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Rospi, fate e cittadini pensierosi - di Dicertoincerto

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/04/2008 alle ore 20:37:43

 

L'autore si assume la responsabilitą di quanto pubblicato.

 











Rospi, fate e cittadini pensierosi









Di

Giuseppe Santoro

Indice

· Avvolti a volte
· E’
· Eleonora e Gabriele devono un caffè in un bar qualunque
· Fafavola breve
· Favoletta didascalica
· Fiaba podistica
· Fiaba silvestre
· Gli elfi vivono nei boschi
· Grospus
· Ho acceso il riscaldamento
· Il Grospus stava
· Il sognatore sta andando come ogni domenica a prendere il suo cappuccino
· In fondo ad un lunghissimo deserto senza oasi
· In provincia della ringhiera
· In un catino vivevano
· In una pineta si posa un disco volante
· La fata blu è così bella che se si stiracchia di giorno
· La fatina dei dentini storti
· L’intensa vita del rospo Ralph
· Lo gnomo sbilenco se ne stava un po’
· Ma c’era un incantatore di serpenti
· Ma c’erano 2 mari
· Malgrado che la mente corra ad un tempo antico
· Martino il canguro surfista stava imbracciando il suo fucile a canne mozze
· Nel bosco delle streghe dimorava una fata
· Nel buio un po’
· Nel paese sottosù
· Nel Paese Verde
· Non so come sia possibile
· Oscar il Pinguino
· Per via di una pressione inferiore a quella circostante
· Poi
· Quella strana barca
· Questa è la storia inventata di
· Scene di vita quotidiana
· Sentono
· Sognatore
· Stava sonnecchiando il Grospus
· Streghe
· Su di un asino verde
· Su di uno scoglio salmastro arredato con semplicità
· Subito vicino ad una bottega di alimentari
· Tipica
· Trama della stanza del figlio
· Triste
· Un corsaro indaco salpa dal porto dei Rami Spezzati
· Un filo d’erba
· Un giorno un orco per orchi si perse nel bosco
· Un magnate perse un aereo
· Un orsetto grigio carezzava un peluche a forma di umano
· Un ragno si arrampicava sopra un filo sottile
· Un topino per rosicchiarti il formaggio
· Un viscido serpente inciampò in un essere umano senza nome
· Una cosa che trovo deliziosa
· Una notte un ranocchio che soffriva
· Una sardina sorseggia un martini secco secco
· Una sera con tante stelle
· Una strana terra
· Una ventina di motivi per trovare incantevole la Casilli
· Vado al supermarket del centro commerciale
· Vi erano 2 gemelli

























Avvolti a volte

Avvolti a volte

Margherita ha un figlio di nome Marco.
Margherita non fa parte di questa storia.
Ciò non toglie che abbia un figlio e che si chiami appunto Marco.

Che gioco idiota.

-Che fai?
-Guardo quelli là.
-Chi vince?
-Non ne ho idea.
-Ma stai seguendo o no?
-Tengo su acceso.
Penso: ma questa che vuole?
E’ mia madre, mi devo sforzare comunque di essere cortese.

D’un tratto piove.

Diletti 24 lettori, sappiate che dispongo di parapioggia.
Rammento, da piccolo, come con il temporale non si vedeva più la Rai.
Non più.
Vedo una donna con vita stretta e fianchi larghi, vicino al semaforo.
Io la noto dall’altro lato della stessa strada.
Il proponimento medesimo ed antitetico che ci accomuna,
mi spinge ad osservarla.
Forse anche la minigonna.
Vanno ancora di moda le minigonne?
Non so, non mi intendo di mode.
Esibisce una danza delle espressioni.
Getta un’occhiata di insofferenza a lato.
A quel lato c’è il tipico vecchietto curvo con le macchie marroni
sulla pelle secca e la camicia celeste sulla canottiera.
All’altro una signora pechinese o giù di lì che parla
fittamente e rumorosamente, la sento da qui.
In seconda fila c’è il tipo con il cane che annusa il semaforo.
La pioggia suscita insofferenza al semaforo.
Soltanto il cane non fa caso all’acqua.
La tipa in minigonna ha l’ombrello, rosa.
Verde, si va.


E’ successo.
Si può.
Nessun inganno.
Clodoveo il ramarro maculato ha conosciuto Veronica, che è un gabbiano viola e che sta da 3 anni e mezzo con Gioacchino l’aquila.
Inutile dire che i sentieri son finiti.
Le strade son senza uscita.
I cieli recintati.
L’orizzonte chiuso a chiave.
Clodoveo vuole Veronica.
Non c’è una buona ragione, ma si può argomentare.
Intanto diciamolo.
Veronica ha delle rughette belle, bellissime a raggiera, ai lati degli occhi grandi e scuri.
Non solo.
Ha un brufolo, bellissimo al limitar del mento.
Cioè sta su tra il mento e la guancia.
Diciamo con più chiarezza.
Mettiamo di condurre una linea verticale che passi per il canto interno dell’occhio sinistro.
Immaginiamo che si incroci con la guancia e con il mento.
Sta lì ed è incantevole.
Ha pure un filo di doppio mento.
Sta lì da 2 mesi quel brufolo e magari non le passerà mai,
magari si è già mutato in un condroamartoma o in un castoro infagottato.
Tocca soltanto bombardare l’auto di Gioacchino
(magari è un po’ illegale ma nel paese dei sogni si può).
Tutte le sere Clodoveo non prende sonno e pensa a Veronica.
La mattina si sveglia e pensa a Veronica.
Va detto che Clodoveo si occupa di corredi per licantropi.
Così qualche giorno fa una cliente gli ha reciso una carotide,
seccata perchè aveva ricevuto una trapunta senza intarsi cremisi.
Così Clodoveo si è macchiato la giacchetta di poliestere,
tutta di sangue, ma stava pensando al brufolo di Veronica.
Si può non capirlo?.









Eleonora e Gabriele bevono un caffè in un bar qualunque,
su di una via grande, di gran scorrimento.
Sono
vestiti in modo normale, non troppo curato, lei è un filo
in sovrappeso, lui stempiato, con gli occhiali, aria malinconica lui,
aria spensierata ed un po’ schizzata lei.
Filtra un brusio d’auto (poi si smorza)
che passano, oltre la vetrata si distinguono ciclomotori, auto,
camion, pure un’autoambulanza che si sente in sottofondo e distrae,
a metà conversazione per una frazione di secondo i 2.
La scena è continuamente inframezzata da
flashback relativi alla cena, il giorno prima,
per festeggiare la laurea di lei in scienze della comunicazione.
Una bambina gioca tra i tavolini liberi, sale pure su di una sedia,
anzi sembra quasi far caso, trai suoi viaggi fantastici, alle chiacchiere
dei 2. Verso la fine della scena si procura una gran fetta di torta al cioccolato.



Gabriele - Ci penso da ieri.
Eleonora - A che?
Gabriele- Alla questione dei sottoinsiemi.
Eleonora - Sarebbe?
Gabriele - Allora, ti spiego. Io vado da anni costruendo una analisi della realtà,
che guarda all’utile.
Se una cosa è utile e raggiungibile, va bene.
Bisogna stare con i piedi per terra
Non si va da nessuna parte con i voli di fantasia.
Eleonora -Ti piace tanto lei, mi pare di capire. Rassegnati che sta con uno e forse vanno pure a convivere.
Gabriele -Intanto, chiariamo. Piacermi mi piace tanto, ma non è che mi faccio illusioni.
Non mi faccio film. I film sono una cosa, la realtà è un’altra.

Flashback 1. Giorno prima alla cena.
Accanto a Gabriele c’è Valentina,
che racconta della seduta di laurea,
lui la guarda, adorante alquanto:
un angelo dai capelli neri lunghi, un po’ ondulati sulle spalle,
in jeans e camicia scura, con occhi grandi nocciola
molto belli (alla Tatangelo, per dire).

Gabriele - In sostanza, arrivando ai famosi sottoinsiemi

Eleonora non dice niente ma fa mostra di insofferenza.

