Dove Volano Gli Alligatori - Seconda Parte - di Federico Mondelli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/01/2008 alle ore 15:07:37
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PARTE SECONDA
(Di come una serie di eventi porta
i nostri amici verso lo stesso inquietante luogo)
I primi raggi di sole del mattino carezzavano il viso della piccola Dawnrose, che si stropicciava gli occhi stesa sul morbidissimo letto di Willy, il quale, ancora dormiente, era intento a contorcersi sul divano nella stanza affianco.
La bambina continuò a stiracchiarsi ancora per qualche minuto prima di alzarsi dal letto e di incamminarsi verso lo studio, dove giaceva il suo biondo amico, scosso di tanto in tanto da convulsi fremiti. Posò uno sguardo prima sull’addormentato, poi sulle pareti della stanza, ricoperte da scaffali stracolmi di libri e lattine vuote, le due principali manie di Willy.
Sul tappeto ai suoi piedi i due joypad collegati alla console e la busta vuota di patatine erano chiari residui dell’attività che i due avevano svolto fino a notte inoltrata.
Si diresse verso la cucina, sorridendo al ricordo dell’estenuante partita a Supermarket Bloody Race™, un videogame in cui casalinghe stressate dal solito lava-stira-cucina inforcavano i carrelli e si sfidavano in pericolose gare di corsa clandestine all’interno di supermercati stracolmi di gente. Era stato durante quel gioco che lui le aveva parlato della tremenda malattia che lo affliggeva dalla nascita: una rara forma di allergia alle fave conosciuta come “favite vampirica”, detta anche “sindrome di Bers Bolsing” in onore del suo scopritore. Non appena aveva appreso i tremendi effetti di questo morbo, Dawnrose gli aveva promesso che mai avrebbe fatto sì che lui si trovasse anche solo a contatto con le mortali leguminose verdi.
La piccola bambina prodigio tirò il latte fuori del frigo e iniziò a preparare il caffè, decisa a portare la colazione a letto (o meglio a divano) al suo favofobo amico.
La donna dal caschetto nero scrutava Freddy silenziosa, chiedendogli spiegazioni con i bellissimi occhi che sembravano parlare da soli.
«Si può sapere perché mi guardi a quel modo?» le chiese il nostro tenendo i pugni serrati sui fianchi.
Sul parquet ai suoi piedi i vestiti buttati alla rinfusa e la scatola di Pillole Inibisperm (for man)™ erano chiari residui dell’attività che lui ed Eve avevano svolto fino a notte inoltrata.
Lei continuò a fissarlo muta per alcuni attimi, poi con un lieve movimento degli occhi mosse lo sguardo sulla ragazza dai capelli biondi che giaceva nuda sul letto.
«Allora? Possibile che ogni volta che porto qualcuna a casa devi mettere un muso lungo così?» chiese lui alzando la voce.
«Non metto nessun muso!» esclamò con calma la donna socchiudendo appena le stupende labbra carnose. «E comunque, per quanto possa interessarti il mio parere, questa qui non mi piace per niente.»
«Sai quanto me ne frega! Sei solo gelosa.»
La donna restò muta e impassibile per alcuni secondi, mordicchiandosi le labbra.
«Un tempo non ti stancavi mai di me, Freddy. Non c’era mattina in cui non riservassi a me la prima visione dei tuoi occhi. E io ti ho dato tutto, sempre qui per te, giorno e notte, sempre presente, sempre tua.» mormorò la donna con voce paziente e un po’ triste.
Seguirono momenti silenziosi, in cui lui, come risvegliatosi all’improvviso da un sonno sconosciuto si perse nella sua bellezza sconvolgente, nella linearità essenziale dei tratti perfetti del suo viso, nei suoi occhi e nella sua bocca, di uno splendore indefinibile.
«S... scusami piccola...» mormorò «non era quello che pensavo... cioè... non intendevo dire quello che ho detto... che non mi frega, intendo... cioè, hai capito.»
Le si avvicino guardandola dolcemente, con espressione pentita.
«Sai quello che provo per te... e una sciacquetta una volta ogni tanto non farà cambiare le mie idee.» continuò Freddy.
La donna lo scrutò attentamente, come a voler cercare un qualche barlume di verità nei suoi enigmatici occhi scuri. Un fruscio di lenzuola la fece distogliere all’improvviso.
