Dove Volano Gli Alligatori - Prima Parte - di Federico Mondelli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/08/2007 alle ore 14:48:28
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PARTE PRIMA
(In cui iniziamo a conoscere l’allegra masnada
di protagonisti ed assistiamo con i nostri amici
ad un inquietante spettacolo)
L’ascensore saliva lentamente, quasi controvoglia, emettendo i soliti inquietanti grugniti metallici che puntualmente facevano sì che Freddy avesse le spalle accarezzate da una lieve sensazione di freddo, durante i pochi secondi che lo separavano da casa. Il nostro era in piedi, immobile, il peso del corpo sulla gamba destra, e osservava la sua immagine sfocata e a stento riconoscibile riflessa nella porta di metallo davanti a sé.
La porta si aprì automaticamente, e fatto un passo fu avvolto dalle pareti color pistacchio del pianerottolo; si diresse verso l’entrata del suo appartamento mentre lo scorbutico ascensore si richiudeva borbottando dietro di lui. Introdusse la chiave blu nella fessura e pose le dita sulla sagoma gommosa a forma di mano; con un bip prolungato e un sorriso la porta gli comunicò di aver riconosciuto il padrone di casa, e si aprì di scatto verso l’interno.
Si chiuse la simpatica porta alle spalle e per un attimo abbracciò con lo sguardo l’intero salotto.
I due divani di pelle rossa, il tappeto arancio e viola con sopra il tavolino di vetro, lo stereo, il televisore, la grande libreria di legno e i quadri appesi alle pareti azzurre; era tutto come l’aveva lasciato. Anche questa volta i coccodrilli non avevano avuto modo di entrare.
Quattro stanze costituivano il suo appartamento: salotto, cucina, bagno e camera da letto. Si recò in quest’ultima mentre le bianche finestre si aprivano automaticamente al suo passaggio.
Si levò la giacca nera e la posò sul letto, si girò e guardò se stesso riflesso nello specchio situato sulla porta dell’armadio. Un viso sottile incorniciato da lunghi capelli castani, occhi neri, un naso un po’ lungo e leggermente arcuato, labbra carnose e occhiaie perenni: questo era, in breve, il nostro Freddy, che, anche a causa della sua andatura un po’ strascicata, dava l’impressione di essere un tipo il cui unico scopo nella vita era quello di trovare un letto su cui schiantarsi per riposarsi da chissà quale eterna stanchezza.
Squadrò se stesso da capo a piedi: camicia nera, cravatta rosso sangue allentata a dovere, jeans blu scuro e Converse All Star™ nere della serie “Leather”; decise che tutto era al suo posto, si diede con le mani una sistemata ai capelli, prese il telefonino dal comò e, passando nuovamente per il salotto, si diresse in cucina. Aprì il mobile che sovrastava la lavastoviglie e ne tirò fuori una Tortina Loacker™ alla nocciola (da sempre il suo cibo preferito) mentre componeva il numero di Willy, suo amico fraterno fin dai tempi della scuola per poppanti.
Mark Chuffrey, chiamato da tutti Willy per motivi noti solo a pochi eletti, conosceva il nostro Freddy praticamente da sempre. Fisicamente erano quasi l’opposto: Willy aveva capelli biondi, occhi castano chiari tendenti al verde e lineamenti più delicati di quelli di Fred, ma mentalmente erano straordinariamente compatibili.
I due avevano a un tempo tutte quelle caratteristiche in comune e quelle differenze che rendono possibile tra due persone la nascita di un’amicizia fraterna; amicizia, la loro, che aveva fatto sì che si trovassero insieme nella maggior parte degli eventi importanti della loro vita, così nella buona sorte come nella cattiva.
Willy era sotto la doccia quando il telefono squillò. Imprecò tra sé e sé, chiuse l’acqua, aprì la porta scorrevole e messosi un asciugamano attorno alla vita si precipitò a rispondere con i lunghi capelli grondanti d’acqua. Alzò la cornetta e rispose con la sua voce roca.
«Pronto? Chi parla?» chiese, anche se sapeva benissimo chi c’era dall’altra parte della cornetta. Ci aveva messo un bel po’ di tempo per uscire dalla doccia, e sapeva che al mondo c’era una sola persona capace di far squillare il telefono per interi minuti, prima di riattaccare.
«Ciao, sono io. Ho letto la tua e-mail... dobbiamo andarci per forza. Un’occasione così non ci capita più, senti a me!» disse Freddy con la solita frenesia gioiosa che trasudava dalla sua voce in queste occasioni.
«Va bene, allora vediamoci stasera... andiamo a prendere i biglietti.» replicò Willy con l’ignava piattezza che caratterizzava la sua voce quando parlava al telefono.
«Ok, ci si vede!»
«Certo. A più tardi.»
Riattaccò e tornò in bagno per asciugarsi i capelli.
L’entrata del Firehouse era costituita da una piccola porta a vetri ornata da una cornice di fiamme in rilievo nelle quali ardevano stelle brillanti azzurre e argento. La porta era sovrastata da una scintillante Gibson Les Paul™ ricoperta di brillantini oro e viola.
Nato inizialmente come negozio di dischi e strumenti musicali, al locale erano presto stati aggiunti una sala con bar, tavolini e sedie, e uno stock dove poter acquistare magliette, poster, gadget e biglietti per i concerti. All’interno del locale luci psichedeliche al neon illuminavano le rosse pareti tappezzate di foto di gruppi, di strumenti e di riproduzioni giganti di copertine di quei dischi che avevano lasciato un segno indelebile nella storia della musica.
La prima volta che Sharon ci aveva messo piede aveva deciso che era lì che voleva lavorare.
Era arrivata da poco in città, e cercava un impiego rilassante che non la tenesse troppo lontana dalla sua passione per l’arte. Poetessa e pittrice, aveva viaggiato a lungo, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e la singolare città in cui era arrivata era per lei deliziosamente bizzarra.
Stava riponendo sullo scaffale una maglietta degli Skid Row che un tale aveva provato e non comprato quando la porta del locale si aprì per lasciare entrare due tipi dai capelli lunghi che sembravano uno il negativo dell’altro. Quello bruno, di poco più alto del suo compagno, aveva una giacca nera sopra una camicia dello stesso colore, jeans scuri e Converse™ nere, il biondo invece indossava una camicia bianca senza giacca, un paio di jeans sbiaditi e Converse™ azzurre e bianche. Entrambi portavano la cravatta.
Quello con i capelli scuri salutò con uno strascicato «Buonasera» senza rivolgersi a nessuno in particolare e si accinse a richiudere la porta dietro di sé, mentre il biondo si avvicinava al bancone.