Gabriele dimostra la teoria armeggiando con le bustine dello zucchero
che sovrappone parzialmente per indicare l’area comune
dei gruppi delle ragazze libere, di quelle carine e di quelle (per ricorrere ad una litote)
"non rincoglionite".
Gabriele - Come vedi se immaginiamo che questa bustina di zucchero
rappresenti le ragazze carine, quest’altra quelle libere
e quest’ultima quelle brillanti,
è evidente che un piccolo sottoinsieme,
comune alle 3 bustine,
rappresenta un obiettivo difficile da raggiungere.

Eleonora gli leva le bustine dalle mani.

Eleonora - Ma possibile che devi essere sempre pesante,
anche per fare un esempio?
Gabriele - No, invece è molto semplice.
Io per anni mi sono detto che devo essere concreto,
accontentarmi di una ragazza garbata, se la trovo,
interessata a me. Poi conosco Valentina e ritorno
a fantasticare di trovare la persona giusta.
Eleonora - Valentina comunque è impegnata
Gabriele - Infatti non è questo il punto. Figurati
se non me l’aspettavo che fosse impegnata.
Il problema è definire se va cercata oppure no, la ragazza giusta.

La bimba canticchia tra i tavoli e sale su una sedia,
ancora non ha conquistato la fetta di torta.















Fafavola breve.

Un principe bruttino percorre
centinaia e centinaia e centinaia
di leghe (quando le leghe non c’entravano con la politica,
ma servivano a decidere quanto si doveva camminare
per andare ai lunapark o alle gare di liscio).
Arriva al castello,
con il drago e la principessa.
Tanto il drago dorme,
tramortito dalle chiacchiere della principessa.
Si rivolge alla principessa.
- Che, ci vieni a cena?
E la principessa:
- Ma non ci penso proprio!
E il principe
se ne frega
e invita la sorella del custode,
tanto che a quest’ora
son già sulla riviera adriatica.
Buonanotte.























Favoletta didascalica

Un giorno un’orco,
si perde nel bosco.
Trova un apriscatole.
Non sa che farsene e lo getta via.
Più tardi trova una lattina di fagioli, ma non sa come aprirla e la getta via.
Infine trova un piatto ma non sa che farsene e lo getta via.
Poi passa un elfo.
Trova il piatto e lo tiene con sé,
ma non sa che farsene e sua suocera gli dà
il cordoglio perchè riempie la casa di porcherie.
Poi trova la lattina ma non sa che farsene e sua suocera
va via di casa con la figlia ed il cane Mattia che suona il flauto che è una meraviglia,
ma è negato per il basket.
Infine trova l’apriscatole.
A quel punto lo vede l’orco.
Gli dà un fracco di mazzate.
Infine l’orco si mangia un piatto di fagioli.
La favola insegna che gli orchi
sono molto, ma molto, più grossi e cattivi degli elfi.

Epilogo

Sfortunatamente, per pura disgrazia,
l’orco muore di peritonite emorragica.
Forse anche in ragione del fatto che l’elfo si è spazientito spazientito
di questi orchi, così ha messo tanto tanto veleno per topi nella scatola di fagioli.
Anzi già che c’è avvelena pure la suocera,
così si mette in casa tutto quello che gli pare.
La favola insegna che anche gli elfi nel loro piccolo si incazzano.


P.S." per uccidere una suocera con il veleno per topi,
ne serve molto di più che per eliminare un orco"

Domanda: la Moratti, sarà suocera di qualcuno?

P.P.S" un coniglietto bianco saltellava beato per il bosco
(questo per i bambini e per ridare un po’ di poesia al tutto)"

P.P.P.S "sfortunatamente un’astronave aliena
di 3000 tonnellate atterra proprio sul bianco coniglietto
(detesto i coniglietti bianchi, ecco)".
Fiaba podistica

uno gnomo noioso, nasuto, occhialuto
e con una gamba di cantù ed un pollice blù,
seppe di un concerto per soli vips ai confini del reame.
Così si prese da parte il ciuchino Virgilio e gli chiese
se se la sentiva di portarlo in groppa per i 22.2 km
da casa sua fino alla piazzetta del concerto.
Il ciuchino, disse sinceramente:
- Dai, non garantisco nulla, proviamo.
Partirono.
Il ciuchino dopo 2 km si stirò un adduttore,
così lo gnomo dovette riportarlo a casa a cavalluccio sulla spalla sinistra.
Poi, dato al ciuchino una pasticca di un antiinfiammatorio non steroideo
e un giornale scandalistico da sfogliare per prender sonno,
si risolse a prendere il taxi.
Giunto alla piazzetta (23 euro compresi 56 cent di mancia),
chiese se poteva prender un biglietto.
La signorina dei biglietti spiegò che erano riservati ai vips:
- E quindi ha 2 alternative (tertium non datur , aggiunse
la signorina che in segreto si sta laureando in filosofia
con una tesi su Aristotele) o non vede il concerto o
diventa un vip anche lei prima dell’inizio del concerto.
- E come fo a diventare un vip in 2 h e 23 minuti? - chiese
lo gnomo a sé stesso.
Mettermi con manuela arcuri non posso,
che già ci si è messo il calciatore coco.
Sposarmi con una principessa è dura che sono tutte
sposate o ultranovantenni.
Potrei acquistare un football club,
ma dopo il salasso del taxi, poi non so se ce la fo,
senza parlare del fatto che preferisco
l’uncinetto sincronizzato.

Viene fuori che la signorina dei biglietti,
ha una passione smodata ed incontrollabile
per gli gnomi con gamba in cantù e pollice blù.
Ella gli offre così un biglietto.
Ma lui preferisce fuggire con lei in traghetto
sino all’isola dei pomodori immaturi
(sempre in famiglia, non responsabilizzati, si sa
come vanno queste cose).
Così nessuno consegna i biglietti ai vips
e il concerto va deserto.

P.S. "ma tanto il concerto non era neanche un granchè
anche perchè Aigor Vladimirof,
essendo un pesce rosso,
si dice non sia poi un gran pianista".







































Fantellide

Viene in alcuni punti, per le alghe, a chiazzarsi di verde
lo scoglio di Fantellide.
Ma sa di sale.
Siccome è simile a sedici sussurri di silenzio,
in genere è la sirena più ammirata, anche quando passa
qualche top model o giù in spiaggia si tengono le semifinali di Miss Italia.
Si capisce che è una sirena perchè rimane ore e minuti
sotto il pelo dell’acqua per apprezzare la frescura,
così i bagnini ignari si gettano in acqua per salvarla,
ma poi tornano indietro nuotando a rana, non appena s’avvedono dell’abbaglio.
Qualcuno torna a riva a dorso, per ammirare le piccole nuvole del cielo d’agosto.
Fantellide ha femori infiniti, ma ti incanta per il canto.
Non che ricordi mai bene le parole di una canzone,
anzi forse le cambia di proposito.
I cuori diventano romiti e i passerotti, se va bene,
cormorani, i gatti coguari e le volpi ranuncoli viola.
I piccoli, così, consultano i dizionari per imparare a distinguere
i ranuncoli dai gigli, ma soltanto i bimbi dalle mani più
previdenti, che accanto a creme antisole, panini al salame,
costume di ricambio, portano in spiaggia, nello zainetto,
anche 3 o 4 dizionari e un trattato sui celenterati.
Per un sorriso di sirena, si vive un giorno di più.
Ed è sempre un giorno felice.


























