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Ricordo: Insonnia, e la lunga Corsa - di AC

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/05/2008 alle ore 17:33:53

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Insonne sin da bambino, sin da quando passavo le notti ad occhi spalancati nel letto dei miei genitori, ascoltando il loro respiro spesso interrotto dalla mia recalcitrante insofferenza per quelle ore buie, monotone, sempre uguali, che mettevano frenesia e stanchezza, pigrizia ed irrequietezza nelle gambe, nelle braccia.
Insonne da ragazzino, sin da quando i pensieri dei quotidiani impegni si mescolavano con le pulsioni di una vita immaginata, appena schiusa, con il suo carico affascinante e terribile di infinite possibilità, sospeso tra diversi modi di essere e mondi in cui esistere, con la gelida impressione di non essere in grado di afferrarne alcuna, alcuna che fosse autenticamente mia. E così mi rigiravo nel letto, sulla mia vecchia rete a molle, cigolanti ed in più punti ormai cedute, alzandomi frequentemente per accostarmi alla finestra, rimanendo dietro il sottile spazio che le bande di legno delle tapparelle lasciano tra loro, facendo filtrare una lama di luce artificiale – i fanali dei lampioni – ed uno scorcio della Strada di notte, sbiadito riflesso della vita quotidiana degli altri, della città che, inconsapevole della mia insonnia, continuava tuttavia a girare rincorrendosi ora dopo ora, dal tramonto all’alba, in cui i protagonisti sono sempre gli stessi, semplicemente impegnati in attività differenti.
Ed io ero uno di loro. Nel mio non-riposo, io ero parte di quella vita che scorreva sotto di me, sotto il mio occhio miope ed affannato, che con lentezza cercava di spingersi sino all’entrata di quel locale affollato che spiavo ipnotizzandomi, e che se steso a letto avrei maledetto per il rumore che da esso proveniva, ma che mi forniva materiale di osservazione quando lasciavo tra le lenzuola disfatte anche solo l’eventualità di un effimero riposo, inconscio, di qualche ora.

Volevo essere anche io tra quelle persone, essere parte di quelli che trascorrono negli occhi, negli sguardi e nei gesti di chi è come loro, la notte. Passare da un posto all’altro, da un modo di essere all’altro, trasportato dal traffico notturno colorato ed uniforme, scandito dai semafori lampeggianti di giallo, dalle soste per l’ultima consumazione, per l’ultimo bacio alla persona conosciuta solo la stessa sera.

Volevo, e non potevo perchè la mia giovane età non me lo consentiva.
Dunque potevo solo immaginare.

Steso nel letto, coperto in maniera soddisfacente, rassicurante, chiudevo gli occhi con l’ultima immagine dello schermo del televisore, stagliato contro la parete di fronte, spento, ma che tuttavia conservava il riflesso della luce interna che solo qualche istante prima aveva posseduto.
E sognavo, fantasticavo.

Cado, dalla mia finestra, gettandomi nel vuoto per atterrare su entrambi i piedi, piegandomi sulle ginocchia per attutire il folle volo con semplicità, come fosse naturale. Il modo più veloce per lasciare dietro le spalle, su, in camera, tra le coperte disfatte, la mia insonnia, e velocemente recarmi a braccia aperte verso la vita notturna, quella che ogni notte vorrei uccidere nel riposo notturno, ma che segretamente – infine non più – volevo assaggiare.