«La tua amichetta si sta svegliando... divertitevi, mi raccomando.» disse la donna con tono sarcastico, e dopo avergli sorriso strizzando un occhio ritornò immobile nella sua solita posizione.
Freddy era in piedi, con indosso solo un paio di jeans e i capelli che gli ricadevano sulle spalle nude. Aveva gli occhi sulla parete davanti a sé, e sembrava fissare una sorta di quadro, del quale Eve, dalla sua angolazione, riusciva a scorgere solo il bordo della cornice nera e lucida.
Lo vide girarsi verso di lei e sorriderle.
«Buongiorno.» le disse dolcemente mentre saliva sul letto, e lei sorrise al ricordo della splendida notte passata in sua compagnia.
I due si scambiarono un lungo bacio, poi lui la prese per mano.
«Vieni, facciamo una doccia.» le sussurrò mentre l’aiutava ad alzarsi e la conduceva alla porta.
Prima di uscire Eve si girò verso il quadro, che era posto esattamente di fronte alla porta della camera. Come tracce nere su uno sfondo bianco, un caschetto di capelli, due occhi, una bocca e due semplici puntini al posto del naso erano tutto ciò che costituiva il ritratto di una donna, i cui tratti, seppur ridotti all’essenziale, erano di una bellezza da mozzare il fiato.
«Ci si rivede, ragazzi!» pronunciarono all’unisono i due agenti mentre si piegavano in due dalle risate scambiandosi sonore pacche sulle spalle.
«Contateci, stronzi!» mormorò a voce bassa Edgar Jaqueveil mentre scendeva le scale del commissariato seguito dal suo collega.
Mentre gli agenti cercavano informazioni sulla Murders & Horns e si davano da fare per scoprire l’effettiva appartenenza di Eddy e Roger alla suddetta agenzia, i due erano stati sbattuti in una piccola cella di metri 3x2 provvista di una sola branda, in cui avevano passato una notte insonne a causa di un mezzo matto che nella cella accanto aveva cantato ininterrottamente fino all’alba intere discografie di band progressive rock anni 70.
«Dobbiamo assolutamente rintracciare quel tipo. Ha sicuramente visto tutto.» asserì Eddy con voce piattissima continuando a guardare avanti con gli occhi segnati da profonde occhiaie in perfetto stile Nosferatu.
«E dove lo troviamo? Hai idea di dove possano averlo portato?» chiese Roger guardando le spalle del suo collega attraverso ampi occhiali da sole neri che coprivano misericordiosamente gli occhi gonfi di sonno.
«Non lo so. La cosa più importante è tornare alla macchina, sennò non andiamo da nessuna parte.»
Roger sospirò al pensiero della lunga scarpinata che avrebbero dovuto fare per arrivare al 17 Re, si aggiustò gli occhiali sul naso e continuò a camminare in silenzio.
Dopo mezz’ora di silente cammino, in cui nessuno dei due aveva osato parlare al compagno, la loro scassatissima auto grigia fece capolino da dietro l’angolo, girato il quale la coppia ebbe un’ampia visuale di ciò che era il 17 Re dopo che litri e litri di sangue ne avevano macchiato l’entrata.
Sulla strada c’era ancora una enorme macchia rosso cupo, e schizzi dello stesso colore sporcavano la grande porta a vetri del locale.
«Mi chiedo come faremo a rintracciare quello spilungone...» disse Roger sospirando.
«Non perdere tempo a disperarti e cerca!» lo apostrofò Eddy mentre, a capo chino, perlustrava ogni cm di asfalto bordeaux nella speranza di trovare un capello, un brandello di pelle sotto un’unghia (magari se attaccata ad un’intera mano), qualche filo di tessuto, un’impronta... insomma qualsiasi cosa.
Venti minuti di accurate indagini dopo, la vista di Roger cominciava ad accusare gravi segni di cedimento, causa distanza di cm 0,5 dal pubblico suolo, e la sua schiena cominciava ad emettere a intervalli regolari sonori “crack”.
«Senti...» mormorò a Eddy «Io non ce la faccio più...»
«E allora? Quel tipo è la chiave! Dobbiamo assolutamente trovarlo, e per fare ciò necessitiamo di un indizio!»
«E se usassimo...» Roger interruppe la frase e guardò Eddy in silenzio.
