizio che ripetei negli anni decine di volte. Senza mai riuscirci.

Fu l’ultima volta che vidi mio nonno lucido. Diventò un’altra persona o meglio, una cosa. La malattia, si sa, porta a strani cambiamenti. Piano piano diventò apatico, senza interessi. Ogni giorno che passava, un giorno in più per la tomba. Sempre seduto, il divano alimentò la sua rovina. Gli occhi vivi ma sbarrati, sembrava brillassero. Una luce propria. Il suo sguardo fisso sprigionava sole. Stava sempre assorto. Pochi minuti senza sangue al cervello fanno male, oh! Se fanno male... Poi incominciò ad avere problemi al cuore... Rimase il ricordo perché era un uomo buono, almeno con me.

"Quando sei vivo e morto insieme,
Completamente morto per te stesso,
Quanto diventa magnifico
Il più piccolo piacere!
BUNAN (1602-76)"

L’ alone di mistero, su di lui, dopo la sua morte, si ingigantì. Spesso passavano per casa degli sconosciuti, di tutte le razze, per sapere di Amakuni, delle sue tecniche, studiate da mio nonno.
Gli occhi vigili e guardinghi di mia madre, in assenza del capofamiglia, non impedirono numerosi furti. Nessuno allora sospettò un ragazzino quale depositario di tali ricchezze nascoste. Cercarono dappertutto, i ladri. Tranne nella mia capanna, in mezzo al giardino di casa. Una botola nascosta, sotterranea, in cui avevo messo tutto il tesoro, armi e appunti compresi. L’ultima ruberia la fecero mettendo a soqquadro la casa, da cima a fondo. Tagliarono le poltrone, i letti e spaccarono tutto. Ma non trovarono quello che cercavano, ancora una volta. Fu allora che si fece vivo Nitesco. Preferì venire a vedere di persona di cosa si trattava. Conobbe la mia famiglia. Mio padre non riuscì a spiegare come mai i delinquenti avessero questo accanimento verso la nostra casa. In paese la gente mormora, come dicevo. Il Commissario sapeva.

Nove anni fa Kim arrivò di primavera. Dentro un cartone. Piena di pulci. Una cucciola fulva. Bastardina con due occhi bellissimi.

Camminavo lungo l’argine, l’acqua scorreva impetuosa nel canale. L’erba era alta. La cagnetta correva in lungo e in largo per le ripide sponde della scolina. Saltellava, piena di gioia. Stavo per arrivare alla Chiesa, al posto dei miei ricordi giovanili. Dove Don Lino si prese anche un cazzottone perché non voleva mollarmi l’orecchio. Cantavo "fiorin fiorello l’amore è bello vicino a te" e avanti. Ancora un chilometro. Proprio contento, la vita mi sorrideva, la giornata stupenda. Avrei mostrato a Kim dove mi azzuffavo, spensierato fanciullo. Ormai era una cagna bella e cresciuta e, pur avendo altri cani in casa, la consideravo la preferita, la morosa. Nessuno mi ha mai soddisfatto come lei. Mantenere rapporti con tanti cani è un notevole dispendio di energie. Le donne non hanno gli stessi atteggiamenti, così invitanti, con totale abbandono alle mie perversioni. Con la mano tocco il legno tenero del Tanto. Smisi di cantare. Mi fermai. Sentivo qualcosa, una voce, in lontananza "... El Hierro... El Hierro...". Ripresi a camminare ma la voce si avvicinò. Un richiamo continuo. Kim, irrequieta, nervosamente iniziò ad abbaiare.
All’improvviso, dall’erba alta, uscì un parallelepipedo di muscoli. Quattro zampe con la faccia da squalo. E anche i denti. Dietro del mostro, un uomo, in mimetica. « Lo fermi, lo fermi! Prima che mi azzanni il cane! »: nel dirlo pensai più a me che a Kim. Avevo paura, veramente. El Hierro afferrò la cagna per il collo. Un rumore di ossa rotte, stritolate. Un Bull Terrier non molla più la presa, questo è risaputo. Incominciò a correre, con Kim tra i denti che guaiva, lontano, tra la boscaglia. Il terrore si trasformò in rabbia. Quel molosso bianco, macchiato di caffelatte, stava portando via la mia Kim. Quegli occhi maledetti, gelidi, non avevano niente a che fare con mio nonno. Gliela avrei fatta pagare. Maledetto. Guardai il personaggio, il padrone di quella macchina da guerra: sghignazzava felice. Lui diventò la mia vittima. Quello a cui trafissi il cuore, partendo dal basso. Dall’addome, tenero come il burro, premendo l’impugnatura del pugnale verso l’alto, in direzione verticale. Bastardo. Non rideva più, gli era passata la voglia. Aveva ragione mio nonno. Le spade vanno usate solo in caso di estrema necessità.

Sono passati due giorni. Adesso mi trovo in Questura. Dopo una serie di interrogatori.
Davanti a me il Commissario Nitesco: « E’ stato proprio fortunato. Quell’uomo: è un mese che gli davamo la caccia. Un vagabondo, poco di buono, spagnolo credo. Minacciava la gente, con i coltelli. Addosso gli abbiamo trovato anche una pistola. Il cane lo aizzava contro tutti quelli che incontrava. Avevamo già diverse denunce. E’ andata bene, almeno a lei, altri non sono stati così fortunati. Mi dispiace per il suo cane, non lo abbiamo più ritrovato. El Hierro... chissà che fine farà... un giorno intero... un giorno intero ci abbiamo messo, per catturarlo. Mah! Se non si fa vivo qualcuno, dovremo sopprimerlo... »
« El Hierro... El Hierro... Commissario, quel cane... » tossisco... non ho il coraggio di chiedere... « posso tenerlo io? »

N.d.A.) Volevo allegare una foto di El Hierro ma... è timido... non si fa fotografare.
... continua...


Tratto dal libro "Contraccolpi"
http://www.akkuaria.org/marcodemattia