Corro veloce, percorrendo la lunga Strada che sbocca qualche chilometro più avanti in una grande piazza circolare, al centro della quale sorge un obelisco alto 20 metri, e sulla cui sommità, tesa verso l’alto, una figura di donna alata.
Percorro la Strada con famelica soddisfazione, osservando a destra ed a sinistra, mentre procedo sulla carreggiata ingombra di macchine che tuttavia non sono un ostacolo, una perdita di tempo, ma il contro canto ideale per la mia immersione nella notte perfetta, la notte in cui rimango con me stesso, cosciente, padrone delle mie azioni e dei miei pensieri.
Corro, voltandomi a destra ed a sinistra, osservando i prospetti dei palazzi che sfilano al mio sguardo, cogliendo i balconi silenziosi, le finestre dal vano nero, come loculi mortuari. So che dietro queste bare sospese a piani di altezza altri come me dormono. E forse segretamente so che che anche io dovrei.
Ma non questa notte. Questa notte è mia, ed io la voglia passare così: viaggiando per la mia Città, per suggere ogni momento.
Così sfilano i prospetti, le portinerie in cui ancora si attardano giovani coppie per un ultimo saluto, per potere annegare solo qualche istante di più l’uno nell’altro, stringendosi in un abbraccio caldo che li accompagnerà nel sonno ristoratore.
Ma non è per me, non è questo quello che voglio.
La Strada scorre attorno a me, ed i contorni della mia visuale si fanno sferici, come lenti di ingrandimento magnificano il centro della mia visione rendendo sfocato e fuori proporzione la visuale periferica. I negozi con le luci accese, sebbene nessuno sia dentro, ed i manichini che come guardiani di una notte che non sarà mai loro, osservano lo sfilare dell’umanità che rincorre la propria vita, cercando di testimoniare che loro, almeno per questa sera, sono Vivi, autenticamente, pronti a gustare tutto sino all’ultima goccia, anche se dovesse essere amara, anche se dovesse essere l’ultima.
Ed io sono con loro, continuando a correre tra macchina e macchina, sbirciando tra i finestrini i visi di coloro che proseguono. Tristi, assonnati, eccitati, pensierosi ed innamorati. Una processione di sentimenti di cui io sono lo spirito, l’inconsapevole felicità di trovarmi la dove è il mio posto.
Sfugge la città ai miei piedi, attraverso la larga e comoda Strada che percorro con balzi e capriole, godendo appieno di una immaginaria ed impossibile libertà.
Io non ho peso, ed il mio sguardo può alzarsi al cielo di notte, e spingersi sino a superare le luci della città quando queste lasciando spazio alle stelle, alla luna, ed al loro corso che da millenni ha affascinato la mia Razza.
Mi fermo al centro di un incrocio osservando con occhi sgranati, come fosse la prima volta, i colori delle luci che dirigono il flusso di macchine, e che attraversano il mio corpo inverosimile - frutto della immaginazione che fino a quel punto mi ha accompagnato e trasportato - continuando per la loro strada. Che è poi una unica Strada, perchè tutti perseguono ciò che desiderano, il loro Bene, ed è dunque semplicemente un raggiungerlo lungo traverse diverse.
Alzo lo sguardo al cielo notturno, accompagnato dal mio dito indice che punta le stelle, e traccia invisibili linee – invisibili ad altri che non sia io - per realizzare disegni astratti, stilizzati, dalle forme geometriche o casuali, sinuose ed avvolgenti, ed ancora evocatrici delle fiamme del fuoco, o delle onde del mare. Scuoto la testa, sorrido. Non è tempo di fermarsi.
Riprendo a correre, ora superando un buio vicolo nel quale una accozzaglia di forme confuse sono stese a demolire la loro coscienza con sostanze che simulano ciò che io sto compiendo. Ma io sono io, e rimango me stesso anche quando sogno, mentre il loro viaggio è qualcosa che li trasporterà lontani dalla loro essenza – che forse essi stessi rifiutano - sino a perderli in un limbo dal quale è difficile, se non impossibile, tornare indietro.
Non è per me: io voglio assaporare sulla pelle, con lucida ferocia, tutto ciò che mi è possibile afferrare, rimanendo cosciente, e confidando unicamente nelle mie forze.