«Cosa? Ma sei matto? Non se ne parla proprio!»
«E dai... che c’è di male, in fondo...»
«Ma scusa, che gusto c’è, poi?»
«Senti...» la voce di Roger si fece più alta «Non ho intenzione di girare in lungo e in largo per questo luogo un minuto di più. Mi sono davvero rotto, quindi tu fai pure come credi... io consulto Fudus!»
Estratto un piccolo palmare dalla tasca interna della giacca, Roger digitò l’indirizzo web del più grande sito di trucchi e soluzioni per videogames, “fudus.com”, la più vasta risorsa per chi desiderava sbrogliarsi da una situazione apparentemente senza uscita.
«Allora...» iniziò a leggere «Qui dice che, dopo aver trovato una tenaglia nel bidone alle nostre spalle, dobbiamo usarla per forzare l’entrata del locale, nel quale vediamo, su di un tavolo, una chiave. Con questa apriamo una porta situata nella cucina, dove, posti su di un tavolo, ci sono delle erbe, due medikit, una scatola di cartucce al fosforo per il fucile a pompa e un microscopio. Prendiamo quest’ultimo e, tornati nella sala principale analizziamo il muro di fianco all’entrata, su cui troviamo delle impronte... ok, andiamo avanti, vediamo un po’ di arrivare al dunque... “spostate la statua in direzione nord ovest...” si, vabbè “...uccidete gli zombie...”, “...fate tre piroette e un inchino e vi trovate al Manicomio, dove potrete trovare colui che stavate cercando e godervi il finale.” Ma si! Più logico di così... mi chiedo come abbiamo fatto a non arrivarci noi...»
Edgar Jaqueveil fissò il suo compagno con uno sguardo pieno di commiserazione, poi sospirò e si avviò verso l’auto in silenzio.
«Al Manicomio!» gridò Roger mentre riponeva il palmare nella tasca e prendeva posto nel catorcio.
Dai messaggi di posta elettronica di Andrew Mc Strooge, tecnico della centrale nucleare di Brightville
Destinatario: Martha Mc Strooge
Inviato: 05/09/1986 alle 23.05
Abbiamo rilevato una perdita di proporzioni enormi, il nocciolo potrebbe esplodere da un momento all’altro. Il capo ci ha ordinato di tenere assolutamente segreta la cosa e ci ha vietato addirittura di avvisare le nostre famiglie. Tra venticinque minuti esatti degli elicotteri porteranno me e il resto del personale in salvo, non so verso dove. Ora, tu devi prendere i bambini, caricarli in macchina e partire. Fuggi il più lontano possibile, facendo più in fretta che puoi... non importa dove, l’importante è allontanarti da Brightville, a ogni costo. Se Dio vorrà potrò rivedere presto i tuoi occhi.
Ti amo
Andy
Una soffusa luce azzurra pervadeva il grande laboratorio della scientifica, dove la dottoressa Mary Mondale ispezionava l’arma del delitto sotto gli occhi smaniosi del commissario Whiplash.
Le sue dita sinuose, chiuse in aderenti guanti di gomma, sfioravano lievemente i tasti neri dello strumento.
«Allora?» chiese il commissario con accento indagatore, senza distogliere lo sguardo vischioso dalla rossa chitarra insanguinata.
«Allora, vista la natura dell’arma, si rende necessario l’intervento del nostro esperto...» sentenziò la signorina Mondale.
Si allontanò dal lungo tavolo metallico diretta verso il telefono, i lembi del camice svolazzanti dietro di lei.
«Fred? Pronto, sono Mary... ascolta... ci servirebbe un aiutino.»
Seguirono alcuni istanti di silenzio, che Mary passò a giocherellare con il filo della cornetta «Si, esatto... ok, ti aspetto.»
Vanessa Whiplash restò impassibile per interi minuti, mordicchiandosi il labbro inferiore mentre osservava i movimenti della dottoressa, che intanto era tornata al lavoro dopo aver riattaccato il telefono.
«...e chi sarebbe questo “Fred”?» domandò, il sopracciglio sinistro inarcato e le labbra in fuori stile papero «Sempre se non sono indiscreta, ovviamente...»