Fiaba silvestre

Viveva nel bosco un piccolo elfo di nome Chetelodicaffà,
tra le radici della grande quercia scura,
vicino alla filiera dei sedici salici.
Il piccolo Chetelodicaffà era di certo un po’ triste.
Veniva infatti deriso da tutti gli altri elfi.
Gli altri elfi lo schernivano per tante ragioni.
Il povero Chetelodicaffà non aveva il tipico
sano colorito verde degli elfi,
ma piuttosto tendeva al rosa-bianco,
un colore ridicolo.
Non bastasse, non aveva le orecchie a punta,
ma stupidissime orecchie tondeggianti.
Che dire dei denti aguzzi e taglienti?
Neanche quelli.
E quei bei occhi gialli che ha ogni elfo?
Il povero Chetelodicaffà no, lui aveva gli occhi marroni.
Venne natale.
Aveva nevicato.
Gli elfi anziani, facevano dono ai più giovani
di gran regali per il natale.
Chetelodicaffà aveva fatto bene tutto l’anno.
Aveva pronunciato soltanto incantesimi buoni,
aiutato viandanti, sorretto la mano di orribili vecchine che
traversavano il bosco (uguali uguali alla Moratti, ma senza ministero),
non guardava mai il tg di Emilio Fede,
etc. era proprio un bravo piccolo elfo.
Era appena scoccata la mezzanotte,
quando balzò in piedi.
Trovò sotto l’albero 100 pacchetti.
Aprì il primo con entusiasmo.
Era però vuoto.
Aprì il secondo: vuoto.
Il terzo era vuoto pure quello e così il quarto.
Anche il quinto ed il sesto ed il settimo.
Ma pure tanti altri.
Sinchè apertili tutti salvo l’ultimo,
senza aver ancora trovato nulla,
l’aprì.
Era desolatamente vuoto.
Così il giorno dopo tutti i piccoli elfi,
erano felici.
Chetelodicaffà no.
Andò dall’anziano a raccontare la sua storia.
- Ma è giusto? - chiese Chetelodicaffà.
- No, di certo - rispose l’anziano.
- E allora perchè mi è successo?
- Bada - piccolo - che le cose non capitano perchè sono
giuste o ingiuste, belle o brutte, meritate o sbagliate,
ma capitano e basta.
Chetelodicaffà sconsolato,
tornò a casa,
ad aspettare il prossimo natale.






Gli elfi vivono nei boschi.
Ma l’elfo Madai l’avevan fatto traslocare,
il sindaco degli elfi, aveva emesso un editto fatto apposta,
proprio su misura, tagliato addosso come gli abiti dai sarti.
Così un mattino Madai s’era alzato e un messo comunale,
con la coccarda rossa, le tasche gonfie e deformate
dalle buste delle tangenti e delle mancette,
l’aveva svegliato di buon ora.
-Editto per te-
-Per me?
-Sì
Madai un po’ assonnato, con le mani tremanti
e verdi e un po’ sudate e un po’ goffe aprì
il rotolo giallo, rosso e cremisi:
Si leggeva:
Con la presente il sindaco,
PRESA VISIONE DELL’IMPATTO SULLA COLLETTIVITA’
degli svenimente indotti dalla vista dell’elfo Madai
PRESA VISIONE DEI RISCHI PER LA SALUTE DELLA COMUNITA’
invita
il repellente
Madai a trasferirsi dalla quercia ove risiede alle grotte
sgocciolanti con effetto immediato.

- E se io non accolgo l’invito?
Il messo comunale tirò fuori dei buffi occhialetti
di cellulosa da presbite e indicò, data una scorsa alla pergamena,
una nota scritta piccina in basso.

Madai aguzzò gli occhi e lesse a fatica

Si sottintende che laddove l’elfo Madai non
ritenga d’accogliere la richiesta,
nell’interesse della collettività la strega comunale
si incaricherà di tramutarlo in uno stafilococco.

Madai perciò non vive nei boschi, non più almeno.
Vive in una grotta senza parabola satellitare
e senza aria condizionata.

A fargli compagnia i turisti che vengono in visita guidata,
elfi, gnomi, orchi, fate, streghe, nani e salamandre
in grandi bus.
Per poterlo insultare si deve prendere il numeretto,
tanta è l’affluenza.
Vi son pure bancarelle che vedono insulti già fatti,
come
sei più brutto della scimmia di Rosy Bindi
dopo che ti hanno visto lo yeti non lo chiamano più abominevole
ed alcuni terribili (che costano il doppio) tipo
sembri il figlio di Toto Cutugno

Un venerdì capitò in visita un gruppo di fate.
Una di esse aveva gli occhi grandi e castani,
la cute chiara e trasparente.
Madai rimase colpito.
Così pochi giorni dopo
chiese un permesso per visitare il paese delle fate,
così l’avrebbe rincontrata e magari invitata per
un drink al bar dei sortilegi.
Ma il responsabile dei visti del paese delle fate:
- Non le è consentito di far ingresso nel paese delle fate,
né ora né mai. Anzi è caldamente invitato a tenersi
ad un centinaio di leghe di distanza.
Così con la coda tra le gambe, Madai tornò
in caverna giusto in tempo per il turno
degli insulti del pomeriggio.
Quella sera se ne stava triste davanti al notebook,
quand’ecco gli venne in mente che...
Mah, sì, la strega della Sirenetta,
quella che aveva trasformato la coda della Sirenetta
in gambe! Doveva andare da lei.

Il giorno dopo, presosi un giorno di permesso
(fu convocato per sostituto un mostro bavoso
di Saturno, ma fece vendere molti meno biglietti),
prese il sentiero ciottoloso della lugubre foresta
dalle paludi venefiche,
che in realtà era stata di recente bonificata dalla giunta
di centro sinistra che aveva pure aperto un centro commerciale,
ma il nome per non disorientare gli gnomi anziani,
si era tenuto.
In fondo al sentiero Madai vide un’orribile catapecchia,
di cui inquieto scosse piano, in punta di piedi,
l’enorme battente in bronzo a foggia
di falco che germisce un agnellino
intento a consultare un sito di cotonifici in un internet point.
Il sordo rintocco fu seguito dal sinistro silenzio
del portone che s’apriva
(qualche sciagurato aveva oliato i cardini,
privando i lettori del piacere di un sano cigolio da maniero da fiaba).
Entrato, Madai fu invitato dalla colf filippina ad
accomodarsi in salottino.
-Ciao, bello.
-Chiedo scusa, ma io desideravo incontrare la strega della Sirenetta.
- Ah, la nonna, la vecchiaccia sta in pensione a Cesenatico, adesso gestisco io il business.
Chi parlava era una streghetta fisicatissima di neppure 3000 anni,
174 cm d’altezza, tutina in pelle di leopardo attillata,
5a abbondante fasciata da toppino di Missoni,
unghie affilate come rasoi laccate di verde wimbledon.
- Capisco. Mi servirebbe un filtro magico per mutarmi
in un bel ganzo per diciamo una settimana.
- Molto bene, quanto pensava di spendere?
Madai tirò fuori un sacchetto di monete d’oro,
tutti i risparmi di una vita di lavoro.
La streghetta contò.
- Le posso offrire per questa somma un bel pacchetto 10 giorni da ragioniere
o 5 da insignificante di periferia.
- No guardi, mi scusi, io devo diventare proprio un bel ganzo,
sa, mi capisca, devo far colpo su di una fata.
- Mi dispiace ma le posso venire incontro al massimo
con un sortilegio da 6 ore e 21 minuti. E guardi
che i 21 minuti glieli metto su io perchè è natale.

In realtà la streghetta i 21 minuti glieli aveva donati non per il natale,
ma perché quell’elfo orrido le faceva tenerezza
(le streghe han pessimi gusti), ma
si sa le streghe son orgogliose e non voleva dir nulla.
Glielo voleva persino dare dare un sortilegio da una settimana,
ma come si fa, c’è un tariffario, rischiava l’espulsione
dall’albo delle megere crudeli e malefiche.
Grospus

Sotto le foglie di acero e di quercia,
vicino a quei rami spezzati ed un po’ secchi,
c’è l’ingresso della tana del Grospus.
Non ci sono ragnatele né sull’uscio né dopo
essere entrati, perchè il Grospus ha una domestica
ad ore che gli pulisce casa, il martedì, il giovedì
e tutti i sabati.
Il Grospus ha un brutto viso, un brutto carattere
ed adora Fiorella Mannoia.
Il Grospus non ha amici, salvo un criceto verde e radioattivo
che fa venire la radiodermite a tutti gli scarabei che si
avventurano nel suo nascondiglio.
Il Grospus non esce di casa.
Il Grospus non ha piante e se le avesse
morirebbero di tristezza, perchè nella sua casa
non entra mai la luce.
E questo non perchè tenga le imposte chiuse,
ma perchè la luce lì dentro non ci vuole entrare.
Non entra proprio un bel nulla veramente.
Al massimo viene qualche vecchio elfo con un basalioma
per farsi curare dal criceto radioattivo
(ma ora che il criceto ha messo su il ticket, sempre meno).
Però il Grospus se ne frega
e mette su un mp3 di Fiorella Mannoia e pensa
a quella fata incantevole dai lunghi e lisci capelli neri
e brillanti ed occhi scuri che indossava
sotto la povere magica,
jeans celesti ed attillati.
Poi se fa freddo accende il riscaldamento o
se ha caldo guarda un film di Dario Argento
o le dichiarazioni di Silvio e Fede.
Intanto Fiorella canta che sembra di stare in paradiso
e se la fata non si sa dov’è poco conti,
tanto è intrappolata nei pensieri del Grospus,
almeno per un pezzettino.


