«Salve» disse con voce piatta.
«Buonasera. Cosa vi serve?» chiese Sharon con un sorriso.
«Due biglietti per il concerto degli Osmoseuszod» rispose il ragazzo dai capelli biondi mentre il suo negativo stava fermo dietro di lui e si guardava intorno accarezzandosi con il dorso dell’indice la corta barba sotto il mento.
«Ecco a voi, fanno 60 €» disse la ragazza dopo aver preso i biglietti da sotto il bancone, con gli occhi fissi sul ragazzo bruno che non l’aveva degnata di uno sguardo.
Li guardò entrambi allontanarsi e uscire dal locale mentre il taciturno ragazzo dai capelli scuri emetteva con voce flebile un freddo «Arrivederci» dandole le spalle.
Si mordicchiò le labbra pensosa.
Il bar era quasi vuoto, quella sera. Due tavolini erano occupati rispettivamente da una coppia di vampiri dark che amoreggiavano silenziosamente e da un distinto signore in giacca, cravatta, cilindro e monocolo che leggeva un giornale sorseggiando di tanto in tanto il suo caffè. Era occupato anche un terzo tavolino, al quale sedevano da una parte un ragazzo alquanto robusto con i capelli color paglia raccolti in una lunga coda, e dall’altra un ragazzo più magro con i capelli neri non troppo corti, portati all’indietro, che ricadevano arricciandosi dietro le orecchie.
Erano Eddy e Roger, detective in erba e assidui frequentatori del Firehouse, e in particolare del suo bar. La strana coppia era entrata da poco a far parte della “Murders & Horns” la più famosa agenzia investigativa specializzata sia nel campo dei delitti che in quello delle scappatelle extraconiugali (molto spesso campi collegati tra loro), ed era alla disperata ricerca di un caso da risolvere.
«Guarda quello» disse Roger indicando l’uomo col monocolo, «Non è un tipo insolito per un posto come questo?».
Eddy guardò oltre le spalle del suo compagno mentre mescolava con la cannuccia il suo Gene Simmons all’arancia rossa.
«Inquietante» rispose.
Roger finì con una sorsata il suo Ace Frehley alla papaia blu e disse:
«Lasciamo stare quel tipo... si è fatto tardi, forse è meglio che andiamo. Avevo intenzione di tornare a casa presto. A proposito... tu non dovevi andare a cena fuori con Danielle?»
«Certo che devo.» replicò Eddy terminato di bere «Comunque non ora. Devo vedermi con lei tra un paio d’ore... dai, andiamo a fare un giro!»
«Veramente domattina dovrei alzarmi all’alba per innaffiare le piante del mio balcone... volevo andare a dormire...»
«Su, dai, solo per un paio d’ore, poi ti riaccompagno a casa con la macchina!»
«Ok, mi hai convinto, andiamo.» rispose Roger con una leggera nota di rassegnazione nella voce.
I due si alzarono, si rimisero impermeabile e cappello, e pagato il conto si diressero verso l’uscita. Passando attraverso lo stock non riuscirono a non notare una splendida commessa dai lunghi capelli neri china sul bancone con una mano sotto il mento. Aveva gli occhioni scuri persi nel vuoto in espressione meditativa... chissà a cosa o a chi stava pensando, si chiesero.
Freddy aveva tra le mani il biglietto per uno dei concerti più spettacolari a cui avrebbe mai potuto assistere in vita sua. Il foglio di carta rettangolare era grigio, e recava la data dell’esibizione e la scritta “Osmoseuszod in concerto allo Psycho Cyrcus”, sormontata da una foto del gruppo ritratto in tutta la sua violenza espressiva. I nove componenti stavano lì in posa e guardavano Freddy con la solita espressione statica che caratterizzava le loro maschere. A Freddy piaceva la loro musica, violenta e distruttiva, i loro testi intrisi di rabbia verso l’indifferenza e la crudeltà del sistema, le loro maschere, differenti da membro a membro, le loro tute e il fatto che ognuno dei componenti avesse per nome un numero (il primo di loro era infatti #0, il dj, poi veniva #1, il batterista, seguito da #2, il bassista, e così via fino ad arrivare al cantante, che si faceva chiamare #8).
Dopo aver preso i biglietti, il nostro aveva salutato il suo amico e si era diretto al 17 Re, un celebre ristorante in cui era solito mangiare. Era praticamente un cliente fisso, e conosceva benissimo tutto il personale del locale. Conosceva in particolar modo Eve, una giovane cameriera invaghita di lui che ogni volta faceva di tutto per servire al suo tavolo.
All’improvviso sentì un fastidioso solletico all’altezza del petto, ed estrasse velocemente il telefono dalla tasca interna della giacca, che continuò a vibrare nella sua mano. Leggendo il nome sul piccolo schermo provò un’istantanea sensazione di desolazione interiore, unita al forte impulso di lanciare con violenza l’oggetto contro il muro al suo fianco. Depressione e rabbia erano infatti gli elementi che si scatenavano in lui ogni volta che riceveva una chiamata dalla persona che aveva ormai inevitabilmente associato all’insistente fastidio provocato dalla vibrazione del telefono contro la pelle.
Attese un bel po’ di secondi, nella debole speranza che la sua aguzzina si convincesse del fatto che lui era per chissà quale motivo impossibilitato a rispondere, ma poiché non poteva restare in eterno con il telefono semovente (facoltà concessa ai telefoni cellulari dal potere vibrante), premette a malincuore il tasto che avrebbe dato il via ad almeno 10 minuti di grande paranoia.
«Pronto?» la voce di Frances Teslay era più lamentevole e odiosa del solito.
«Pronto...» rispose Freddy con voce flebile, già aspettandosi la solita domanda idiota.
«Che fai?» la domanda arrivò come previsto.
«A dire la verità stavo camminando... niente di speciale, sai com’è.»
«Ah...»
Frances stette qualche secondo in silenzio, poi riprese:
«Allora?»
«Allora cosa?»
Ancora silenzio.
«Ma ti rendi conto?» disse la voce piagnucolosa e stavolta alquanto irritata di Frances.
«Di cosa?»
«No, dico, ti rendi conto?»
«Ma di cosa dovrei rendermi conto?» disse Freddy con incazzatura in crescendo.
Seguì un silenzio che a Freddy sembrò interminabile. Durante l’attesa il nostro sospirò per il suo prezioso tempo che volava via inutilmente.
«Senti, io non so che dire!» esclamò lei.