«Oh...» Mary alzò lo sguardo dalla chitarra portandolo sul commissario «Si tratta di mio fratello. Non è un membro della scientifica, ma è il più grande esperto di strumenti musicali della città. Chiediamo la sua consulenza ogni qualvolta abbiamo a che fare con omicidi di questo genere. Le assicuro che lui potrà dirle molto più di quanto possa fare io, riguardo l’arma del delitto.»
«Capisco...»
Il commissario arricciò le narici, manifestando un lieve disgusto. Detestava alla follia il dover lavorare con gente non qualificata.
Passarono diversi minuti di silenzio, gelido come il colore della lampada al neon sopra le loro teste.
La porta bussò sonoramente.
«E’ lui!» esclamò Mary Mondale con un sorriso.
Vanessa strinse lievemente gli occhi grigi, quasi come se volesse mettere a fuoco l’immagine che le si era appena materializzata davanti. Ma certo! Lei era vestita diversamente, un jeans e un maglioncino sostituivano la tenuta da cameriera della sera prima, ma lui era indubbiamente lo stesso identico tizio del 17 Re.
«Ancora voi?» chiese con voce sarcastica e quasi irritata «Dottoressa, poteva dirmelo prima che l’espertone in questione altri non era che il bel tenebroso dell’altra sera...»
Fissò Freddy con aria di sfida, sforzandosi di sudare scetticismo e ostilità da ogni poro della sua pelle.
«Salve commissario, è un piacere rivederla.»
«Piacere mio, giovanotto, piacere mio.» sfilò per tutta la stanza fino a raggiungere il ragazzo, che prese per un braccio e trascinò al tavolo al centro della stanza «Ma su, forza, non ci faccia attendere... Ci illumini! Ci stupisca con la sua conoscenza!»
Freddy rimase fermo per un attimo, osservando la donna che gli indicava la chitarra, poi si avvicinò mentre si aggiustava i capelli con ambo le mani, tirandoli all’indietro.
«John Russel Necromancer™ custom made» disse dopo un paio di secondi. La sua espressione restò ferma e impassibile fino a quando, portato lo sguardo sul dodicesimo tasto, l’aria di sufficienza gli si cancellò dal volto. «Cacchio!» esclamò a bassa voce.
«Può rendere partecipi anche noi, signor “Fred”? Cosa ha scoperto di così sconvolgente?» domandò lo spazientito commissario.
«Beh... vedete... questo è un modello identico a quello usato da Michael “#7” Tommasini, chitarrista degli Osmoseuszod. Di repliche ce ne sono a bizzeffe, in giro... le chiamano “signature”, una grossa trovata commerciale. In sostanza la casa produttrice mette in vendita dei modelli di chitarra identici o quasi a quelli utilizzati dalle grandi star della musica. Ho creduto fin da subito che questa fosse una replica, finché non ho notato che le mancava qualcosa...»
Vanessa Whiplash ascoltava avidamente le parole del giovane, con lo sguardo che guizzava ora sullo strumento, ora sulle di lui labbra.
«Tutte le “signature” di questa marca hanno sul dodicesimo tasto una sorta di targhetta, e questa qui ne è priva. Inoltre dubito che per le repliche venga usato un legno così pregiato...» continuò Freddy.
«Quindi vuole dire che...» il commissario fu interrotto dal nostro, che sentenziò freddamente:
«E’ autentica.»
«Caffè, signorina?»
«Oh, no, l’ho preso un attimo fa, grazie comunque»
Seduta su una panca di metallo Eve Sullivan osservò il cortese agente allontanarsi, scura figura avvolta dal bianco accecante del corridoio, prima di tornare sulla larga finestra di vetro che la separava dal laboratorio.
Non riusciva a sentire le loro voci, ma a giudicare dai movimenti, due delle quattro sagome oltre il vetro discutevano animatamente.
Al commissario si erano illuminati gli occhi quando Freddy aveva detto che il proprietario della chitarra doveva necessariamente trovarsi in città, dal momento che si sarebbe esibito col suo gruppo la sera stessa. Ad Eve era quindi stato chiesto di lasciare la stanza quando Michael Tommasini, convocato per l’interrogatorio, era stato fatto entrare accompagnato da due agenti.
Le quattro figure erano in piedi. All’estrema destra, Freddy era appoggiato ad un armadietto con le braccia conserte. Dall’altro lato della sala era la dottoressa, anche lei come il fratello intenta ad osservare, al centro della stanza, l’accesa discussione tra la donna dai capelli rossi e il grosso chitarrista.