Ho acceso il riscaldamento.
Sono in pantaloncini.
Ascolto Barbra Streisand che canta White Christmas.
Speriamo che arrivi presto il Natale.
Il sole brilla, l’erba è verde dice la tipa.
Ma, in California del sud il Natale è così.
In Australia il Natale è così.
E il bianco?
Boh, il bianco sta nel sorriso di uno squalo
(o di un collega) che incontri per la via,
nel foglio bianco prima di una visita anestesiologica,
quando chiedi quanto pesa
(ma 2000 kg, che lo chiedi a fare Giusé,
non vedi che è una mucca),
ah 90 kg, signora? per 1.45 m?
bene, bene, ma magari è un pochino in sovrappeso,
poi ci mettiamo un po’ a dieta, eh?
se fuma troppo? no, no,
basta che scenda sotto i 3 pacchetti al giorno,
così trova anche il tempo per qualche bicchiere di vodka, no?
se c’entra con l’arteriopatia periferica, il fumo?
noooooo, è la sfortuna, capita
magari poi riduce le sigarette (oppure,
faccia direttamente un bell’aerosol di catrame e bitume,
è più rapido e pratico).
Ma si muore dell’anestesia?
Ogni tanto.
Ma lei, se muore lei?
Non so, signora, speriamo di no.
Ma a volte succede?
Sì, a volte.
Ah, le sono morte 8 zie sotto anestesia?
Succede, un caso
(ma perchè non te ne vai da un’altra parte a farti
operare? pure, se vuoi, ti pago io la clinica,
ma proprio nella mia sala operatoria hai da schiattare?).
Perchè sa, dottore, io vorrei addormentarmi
ascoltando Margherita di Cocciante.
Ah, ecco.
Va bene, se porto il cd?
Porti, porti (ma se uno mette un cd
nell’autoclave a 300 ° C, poi che forma assume?),
glielo faccio ascoltare di sicuro.
Sa, dottore, son preoccupato,
perchè ho un po’ l’età.
Quando è nata, signora?
1903.
Ah, vabbè, si figuri
(per un baobab è anche poco).
Si muove un dente?
Ah, ecco.
Ma son 5 che si muovono signora.
Beh, sì, il dentista li vuole levare,
dice che tanto cascheranno e non sono
curabili.
Capisco, ma a lei non va.
No, no.
Ah, ma dottore, badi che se me li stacca me li ripaga.
Certo, si capisce
(comprensibilmente, perchè pagare un costoso dentista,
se ci posso pensare io? ti pare?).
aiutooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo.
Non sopporto più i pazienti,
non sopporto più gli infermieri,
non sopporto più i chirurghi,
non sopporto più mia zia Maria Domenica
(e questo sarebbe il meno)
e l’ultima volta che baciato una donna
era ancora presidente degli Usa Clinton,
no, scusa, confondevo,
volevo dire Lincoln.
Aiutatemi.

anonimo

P.S. " a parte questo, sto una favola, se trascuriamo
un moderato impulso omicida nei confronti
dell’infermiera che da 2 anni inciampa sulla stessa
presa del ventilatore
appena ho curarizzato il paziente
(e quindi o è completamente e definitivamente deficiente
o lo fa apposta,
ma in entrambi i casi ritengo che meriti di essere eliminata,
non dico dalla sala, proprio la devono trasferire in un altro posto,
qualunque, basta, che disti almeno 3800 km da dove sto io e
sia incatenata a un monolite di 5 tonnellate)".



























Il Grospus stava
serenamente torturando
una mosca che si era introdotta nel
suo antro senza apposita autorizzazione scritta
(senza contare che indossava uno specioso
accappatoio),
quando sorprendentemente si fermò,
attratto dal delicato richiamo di
un facocero in amore, che grufolando
richiamava una giovine facocera marroncina
sotto i tre quintali.
Sorprende notare come le zampine di Elviro,
il criceto radioattivo, stessero tutte in su,
la lingua distesa fuor dalle fauci,
immoto.
E’ vero che stava seguendo il corso di
aerobica in tele, ma pure poteva mai esser
così poco allenato?
In genere, durante gli esercizi di Elviro, il Grospus usava mettere i testimoni di Geova,
se per caso lo venivano a trovare,
(come quel giorno che aveva lavorato di notte,
cosicchè magari avrebbe preferito dormire),
nel fornetto a microonde,
ma siccome era tanto buono,
non impostava mai più di 2 minuti sul timer.
Quel giorno però il testimone era venuto
poco dorato, così mise anche 10 minuti di grill.
Tornando a casa, inoltre, l’aveva certo messo di buon
umore la sottile lastra di ghiaccio nel cortile
dell’antro lugubre (una lastra si badi,
che avrebbe favorito certamente sgradevoli cadute,
se il Grospus non usasse con regolarità
scarpini chiodati per le sue passeggiate).
Per altro, simpaticamente, la vicina orca coatta e giallorossa,
aveva parcheggiato davanti al passo carrabile del cortile
dell’antro, ma il Grospus da gentleman qual era,
pur di non danneggiarle
l’autovettura aspettò che da essa discendesse,
prima di pregare un suo amico pilota di jet
di colpirla con un piccolo ordigno atomico
da poche decine di megaton,
a mo’ di affettuoso rimbrotto.
Però si ripropose, per sorprendere la discola
orca, nel caso la cosa si fosse riproposta,
di pestare suo cugino Osvaldo
(questo perchè non era un orco,
cosicchè era più facile da picchiare,
per comodità insomma).
Ma il Grospus non era cattivo e quando Odoacra,
la pantera del bosco incantato, inciampò
con il suo triciclo nel catetere di 10 km di diametro,
provocato dal piccolo ordigno che si era reso necessario lanciare
contro un’altra mosca senza permesso,
il Grospus corse a consolarla con
parole di incoraggiamento e con un
libro sull’agopuntura in ambito traumatologico
e sugli accessori per tritapepe
(un settore commerciale ancora in via di sviluppo a dirla tutta).



