Verbalmente - di Emilia Urso Anfuso
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 25/03/2006 alle ore 13:50:34
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Ho corso e percorso tanto nella vita. Ho in seminato una parte di mondo con le parole. Col tempo, ci si accorge che tutta l’anima esposta parlando e cercando di stimolare la mente, il cuore, l’anima altrui serve solo, al limite, a lasciare una matrice scolorita nella gente che incontri.
L’essere umano ascolta. Non sente. Metabolizza parti delle parole ascoltate di fretta. Capta quelle poche frasi che arrivano sparate, centrando una parte del cervello. Le elabora. Scontorna i confini di ciò che realmente si voleva comunicare. Entra in contraddizione. Paranoicamente, si perde il filo di qualsiasi logica. Non ci si comprende. Si perde tempo. Ci si inoltra in ambienti sconosciuti. Il kaos totale. Agli albori della storia dell’Uomo, l’Essere non aveva l’uso della parola. Nessun significato possibile dato dalla comunicazione verbale, alle emozioni, ai pensieri, ai ricordi. Eppure...si comunicava. Coi gesti, con l’espressione degli occhi, con un urlo gutturale. E se siamo arrivati fin qui, sicuramente all’epoca, ci si comprendeva comunque. Con l’evoluzione, in milioni di anni l’Uomo ha potuto esprimersi. Ed è dall’esatto istante in cui la prima parola è stata proferita che il Mondo umano, ha iniziato la sua lenta involuzione.
Con la parola, è nato il pensiero cosciente. Col pensiero cosciente, sono nati i dubbi, le contraddizioni, i timori, la menzogna palesata, la sincerità contraffata dalle parole.
In un lento, ma inesorabile percorso, si è giunti ad aver tutti la convinzione di essere in grado di comunicare, per il solo fatto di avere il dono della parola. Ma quanto si fa, realmente, per farsi intendere o per intendere ciò che ci viene comunicato? Poco, se non nulla. Chiunque, tenta di tirare conclusioni affrettate su ciò che viene ascoltato. Si convince di aver compreso appieno, fino ad arrivare alla convinzione di poter, non solo tirare affrettatamente le somme, ma di ribadire il proprio punto di vista, rendendolo la realtà che l’altro vorrebbe enunciare. Inoltre, perversamente nel corso delle epoche, il valore, il contenuto di certe parole è stato totalmente sovvertito. Un esempio? Spesso si sente dire "fare una marchetta" volendo dare a questa frase il significato di: fare qualcosa senza nulla pretendere o per pura "prostituzione" dei propri ideali o delle proprie regole. Errore madornale, se si ricorda da cosa deriva il termine "marchetta". Al tempo delle Case Chiuse, le prostitute, per ogni prestazione sessuale, ricevevano dalla tenutaria, un bollino metallico, con su inciso a seconda dei casi, il nome della casa, della prostituta o un numero.
Alla fine della serata, ogni prostituta, consegnava le marchette ricevute, avendone in cambio l’equivalente concordato in denaro...Si evince da questo piccolo esempio, che se si fa "una marchetta" professionalmente parlando, si dovrebbe intendere magari di aver accondisceso ad un compromesso, ma dietro pagamento del dovuto.
La mia forse è follia della comunicazione. Integgerrimità della verbalizzazione. Ma poiché vivo nel mondo della Comunicazione, ed ogni giorno mi accorgo di quante cose assurde vengono scambiate parlando, non posso fare a meno di analizzarne continuamente i contenuti.
E’ da queste cose, che si dovrebbe ripartire per rendere l’umanità cosciente degli accadimenti.
Forse da questa riflessione scriverò un libro.
Forse non ne farò nulla.
Forse un giorno, mi metterò in "sciopero" verbale.
Magari aprirò una scuola di "rieducazione" alla parola.
Chissà...
