Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Vergogna - di Vito Ferro

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Narrativa breve > Vergogna

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/10/2006 alle ore 13:38:38

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La madre lo tirava per la manica del cappottino spesso. Lo stesso che lei gli aveva cucito anni addietro. Lui si lasciava sballottolare dalla frenesia veloce di sua madre, che ogni tanto borbottava qualcosa di incomprensibile, con tono dolente. Sentiva di aver fatto qualcosa di sbagliato, tanto. Non era stata una semplice sgridata, no. Quelle ogni tanto se le beccava, erano rapidi e istantanei rimbrotti, acuti gridi, seguiti da rari schiaffi nel sedere o rarissimi in faccia. Quella volta niente di tutto questo. Meno che mai schiaffi. Solo uno sguardo intenso scambiato col padre, e la madre che si torce le mani davanti la cucina, il padre che dice: "portiamolo dal dottore, domani subito".
Perciò, adesso, pur ignaro della sua colpa, lasciava che sua madre lo trascinasse senza un lamento, per rendersi complice, per volontà di espiare.
Non capiva ancora dove avesse sbagliato. Sua madre, a pochi metri dallo studio del dottore, disse più chiaramente: "che vergogna, che vergona". E a lui venne una fitta spiacevole allo stomaco.
Il dialogo col dottore fu colmo di sottintesi, di rapidi accenni, i due adulti si intendevano benissimo nonostante quelle parole smozzicate e tronche, mentre lui ci capiva poco. Intese che tutto nasceva per ciò che aveva scritto il pomeriggio prima su quel foglio. L’aveva fatto in maniera innocente, e quasi automatica. Gli capitava spesso di pensare a quelle cose, e ieri aveva provato (ma senza volontà come guidato da una forza sottile e pacata) a scriverle lentamente sulla carta. La madre l’aveva beccato. Aveva prima squadrato per qualche minuto il suo compitare metodico e sereno, poi di colpo, come scossa, come capendo, gli aveva strappato, letteralmente, il foglio dalle mani e aveva letto. Il bambino, colto alla sprovvista, rimase attonito, con le mani aperte come ad attendere, come ghiacciate.
La madre faceva scorrere gli occhi sul foglio con frenesia che man mano si gonfiava.
E man mano diventava più disperata l’espressione della sua bocca, il contorno sopra le sopracciglia, le guance arrossate di spavento.
Staccò gli occhi dal foglio, si guardò intorno temendo la presenza di spie, fissò lui e gli disse: "cos’hai fatto? cos’hai fatto?" piangente. E lui non capiva, cercava di ricordare che guaio avesse combinato in cortile o in camera coi fratellini. In quell’istante maledetto, non riusciva a collegare la gravità della sua azione alla scrittura sul foglio.
"Ma dottore, si prenderà botte da tutti, dottore, che vergogna, che vergogna... come facciamo... siamo una famiglia perbene, lavoratori... suo padre è distrutto, e pure io... abbiamo altri due figli, dobbiamo difenderli, proteggerli..." e ogni tanto lanciava occhiatacce nere verso il bambino che si stringeva nel suo cappottino di lana grezza. Lui adessa avava una paura sottile. Quella del collegio. Paventata minaccia, condanna potenziale per ogni sua mancanza.
Il dottore sembrava triste, preoccupato, pensoso.
"Purtroppo non ci sono cure ancora così adatta, signora... vede si sta ancora studiando, cercando..."
"Ma lei ci deve aiutare, si potrà pur fare qualcosa... mio marito è disposto a prendere la sua liquidazione... sono un pò di soldi..."
"Signora, non è questione di soldi... e che non è ancora possibile curare la patologia, non ci sono scoperte ancora... deve accettarlo signora, non c’è soluzione".
La madre si sgonfiò come un sacco sporco. Il dottore aveva abbassato gli occhi.
Lui sperava che non gli chiedessero nulla. Aveva comunque capito, e deciso tra sè e sè, che quelle cose non le avrebbe più scritte. Magari sarebbe bastato per far contenta la sua famiglia, per togliersi quella vergogna di dosso. Non giurava che non l’avrebbe mai più neanche pensate, quelle gli venivano da sole, ma scritte sì. Mai più. E non appena sarebbero usciti dal medico, lo avrebbe detto a sua mamma, superando la paura, la vergogna. Le avrebbe detto "mamma non le scrivo più le poesie, te lo giuro. Mi vuoi ancora bene?".