«Allora non dire niente e smettiamola di perdere tempo inutilmente. Non so se te ne sei accorta, ma non ci siamo detti praticamente niente.»
«Ah, è questo che vuoi? Che smetto di chiamarti? Guarda che basta dirmelo, se vuoi non ti disturbo più.»
Freddy incassò la prevedibile conclusione e si accinse a risponderle come di solito faceva in questi casi:
«Ma no... non intendevo questo...» disse con una voce che era diventata di colpo più dolce e paziente «Lo sai che non vorrei affatto una cosa del genere... è solo che andavo di fretta, insomma, mi hai interrotto mentre stavo andando ad un appuntamento, e sono già in ritardo...»
«Va bene, ho capito.» anche la voce di Frances ora era cambiata, si era fatta meno irritata «Comunque scusa... spero che tu ti renda conto del fatto che non ci vediamo da 6 mesi... ci sentiamo così poco... poi anche quelle poche volte che ti chiamo tu non parli... sei così freddo... scusami, forse sono io ad essere invadente, ma lo sai che ti amo... e invece ti sento così lontano... non è che hai qualcosa da dirmi? Per favore, non dirmi che ti sei stancato di me... io...» a questo punto le parole di Frances furono sovrastate nella mente di Freddy dalle parole di una canzone dei Dark Tranquillity, che il nostro povero ascoltatore iniziò a cantare tra sé e sé. Il pensare intensamente a delle canzoni era l’unica difesa che il poveretto aveva contro la minaccia telefonica che era quella ragazza.
Il nostro aveva incontrato Frances parecchi anni prima, ad Alum Mine, un paesino molto distante dalla sua attuale città di residenza. Aveva intrapreso con lei una relazione, e quando era partito senza neanche sapere quando avrebbe fatto ritorno, lei gli aveva giurato amore eterno, e gli aveva regalato una maglietta recante la frase di un celebre cantautore, che diceva “Quando ti sei rotto del luogo in cui sei, vieni qui da me che almeno cambi aria”. Non appena lo skyline di Alum Mine era scomparso dalla vista di Freddy, che aveva la testa appoggiata al finestrino del treno che lo stava riportando a casa, il telefono cellulare aveva iniziato a vibrare sinistramente. Nel rispondere, il nostro sentì un brivido freddo dietro la schiena... un oscuro presagio cercava di dirgli che la tortura telefonica era iniziata, e che lo avrebbe tormentato per molti anni a venire.
Il silenzio di sottofondo attestava che Frances aveva finalmente finito di parlare, e che stava attendendo una sua risposta.
«Va bene... allora, ci si sente, Fran!» esclamò Freddy con questa classica affermazione universale.
«Chiamami appena puoi, Fred. Ti amo.»
«Ok, mi faccio sentire al più presto. Ciao.»
«Ciao.» replicò Frances con un sospiro.
Il vecchio Freddy premette con sollievo il tasto rosso e mise il telefono al suo posto con gesto liberatorio, mentre riprendeva a camminare con i nove tipi mascherati che lo fissavano dal biglietto che aveva ancora in mano.
Giunto davanti alla grande porta a vetri del ristorante, ripose il biglietto nella tasca posteriore dei jeans ed entrò.
«La stazione non è senz’altro un luogo per bambini!» pensò Dawnrose Mondale mentre attraversava il grande edificio brulicante di tipi sospetti quali assassini, puttane, zingari, nani e tanti altri personaggi che avevano senz’altro influenzato la fantasia del fu Fabrizio De Andrè, noto cantautore di vecchia data. Questa odierna Corte dei Miracoli era la stazione Alterageni, il luogo più adatto per chi desiderava essere infettato da ratti mutanti per ottenere sensazionali poteri (con molta, molta fortuna), oppure un surplus di orecchie e braccia (nella maggior parte dei casi) per ampliare il divertimento durante il celebre reality game cittadino “L’allegro chirurgo e il suo assistente gobbo™”.
La ragazzina si faceva strada tra maniaci chiusi nei loro impermeabili, tagliaborse, tagliagole e tagliaquellochecapitasottomano mentre le fioche luci bianche le illuminavano il viso.
Portava i capelli biondo platino e fucsia acconciati in stile glam rocker old school, lunghi e lisci ai lati del viso e dritti e tesi sopra la testa. I suoi grandi occhi scuri, seminascosti da una lunga frangetta, erano truccati pesantemente di fucsia, e aveva le belle labbra carnose coperte di un rossetto dello stesso colore. Indossava una maglietta nera e viola dei Cinderella che le arrivava sopra l’ombelico e un giubbotto di jeans senza maniche ancora più corto, una mini nera tenuta su da una catena sottile usata come cinta e da un eccentrico cinturone appariscente formato da grossi anelli, un paio di collant a righe orizzontali nere e fucsia, e due stivali da cowboy neri e argento con speroni inclusi. Al collo, appesi a tre catenine, portava una croce, due piastrine di metallo e un piccolo lucchetto, e aveva i polsi ornati da una moltitudine di bracciali di ogni taglia, forma e colore. Sulla schiena le ricadevano un cappello nero da cowboy e il suo inseparabile basso Fender™ per mancini, racchiuso nella sua morbida custodia scura.
Due anni prima, all’età di soli 12 anni, Dawnrose aveva fondato con tre amiche le Scrambled Dolls, gruppo glam rock di cui era cantante e bassista, e per il quale componeva tutti i testi e la maggior parte delle musiche.
La passione per il rock ‘n’ roll en travesti degli anni 70-80, si era accesa in lei alla tenera età di un anno e nove mesi, quando, mentre era impegnata nella difficile operazione di infilare plettri nella cassa della chitarra acustica di suo fratello Freddy, erano giunte alle sue orecchie le prime travolgenti note di “Strutter”, una hit dei maestri Kiss. Da allora aveva fatto del glam una ragione di vita, e la sua attitudine di bambina prodigio l’aveva aiutata ad affermarsi con facilità nel mondo della musica.
Evitato l’ultimo vagabondo che le intralciava il cammino Dawnrose uscì nella notte serena illuminata di luci bianche e rosse, e poté finalmente aspirare una boccata d’aria priva dei caratteristici umori pestilenziali che infestavano la stazione.
Camminava da alcuni minuti avvolta nell’atmosfera gioiosa della cittadina quando le sembrò di vedere un personaggio conosciuto.
Ma si, era proprio lui, Mark detto Willy, il vecchio amico di suo fratello, del quale si era invaghita la prima volta che lo aveva visto 13 anni prima e col quale faceva la civetta più o meno dallo stesso tempo (come tutte le sue capacità, anche quella di gattamorta era degna di una bambina prodigio).