Quest’ultimo, dall’alto dei suoi quasi due metri (198 cm, secondo Wikipedia), fissava il commissario con un paio di minacciosissimi occhi azzurri, mentre compiva movenze il cui significato, anche senza audio, era assolutamente impossibile da fraintendere. Il suo allargare le braccia, il suo continuo fare spallucce, i suoi energici scuotimenti di testa dicevano che l’energumeno dietro il vetro stava asserendo la sua non colpevolezza.
Eve ebbe un sussulto quando l’uomo uscì dal laboratorio sbattendo dietro di sé la porta con uno spaventoso fragore metallico, allontanandosi a passo svelto e nervoso in un turbinio di capelli lunghissimi e neri come pece.
Entrò nella stanza giusto per sentire il commissario pronunciare la parola «Dannazione!»
«Io ci credo, comunque...» sentenziò Freddy quasi tra sé e sé.
«Non possiamo far altro che crederci!» grugnì Vanessa Whiplash «Ha un alibi di ferro, per la miseria!» La donna fissò Freddy per qualche secondo «E comunque lei non si intrometta!» gli urlò in faccia.
Il nostro alzò le mani in segno di resa e si avvicinò ad Eve, cingendole la vita con un braccio.
«Non è lui il colpevole?» mormorò la bionda al suo compagno, quasi come se non volesse farsi sentire dal commissario.
«No, non è lui. La chitarra gli è stata rubata due giorni fa in una stazione di servizio...»
La Whiplash picchiettò col tacco dello stivale sul pavimento, guardando i due con occhi demoniaci e i pugni stretti contro i fianchi.
La dottoressa, alzando improvvisamente la testa dal tavolo da lavoro, parlò giusto in tempo per evitare una strage.
«Guardi qua: pulviscolo arancione. Ne abbiamo trovato ovunque anche sul corpo della vittima. Un indizio inconfondibile, commissario, anche se piuttosto generico...»
La rossocrinita mutò espressione d’un tratto, voltando il capo verso la signorina Mondale col viso illuminato.
«Certo, dottoressa... un indizio generico, anche se, quantomeno ci porta verso un posto in cui cercare...» disse mentre estraeva il cellulare dalla tasca interna dell’impermeabile «Nick, vieni subito al commissariato con la tua auto! Facciamo un viaggetto...»
«Grazie mille dottoressa, mi è stata di grande aiuto» continuò, riponendo il telefono al proprio posto e avvicinandosi all’uscita. Posta la mano guantata sulla maniglia, si fermò di scatto, come se fosse stata trafitta improvvisamente da una freccia tra le scapole. «E voi credete di rimanere qui?» chiese acidamente ad Eve e Freddy, che la osservarono con sguardi interrogativi. «Forza, voi venite con me! Tu non mi piaci per nulla, e giuro che non ti toglierò gli occhi di dosso finché questa storia non sarà finita» concluse indicando il nostro con l’indice puntato a due centimetri dal suo mento.
I due si guardarono con aria stupita per alcuni secondi, senza proferire parola, prima di seguire silenziosamente il commissario fuori dalla stanza. Eve vide Freddy salutare con la mano sua sorella, di cui i soli occhi e i lunghi capelli neri sporgevano dalla porta del laboratorio.
Il salmastro odore di erba Follìica penetrava insidioso le narici di Roger DeBlay, immerso fino al collo in uno dei cespugli di forma scacchide che ornavano il giardino. Dai verdi merli di una torre poteva scorgere perfettamente il cappello del suo compare che, acquattato in una regina, compiva su carta le iperboliche evoluzioni che, secondo lui, avrebbero permesso ai due di entrare nell’inespugnabile casa dei pazzi. Mezz’ora di schemi e tattiche di assalto dopo, Roger iniziò ad avvertire un insopportabile prurito dietro la nuca, provocato senz’altro dall’erba maligna di cui era composto il suo nascondiglio, e cominciò ad agitare le braccia per attirare l’attenzione della regina-Edgar.
In quel momento la porta del Manicomio si aprì un poco, e due teste non meglio identificate fissarono con occhi spalancati la torre con le braccia e la regina col cappello.