Il sognatore sta andando come ogni domenica mattina a prendere il suo cappuccino.
In lontananza avvista il realista, affretta il passo, ma, fatalmente...
Realista - O sognatore, buongiorno a te! Dove te ne vai così di buon’ora?
Sognatore- Vado a prendere il cappuccino al bar.
Realista - E di ciò ti rallegrerai.
Sognatore - Oh, non è che sono al settimo cielo. Diremo che mi fa piacere.
Realista - Invidio la tua serenità. Proprio mentre parliamo a Bagdad ci si spara tra le rovine.
Sognatore - Ti prego! E’ domenica, vado a far colazione, lasciami dimentico degli affanni del mondo circostante.
Realista - Fa’ come credi.
Sognatore - Te ne son grato.
Realista - Piuttosto, andavi dicendo che ti arreca piacere l’avviarti a prendere il cappuccino. Dico bene, o forse mi inganno?
Sognatore - No, certo dici bene, così è che ho detto.
Realista - Ti propongo allora, giacchè tu sai discernere tra ciò che arreca piacere e ciò che da esso distoglie, un racconto.
A patto che tu abbia piacere ad ascoltarlo.
Sognatore - Ti ascolto con attenzione.
Realista - Si tratta di una vicenda curiosa. C’è un contadino che adora una pianta di rose. Le riserva mille cure e la pianta cresce rigogliosa (anche se la cosa non fa granchè testo, veramente, perchè si sa che le rose crescono da sé, al massimo le puoi ammazzare se proprio sei così ebete da innaffiarle con l’acido solforico). Il contadino è contento di accudirla. Ma la pianta non dà altro frutto che la sua bellezza. C’è poi un altro contadino...
Sognatore - Scusa se ti interrompo, ma quanti contadini ci sono? Sai, perchè non vorrei che finissero i cornetti al cioccolato al bar, mi son avviato prima apposta e mi seccherebbe perdermelo.
Realista - Confido che riuscirai a gustare tanto il cappuccino che il cornetto al cioccolato. C’era, dicevo, un altro contadino che aveva nel suo giardino una pianta. Questa pianta era un pesco miracoloso. Per uno strano mistero, pur senza cure e disinteressandosi di cicli e stagioni, fioriva e dava frutto tutte le settimane. Il contadino che per comodità chiameremo contadino B, non faceva che gustar pesche, pur non avendo mai innaffiato, neppure per sbaglio il pesco miracoloso.
Ora ti chiedo: secondo te chi ricavava più piacere? Il contadino A che con mille cure non aveva in cambio che la bellezza da ammirare senza sfiorarla della rosa, oppure il contadino B che senza muovere un dito si ingozzava di prelibate e zuccherine, dolcissime pesche?
Sognatore - Il contadino A, quello della rosa, io credo.
Realista - E perchè mai, se è lecito chiederlo? Dissipava energie senza ricevere benefici! Ben più fortunato il secondo contadino con il suo pesco rigoglioso, non trovi?
Sognatore - Sì sarà pur vero, ma il contadino A viveva grazie alla sua rosa, ben più di quanto non facesse B con tutte le sue pesche, anche se è difficile a spiegarsi con le parole.
Realista - Mi vergogno a confessarlo, ma credo così anch’io. Per farmi perdonare il tempo fattoti perdere, ti vorrei offrire io il cappuccino, ma non il cornetto.
Sognatore - Te ne ringrazio e accetto con piacere. Ma perchè non il cornetto?
Realista - Perchè il cornetto è un alimento ipercalorico e mi dorrebbe nuocere alla tua salute.
Curiosamente Realista e Sognatore si avviano insieme al bar, ma per una volta Realista sembra, ma forse è sol una strana ed infondata idea dei passanti, che, persino un po’, increspi le labbra in un sorriso.
Molto più sorridente è certo Sognatore che già pregusta il cornetto al cioccolato, alla faccia delle calorie-












In fondo ad un lunghissimo deserto senza oasi,
con gli avvoltoi antropofagi, gli scorpioni velenosi,
le mummie inferocite,
arriva un elfo tutto fresco e riposato,
neanche una goccia di sudore, sorridente.
La cosa colpisce il Troll alle porte della città in fondo al deserto.
I troll sono creature alte circa 3 metri,
con l’alito un po’ pesante
specialmente se hanno appena ingoiato
un cammello crudo,
lunghi aculei neri e delle zanne bianche e gialle
(che denotano, pertanto, scarsa igiene orale).
Il troll di turno (Giacomino) è molto iracondo,
sia perchè soffre di una speciosa gastrite
(che trascura),
sia perchè il fatto di chiamarsi Giacomino,
ha sempre pesato alquanto negativamente sulla sua vita sociale.
Il Troll Giacomino ha del resto un contratto
part-time a tempo determinato,
cosicchè non gli hanno fatto il finanziamento
per il fuoristrada, cosa che contrarierebbe in tanti.
-Grow- esordisce- non tanto per maleducazione,
ma perchè te l’aspetti da un Troll-
ma non faceva caldo laggiù?
- Beh- spiega l’elfo- sì, può darsi.
-Ma non sembri accaldato.
- No sono assolutamente fresco e riposato.
E passa oltre.

Due anni dopo.
In pieno Nepal, troviamo lo stesso Troll Giacomino, che
accettando un trasferimento s’è trovato un posto fisso,
in cima ad una vetta di 234324 metri.
Arriva un elfo, lo stesso dell’altra volta.
E’ fresco e sorridente.
Sta in magliettina a maniche corte
e bermuda.
-Ma scusa- dice Giacomino- tira una tramontana
da paura e tu in maglietta?
-Ma sì -fa l’elfo.

3 anni dopo il Troll è finalmente tornato
a lavorare a casa sua ad Avellino,
in un paesino oltre colline verdi
e ruscelli d’argento tra pini odorosi.
Arriva l’elfo, sempre lo stesso,
stravolto, gli occhi cerchiati,
le unghie sporche,
i capelli lunghi,
la barba lunga,
le vesti lacere,
le lenti degli occhiali incrinate,
lo zainetto invicta sbrindellato,
il cellulare graffiato,
le nike tutte consumate,
le orecchie arrotondate.
-Che hai fatto?
- Ho conosciuto l’Autieri.
- E quindi?
- Niente, un uragano di fascino.
La favola insegna che a chi scrive piace Serena Autieri. Perché no?
La favola insegna che o chi scrive è molto scemo
oppure la Casilli è meravigliosa (ma forse entrambe le cose,
sulla scemità di chi scrive non posso garantire,
ma sul fascino della Casilli mi sbilancio).
.









































In provincia della ringhiera

il coguaro michele aveva sottratto una guida michelin
del 2004 da una bancarella di un gitano esagitato
e collerico al consumarsi del dì, ma l’esercente
se ne accorse innescando una furibonda rincorsa
attraverso mercati e fiere agricole
tra un segnale di caduta massi e un corteo
di imbianchine antiproibizioniste.
La cosa non sfuggì ad una fervente animalista
che iniziò un disperato sciopero della sete,
affittando per lo scopo un insolito tipo di tenda dalle pareti lievi e verticali
in prossimità di una scarpata piena di scarponi
ruzzolati in fondo e in fretta dopo un uso sconsiderato
e pedestre.


































In un catino vivevano, o meglio ai suoi lati vivevano, 2
formiche, appassionata di informatica l’una,
molto più presa dalle scienze umanistiche la seconda.
Poi venne una gigantessa, che doveva fare il bucato,
che schiacciò entrambe con una pedata
ben assestata.
La favola insegna che per fare il bucato
serve un catino.






































In una pineta si posa un disco volante
(sì, lo so, la cosa può parere strana,
ma tu rilassati, sono ufo attentissimi e non rovinano nemmeno un cespuglio).
La visita ha 3 scopi:
fare benzina, comprare un pupazzetto di Hulk per i bimbi,
inoltre se rimane il tempo, entrare in contatto con la civiltà terrestre.
Il conducente del veicolo si chiama Mattia,
ha 3 nasi,
una coda prensile,
un cappello verde,
lunghe antenne fosforescenti con cui prende anche telecapodistria
(il che è notevole, sia perchè non si prende mai, sia perchè non esiste più)
una passione per i vini francesi
La primogenita, Martina, voleva fare
l’extraterrestre omicida spietata antropofaga,
la parassita interna come zia Alien,
od anche l’ammasso gelatinoso tossico e dilagante,
insomma un lavoro normale,
poi ha visto l’ultimo film di Muccino,
perciò ha deciso di diventare velina,
così s’è già rifatta tette, nasi
(in famiglia ne hanno un po’ tutti almeno 2),
caviglie
(con l’ausilio di un buon chirurgo ha fatto
sì che siano più sottili delle cosce),
et cetera ceteraque.
Il cane, Pierugo, è appassionato di politica,
ma preferisce parlare soltanto di biotecnologie farmaceutiche.
Clara è la moglie di Mattia,
ha una gran paura dei buchi neri,
per via che Tania, la piccola,
una volta ci è finita dentro con la bicicletta
e si è slogata un tentacolo, la piccinina.
Vabbe’.















