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Una notte a Brooklyn - di Gianluca Parravicini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 27/05/2007 alle ore 20:44:57

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

C’era ancora un po’ di birra nel bicchiere, non tanta, meno della metà, ma non avevo più sete, ne fame, ne sonno, così ho pensato di ficcarci dentro una matita, l’ultima che avevo nel taschino della camicia. Un bicchiere di birra con una matita dentro è l’immagine migliore del mio fallimento e io fino a Sabato sera ero un fallito. Ero fallito io, le mie foto, la mia vita e quella birra che si era impregnata dell’odore di quella matita, era fallita quella matita che si era rammollita nella birra, era fallito pure quel bicchiere che ospitava tutta quella merda. Era fallita la mia cucina, la mia sbronza, tutta quella notte ubriaca di buio era fallita, solo l’orologio a lancette non era fallito, procedeva lento inesorabile. Gli orologi a lancette sanno sempre dove andare, si fermano, raccolgono un po’ di tempo e vanno avanti.... sempre così, non c’è nulla che possa distrarli, neanche un fallito nelle vicinanze.

Avevo sfilato le scarpe perché ero stufo di averle indosso, era il paio più in vista che possedevo, nere in pelle, luccicanti, suola in cuoio, quelle che indosso nelle occasioni importanti. L’occasione di Sabato pomeriggio era una di quelle, l’appuntamento con il direttore di Esquire per proporgli un servizio sui manicomi che avevo realizzato due settimane fa. Ero andato a Brooklyn nell’ospedale psichiatrico, dove sono ricoverati quelli che non ci sono più con la testa, quelli che indossano camice di forza e caschetti protettivi, quelli che ti guardano e ti sputano addosso o ti urlano brutto figlio di puttana appena ti vedono. Avevo fotografato tutto questo e molto di più, gli psicotici, i maniaco depressivi, tutte quelle loro facce, quei loro denti marci, quei loro occhi spenti ed estromessi dalla vita. Quel loro trascinarsi nei corridoi, quelle loro mani che striavano l’aria come per raccoglierla, quelle loro parole esposte all’impudicizia, quelle macchie di urina che lastricavano i loro pantaloni bianchi. Avevo fotografato la pazzia per i lettori di Esquire, prezzo del servizio 2000 dollari, era questa la somma promessa dal direttore del giornale, ed io ci contavo molto, ero già indietro di un paio di mesi con l’affitto e le mie carte di credito stavano oramai diventando carte di debito. Invece le ha respinte, ciò ripensato e non è il momento di proporle ora, magari più avanti, ha detto. Più avanti? Ma io di quei soldi ne ho bisogno ora, tutti quei giorni persi a fotografare i matti, tutte quelle ore, tutta quella saliva che mi hanno riversato addosso, tutto questo per vedermi rifiutare il servizio.

Ho sempre saputo che lavorare come free-lance è una condizione del cazzo, ma... voglio la mia libertà, voglio essere padrone delle mie foto, voglio essere fotografo anche in questo, non solo perché faccio fotografie. Quando ho sentito il suono della e-mail sul computer ancora acceso nello studio, sul principio non vi ho fatto caso. Ero ubriaco, una sbronza triste di qualche lattina di birra, quella che ti fa venire voglia di pisciare prima ancora che di pensare. Devo averla fatta per terra, perché la mattina quando mi sono trovato sdraiato sul letto ancora vestito ho subito sentito provenire dal bagno quel tipico odore stagnante da latrina di qualche stazione metropolitana del Queens. Mentre asciugavo per terra mi sono ricordato di quella e-mail che è arrivata durante la notte, me ne stavo piegato per terra e come in un lampo di lucidità mi sono ricordato... Mi sono rialzato con la testa ancora confusa e con la gola che respingeva a fatica qualche conato di vomito post bronza e sono andato nello studio. La e-mail era di un redattore del New Yorker, accettavano di pubblicare un mio servizio che avevo proposto loro più di sei mesi fa, al prezzo di 3000 dollari. Era un servizio da fuori di testa, ero uscito una notte per Brooklyn e avevo deciso di farmi pestare in tutti i locali in cui mettevo piede, mi fingevo ubriaco, facevo un po’ di casino e la security del locale mi menava. Ogni locale un’ecchimosi, ogni ecchimosi una foto. Dopo essere entrato in dieci locali avevo il corpo devastato dai lividi, ma con tante foto, lo scopo del servizio era segnalare ai lettori quali sono i locali dove menano di più. Una cazzata ne ero perfettamente conscio, ma era un periodo dove non avevo idee e Nancy mi aveva lasciato dopo che mi aveva scoperto a letto con la sua amica Gina. Mi era venuta voglia di farmi menare e così ho sfruttato l’occasione. Come mi diceva il mio allenatore di baseball da ragazzo, la vita è una gran cazzata!

Ora sono qui con l’assegno da 3000 dollari che ho ritirato questa mattina, già perché mi sono subito precipitato alla redazione del New Yorker prima che cambino idea. Stavo pensando di scriverci anche una storia, solo che non sono bravo ad usare le parole, non mi vengono mai fuori, oppure scappano così rapidamente che non le vedo neppure, hanno fretta, non sono come le fotografie....non si fermano mai.

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