«Mark!» gridò Dawnrose correndogli incontro.
«Dawnie! Che sorpresa rivederti! Che ci fai qui?» chiese Willy all’unica persona al mondo che lo chiamava col suo vero nome.
«Sono venuta a vedere Jack, no?» rispose la ragazzina con un sorriso.
Dawnrose non era una grande fan degli Osmoseuszod, anzi, a dire la verità non le piacevano proprio, ma Jack Gennarelli, il loro batterista, era il suo idolo. Jack suonava anche in un devastante gruppo glam, i Killerbabes, di cui era chitarrista e fondatore, e la piccola Dawnie aveva la camera tappezzata di poster di questo ragazzetto dai lunghi capelli neri, che faceva uso di ombretto, rossetto e smalto almeno quanto lei. Quando era con gli Osmoseuszod, nei quali era chiamato formalmente #1, il bel tenebroso portava una maschera bianca inespressiva, decorata con disegni neri intorno agli occhi e alla bocca, che gli conferiva l’aspetto di una bambola cadaverica.
Willy sorrise annuendo.
«Se lo avessimo saputo prima io e tuo fratello avremmo preso un biglietto anche per te!» disse.
«Oh, non fa niente. Almeno avrò l’occasione di vedere il famoso Firehouse. A proposito, dov’è quel matto di Freddy?»
«E’ stato con me fino ad un attimo fa, mi ha detto che sarebbe andato a cena fuori, probabilmente al 17 Re»
«Perché non mi porti lì, così gli facciamo una sorpresa?»
«Mi sembra un’ottima idea, andiamo!» rispose Willy con un sorriso.
«Che ci fai ancora lì?» disse una voce familiare.
Sharon abbandonò di colpo i suoi pensieri e si volse verso la voce. Alla sua sinistra c’era Ross, il proprietario del Firehouse che la osservava con sguardo interronegativo.
«Guarda che tanto non ti pago gli straordinari!» continuò l’uomo tenendo i pugni sui fianchi. Al suo fianco c’era Liz, la ragazza bionda che proseguiva il lavoro di Sharon da quando questa finiva il suo turno, alle 20, fino a notte inoltrata.
«Il tuo turno è finito da più di mezz’ora!» squittì Liz con voce più acida di uno yogurt scaduto, tenendo le braccia conserte mentre batteva con un piede a terra.
«Scusatemi, ero sovrappensiero» disse Sharon mentre si dirigeva a prendere la sua giacca nera appesa ad un angolo.
Salutò i due che ricambiarono con perforanti sguardi di ghiaccio e uscì dal Firehouse.
Decise che quella sera non aveva voglia della solita roba cotta al microonde (causa doti cuochesche molto limitate), e si avviò verso il 17 Re, un ristorante di cui le avevano parlato molto bene. Durante la strada aveva ancora in mente quel ragazzo bruno che l’aveva così colpita e che l’aveva fatta indirettamente rimproverare dal suo capo, e pensò che se lo avesse rivisto lo avrebbe fermato almeno per chiedergli il suo nome.
Girò l’ultimo angolo che le impediva la vista del locale, e notò che l’insegna brillava ben visibile, ma l’entrata era coperta da una piccola ciurmaglia di gente che le dava le spalle, disposta a semicerchio, come se stesse osservando qualcosa sul pavimento. Una macchina grigia e malconcia e due volanti della polizia erano parcheggiate davanti alla gente.
Si avvicinò, il silenzio tombale della folla che le faceva gelare inspiegabilmente il sangue, e, facendosi strada tra gli immobili spettatori, si trovò di colpo davanti alla scena che avrebbe tormentato i suoi incubi negli anni a venire (se non si fosse sottoposta a quella cura psichiatrica, ovviamente).
Il ristorante era più tranquillo del solito, e Freddy assaporò la pace silente stiracchiandosi contro lo schienale della sedia e strizzando gli occhi per una manciata di secondi.
Eve arrivò tenendo il menu con entrambe le mani, camminando con la solita andatura elegante e corretta mentre sfoderava il più bello dei suoi sorrisi.
Il nostro notò che era attraente come non mai, seppur con i capelli biondi costretti nella solita acconciatura “da lavoro” e la sobria divisa nera e bianca che copriva con bigotta avarizia le sue forme sinuose.
«Bentornato, signor Mondale!» disse dolcemente.
«“Signor Mondale”? Eve... ti ho chiesto mille volte di chiamarmi Fred.» esclamò Freddy con un sorriso.
«Oh... scusami... è l’abitudine. Sono rari i clienti che vogliono farsi dare del tu...»
La giovane cameriera aveva tante altre cose da dire, ma le parole le morirono in gola quando improvvisamente un grido acuto e tremendo la fece voltare verso l’entrata.
«Cos’era?» chiese il nostro alzandosi di scatto.
«Non lo so...» disse Eve con un filo di voce e gli occhi verdi sgranati «Sembrava come... come un bambino...»
Freddy si avviò a passo svelto verso la porta, seguito dalla bionda, mentre i pochi clienti e camerieri presenti erano rimasti impietriti ai loro posti, bianchi in volto.
Aperta la porta a vetri Freddy sentì Eve stringergli il braccio e affondare il viso dietro la sua schiena mentre soffocava a stento un grido, sconvolta dal macabro scenario che aveva davanti.
La strada e il marciapiede erano un lago di sangue, in cui rosseggiavano interiora e brandelli di carne che già alcuni ratti provenienti da chissà dove avevano iniziato a mangiucchiare. Proprio davanti alla porta giaceva ciò che restava di un bambino a cui erano state amputate di fresco braccia e gambe, che osservava il cielo con i vitrei occhi spalancati e la bocca semiaperta. Nel ventre gli era stata conficcata una chitarra elettrica, che lo aveva quasi tagliato in due, e che si ergeva come una sinistra bandiera insanguinata sul corpicino inerte.
Freddy si chinò mentre Eve, che non voleva decidersi a lasciare la presa, continuava a stringerlo con forza col viso ancora premuto contro la sua schiena.
Il nostro guardò il bambino, e rimase sorpreso nel constatare che aveva un occhio nero e un occhio blu.
Eve Sullivan amava il suo lavoro di cameriera, e da un annetto a questa parte aveva iniziato ad amarlo ancora di più, da quando un giovane mozzafiato aveva iniziato a frequentare abitudinariamente il 17 Re.
