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Storia lunga - di Lu

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/07/2007 alle ore 17:41:43

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Tutto doveva avere una sua misura e la lunghezza garantiva una certa costanza. Essere brevi aveva la sua importanza, si era certi di non annoiare. Ma la lunghezza era segno di ricchezza.In breve, si può dire che la sintesi è ermetica.Non dispiega ma condensa. E’ necessario leggere tra le righe come in certe poesie che non vogliono svelare, restano coperte da un velo di mistero che si legge solo con l’essenza del proprio essere, definito cuore.Tutto doveva essere dispiegato, aperto, raccontato. Uscire dal guscio ermetico: rompere l’uovo. Rischiando una frittata, ma commestibile il senso. Le parole, allora, ruppero la diga e scesero a valle sul foglio, inarrestabili. e nell’intreccio del racconto, riaffioravano le sfumature colte negli anni trascorsi a vivere. Nasceva così una nuova vita, narrata, sulla trama del vissuto.




I
Si intrecciarono le loro vite partendo da lontano, da due mondi distinti: vivevano in due dimensioni parallele.
E. stava accovacciata dietro la porta vetrata della corsia mentre passava una lettiga cigolante, portava una poveretta in preda a convulsioni legata con cinghie di cuoio.
Le conosceva quelle briglie quando la facevano stendere in quella stanza dove, sveglia vedeva i sogni peggiori senza personaggi ne parole ma solo colori e lampi intermittenti mentre il suo corpo sussultava e non riusciva più a dire e pensare. Quando poi, sfinita e inerme la slegavano, si abbandonava al sonno, dove le pareva di correre su di un prato in declivio verso una figura dalla gonna lunga che l’attendeva a braccia aperte, sua madre, e non la raggiungeva mai, anche perché era morta quando ancora undicenne, poco aveva capito di come va il mondo. Lo chiamavano elettroshock.



II
M. si pettinò i folti capelli ramati, calmati dalla brillantina: passò un velo di talco sulle guance per sembrare più pallido e fine, lui che non era un contadino cotto dal sole e la camicia bianca. Si andava sul sagrato a guardare le ragazze che uscivano da messa.
Una delle poche occasioni per mostrarsi al meglio, sapendo che loro li ‘guardavano.
I fratelli Landi erano famosi in paese, uno più bello dell’altro, ma lui M. era il più fine, quello che lavora in città, quello che ha la carnagione chiara. La G. ecco, sperava di vederla anche oggi e se la vedeva questa volta l’avrebbe salutata, fase successiva, dopo gli sguardi delle domeniche precedenti.Si quella donna poteva essere la sua donna, la donna della sua vita, la madre dei suoi figli. E fu così, e si svolse tutto con la semplicità dei sentimenti spontanei, con la timidezza della vita della campagna e la determinazione della natura che procede il suo corso.



III

Il primario la osservava, lei timida, parlava finalmente davanti a lui, con chiarezza, senza più biascicare e conteneva il tremore e l’ansia: era sicura. Quel posto, gli disse, non era la sua casa, le persone che vi abitavano erano malate, io non lo sono, gli disse. Questo bastò a far capire che era guarita dal grave stato depressivo che l’aveva alienata in quelle crisi di assenza e furono sospesi gli elettroshock. Ma non bastava: poteva ritornare a vivere fuori, ma come? Qualcuno doveva prendersi la responsabilità della sua ex-condizione di internata in manicomio. Qualcuno...e Maria, la grande Maria, l’unica sua sorella dal cuore vivo lo fece, gli altri quattro fratelli no. La grande Maria caricò sulle sue immense spalle anche lei oltre la famiglia difficile che aveva già e le trovò una occupazione che le dava alloggio.
Era una famiglia di signori, della city, gente buona, senza eccessive pretese ed avevano anche loro un cuore, che non è da tutti. Passò così un tratto di vita ad apprendere il corretto servizio-ausiliario-preferenziale ed assimilare il buon gusto che ne derivava, non da ultimo arrivò in forma strana, un affetto che nessuno prima le aveva mai dato, una sorta di adozione, ma distante, senza esplicito vissuto. Le bastava per nutrire le giornate: ma la notte portava pensieri e sogni di una famiglia, traguardo irraggiungibile. Dove trovare un fidanzato? Tutto intorno era ad un livello diverso, alto, e la volgarità che percepiva da ceti inferiori non erano per lei. Virginale in tutto. Solo un’amica, Alice, scanzonata e vissuta, sposata da poco le confidava quelle cose che andrebbero dette con una confidenza affettuosa. Ma amichevolmente, buttava li, bocconcini di conoscenza di educazione sentimental-sessuale, quanto si poteva.