La fata blu è così bella che se si stiracchia di giorno,
la gente sbotta:
- Ma come, sorge un altro sole?










































La fatina dei dentini storti, s’era appena letta un saggio di Fromm
sulle ambivalenze del ricatto affettivo nella coppia allargata,
quando si accorse che una delle sue scarpine di marzapane
viola
era stata rosicchiata da un topino magico,
cosicché gli somministrò immediatamente un potente dicumarolico
per indurne un rapido decesso per emorragia cerebrale
(le fatine dei denti son buone e care, ma
guai a chi tocca loro le scarpine d’ordinanza di marzapane,
cioè si può pure, ma a proprio rischio e pericolo).
Giuocava così malinconicamente rigirando tra le dita
la carcassa senza vita del topino stecchito,
persa tra lontani pensieri,
quando il flebile sibilo dei polmoni di una vicina
enfisematosa la richiamò alla realtà.
Era il tramonto ed un magico giuoco di rosso,
viola, celeste, azzurro ed indaco rimaneva intrappolato
nel rettangolo della finestra della cucina, dietro la sagoma bigia,
per la fatina seduta,
della torta alle vongole veraci, mascarpone e panna,
che un fattorino innamorato le aveva appena donato,
con la scusa di una raccomandata con avviso di ricevuta.
La fatina stava giusto indossando la sua tutina
verde e cremisi,
il passamontagna leopardato per non farsi
riconoscere dai bimbi con malocclusione,
quando scoppiò a ridere.
La raccomandata!
- Tavor, il noiosissimo elfo canterino,
le mandava due righe sulla storia del collant,
con gustose anticipazioni,
che commossero, divertirono e sorpresero,
la dolce fatina.
Tutto questo di venerdì, alle 19, una sera
di luglio inoltrato,
nel paese delle fatine dei denti storti


















L’intensa vita del rospo Ralph

Il rospo Ralph abitava vicino ad uno stagno.
Caso vuole che lì abitasse pure una ninfa di
nome Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca,
soave ninfa dalle delicate movenze taurine
(nipote del minotauro, non si segnalava per particolare
leggiadria e tendeva decorosamente e con garbo,
ma anche decisamente, al quintale abbondante).
Inutile dire che il rospo Vladimiro se ne innamorò perdutamente.
Ma a noi che siamo cinici non ce ne può fregare di meno
dato che il protagonista è il rospo Ralph
(tanto comunque Vladimiro va a fare una gita in campagna
e sulla provinciale lo spiaccica una motoape,
cosicchè il conducente che è un arecrisgna - non so come si scrive bene-
si butta a terra a piangere e gli fregano anche
il carico di zibellini addestrati al canto tirolese).
Giorno 1: Ralph vede Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca
e subito le chiede di uscire a prendere 2 torte con la panna
Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca temporeggia
anche perchè non è il caso visto che già a calorie
sta messa abbondante e così si mettono
d’accordo per un caffè deteinato
(ma forse il barista li frega, perchè pare che il caffè sia sempre deteinato).
Giorno 2: Ralph si smarrisce negli occhi di Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca,
ma poi lei lo ritrova e si innamora perdutamente di lui verso le 19 e 37, subito prima di affettare il cotechino per la zia Gesualda.
Giorno 3: Si sposano.
Giorno 4: Lei ha 3 gemelline.
Giorno 5: Lui la massacra con 254 colpi di grissino sull’alluce destro,
perchè non è uno stupido e fatto un rapido conto risale
alla trista verità che le 3 gemelline non possono essere figlie sue.
Giorno 6: Lei diventa un fantasma e lo tormenta giorno
e notte temperandogli le matite troppo aguzze
(cosa che notoriamente i rospi non tollerano).
Giorno 7: Esasperato dall’indebitamento per comperare
sempre nuove matite cede al ricatto e riesuma il cadavere di Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca
per farla clonare.
Giorno 8: Al centro clonaggio fanno casino,
si sbagliano e Anemonechestapersbocciareèpropriolìlìmanonimbrocca viene bellissima
e diventa velina in tv.
Giorno 9: Ralph decide di trasferirsi a Ferrara per ammirare,
stanco delle ninfe, la ben conservata (anche se un po’ arruffata) Elena che
contratta, sprezzante delle intemperie, pigioni
ed affitti tra un merlo e l’altro del castello estense,
con losche e crudeli padrone di casa di case pericolanti
e con l’Alzheimer che la lasciano sotto la pioggia,
dimenticandosi dell’appuntamento.
Però Ralph si lamenta del fatto che manca lo stagno.

P.S." il sindaco di Ferrara stanzia iimediatamente 23 miliardi di euro per uno
stagno artificiale (e viene fuori che il rospo Ralph è di Forza Italia)".







Lo gnomo sbilenco se ne stava un po’ affaticato
nel suo antro oscuro ad ascoltare Whitney Houston,
sorseggiando un bicchiere d’acqua oligominerale,
mentre in lontananza s’udiva l’acqua dell’uovo bollito
che si stava cucinando per pranzo
(sì lo so sembra un’ardita scelta estetico-culinaria,
ma per compensare avrebbe puntato su una comune mela
verdolina per dessert).
Il sole splendeva lieto fuori dalle sue finestre murate
(come si addice ad ogni antro oscuro),
tanto tanto sole
(in pratica venefiche micropolveri stavano
sbrindellando il DNA dei suoi poveri pneumociti).
Una bionda fascinosa sul metro e settanta,
in tubino rosso e occhi blu cobalto,
aveva suonato alla porta.
Ma chiaramente andava dal serial killer del piano di sopra,
il quale pur essendo uno spietato assassino
riscuoteva gran successo in ambito muliebre,
per via del viso d’angelo e della scarza avvedutezza della donna media.
Preso da inspiegabile buon umore per il lauto
pasto che si stava allestendo in vista
della culinaria creatività da cui era stato colto,
si accorse appena che era scoppiato un incendio
nel contiguo cestino della carta straccia,
così si decise a sospendere la cottura dell’uovo,
soltanto quando l’autobotte dei pompieri fece irruzione in sala da pranzo,
facendo perdere l’equilibrio al vaso dei fiori
che si ruppe, cosicchè l’acqua soffoco le fiamme.
Infastidito dal gracchiare di un pterodattilo
che si era appollaiato sul davanzale per rubare
le molliche dei piccioni meno coraggiosi,
che avevano abbandonato ogni rivalità con il primo,
lo gnomo sparò 3 o 4 colpi con il suo bazooka
da impiegati del ministero delle fate.
Il caso sfortunato volle che che un colpo,
colpisse accidentalmente un ippopotamo alato
che aveva appena fatto il tagliando,
così per caso.
















C’era un incantatore di serpenti che non riusciva ad
incantare nessun serpente
(al massimo li annoiava un po’),
incontrò
un mago che faceva sparire di tutto,
ma non riusciva a far riapparire nulla,
a loro s’unì,
il passo triste d’una donna cannone
magra come un chiodo
che nessun circo voleva
(e che tirava a campare facendo la top model),
poi venne un principe azzurro più del cielo,
quasi affogato nel filtro per mutare in rospo,
che neanche il bacio di mille principesse,
avrebbe più mutato in principe.
L’incantatore di serpenti volle incantare
un cobra,
ma il cobra si iscrisse ad un corso di
filologia teoretica,
il mago volle far sparire sé stesso,
ma nessuno l’ha più riveduto,
la donna cannone volle incatenarsi
ad un rinoceronte in un circo,
ma il circo divenne un teatro
e la costrinsero a recitare,
il principe, infine, s’innamoro di un’antilope,
ma l’antilope lo calpestò.

























C’erano 2 mari.
Uno d’essi era lieto e verde e non eran alghe ma rivoli di sole giallo
attraverso acqua blu.
L’altro era grigio e funesto come una multa inutile e ingiusta
di un vigile in torto e sempre indaffarato o lontano se serve aiuto o soccorso.
Nel primo mare correva un vento leggero e sospingeva foglie cadute da rami
lontani e sospese nella quiete del silenzio e degli strepiti sciocchi dei gabbiani.
Nel secondo tremava un coro di bagnanti chiassosi,
non urbani, abbonati a "tv sorrisi e canzoni" e innamorati della Pausini.
Poi uno gnomo dispettoso piazzò una bomba da un milione di megatoni
al cuore del mondo e non ci fu più nessun mare.




