Ricordava ancora la prima volta che era entrato nel locale: fermo davanti alla porta si era guardato intorno con l’aria stanca e trasandata che lo contraddistingueva, poi dopo aver osservato con attenzione l’ambiente per qualche secondo, si era diretto al primo tavolo libero e aveva atteso il menu in silenzio.
Era stata attratta da lui istantaneamente, e ogni qualvolta il ragazzo si recava al ristorante, lei faceva i salti mortali pur di servire al suo tavolo. Le piaceva da matti vederlo assorto nei suoi pensieri con lo sguardo estraniato fisso davanti a sé, come la facevano impazzire il modo in cui si toccava i lunghi capelli scuri e il gesticolare nervoso col quale accompagnava ogni sua parola.
Spesso lo sognava, o ancor più spesso fantasticava su di lui, immaginandosi sua coprotagonista in romantiche pellicole anni quaranta o, se era particolarmente eccitata, in costosi film hard sadomaso di alta classe. Mai avrebbe però immaginato di trovarsi con lui nel tremendo pulp che stava vivendo in quel momento.
Le sue narici erano avvolte dal leggero profumo che impregnava la giacca nera di lui, contro la quale teneva il viso premuto. Sapeva che quello spettacolo era ancora lì, a due passi da lei, e che se avesse alzato la testa ci sarebbero stati nuovamente quel lago di sangue e quel cadavere mutilato così orribilmente.
«Oddio ti prego, dimmi che non è vero. Dimmi che è solo un sogno.» ripeteva con voce flebile, mentre, per non staccarsi dal suo compagno che aveva iniziato ad abbassarsi, ne seguiva col corpo i movimenti. Intuì che egli si era chinato per guardare la scena più da vicino, e rimase sorpresa dalla freddezza con la quale stava reagendo alla visione sanguinolenta.
Sentì dietro di sé prima un mormorio, poi molte grida e gli inconfondibili versi tipici di chi ha appena avuto un conato di vomito: i clienti e il personale del ristorante erano giunti a vedere lo spettacolo.
«Vieni, torniamo dentro, hai bisogno di un bel bicchiere d’acqua.» le disse Freddy alzandosi e porgendole la mano.
Al contatto con le sue dita avvertì un brivido salirle su per la schiena; si alzò e lo seguì nel ristorante, lasciando ben volentieri agli altri spettatori il compito di occuparsi del cadavere.
Prese il bicchiere che lui le porse e bevve tutto d’un fiato l’acqua freddissima, che servì a farla riprendere quel poco che bastava perché non desse a vedere di essere in procinto di svenire. Doveva avere un viso pallido da far paura, e pensò che in quelle condizioni Freddy potesse trovarla orrenda; lui tuttavia la osservava con sguardo attento e preoccupato, più interessato alla sua salute che al suo aspetto, o almeno così sembrava.
«Va meglio?» le parole di Freddy furono coperte dal rumore fortissimo di una frenata, proveniente proprio da lì fuori.
Lui si girò per un attimo verso l’entrata, poi tornò a posare gli occhi su Eve, che provò un leggero imbarazzo che la fece arrossire quel tanto che bastava perché il colore del suo viso tornasse normale.
Si fissarono per un tempo indefinito, poi il rumore della porta li fece voltare.
Eve osservò i due strani tipi che si dirigevano verso di loro. Sopra i completi grigi portavano entrambi un impermeabile aperto color antracite e un cappello dello stesso colore. Il più robusto dei due aveva una lunga coda di capelli color paglia che spuntava svolazzando dalla parte posteriore del cappello, e aveva una cravatta arancione, diversa da quella del suo compagno che era azzurra.
«Eddy e Roger della “Murders & Horns”, agenti speciali. Possiamo farvi qualche domanda?» disse il ragazzo dalla lunga coda.
Da più di un’ora, la strana coppia di investigatori girava per la città senza una meta. Roger picchiettava nervosamente sul vetro del finestrino, e cambiava continuamente posizione sul sedile, mentre alla sua sinistra Eddy guidava con gli occhi sbarrati davanti a sé, come se non volesse perdersi il benché minimo particolare della città notturna, tenendo le mani, coperte dai soliti guanti neri fingerless, ben strette sul volante.
«Ok, siamo andati in lungo e in largo per non so quanto tempo, ora puoi accompagnarmi a casa, per favore?» disse Roger con impazienza.
Eddy continuava a cercare con lo sguardo.
«Aspetta un attimo... ancora un po’. Sento che sta per arrivare un caso da risolvere...» rispose con lo sguardo fisso sulla strada.
«Stai ripetendo questa frase da almeno un’ora! Io sono stanco morto! Senti, sai che ti dico? Adesso...» Roger non finì la frase perché un lungo grido atroce giunse improvvisamente alle loro orecchie.
Si guardarono negli occhi per un attimo, dopodiché senza dire una parola Eddy accelerò di scatto e diresse la scassata macchina grigia verso il luogo da cui era giunto l’urlo, mentre il suo compagno frugava nelle proprie tasche alla ricerca di registratore, fotocamera digitale, penna e block notes.
Giunsero con una frenata rumorosissima di fronte al 17 Re, dove una piccola folla si era accalcata davanti all’entrata.
Si fecero largo tra la gente ammutolita e lo spettacolo apparve loro in tutto il suo macabro splendore.
Fissarono la scena per qualche secondo restando praticamente impassibili, poi voltandosi l’uno verso l’altro esclamarono all’unisono:
«Inquietante!»
Mentre Eddy scattava freneticamente una foto dopo l’altra, Roger iniziò a fare alcune domande movendosi velocemente tra la folla, prendendo appunti e registrando informazioni, anche se, dopo aver interrogato tutti i presenti, si accorse di non aver ricavato praticamente nulla: nessuno aveva assistito al delitto.
«Andiamo dentro a vedere se è rimasto qualcuno!» disse richiamando l’attenzione del suo amico fotografo.
«Scoperto qualcosa?» chiese Eddy mentre si avviavano verso l’entrata.
«Un buco nell’acqua. Ne sanno quanto noi.» rispose Roger aprendo la porta a vetri.
Il luminoso locale era vuoto, fatta eccezione per due tipi che si voltarono immediatamente verso di loro. Lei, una bellissima ragazza che dal vestito sembrava essere una cameriera, era seduta a terra mentre lui, un tipo strano dai lunghi capelli scuri, era chinato sopra di lei.
«Eddy e Roger della “Murders & Horns”, agenti speciali. Possiamo farvi qualche domanda?» chiese Eddy avvicinandosi alla coppia mentre Roger, che nel frattempo gli aveva dato il cambio alla fotocamera, aveva intrapreso un servizio fotografico dell’intero locale.
