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Stazione Primaporta - di Alessandro Fiorini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/08/2007 alle ore 18:04:47

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

STAZIONE PRIMAPORTA

Appoggiai la valigia e mi sfilai la giacca.
Era dicembre e la casa era fredda, sapeva di chiuso. Non doveva avervi abitato nessuno nel corso degli ultimi mesi.
Aprii la finestra della piccola cucina, arredata in maniera a dir poco essenziale, e mi accesi una sigaretta.
Alle mie spalle, quantomai intempestivo, suonò il campanello.
Chi può essere, pensai con le braccia conserte, soffiando fuori il fumo dal naso senza ancora muovermi.
Di nuovo, un altro trillo, questa volta più lungo ed insistente.
Chiusi la finestra, sistemai con cura la sigaretta in bilico sul bordo dello strettissimo tavolino che occupava, già lui da solo, quasi metà della cucina, e mi diressi alla porta.
Quando spalancai l’uscio cigolante, vidi un ragazzo. Alto poco più di me, doveva essere solo di qualche anno più grande. Aveva il viso allungato, con il mento leggermente sporgente e la fronte molto alta su cui risaltavano, sparse disordinatamente, tante piccole gocce di sudore. Portava i capelli a spazzola, come ormai non andavano più di moda da anni, ed indossava una giacca in pelle, lunga fino alle ginocchia. L’aspetto era trafelato, come se avesse appena smesso di correre.
"Mi hanno rubato in casa", disse ansimando, con una smorfia di fatica sul volto. "Hai sentito qualche rumore strano per caso? Abito al piano di sopra..."

Ero arrivato a Roma dopo un viaggio di molte ore.
Avevo deciso quel trasferimento all’improvviso, sebbene non avessi chiare le idee sui motivi che mi spingevano a partire. Nel paese dove avevo trascorso i miei primi venticinque anni, lasciavo gli amici di una vita, una famiglia piuttosto assente ma generosa e persino un modesto, ma sicuro, impiego presso una casa editrice. Ero un correttore di bozze, alle dipendenze di un’associazione religiosa gestita da frati missionari. Niente di particolarmente gratificante, questo no. Leggevo molto, cambiavo qualche parola qua e là e, di tanto in tanto, potevo anche scrivere dei brevi articoli che venivano regolarmente pubblicati sulla rivista dell’associazione. La paga non era male ed i frati gentilissimi.
Eppure, avevo voglia di cambiare.
Forse si trattava solo del desiderio di sperimentare la grande città, come mi avevano detto i miei amici, deridendomi, certi del fatto che sarei scappato a gambe levate dopo pochi giorni. Oppure di un malessere più grande, che affondava le radici nella vita tranquilla ed agiata che avevo sempre condotto.
Avevo trovato un piccolissimo appartamento in affitto tramite internet. Cinquecento euro al mese, estrema periferia. I soldi che avevo messo da parte in quei pochi anni di lavoro non mi avrebbero permesso di più.
Quando, giunto per la prima volta davanti al cancello arrugginito e spalancato del cortile condominiale, avevo lasciato cadere le valigie in terra e mi ero guardato intorno, un inaspettato senso di inquietudine mi aveva sfiorato le spalle.