Ecco che la mente corre ad un tempo antico.

Un passerotto si posò
su un ramo,
vide di lassù una ninfa che giuocava
(ma sì, esageriamo con gli arcaismi)
con i lunghi capelli chiari.
C’era una sorgente,
il cielo terso,
i mille capitomboli sonori dei rivoli d’acqua sui sassi,
un po’ di vento,
una bellissima ninfa che sorrideva.
Ma perchè mai non esser felici,
sia pure di lassù su un ramo,
ancorchè semplici ed insignificanti
come ci si può sentire da passerotti?
Così pensò.
Poi saltellando arrivò sulla foglia più lontana,
perchè di lì si vedeva meglio la ninfa
elegante e le sue lunghe dita a
sfiorare l’acqua.
Fu proprio una vera sfortuna che
quell’enorme meteorite di 2 km di diametro,
dovesse cadere proprio lì.























Martino il canguro surfista stava imbracciando il suo fucile a canne mozze,
per accogliere i testimoni di geova che avevan appena citofonato:
probabilmente aveva in mente una qualche forma molto
suggestionante di esempio per perorare l’opportunità del ricorso
alle trasfusioni laddove l’utile ed il salutare lo consigliasse.
Ma non sapremo mai cosa avesse in mente.
Il caso volle infatti che un alieno dall’intelligenza superiore,
smanettando con il teletrasporto facesse confusione,
teletrasportandolo in una remota dimensione in cui è tutto come in Italia,
salvo una piccola differenza.
Mentre qui il presidente del consiglio è un potente miliardario
con 10 televisioni, 2 giornali e 20 ministri corrotti a guinzaglio,
essendo il cittadino medio un poveraccio-che combatte con il carovita e l’euro,

sono tutti silvio salvo il presidente del consiglio che è pagato pochissimo
e per giunta lavora.
La cosa ha dei vantaggi
(per esempio c’è un casino di canali in tv,
anzi il telecomando è 2 metri x 3, perchè altrimenti non ci stan su tutti,
cosicchè le vecchine pagano apposite colf moldave per aiutarle a cambiare canale).
Vi sono però degli svantaggi.
Tra essi, molto seccante,
il fatto che siccome sono tutti miliardari nessuno vuol far nulla
per meno di un milione di euro.
Cosìcchè le zucchine stanno a 2 milioni di euro al chilo,
la lattuga a 3 e le melanzane non le compra più nessuno.
Tutto ciò ha ridotto i consumi alimentari,
cosicchè son tutti magri e i cardiologi non lavorano più,
ma si limitano ad esercitarsi davanti allo specchio tristemente
("non mangi, non beva, non fumi, faccia ogni giorno 7 ore di passeggiata,
2 di nuoto, 4 di scherma, 3 di corsetta, non usi sale,
non usi zucchero, non usi pane, non usi pasta,
non usi maiale, non usi vitello, non usi agnello e via dicendo").
Tutto questo in un’altra dimensione.





















Nel bosco delle streghe dimorava una fata verdina.
Va fatto sapere che le fate celestiali son un tantino
persino fastidiose, perchè già son fate e quindi son conturbanti,
poi sapendosi celestiali, le si sopporta malvolentieri.
Le fate verdine son pure anco esse delle belle gnocche,
ma se la tirano un 43-47% di meno.
Nel bosco delle streghe, invece, appunto ci sono streghe
per lo più.
Son streghe tipiche, con i cespugliosi cigli torti,
i polverosi cappelli bigi, i torvi guardi lesti,
l’untuoso crine irto, la cute paonazza e l’odore fetido
(eventualmente si chiamano anche Valentina o Simonetta,
come 2 infermiere streghe e boriose che conosco io).
Si comprende che abbiano a rosicare alquanto della vicinanza della
lieta figura della piccola fata verdina.
La fata verdina ha modi garbati, sorriso fatto di luce,
indole mite e virtù di cuore in gran misura
(per tacer delle gambe, nonché decisamente callipigia, ovvero,
per chi non rammentasse tutti gli epiteti di Venere,
con un sedere da panico).
Si dà la coincidenza che uno gnomo stortignaccolo
con lo zio direttore generale in un castello magico della zona,
avesse combinato il matrimonio per il nipotino con una
delle migliori megere della zona.
Lungo la filiera di lugubri e graveolenti,
catapecchie a schiera che si disponevano ai lati del sentiero,
che conduceva dalla sua promessa sposa,
il piccolo gnomo notava però sempre quella casetta
linda e verdina, con le rose e i cespugli di more e mirtilli.
Così quando andava a portare un mazzetto di ortica e gramigna
o un barattolo di vermi in decomposizione alla sua promessa sposa,
spiava con discrezione sul viottolo della casa verdina,
caso mai scorgesse gli occupanti.
Notando in uno delle sue visite con dono,
una tipa in minigonna con 2 femori lunghi lunghi e molto ben rivestiti,
osservò tra sé: -L’euro ha un cambio molto favorevole sul dollaro
(quando si emozionava la buttava sempre sull’economia,
per calmarsi un po’).
Ma la fata sentì e ribattè:
- Ma non può durare Greenspan interverrà
(non che avesse mai capito chi fosse e come fosse fatto
questo Greenspan, amesso che si chiamasse così)!
Lo gnomo trasalì, un po’ perchè gli avevano letto il pensiero,
un po’ per i detti femori molto ben rivestiti.
Così trovò appena il coraggio di obiettare:
- Speriamo, per la competitività delle aziende manifatturiere nazionali.
Poi, null’altro e rosso in viso, affrettò il passo.
Un giorno la fata verdina compiva gli anni, 72, che per una fata
son la prima giovinezza.
Saputa la cosa da una ninfa dei boschi amica sua,
il rospo stortignaccolo
(l’ex-promessa sposa l’aveva presa malissimo), si fece passare
la fata al cellulare della ninfa
(che stava chiamando la fata per farle gli auguri),
riuscendo ad ottenere l’e-mail della fata
(magicweb aveva infatti cablato da poco tutto il bosco,
anche se la fata doveva ancora farsi allacciare la fibra ottica).
Così il rospo stortignaccolo, iniziò a digitare sul suo notebook
decine di fiabe lunghe e brevi, inutili e molto inutili,
che inviava pure ad amiche e parenti
perchè così sentiva un parere,
ma per fortuna non gli rispondeva mai nessuno e così,
si illudeva piacessero in giro
(ma in realtà erano interessanti quanto un servizio
di Emilio Fede sull’ultimo trapianto di capelli di Silvio Berlusconi).
(se vuoi continua, sennò finisce così,
anzi tutt’al più per non lasciare le cose in sospeso
facciamo che la fata fa presente al rospo che a lei
garbano solo i capitani di industria con qualche decina di milioni di euro
da parte e buoni d’animo,
nonché che il rospo la prende bene
e si suicida per morte cerebrale,
guardandosi 2 volte di seguito
l’opera omnia delle interviste a Valeria Marini).



































Nel buio un po’ sporco dei bagliori occasionali di due lucciole
che si azzuffano o
di una fatina che ubriaca di mirra
svolacchia sbandando tra rovi e girasoli,
vivono gli elfi notturni.
Calogero Dibella è un elfo notturno
Mi si perdoni l’omaggio a Sciascia,
ma amo Sciascia quasi quanto adoro
il sincero sentimento di gioia ed ottimistica euforia
che desta in me la bellezza della donna dai lunghi capelli
neri ed occhi di mare di mezzanotte.
Calogero vive come tutti gli altri elfi notturni.
Al mattino ripara le metafore e sorregge le
speranze degli afflitti, oppure lo trovi a lucidare
le bugie dei politici inevitabili.
A sera però esce a correre verso
la siepe di rose così forte che il sole
e il cuore gli pulsano e brillano nel petto
tanto in fretta, che quasi spaura e casca lungo.