Il ragazzo fissò Eddy silenziosamente. Il detective dalla lunga coda notò che il suo taciturno osservatore aveva gli occhi segnati da evidenti occhiaie, le quali, insieme ai lunghi capelli che gli incorniciavano il viso, gli conferivano un’aura un tantino oscura e vampiresca.
«Domande... di che genere?» lo interrogò il vampiro senza mutare espressione.
«Riguardo l’omicidio qui fuori. Voi due non ne sapete niente? Avete visto qualcuno o qualcosa di sospetto?»
«Abbiamo sentito un grido e ci siamo diretti fuori. Il bambino era già... era già così quando siamo usciti.» rispose la donna, il cui viso, nel frattempo aveva ripreso un po’ di colore.
Eddy la guardò per alcuni silenziosi secondi, poi si voltò verso il suo collega:
«Ehi, Roger!» disse «temo che neanche questi due possano esserci di grande aiuto!»
«Hal, Woody, isolate la zona!»
La voce di Vanessa Whiplash risuonò alta e chiara tra la gente mormorante che affollava la zona davanti al 17 Re.
«Avete sentito cosa ha detto il commissario? Forza, datevi una mossa, isolate tutta la scena del crimine!» esclamò il vice commissario Nick Faraday rivolto ai due agenti.
«Zitto idiota, non ho bisogno che tu mi faccia da eco!» lo apostrofò Vanessa «interroga tutti quelli che sono qui fuori... e alla svelta!»
L’affascinante commissario Whiplash e il suo vice erano arrivati, in compagnia di due agenti, sul luogo del delitto.
Per la seconda volta la porta del ristorante si spalancò con un fracasso enorme.
Una donna dai lunghi capelli rossi entrò, camminando lentamente con andatura da modella, stendendo le gambe lunghissime e affusolate avvolte da calze nere a rete (autoreggenti). Era statuaria, resa ancor più alta dai tacchi vertiginosi degli stivali di pelle nera che le arrivavano sotto le ginocchia. Sotto il lungo cappotto (nero) aveva una mini (nera), e un maglioncino (anche questo nero) così aderente che Freddy si chiese se per caso le procaci tette della misteriosa sconosciuta non stessero per scoppiare.
Il nostro la vide fermarsi e guardarsi intorno con gli occhi grigi truccati pesantemente (ovviamente di nero), e notò un ragazzo in giubbotto di pelle, jeans e stivali da cowboy, che le era arrivato alle spalle, e che con un sorrisetto compiaciuto da ebete si passava le mani fra i ciuffi di capelli biondi (tinti) che gli ricadevano sulle tempie come le orecchie di un fox terrier.
La donna tirò fuori un distintivo e si presentò con voce altera socchiudendo appena le labbra polpose brillanti di rossetto (rosso):
«Commissario Whiplash, polizia.»
Freddy si accorse che sia Eve sia i due strampalati detective fissavano la nuova arrivata a bocca aperta, e pensò che forse, come lui, erano stati sorpresi anche loro nel sentire qual era l’improbabile professione della donna, alla quale avrebbero senz’altro attribuito di comune accordo un mestiere ben diverso.
Il ragazzo dai ciuffi biondi, accortosi del silenzio che aveva invaso la sala, si mosse rapidamente da dietro il commissario e le si mise davanti.
«Avete capito o siete sordi? Il commissario Whiplash si è appena presentato! Alzatevi in piedi!»
«Vuoi stare zitto, stupido idiota? Qui gli ordini li do io! Torna al tuo posto!» gridò la donna con arroganza.
Saltellando, con l’espressione felice e compiaciuta di quei cani che godono nel soddisfare il loro padrone, lo stupido idiota tornò dietro le spalle della rossa tra uno svolazzare di ciuffi tinti di biondo, che contribuirono ulteriormente a far sì che Freddy associasse l’immagine del giovanotto a quella di un cagnolino.
«Cosa ne sapete voi di quello che è successo qui fuori?» continuò il commissario rivolgendosi a Freddy ed Eve, che constatarono come la voce della donna si addolcisse quando non era rivolta al biondino.
«A dire la verità, commissario, questi due testimoni sono stati già interrogati da noi due!» esclamò quello che dei due detective doveva essere Eddy, frapponendosi tra il nostro, che era seduto al fianco di Eve, e la donna dai capelli rossi.
La Whiplash squadrò i due impermeabilizzati da capo a piedi, inarcando un sopracciglio e storcendo il nasino con disprezzo.
«E voi sareste...?»
Stavolta fu Roger a rispondere con la solita formula di presentazione:
«Eddy e Roger della “Murders & Horns”, agenti speciali.»
Il commissario restò in silenzio per qualche secondo, poi continuò:
«Agenti speciali eh? “Murders & Horns”? Sono proprio curiosa di vedere se questa agenzia dal nome ridicolo esiste davvero, e se è al corrente di avere assunto due imbecilli vestiti da investigatore stereotipato da festa di carnevale dei poveri.»
Freddy vide il biondo cagnolino ridere sonoramente con le mani infilate nelle tasche del giubbotto.
«Senta, imbecille lo dice a suo nonno!» esclamò Eddy adirato «E poi le consiglio di badare ai fatti suoi! Lei non ha alcun diritto di...»
La porta a vetri si spalancò rumorosamente per la terza volta, e fecero il loro ingresso due agenti di polizia in divisa, che sorreggevano a malapena uno spilungone che sembrava essere sul punto di svenire.
«Commissario, guardi un po’ chi abbiamo trovato dietro un bidone della spazzatura.» disse uno dei due agenti.
Lo spilungone aveva una camicia bianca e una cravatta di panno color pesca, una giacca nera e jeans sbiaditi. Le sue gambe lunghe e sottili finivano a terra con un paio di logore Converse All Star™ nere e bianche. Aveva il capo chino, e una massa arruffata di capelli castani gli ricadeva davanti agli occhi.
«E chi sarebbe costui?» chiese la Whiplash ai due agenti con la solita arroganza che caratterizzava la sua voce ogni qualvolta parlava con un suo sottoposto.
«Beh, non sappiamo il suo nome, ma sappiamo che ha assistito a tutta la scena del delitto. E’ così scosso che non riesce neanche a parlare!»
«Questo viene con noi!» disse il commissario al cagnolino, che annuì sorridendo. «Voi intanto chiamate rinforzi e fate portare questi due in commissariato. Voglio scoprire se le balle che raccontano sono vere!» continuò rivolta ai due agenti.
