Terremoto - di Daniele Veroni
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/02/2012 alle ore 17:58:44
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Aveva preso a nevischiare. Sul parabrezza fiorivano piccoli granelli che le spazzole dell’auto cancellavano. La radio accesa suonava musica pop-rock, la migliore da ascoltare al ritorno dal lavoro nel silenzio della notte scesa.
Il traffico scorrevole mi concedeva gli ottanta all’ora. Ero stanco.
Da dieci chilometri, un’utilitaria rossa guidata in modo nervoso mi faceva rallentare spesso; ogni tanto pregavo svoltasse in una qualche strada laterale. Mi pulsava la tempia destra, a casa mi sarei preso un antidolorifico e mi sarei bevuto qualcosa di forte. Era venerdì.
Dalla parte opposta alla mia corsia, i TIR in processione passavano gagliardi e vuotavano i serbatoi. La macchina rossa ogni tanto zigzagava. Avevo la mente spenta, ad un certo punto pensai di essere sul punto di assopirmi. Decisi di diminuire il calore nell’abitacolo, chinai la testa per cercare i pulsanti del riscaldamento.
Sentii un colpo e l’auto che si spostava. Un grosso TIR, il più grande che avessi mai visto, mi passò di fianco. Pensai che quello del camionista è un gran brutto lavoro, io non sarei mai riuscito a reggerlo. La macchina rossa mise la freccia a destra, rallentò, e si posò in una piazzola di sosta. Evviva !
La superai e vidi dallo specchietto scendere un uomo e una donna. Il primo gesticolava, la seconda guardava per aria. Che bella coppietta litigiosa ! D’altronde era venerdì.
Ora davanti a me stava un SUV. Doveva essere un vecchio, faceva i cinquanta all’ora. Picchiettai il polso sul volante, mi lacrimavano gli occhi dalla stanchezza. Stasera avrei dovuto rispondere al messaggio della tipa su myspace che mi aveva chiesto quale fosse il mio scrittore preferito. Ero indeciso se spararle un nome ameno per far clamore oppure scriverle la verità. Io leggo romanzi rosa.
Entrai nel mio paese natale, ancora venti chilometri e sarei arrivato a casa. Cominciai a notare fuori dalle case, sui marciapiedi, molte persone. Agitate. Alcune giacevano sull’asfalto dei marciapiedi prive di sensi. Rallentai per rendermi meglio conto della situazione, la macchina dietro di me diede di clacson. La mandai a cagare.
Pensai che doveva essere accaduto un terremoto, e anche forte. Iniziai a smanettare con l’autoradio alla ricerca di quelle stazioni che trasmettono notizie tutto il giorno. Sbandai leggermente e feci il pelo a un brutto uomo sulla cinquantina che sostava sul ciglio della strada. Spensi la radio stizzito. Cazzo ! Anche il terremoto ci voleva ! Dopo una settimana così stressante.
Arrivai alla piazza e il paesaggio umano non cambiò, anzi mi sembrò di essere arrivato il giorno della sagra del paese. Un ragazzetto aveva scalato il monumento equestre e con il telefonino riprendeva la folla sotto di lui.
Uscii dal centro e mi trovai sulla familiare strada di campagna poco illuminata e sprovvista di abitazioni che tanti anni fa mi aveva visto sperimentare la bicicletta nuova. Il terremoto. Doveva essere stato forte.
Lo avevo sentito. Mi era sembrato lo spostamento d’aria dovuto al passaggio dei TIR ma ora ero convinto che era dovuto al sisma. E quei due della macchina rossa si erano fermati di colpo perché lo avevano sentito anche loro.
Vidi davanti a me, in fondo alla campagna, tante luci rosse. Gli occhi mi facevano male e faticavo a tenerli aperti. Arrivai a tentoni davanti alle luci. Una specie di posto di blocco. Un uomo aprì la portiera della mia macchina e mi fece scendere. Mi sentivo stanchissimo, d’altronde era venerdì. Mi vomitai sulle scarpe.
Alzai la testa e vidi a pochi centimetri il colletto di un prete.
Gli dissi: “Ha picchiato forte il terremoto!”
Mi rispose senza guardarmi: “Ma quale terremoto ? è semplicemente successa la fine del mondo”.