«Entrate, su, svelti!» sussurrò una delle due teste, mentre una mano appena spuntata dalla porta si agitava, quasi in risposta ai gesti di Roger.
I due scacchi verdi restarono immobili e in silenzio.
«Forza, prima che vi veda il Fantasma! Allora sarebbero guai seri, eh si!» sussurrò la seconda testa.
Con un rollare di gambe degno di un cartone della Warner Bros™ i due investigatori si fiondarono all’interno dell’edificio, travolgendo i proprietari delle due teste. Della torre e della regina non rimanevano che due informi cumuli di foglie.
Edgar & Roger si guardarono intorno nel ciclopico salone biancastro, prima di posare lo sguardo sui due corpi in procinto di alzarsi da terra.
Uno di loro era magro da far paura, un naso gobbo ed enormi occhi azzurri sormontati da una massa di capelli neri e arruffati. L’altro, che esattamente come il primo indossava una sorta di pigiama verde acqua, era decisamente più anziano, e munito di un paio di occhiali dalla montatura sottile, che si aggiustò sul naso con un dito prima di rimettersi in piedi.
«Lo scacco sa quando è il momento di partire» sibilò il giovane col dito ossuto puntato contro i due investigatori «...d’altronde è inevitabile. I-NE-VI-TA-BI-LE!»
Roger fissava perplesso il dito dell’individuo, mentre Edgar portava lo sguardo ora sull’uno, ora sull’altro uomo.
«Scusatelo» disse l’anziano con voce fioca «A volte si fa prendere dalla foga del momento, e si dimentica del perché e del percome. Non tutte le serrande nascono gommose, del resto. Io sono Paulie, e lui è Gilbert. Piacere di fare la vostra conoscenza, figlioli»
Pronunciate queste parole, Paulie prese improvvisamente a camminare in circolo, chino sul pavimento con una mano dietro la schiena e un’altra intenta a grattare la testa canuta del suo proprietario.
«Ma dov’è? Dov’è finito il mio fantasma blu, dannazione... dov’è?!?» si lamentava, mentre poco lontano il suo compare aveva intrapreso una febbrile serie di piegamenti e flessioni, a cui alternava disperate corse sul posto.
I due detective si allontanarono lentamente dalla strana coppia, pregando che continuassero a ignorarli, e si addentrarono in un largo corridoio, decisi a trovare lo strano tipo che la polizia aveva preso la sera prima.
Avevano fatto pochi passi quando sentirono una voce provenire da una porta azzurra, sulla quale era esibita una targhetta che portava inciso su di essa, in grossi caratteri dorati: “Dott. Vincent Slobbering”.
«No, purtroppo non sono ancora riuscito a concludere nulla. Mi spiace, cara... è un osso duro il nostro uomo, ma sono sulla buona strada. Wendy lo ha in pugno.»
Edgar e Roger, con i padiglioni auricolari accostati alla porta, avvertirono una voce di donna dall’altra parte della cornetta, probabilmente quella del commissario Whiplash, trasmessa a un volume talmente basso da risultare incomprensibile. Dopo qualche secondo, il vecchio esclamò:
«A Gloomyville? Ah... capisco... si, le indagini ti fanno pensare che lì si nasconda qualcosa, certo. Beh, allora ci si sente non appena torni in città... sperando che al tuo ritorno Wendy abbia finito il lavoro... Stammi bene Vanessa, a presto!»
Il dottor Slobbering non aveva neppure pronunciato queste ultime parole che i due investigatori avevano già percorso a ritroso la strada che li aveva portati fin lì, diretti verso la loro auto parcheggiata all’esterno, già pensando alla strada più breve per Gloomyville.
«Neppure stamattina potrò vederlo?» domandò Dawnrose con le grosse labbra imbronciate e gli occhi scuri seminascosti dalla frangetta di capelli color platino.
«Non è colpa sua, piccola. E’ stato trattenuto dalla polizia. Non ho capito bene per quale motivo, ma è stato costretto a seguire il commissario a Gloomyville per delle indagini...» rispose Willy, che dopo aver rimesso il telefono al suo posto, era rimasto ritto in piedi davanti alla piccola rockstar, seduta a terra con le gambe incrociate.
Dawnrose si mordicchiò le labbra per alcuni secondi, poi spalancò gli enormi occhi scuri, e il suo viso si accese come un albero di Natale.