«Cosa? Non potete! No! Lasciateci!» gridarono Eddy e Roger mentre venivano trascinati fuori.
Prima di uscire in compagnia del suo biondo schiavetto e dello spilungone, il commissario lanciò un’occhiata a Freddy e alla sua compagna:
«Voi siete liberi di andare.» disse «Ma non allontanatevi dalla città, potreste ancora servirci.»
Il nostro vide uscire la donna che si chiuse la porta alle spalle, poi si alzò in piedi.
«Vieni.» sussurrò ad Eve porgendole la mano «Ti accompagno a casa.»
La aiutò ad alzarsi e, tenendola sottobraccio, si avviò verso l’uscita.
Il giovane aveva lo sguardo perso nelle luci della sera, e aspirava a pieni polmoni l’odore fresco e gradevole che impregnava ogni strada dell’allegra cittadina.
Quando, poche ore prima, era sceso dal treno e aveva inalato con disgusto l’aria fetida della stazione Alterageni, aveva temuto di essere accompagnato per tutto il suo soggiorno in loco dall’odore tipico dell’infernale Bollito Misto Stazionico™ a base di (ingredienti per 4 ratti mutanti): due puttane bene in carne (possibilmente con parrucche e stivali annessi), passeggeri dispersi q.b. e una spruzzata a piacere di muchi e secrezioni anali di ameba gigante. Appena uscito dallo squallido tugurio, però, contrariamente alle sue nefaste previsioni, il tremendo olezzo era volato via, lasciando il posto ad un buonissimo odore di nonsochè che aveva carezzato languidamente le sue narici per non abbandonarle mai più.
Lasciate le valigie in albergo, il giovane aveva intrapreso un solitario giro turistico on foot di tutta la zona, deciso a non lasciarsi sfuggire nemmeno un piccolo, pittoresco particolare dell’ammaliante città.
Fu qualcosa di indefinito, forse un istinto primordiale risvegliatosi all’improvviso, o forse quella sensazione di gelo che gli faceva tremare senza motivo le gambe lunghe e sottili, a far sì che si nascondesse dietro un bidone della spazzatura non appena una scena alquanto insolita gli si parò davanti.
Nascosto dal grosso cassonetto grigio assistette all’intero spettacolo: la breve fuga del bambino, la sua caduta, il suo grido, l’uomo col viso nascosto dall’ombra che infieriva sul corpicino...
Un’ascia?
Si, è proprio un’ascia, guarda come taglia bene le braccia e le gambe...
Il sangue schizzava a fiotti dai resti del bambino e dai suoi arti appena recisi.
Ci macchieremo? Phil non vuole sporcarsi, non vuole sporcarsi di rosso...
La figura armata infisse con violenza il manico della presunta ascia nel ventre del bambino, e nel movimento il suo viso si rivelò completamente al giovane, che dietro il nascondiglio, in posizione fetale tremava con lo sguardo fisso nel vuoto.
Groucho, allora eri tu! Che bello vederti, amico mio! Vieni qui da me... no, non girarti... non andare, per favore... non dirò a nessuno quello che hai fatto, ma ti prego non andartene... ti prego...
Non lasciarmi qui da solo...
Una volante della polizia sfrecciò davanti a Willy e Dawnrose a tutta velocità. Qualche secondo dopo, un’auto uguale a quella precedente, passò svoltando in direzione opposta.
«Ma che gli è preso a questi poliziotti?» chiese Dawnrose rivolta a Willy.
«Non saprei... comunque sembravano venire dalla direzione del 17 Re... spero non sia successo nulla nei pressi...»
I due avanzavano lentamente nella strada deserta, illuminata dalla luce dei lampioni. Erano usciti da poco dal Brick Shithouse, un bar in cui avevano bevuto un latte-menta (lui) e un frappè al cioccolato (lei), e ora andavano verso il ristorante dove avrebbero incontrato Freddy.
Girato l’angolo, si accorsero che la porta che si aspettavano di vedere era ostruita da una moltitudine di persone, qualche agente, tre volanti della polizia e una scassata auto grigia parcheggiata di traverso in mezzo alla strada. Notarono che alcuni poliziotti allontanavano la gente mentre altri circondavano la zona con nastri gialli.
Poco lontano dall’entrata videro Freddy in compagnia di una ragazza vestita di nero e bianco, e Dawnrose si diresse verso di lui correndo, mentre Willy la seguiva lentamente con lo sguardo fisso sui poliziotti.
«Che diavolo è successo qui?» chiese Willy a Freddy che stava abbracciando calorosamente la sorella.
«Te lo spiego dopo...» indicò con lo sguardo Dawnrose «Portala via di qui, magari a casa tua, e non lasciarla sola un secondo. Non farla uscire, e soprattutto fai in modo che non veda quello che c’è davanti all’entrata del ristorante!»
«Cosa non devo vedere?» chiese la ragazzina ai due «Perché devo andare via di qui? Perché non posso uscire? E chi è questa?»
«Ah, si, che stupido, lei è Eve, una mia amica. Eve, lui è Willy e questa è mia sorella Dawnie.»
La ragazza sorrise cordialmente.
«Molto piacere!» esclamò Willy mentre Dawnrose fissava con ostilità la bionda cameriera «Andiamo, Dawnie, ti porto a casa mia, tuo fratello lo rivedrai domani.» continuò lanciando un serio sguardo di intesa a Freddy.
«Sicuro, ci vediamo domattina!» disse il nostro rivolto a sua sorella.
Willy si allontanò tenendo per mano la ragazzina che continuava a chiedergli perché suo fratello, che aveva rivisto dopo così tanto tempo, aveva voluto mandarla via senza neanche spiegarle il motivo.
Sharon stava con la testa appoggiata al muro, lontana dal sanguinoso scenario che aveva lasciato barcollando pochi minuti prima. La sua respirazione aveva ripreso un ritmo regolare, e quell’odore ferroso e penetrante aveva finalmente abbandonato le sue narici, ma si sentiva dannatamente sporca, come se il liquido rosso e appiccicoso che allagava la strada le fosse rimasto addosso in qualche modo.
Stette immobile ancora per qualche minuto, poi lentamente si mosse, prendendo la direzione di casa con lo sguardo rivolto verso il basso.
Fatti alcuni passi la sua attenzione fu attratta da un oggetto misterioso che era adagiato sul marciapiede opposto. Attraversò con aria stanca lo stretto vicolo in cui si trovava, decisa a scoprire cosa fosse quella massa informe resa indefinita dalla semioscurità.