Corro, corro, corro, e la notte gira attorno a me che infine raggiungo la Piazza attorno alla quale, come un carosello di carri illuminati, dalle fogge diverse eppure uniformi nelle loro intenzioni, sfilano le macchine, compiendo la rotatoria che li instraderà lungo altre direzioni, altri universi da esplorare e respirare.
Salto, con facilità, come il salto che ho compiuto per calarmi in questo allucinato viaggio.
Salto in alto, arrampicandomi sul lungo obelisco, salendo in verticale come una lucertola, e progressivamente lasciandomi dietro il rumore sempre più attutito della strada, dei clacson, delle grida e dei sospiri di chi la notte la sta accompagnando in una orgia di Vita.
Salgo, salgo sino alla Statua che è come me, che non dorme, e che dall’alto osserva gli uomini prendere possesso della sacralità del buio deputato al riposo.
Mi avvinghio al metallo dalle fattezze umane, passando il braccio attorno al collo di bronzo per sostenermi, ed allo stesso tempo sporgermi in basso, respirando un’aria pulita, un’aria di leggerezza ed incoscienza.
E poi mi guardo intorno.
La città è ai miei piedi, e le strade sono solo delle divisioni labili tra quartiere e quartiere: uno illuminato a festa, come se tutto ruotasse solo attorno ad esso, ed uno immerso nel silenzio, circondato da alberi che vigilano sui suoi confini, che assicurano a chi in esso abita il riposo meritato ma senza senso, senza esperienza: inconsapevole.
Distolgo lo sguardo, perchè non è questo ciò che io adesso desidero.
Mi lascio cadere nuovamente, da un’altezza ancora maggiore, semplicemente atterrando sulle mie gambe, con naturalezza, come un bambino che scenda un piccolo gradino, divertito da quel senso di caduta che dura solo una frazione di secondo.
Riprendo a correre, ma questa volta con grande velocità, e tutto attorno a me si trasforma in flussi di colore: a stento riconosco la Strada che sto percorrendo, perchè tutto si lascia dietro una scia di coloro sbiadente, scuro per le persone e i palazzi, e luminoso per le luci delle macchine, rosse per gli stop dei freni attivati, e gialle per i fanali accesi. Gli alberi si contorcono in figure protese all’indietro, come se qualcosa di loro fosse rimasto al passato, qualcosa di prezioso che vada recuperato.
Ma io corro, io corro attraverso la Strada, il mosaico di colori sfumati, ora pastello, ora elettrico, che mi lascio alle spalle. E davanti ai miei occhi che si socchiudono per adattarsi alle sferzate del vento che mi tagliano il viso, vedo un lontanissimo puntino bianco. L’unico colore, l’unica tessera della grande opera che nel frattempo si sfoca attorno a me. Quello voglio raggiungere. Da quel punto sento spirare un’aria profumata, sento provenire una musica suadente e conturbante che stimola il mio intelletto sovraeccitato al sogno, è in quel punto che so trovarsi la soluzione, la conclusione ed il nuovo inizio per un’altra notte.
E’ li che mi reco, ridendo come mai ho riso, così forte da rimanere assordato da me stesso.
Corro a perdifiato, ma il fiato è riposato e lento, così velocemente da perdere i contatti anche del mio fisico, che si allunga e si sfoca, lasciandosi dietro il colore come tutto ha già fatto attorno a me. Sempre più veloce, sempre più veloce sin che di me non resta che una idea Pura, una distesa lama di pensiero protesa all’obbiettivo, tirata oltre l’estremo, oltre la propria forma: solo piacere, solo consapevolezza. Solo Vita.

E poi la sveglia.

Quella solita, monotona, che sancisce il ritorno alla concretezza, alla fisicità, ai colori netti ed ai contorni ben definiti, squadrati, impenetrabili.
E’ tardi, e mi preparo con slancio e frenesia ad una nuova giornata concreta.
Dalla Strada il rumore del traffico della mattina. Il traffico verso gli uffici, le scuole, i negozi.

Ma un sorriso, il mio, è rimasto come eco nella mia mente. Un sorriso liberatorio ed autenticamente felice.
Domani notte sarà ancora Corsa, sarà un altro viaggio.
Sarò nuovamente io.