«E se ci andassimo anche noi in quel posto? Com’è che si chiama... Gloomqualcosa?»
Willy, come tutti, del resto, conosceva benissimo i tragici eventi che, anni prima, avevano segnato la vicina cittadina di Brightville, trasformandola per sempre in quella desolata città fantasma oggi conosciuta come Gloomyville.
«Dawnie... Gloomyville non è propriamente una città sicura. Avrai sicuramente sentito parlare delle storie che si raccontano, su quel posto...»
«Mah... qualcosina l’ho sentita dire... ma andiamo, ogni città ha i suoi mostri. E poi cos’ha di così pericoloso Gloomyville? Ho letto che non c’è un’anima in giro neanche a pagarla!»
«Beh... diciamo che non ha una reputazione raccomandabile, tutto qui. E poi qualche “anima” c’è, ed è questa la cosa “sconveniente”...»
«Eddai, Mark, hai paura di qualche spiritello da quattro soldi?» Dawnie lo fissò con il musetto in fuori «E poi chiunque abbia un minimo di cultura cinematografica lo sa: a coloro che si avventurano in luoghi dalla brutta fama accadono cose spiacevoli solo se sono abbastanza fessi da andarci di notte. In pieno giorno non ci succederà niente di male. E’ matematico!»
«Si, come se a Gloomyville sia possibile distinguere il giorno dalla notte...» disse Willy a mezza voce accompagnando le parole con un sospiro.
«E va bene» continuò «Tanto con te è inutile insistere. Vado a preparare l’auto... scendi non appena sei pronta»
Dawnrose seguì con lo sguardo il biondino, che preso un mazzo di chiavi dal tavolo del soggiorno, si incamminava verso l’ingresso. Sorrise, prima di vederlo sparire dietro la porta color ambra.
Il commissariato, imponente figura dalle bianche braccia conserte, sembrava guardare Freddy dall’alto verso il basso, mentre il nostro osservava, di rimando, il biglietto di carta patinata raffigurante i nove idoli mascherati.
“Ed ecco come il concerto che sognavo da un anno se ne va in fumo...” pensò mentre gettava via il biglietto, prima di seguire Eve e il commissario Whiplash nell’automobile, che sparì in un momento, sotto la guida delle mani guantate e dagli stivali da cow-boy di Nick Faraday.
Il liquido nerastro rifletteva l’immagine fantasmica del volto di una donna, un ovale pallido con due chiazze nere al posto degli occhi.
“Devo sembrare ancor più cadaverica di quanto non sia già” pensò Sharon Bagley china sulla sua tazza di caffè, stanca da morire a causa di una notte insonne popolata da mille pensieri.
La maschera, che la scrutava dalla scrivania, era la prova concreta del fatto che il bambino (che aveva un occhio nero e uno blu) e la chitarra conficcata nel di lui ventre, erano reali e non frutto della sua immaginazione.
Si fece forza e iniziò a vestirsi con gesti meccanici, mentre di tanto in tanto tornava alla sua scrivania per una sorsata di caffè.
Uscì di casa che era ancora intenta ad abbottonarsi per bene il lungo cappotto nero, e uno sbuffo di aria gelata le si insinuò tra le ossa, svegliandola completamente.
Fu tentata fino all’ultimo di recarsi al commissariato, prima di andare al lavoro. La maschera poteva costituire un indizio importante, e lei aveva un disperato bisogno di sentirsi utile, da quando era giunta in questa città che non le apparteneva, e nella quale si sentiva poco più che un’ombra inutile, separata da tutto ciò che la circondava.
Mentre giungeva nei pressi della stazione della polizia, notò in lontananza tre sagome che si muovevano davanti all’entrata. Non riuscì a credere ai propri occhi quando vide che una delle figure non era altri che il tenebroso cliente del giorno prima, che con la sua solita aria da vampiro assonnato seguiva due donne in un’auto. Arrivò sul posto appena in tempo per vedere l’automobile dileguarsi in una nuvola di gas di scarico. Tutto ciò che rimaneva dei tre era un foglietto di carta per terra; fu stupita di constatare che si trattava del biglietto che aveva il giovane aveva acquistato da lei il giorno prima.
Fu un attimo: raccolse il rettangolino di carta, e con cinematografica decisione fermò un taxi che stava passando di lì esclamando: «Segua quell’auto!»
