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Sornione - di Edoardo Vulcano

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/09/2011 alle ore 03:47:11

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Nessuno un giorno si svegliò con la consapevolezza di esserlo, o meglio con la consapevolezza che per gli altri era un perfetto sconosciuto, uno, tra tanti, e con un’altra consapevolezza: che fuori era caldo, c’era un bel sole e il garbino soffiava, dopo due giorni di pioggia, anche sulle dolci innevate forme più su, sciogliendole.Si alzò dal letto e guardò fuori dalla finestra: vide un bel mare di un azzurro cristallino, che gli ricordava tanto il colore degli occhi di una sua amica che non vedeva ormai da tempo, riflessi di luce gli allargavano il primo sorriso, con l’altra consapevolezza che la sua amica aveva gli occhi verdi, ricordando che giocavano sempre sul fatto che lui facesse finta di dimenticarlo. Dall’aria che entrava si rese conto che era Il primo giorno di primavera o l’ultimo dell’inverno fate voi. Indossò il solito vestito, poichè uno ne aveva, abbottonò la camicia e annodò la cravatta, perché quella sola gli piaceva, prese la giacca ed uscì di casa per andare al lavoro. Nessuno era uno squattrinato comune, ma con un bel sorriso. Prese l’autobus, perché la benzina costava troppo e anche per non perdersi il panorama strada facendo e quando arrivò alla sua fermata scese compiaciuto del fatto che non fosse poi così grigio lo stabile in cui lavorava.
Nonostante non gli piacesse il lavoro che faceva entrò sorridendo a tutti. Cominciando dall’usciere e dal collega che lo precedeva, da sempre invidiosi del suo buonumore, poi sorrise alla segretaria dell’atrio e alla cameriera del bar di fronte che portava i cappuccini ai piani alti, una ragazza indecisa a parer suo, che in fin dei conti era una sconosciuta, quando furono nell’ascensore lei gli porse una tazza di quelle ordinate dagli indaffarati colletti bianchi, ma per educazione rifiutò cordialmente, e oltretutto, anche perchè beveva thè inglese, le porte si aprirono e lui scese al piano dov’era il suo ufficio, un buco dove c’era appena il bagno, e neanche un dispenser dell’acqua potabile, ed essendo ampiamente in ritardo, pensò di scendere più tardi al bar della sua bella indecisa per prendere una bottiglietta d’acqua visto che quella nella sua borsa era ormai vuota. Poi guardò il vetro sporco della vetrata, si fermò sull’ingresso, si voltò e scese subito, ma prese le scale, riuscì dal portone sempre sorridente sotto lo sguardo dubbioso dei presenti, prese a camminare svelto, come se le gambe lo portassero avanti con passo rabdomante, e lui si lasciasse andare nel vento, superò il bar della bella indecisa, mentre il suo capo tre piani più su nel grigio guardava l’orologio impaziente, lui guardava le macchine incolonnate sulla strada adiacente, e i clacson impazzire dietro un vecchietto alla guida di una nuova utilitaria rosso fiammante, ma le sue gambe seguivano il ritmo di una musica che proveniva da chissà quale parte del mondo, una musica che veniva col vento, caldo e piacevole che appena gli scomponeva il bavero della giacca di sempre. Il suo capo arrogante girava per l’ufficio, impaziente sorseggiava il cappuccino pensando un pò ai suoi conti un pò al culo della bella cameriera del bar sottostante, girava in tondo che quasi consumava il candido e asettico pavimento, in attesa di un foglietto pieno di numeri che in gergo chiamano assegno, piegato nella tasca della giacca sferzata dal respiro di chissà quale dio azteco, nessuno prese quel ritmo, non si fermava, quel dio pellegrino si era impossessato delle sue scarpe eleganti, e nessuno quasi si stupì di quanto correva forte, corse fino al parco dove c’era il laghetto, vi si specchiò e si vide più giovane stranamente, poi i cerchi che ondeggiavano il suo ritratto portarono i suoi occhi sui cigni che nuotavano al largo beati, a quel punto vide gli oleandri in fiore, le viole intorno tra le margherite di campo, si tolse la giacca sudato e si dissetò ad una fontanella, aveva appena chinato il capo, che il fiatone gli aveva impedito di bere l’acqua fredda, e quindi il rigolo ora scivolava svelto sulla sua guancia, appena un pò chinata a sud, fino al colletto della camicia, quindi allentò il nodo della sua bella cravatta e poi slaccio il bottone del colletto, bevve un gran sorso con gli occhi chiusi, riscoprendo il fresco dell’acqua corrente, guardò nella sua borsa a tracolla e prese la bottiglietta vuota rimasta lì dal giorno precedente, la riempì di acqua fresca e riprese a camminare, un gatto sornione alzò appena la testolina sententolo avvicinare, e vedendolo in un coraggioso raggio di luce filtrato dalle foglie del salice piangente sbadigliò, si stiracchiò e cominciò a seguirlo, nessuno camminava libero, come non aveva mai fatto prima o come non faceva più da tanto tempo, fate voi, pensando che avrebbe camminato fino a quando non gli si fossero aperte le scarpe, ed essendo delle scarpe eleganti, ci avrebbero messo poco a parer suo e anche del suo capo che intanto ossessionato dal saldo bramava avido quell’assegno fradicio piegato nel taschino della giacca che ormai fluttuava nel lago. Allora se le tolse pensando che in fondo non gli sarebbero servite un granchè, togliendò i calzini riscoprì la morbidezza del prato, quel leggero formicolio dovuto ad un senso ormai perso, e riprese a camminare scalzo e sorridente. Ad un tratto qualcosa sul tronco di una grossa quercia lo attirò come un’ape su un bel fiore scarlatto e avvicinandosi capì che era una incisione.

Lesse nel legno:

"Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. è festa: la tua vita è in tavola."
D.W.

allora si sedette, a dir la verità si sdraiò, all’ombra di quella maestosa vita centenaria, Il gatto randagio chiuse gli occhi e ricominciò a sognare.