Un paio di occhiali sormontati da spesse sopracciglia, un nasone e folti baffi neri costituivano la buffa maschera che qualcuno aveva abbandonato per terra. La prese senza indugiare un solo istante, infilandola in una delle larghe tasche della sua giacca nera.
Riprese il cammino verso casa determinata ad arrivarci al più presto possibile, mentre nella sua mente si alternavano ora la visione del bambino mutilato, ora quella del ragazzo misterioso che per un motivo sconosciuto non riusciva ad escludere dai suoi pensieri.
Lo vide quando era a pochi passi da casa, stavolta in compagnia non del suo biondo amico, ma di una ragazza vestita da cameriera. Le passò proprio accanto, ignorandola, e in lei crebbe il desiderio di parlargli, ma fu fermata dalla vista del braccio di lui che cingeva il fianco della sua fortunata compagna.
Con espressione ancor più depressa di prima raggiunse il portone del suo palazzo e vi entrò. Salì le scale fino al secondo piano e con la chiave nera aprì la porta del suo appartamento dopo aver posto il palmo della mano sull’apposita piastra gommosa di sicurezza.
Lanciò la sua giacca sul pavimento, poggiò la maschera sul letto e si recò in bagno dove premette il pulsante rosso della sua Termobath™ idromassaggio. In attesa che la vasca si riempisse d’acqua calda, tornò in camera e, seduta sul tappeto azzurro si sfilò le Doc Martens™, il vestitino, i collant e le mutandine (tutto rigorosamente dark), lasciandoli a terra sparsi in maniera disordinata.
Nuda si recò in bagno e si immerse nell’acqua fumante sperando di dimenticare l’intera serata.
La bianca silhouette del manicomio era avvolta dal silenzio, un grosso e taciturno fantasma dormiente reso ancor più spettrale dalla luce della luna.
Solo due sagome si muovevano sulla scena immobile, trascinandosi dietro una terza sagoma svenuta all’apparenza, flessibile alla palpanza e muta alla sentenza.
Sorreggendo l’inerte sconosciuto, Vanessa Whiplash e il suo biondo vice nonché cagnolino, leccapiedi e probabilmente leccaqualcos’altro personale Nick Faraday si dirigevano, attraverso il grande giardino del manicomio, all’entrata del medesimo.
Il vice commissario Faraday seguì con devoto sguardo la superba mano di Vanessa che con l’imperioso gesto, da lui tanto amato in certe situazioni, premette con l’indice teso sul campanello dorato.
Il dottor Vincent Slobbering sobbalzò nel buio della sua camera da letto emettendo un asmatico gemito.
Da sotto le lenzuola, più o meno all’altezza del suo inguine si levò una sommessa voce femminile.
«Mmm... che succede Vinnie? Perché ti sei messo seduto? Torna giù...»
Il vecchio restò per qualche secondo in silenzio.
«Non hai sentito anche tu il campanello, Debra?»
«Tesoro... sai che quando sono intenta a fare certe cose non bado molto a quello che succede intorno!» disse la voce concludendo la frase con una breve risatina da ochetta.
Alcuni inconfondibili rumori attestarono che Debra era tornata al suo lavoro.
«Stai ferma un momento» disse il vecchio tra un ansimo e un sussulto «Vado a vedere chi c’è fuori.»
Il dottore si alzò dal letto spostando con un colpo secco il lenzuolo, che portò non alla luce bensì alla semioscurità la sorridente proprietaria della voce, e cioè una ragazza nuda che osservava incuriosita il suo compagno con la lingua fra le labbra e una mano fra le cosce.
«Devi andare proprio?» gli chiese scrutandolo con gli occhioni da cerbiatta coperti da una frangetta di capelli castani.
«Faccio presto, tu intanto dormi!» le rispose il vecchio mentre si tirava su i pantaloni del pigiama e si infilava una vestaglia.
Si chiuse la porta della camera alle spalle e percorse ciabattando i silenti corridoi del manicomio fino ad arrivare alla grande porta di ingresso.
Ad aspettarlo fuori c’erano i volti familiari di Vanessa e Nick, e quello meno familiare di un giovane dal capo penzolante.
«Entrate, miei cari! Come mai qui a quest’ora di notte?»
«Abbiamo qualcuno che ha bisogno di essere spremuto per bene!» esclamò il commissario con un insolito tono cortese.
«Ahhh... devo dirlo subito a Wendy, allora. Ne sarà felicissima, stava quasi per prenderla una tremenda crisi di astinenza. E’ da due mesi che non effettua una cerebraculazione.» disse il dottor Slobbering con un sorriso pauroso e gli occhi spalancati, persi come al solito in un mondo al quale l’accesso era consentito solo a lui.
«Beh, questo le piacerà senz’altro! Non vuole proprio saperne di parlare.»
«Beeene! Quelli taciturni sono la sua passione! Ah, Vanessa, mia cara, posso chiederti il favore di avvisarmi la prossima volta che usi il tuo passpartout per aprire il cancello? Credo che danneggi la serratura...»
«Certo Vinnie, ti avviserò in futuro. Ad ogni modo, prima non ho usato il passpartout... il cancello del giardino era già aperto.»
Il vecchio la fissò per un attimo a bocca aperta.
«Cosa? Avevo detto di farlo chiudere! Questi inservienti... non riescono mai a ricordarsi quello che gli chiedo.»
«Forse dovreste smetterla di lobotomizzarli, dottor Slobbering!» esclamò con un sorriso idiota il biondo vice commissario Nick Faraday, che fino a quel momento non aveva fatto altro che annuire ad ogni parola detta dalla Whiplash, in silente stato contemplativo, mentre si trascinava dietro lo svenuto attraverso il corridoio.
Il dottore e il commissario lo trafissero con crudeli ma anche un po’ compassionevoli sguardi di rimprovero, mentre entravano nel laboratorio di Slobbering.
«Lascialo sul lettino, ci penserò domattina a sottoporlo alle cure di Wendy.» disse l’anziano dottore rivolto a Nick, poi rivolto ad entrambi continuò «Ripassate domani sera, e avrete tutte le informazioni che desiderate estrapolare dalla mente di questo dormiglione.» e così dicendo bussò con le nocche sulla fronte del povero svenuto, che continuò a restare immobile sul lettino.
«Perfetto! Allora, a domani Vinnie!» esclamò Vanessa Whiplash mentre usciva dal laboratorio e si dirigeva verso l’ingresso.
Il vecchio la salutò con un blink dell’occhio destro (quello vero) e sospirando la guardò allontanarsi seguita dal suo biondo cagnolino bipede.