IV

Stava nell’orto, Gina, e mentre si sporcava di terra cavando carote ben cresciute ripensava al lusso della city dove M. l’aveva portata in moto-box. Quella domenica la bambina era stata lasciata dai nonni paterni e loro, dopo molto tempo, erano andati a Verox a vedere le vetrine e mangiare il gelly. Un negozio l’aveva colpita molto “Anti” c’era scritto in grande, un negozio maestoso pieno di pelli e sognava. Come aveva visto nei film del proto-spazio. Lei artista impellicciata, lei sporca di terra ora. E lui le aveva passato un braccio attorno alle spalle e questo era un mantello molto più caldo di qualsiasi visone. Ricordò l’odore che promanava dal negozio, le ronzò un sibilo all’orecchio, e le mancò il respiro: svenne. Rimase così fino al ritorno di lui dal lavoro mentre la piccola che si era svegliata era rimasta a giocare in capsula. Aveva visto dallo schermo la mamma, così distesa, un po’ raggomitolata ma non aveva capito, credeva si fosse stancata ed addormentata così.
Rimase molti mesi in avaria prima di spegnersi, la dolce Ginaa, dopo tentativi di inutili innesti.
Rimasero soli, lui e la bimba. Soli e spaesati. Coperti solo dalla conchiglia termica che rendeva asettico il campo dove, poche, ultime casette formavano il paese alla foggia di un secolo lontano, mentre Verox, la city-shopping, era raggiungibile solo in personal- moto-box o train-vitesse-inter-air.


V

E. ormai era certa: il mondo era fatto per gli altri, gli attori. Lei, comparsa, seguiva come un delfino le grandi navi che sapevano come solcare il mare. Dei rifiuti si poteva vivere benissimo erano cospiqui.
Uscì una domenica, forzata da Alice con Nerino e Augusto che studiava neorealismo, lo seppe dopo, e studiava loro, ragazzi proletari. Ammiccava ad Erna, ma senza sentimenti e lei che sensibile intuiva rimase chiusa nel suo guscio. Anche al luna-park-planeta, nel tunnel della strega-trivial-fantasy, quando lui provò a baciarla, si ritrasse con spavento. Conosceva i suoi occhi e non avevano trasmesso niente di affettuoso. Non era questo che voleva.
Da allora la coppia amica, N. e A. si prodigarono a pensare per lei: come potevano essere felici loro e vederla sola? Era tempo di marito, era tempo di un compagno.


VI
Per M. le cose della vita non avevano più senso e passò un periodo di lutto grave, di circa due anni-spazio-temporali, per la moglie. Non sapendo come fare, la piccola fu affidata ai nonni mentre lui vagava e viveva senza un senso per produrre e perse il prestigioso lavoro che aveva. Da gestore di alimentari liofilizzati e bevande idrosaline, rimase disoccupato: non riusciva a condurre giornate puntuali e tenere il ritmo delle responsabilità. Si aggiunse la malattia della piccola, ulteriore aggravio ai suoi dolori. Doveva essere operata al cuore.
Questo era troppo. Iniziò a parlare al cielo, a modo suo. Chiese perché, si ribellò, imprecò. Si inginocchiò. Tutto sembrò rivoltarsi contro. Era un uomo distrutto. Finivano anche i credits. Ritornò in cerca di lavoro, per lei, per la piccola, ma non era che una ombra di quell’uomo, bello, positivo, determinato, fiorente. E l’attesa dell’intervento della piccola si protraeva e scorrevano mesi, pensò solo ad accumulare un po’ di credits-change per affrontare il futuro della bambina, sperando: sapeva che era un intervento disperato e forse anche per questo i medici procrastinavano il termine.



VIII
Uscirono la domenica, giorno di libertà di Erna, loro tre. Era settembre, una giornata piovosa, rimasero allo store a parlare. Alice le sedeva vicino, lasciando Nerino di fronte a loro. Il discorso variava e vagava, come fanno gli amici che stanno bene insieme e si confidano a ruota libera senza timore di censurare per la buona forma, così sembrava. Ma era tutto calcolato. Le donne davano le spalle all’ingresso, N. dalla sua postazione poteva controllare chi passava sul marciapiede: vedere chi entrava. E lo vide, fermo fuori a fumare. Spense la sigaretta e non entrò. Ne accese un’altra. Nerino sospirò. Ormai si erano detti tutto e le donne parlavano ora tra di loro: A. aveva capito che lui era fuori e si strinse a parlare con E. ancor più, ci teneva a quella amica, ingenua, avrebbe voluto tenerle la mano, si limitò a stringere il discorso parlandole più sottovoce.