Di là dalle limpide dalie,
dalle rose,
rissoso ricordo di ruvidi raggi
di sole, sale, silenzioso, un profumo
acre,
come di selvatico.
E’ la signora delle rose bianche.
Non si sa perchè, ma compare una volta
ogni milione di lustri per un’ora o a
volte per un pomeriggio intero
(specie se sono iniziati i saldi).
Calogero la vede quel giorno per caso,
ché invece voleva soltanto rubare
una spina dalle rose
(da portare ad una strega che le usa per un infuso
che serve a divenire tanto buoni
o almeno quanto basta per commuoversi guardando Beautiful).

Ovviamente non la rivedrà più.
Però l’ha veduta.
E, curioso oltraggio al buon senso,
non se la scorda.
Anche se la signora delle rose bianche
penso non sappia neppure il suo nome.













Nel paese sottosù,
tutto funziona al contrario.
Il cielo sta giù e le mucche pascolano sulle nuvole.
Il sole sorge alla sera e fa luce appena,
ma la luna sal su al mattino e brilla tanto.
Nel paese sottosù Cristiana non è bellissima,
ma è racchietta ed insignificante,
così al contrario Giuseppe non è nasuto
e stortignaccolo, ma aitante e favoloso.
Però, curioso a sapersi,
anche a sottosù Giuseppe trova che Cristiana sia splendida.
E a sottosù Cristiana non è sdegnosa per niente.
Giuseppe di qui, un giorno scomparirà,
senza neanche dire ciao a nessuno
e volerà a sottosù.
Lì diventerà d’incanto meraviglioso
(prima, piccola formalità, dovrà
accoppare il vero Giuseppe di sottosù,
ma, si sa, le grandi imprese non si sono
mai fermate per questi dettagli),
poi correrà dalla Cristiana di sottosù e le offrirà tanti di quei gelati
che Cristiana dovrà bere 2 litri di aranciata per la sete,
perchè, si sa, a sottosù
i gelati son salati



























Nel Paese verde-acqua, a nord della Terra dei Sogni, accanto alla Landa delle Megere,
viveva lo gnomo sbilenco, un casino di altre persone ed una principessa favolosa.
Il caso volle che lo gnomo sbilenco si prendesse una gran cotta per la principessa megafiabesca.
La notizia, per via di una chiacchiera diffusa da una querula comare
(che non si faceva i fatti suoi) venne all’orecchio della principessa.
Furente di sapersi amata dallo gnomo sbilenco,
un giorno di tarda primavera, la fanciulla regale convocò il parrucchiere,
le 23 damigelle deputate alla sua vestizione, il cocchiere reale, il palafreniere
per gli 81 cavalli bianchi dalla lunga coda, i 16 cavalieri su cavallo nero, i 32 cani dalmata
con festoni ricamati di fil d’oro, dopodiché ritenutasi pronta per percorrere,
nella più magnifica delle sue carrozze, i 200 m che la separavano dalla casa dello
gnomo sbilenco,
s’avviò con 21 damigelle di compagnia verso la graziosa casupola.
La casupola pendeva tutta da un lato, era sbilenca pure lei.
Aveva un piccolo giardino verde con tantissimi fiori viola.
Non fu possibile farvi entrare nemmeno una piccolissima parte
dell’immenso corteo della nobilsignora, ma non fu sol questo a contrariarla.
Giunta lì, i 52 servitori spargevano petali di rosa innanzi ai suoi piedi.
Ebbene, forse che non aveva osato lo gnomo sbilenco donarle
una rosa rossa comune comune, rubata alle povere aiuole del piccolo giardino?
Indignata la princessa tuonò: - Sappi che ti disprezzo,
mi fai pena, sei uno sgorbio!
Espressa l’idea, risalì sul cocchio, seguito da cavalieri, damigelle,
cani e servitori e tornò al castello, nella sua torre personale.
Giorni dopo, sicura di essersi resa odiosa, si informò.
Con suo rammarico enorme e sdegno sconfinato,
le comari le confermarono che lo gnomo si diceva ancora innamorato.
Allora andò su tutte le furie.
Corse dal padre e lo costrinse, pena la minaccia di gettarsi dalla torre,
di emettere un editto tremendo. Per volontà dell’editto del re,
tutti gli gnomi sbilenchi dovevano essere, con effetto immediato,
condannati ad un anno di prigione in catene, a pane ed acqua.
Fu così che il mite gnomo, l’unico gnomo sbilenco dell’intero reame, sentì, il giorno appresso, bussare con forza
al suo uscio. Eran 3 gendarmi con 2 catene. Lo incatenarono,
lo portarono nelle umide segrete del castello.
Lì restò per un anno, anzi un anno e 3 mesi, perchè tutti s’eran scordati di lui.
Un anno al buio, al freddo, con la sola compagnia delle rane,
che a differenza dello gnomo, apprezzavano moltissimo il microclima.
Liberato, lo gnomo un po’ più sbilenco per via dei reumatismi,
zoppicò sino alla sua casupola.
Ma la casupola non c’era più.
La principessa l’aveva fatta radere al suolo.
Al suo posto c’era una panchina blu.
Lo gnomo, non disse nulla, si fece prestare una coperta
da un vicino e si accoccolò sulla panchina.
Al mattino, il dì seguente, venne un messo reale,
con una coccarda verde, un pennacchio policromatico sull’elmo
su di un magnificente destriero.
Lo mandava la principessa, che contava di non esser più amata.
Il messo dovette però riferire alla principessa che lo gnomo la amava ancora.
Il messo fu degradato a stalliere.
La principessa era furibonda e per la rabbia prese a piangere.
E tra le sue lacrime annegò.
Morta la principessa fu fatto un gran funerale.
Ma nessuno andò a trovare l’odiosa principessa nella sontuosa tomba,
neppure il re.
Nessuno sentiva la mancanza della terribile principessa.
Soltanto lo gnomo, tutti i giorni, andava
sulla tomba a deporre una rosa,
però non una qualsiasi, ma ogni giorno il fiore più bello di tutto il reame e versava lacrime sincere
per la sua amata.


Un giorno tuttavia spirava un vento intenso,
quasi un tornado.
Tutti eran chiusi in casa, salvo lo gnomo sbilenco,
che tanto avendo una panchina soltanto, non faceva poi gran differenza.
Si recò così comunque alla tomba della sua principessa.
Era lì con il fiore nello zainetto,
quando la tempesta lo sorprese.
Il vento soffiò rabbioso e potente.
Tutto, pietre, marmi, momumenti celebrativi didascalico-edificanti, prendeva il volo.
Persino il ligneo ricovero della principessa pareva sul punto di volar via.
Ma il piccolo (e sbilenco, non dimentichiamocelo) gnometto, s’aggrappò con forza
alla principessa. Forte delle pesantissime catene che ancora recava
(s’eran perse le chiavi e le aveva dovute trattenere, ma a onor del vero,
bisogna dire, pagava regolarmente una quota mensile per il noleggio alle Prigioni Reali),
lo gnometto poté trattenere la defunta (intatta, le bare di zinco son portentose).
Era calata la tempesta.
E lei era ancora bella.
Intorno era tutto devastato.
Rimanevano solo lei (cadavere), lui (malconcio), la rosa.
A costo di esser preso per necrofilo, non frenò l’impulso che lo colse e la baciò.
Come per incanto (ok, ok qui ho un pochino copiato), la fanciulla si destò.
Non era spirata. Era soltanto in uno stato di profonda narcolessia suscitato da un libro di Bruno Vespa
La principessa, risvegliatasi, guardò il suo salvatore e disse:
- Ancora lo gnomo!
E fece per andarsene, ma prima di farlo soggiunse:
-La rosa la tengo.
Macerie ovunque, una principessa di spalle (un sedere alla Jennifer Lopez),
uno gnomo sbilenco.























Non so come sia possibile,
ma sovente osservo che sfugga spesso di sottolineare
la sofferta drammaturgia di un pezzo cui io son molto
legato, ovvero "i 2 liocorni", che racconta con l’apparente leggerezza
dell’arte più alta, una struggente vicenda.
Mi permetto di riassumertela per grandi linee.
Noè è sulla sua arca, salgono
i topi, i coc