In seguito, raccontai l’episodio del furto a Bettino, l’inquilino dell’appartamento di fronte al mio.
"Qua è la giungla", bofonchiò lui tra il serio ed il divertito. "Ci vivo da 28 anni e ti assicuro che è sempre peggio. Da quando hanno messo quel campo nomadi, poi...A casa mia hanno fatto visita il mese scorso"
"E che ti hanno rubato?" gli chiesi.
"Vestiti", rispose, facendo cadere la cenere della sigaretta sul primo gradino delle scale.
"Vestiti?"
"Ma sì...e cosa trovano dentro a ’ste case? Mi hanno portato via due pantaloni e si son mangiati i cioccolatini che avevo sul tavolo"
Sorrisi all’idea degli zingarelli che banchettavano allegri dentro casa di Bettino, provandosi i vestiti nuovi davanti allo specchio.
"Potremmo mettere un bel cartello all’entrata", provai a scherzarci su, "con scritto: Se volete pantaloni e cioccolatini, per favore bussate! Almeno così ci evitiamo la seccatura di dover chiamare il fabbro.."
Bettino non sorrise neanche un pò. Lui viveva lì da 28 anni.
Quando un mattino, deciso a prendere il treno per andare in cerca di un lavoro, arrivai alla stazione Primaporta, con le mani in tasca e la sciarpa tirata su fin quasi a coprirmi anche gli occhi, rimasi colpito dal numero di ragazzi che quel giorno dovevano aver marinato la scuola. Ormai erano le nove passate e, sull’asfalto della piazza antistante l’ingresso della stazione, almeno una trentina di studenti del vicino istituto tecnico, che stava a pochi metri da casa mia, erano riuniti come ad una festa.
Avvicinandomi lentamente, riconobbi all’istante l’odore dolciastro della marijuana. Zigzagando fra le povere mercanzie appoggiate in terra da silenziosi venditori dalle facce tristi, cercai di ascoltare qualche frase dai discorsi dei ragazzi. Sentii una di loro, che doveva avere sì e no sedici anni, contrattare con un ambulante l’acquisto a cinque euro di una cintura alla moda, con un’enorme e pacchiana sigla argentata a mò di chiusura.
"No, no, dieci euro, dieci euro", le rispose quello, con un vocione cupo.
"E chi ce l’ha?" replicò lei, andandosene arrabbiata, sottobraccio con un’amica molto più bassa che masticava la gomma americana spalancando lentamente la bocca, in una smorfia stizzita.
Alcuni ragazzi, poco più in là, si divertivano a spruzzarsi a vicenda sui capelli e sui larghi vestiti bombole di schiuma da barba. Altri facevano esplodere piccoli petardi a ripetizione.
Uno stereo, appoggiato in malo modo sul bordo del marciapiede, trasmetteva le forti note di una musica house che due ragazze, sedute in terra a gambe incrociate, cercavano di seguire muovendo faticosamente il capo avanti e indietro.
Improvvisamente, dal lato opposto della grande piazza, circondata da macchine parcheggiate disordinatamente sotto ai giganteschi edifici gialli, adornati da lunghe file di panni stesi, si scatenò l’inferno.
Quattro gazzelle della polizia imboccarono l’ingresso, facendo fischiare le ruote come avevo visto fare solo nei film americani e lanciandosi a tutta velocità verso di noi. Immediatamente, molti ragazzi corsero via, sparpagliandosi come carte al vento. Le vetture si arrestarono di colpo ed i celerini si gettarono all’inseguimento di un gruppetto che, più degli altri, cercava disperatamente di mettersi in salvo.
"Fermi!" urlarono a turno i poliziotti con una mano sulla fondina.
Tutto si svolse in pochissimi secondi.
"Fermatevi o è peggio per voi!" gridò uno sbirro, squarciando l’aria con la sua minaccia.
Alcuni ragazzi si fermarono, altri continuarono la loro breve fuga, che trovò la sua fine già scritta contro il muro di cemento che delimitava il giardino delle vicine scuole elementari.

L’accusa, scoprii in seguito, era quella di aver ucciso un tabaccaio, durante un tentativo di rapina.
I giornali diedero largo spazio alla vicenda, puntando il dito contro questo o contro quello. Se la presero con le famiglie, ree di non saper più educare i figli. Con i giovani, svogliati e senza ideali. Con la società, colpevole di abbandonare le nuove generazioni e di non dare loro alcuna prospettiva.
Sulle stesse pagine, politici di ogni schieramento si lanciarono vicendevolmente accuse gravissime, alzando i toni in vista dell’imminente campagna elettorale, ma convenirono infine sulla necessità di costruire al più presto cinema, centri sportivi, sale giochi ed altri luoghi di ritrovo nei quartieri periferici, degradati e privi di ogni passatempo.
Altrimenti quei ragazzi saranno per sempre degli emarginati, fu la previsione di un autorevole esponente del consiglio comunale.
"Non faranno mai un cazzo", mi disse Bettino quando gli chiesi cosa ne pensasse di quelle promesse. "Te l’ho detto, abito qui da 28 anni"

Io, nel frattempo, ero riuscito a trovarmi un lavoro. Facevo il banconista part-time al reparto salumeria di un discount a venti minuti di treno da casa. Potevo uscire nel primo pomeriggio e all’ora di cena ero già di ritorno. La paga era da fame, ma non mi importava granchè. La fine di Dicembre si stava avvicinando ed io non avevo la più pallida idea di cosa mi avrebbe riservato l’anno nuovo. Eppure, sentivo che qualcosa, dentro di me, cominciava a muoversi.
Mentre rientravo a casa dal lavoro, una sera, un gruppo di ragazzi fuori dalla stazione attirò il mio sguardo, fattosi ormai così curioso. Giocavano a calcio in cinque, passandosi una palla sgonfia e cercando di non farla rimbalzare per terra.
Nonostante il buio, riuscii a scorgere le facce concentrate, gli occhi che non si staccavano per un solo secondo da quella traiettoria aerea, come se tutt’attorno non esistesse nient’altro. Chi sbagliava, veniva all’istante ricoperto di insulti dagli amici.
Uno di loro mancò uno stop e la palla rotolò fino a me. Senza pensarci due volte, lasciai partire un calcio secco con il piede destro, il mio preferito.
"Grazie bello!" mi urlarono quasi all’unisono.
Anche i due ragazzi che non avevano smesso un attimo di baciarsi e scambiarsi carezze sul muretto lì vicino, stretti l’uno all’altra, sembrarono applaudirmi.
Io sorrisi, alzai il cappuccio della felpa e mi diressi verso casa.
Ormai Natale era vicino e qualche sottile fiocco di neve stava facendo la sua comparsa, alla stazione Primaporta.