IX
Non entrava: N. prese l’iniziativa. Guarda chi c’è , quello che era sotto le armi con me in Etiopia-world, sai quello della bambina? Le avevano parlato spesso di lui, commovendola. E. aveva sognato quella piccola, bellissima, con i capelli rossi ed il cuore capriccioso, malato.
Lo chiamò ed entrò, N. si alzò incontro a lui, si abbracciarono. Si fecero le presentazioni e ordinarono da bere: gassosa-track.
Non era difficile sciogliere una conversazione con N. capo-fila, che saltava da un discorso all’altro euforico. Tra le parole amichevoli si incrociavano sguardi, si studiavano i modi rispettivi tra loro. A. rideva, il ghiaccio era rotto. La frittata fatta. Ora non c’era che da attendere gli esiti. Sviluppi sperati.
E. parlava meno degli altri e osservava inconsapevole che il casuale incontro fosse programmato. Davanti a lei, vicino all’amico N. ora c’era un uomo, bello, in contrasto con N. simpatico. Sapeva che aveva una bambina nel cuore, con il cuore rovinato, e il suo cuore si stringeva. Cuore, cuore, questo c’era. Era li sul tavolino del bar, il cuore.
Cuore, cuore malato, cuore pulsante, cuore disperato, cuore....

X
Passò a prenderla la settimana successiva, per una uscita verso la conchiglia termica di coltivazione: M. si presentò con una provetta di distillato-aromatico, una rivisitazione di chanel sintetico. Salutò i signori che raccomandarono attenzione alle divise-elettroniche. Che non si accendesse la fiamma gialla! Lei possiede la pass di conduzione?
Tutto a posto, rassicurò M. Uscirono, no entrarono. Salirono in moto-box, riparati dall’uovo protettivo schermato e furono immersi nella conchiglia di coltivazione.
E. rimase incantata dal paesaggio, accarezzò con le mani ogni angolo di paesaggio e per un lungo tempo dimenticò la presenza di lui che seppe attendere il suo stupore.
Poi, scese dai suoi incantati pensieri e gli diede attenzione: parlarono a lungo seduti nell’osteria rivisitata. Lui raccontava della piccola e i suoi occhi avevano una tenera luce: questo la fece innamorare, così come amò subito l’idea della bambina e volle conoscerla.

XI
Non vi era stato ancora nessun contatto di comunicazione espansivo-affettiva, anche lui percepiva chiari segnali di possibile accoglienza. Attese che il desiderio prendesse consistenza e voleva anche dare buone fondamenta a questo nuovo rapporto che prometteva uno sviluppo sincero. Presentò le due donne, la piccola figlia e la nuova donna: si intesero subito, tale era il bisogno affettivo di entrambe. Si adottarono vicendevolmente e M. sentì sollevarsi quel macigno che era caduto sulla sua vita.
Da allora iniziò la loro storia in tutto: si amarono lentamente, passo dopo passo, coltivarono quel germoglio di speranza. Ma la piccola stava male: si doveva ormai intervenire. Non vi erano altri mezzi che quelli invasivi. Vi fu un tentativo di schermatura dell’area deformante, ma fu inutile. In questi casi, disse il primario responsabile della cardio assistenza, non resta che la sostituzione dell’organo con un micro-sincro-diastolico-sistolico. L’innesto è indolore ma è sempre un intervento di invasione intra-corpore. Aspettatevi tutto, anche il peggio, non posso garantire.
La portarono nella sezione sostitutiva dell’area di benessere della city. E attesero.
Solo qualche micro-attimo e riapparve l’operatore, indossava ancora la tuta adesiva.
Scosse solo il capo: non aveva parole adeguate, disse solo, la potete vedere nello schermo di visita.
La portarono nell’area del ricordo infinito, nel box dei piccoli. Fu steso su di lei un manto di petali di rosa perpetua. Uscirono: c’era il sole standard.


XII
Continuarono, non senza fatica, a camminare insieme il tempo successivo, uniti.
Lui ora lavorava presso il centro di costruzione di minuteria abitativa e dormiva in un alloggio di guardia. Era poca la sua produzione per poter pensare di acquistare una dimora decorosa: il loro sogno era trasferirsi nella conchiglia di produzione.
Ma le cose si svolgono anche in questa sede spazio-temporale, secondo le leggi dell’imprevedibile amore e si accorsero presto che E. aspettava un figlio.
Concepire in modo naturale! Vi rendete conto di quello che avete fatto? Scellerati, non avete di che provvedere ad una nuova vita! Questo dissero i signori che ospitavano lei e le proposero di liberarsi da questa condizione infamante. Ma non ne vollero sapere anche se non c’erano prospettive di agio. Nel tempo della gestazione, il cuore dei signori si ammorbidì, loro che non avevano figli, e non per scelta, nessun mezzo di bio-genesi-programmazione aveva dato esiti positivi, loro, sterili, non erano insensibili e infine cedettero alla nuova coppia un alloggio di recupero nella city. Si aprì così la dimora della nuova famiglia che si stava formando. Li nacqui io.