Segnali - di Giada
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/08/2006 alle ore 16:30:28
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La giornata si preannunciava afosa, era solo la metà di maggio ma a Milano la calura era già opprimente.
Ivan indossava la solita tuta gialla che gli si era appiccicata addosso per il sudore e gli scarponi pesanti. Camminava sull’asfalto bruciante, pronto a dirigersi verso il trattorino per iniziare un nuovo giorno di lavoro.
Era partito tre anni prima da un piccolo paese della Calabria, dove dalle finestre delle case ci si affaccia e si vede il mare, con un diploma da ragioniere in tasca, in cerca di fortuna.
Il sogno era il posto "fisso",quello che nel suo paese appariva come il miraggio di una vita agiata, serena, quasi impossibile da realizzare.
E proprio sognando il posto fisso, aveva accettato il lavoro di manutentore stradale, quello che nessuno dei suoi amici voleva fare, ma che lui non si era lasciato sfuggire perché quello che più gli interessava era ricevere lo stipendio a fine mese e il poter dire a sua madre che riusciva benissimo a badare a sè stesso. Tanto per cambiare c’era sempre tempo, l’importante era non smettere mai di sperare.
Ivan era salito sul trattorino per recarsi sul luogo dell’incidente, due incroci più in là, dove la notte precedente due auto si erano scontrate frontalmente e tre ventenni avevano perso la vita. Sull’asfalto erano ancora visibili i pezzi di lamiera lasciati dalle auto e tracce di sangue. Toccava a lui ripulire l’asfalto e rimettere a posto il segnale triangolare che imponeva di rallentare, trattandosi di una strada provinciale, ma che nonostante l’avvertimento era stato completamente rovesciato a terra durante l’urto, proprio a causa della velocità.
Si era abituato ormai a scene di questo tipo eppure ogni volta si soffermava a riflettere qualche istante sul senso della vita e sul senso di quegli incidenti sempre più frequenti. Si chiedeva quale fosse la causa della spericolatezza, perchè non ci si riesciva a divertire senza correre e perchè non ci si fermava per rispettare quei maledetti segnali, che gli toccava rimettere a posto ogni volta.
