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Monologo dalla sonorità armena - di Valeria Verdi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/09/2007 alle ore 11:12:59

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Palco vuoto, nessuno in scena. Entra Elain, sulla trentina, di bell’aspetto. Si guarda intorno.
(rivolto al pubblico e a se stesso)
Beh, sembra che non ci sia nessuno. Non che mi aspettassi di trovare qualcuno, no, ma lo stesso.... (non sa cosa fare, si guarda ancora intorno) Stare da solo è una di quelle cose a cui non riesco proprio ad abituarmi. Intendo dire, ci sono quelle persone che vivono da sole tutta la vita e sono felici, si sentono indipendenti e liberi. Non li capisco. Per me la parola “solitudine” in sé ha un che di malinconico. (Lentamente) Solitudine! Con questa “L” e questa “D” dal suono dolce. Ha un qualcosa di innocuo che svia la mente e rende la persona vulnerabile e d’improvviso: TAN! La solitudine entra, pervade lo spirito e la mente con le sue lingue oscure, costruisce fantasmi e lamenti ad ogni ombra e scricchiolio ed erode come un mare incessante ogni parte di sanità mentale nel cervello.
Perché, diciamocelo, la maggior parte della mente umana è assurda, sì, proprio senza senso, e c’è solo qualche filo che rende i pensieri connessi con la realtà. Ma la solitudine, con le sue mani scarne coperte di fini guanti di seta per non lasciare tracce, li corrode uno ad uno, lasciando vagare senza scopo parole ed emozioni.
E ti ritrovi nel tuo letto, di sabato pomeriggio, con le persiane chiuse – perché si sa che il buio è il miglior amico di Signora Solitudine – a delirare e cercare di ricomporre i pezzi di una vita che non sei nemmeno sicuro sia mai esistita, che ti appare come un film visto al cinema millenni prima, ma visto da qualcun altro che poi te l’ha raccontato, e come quel gioco in cui dici “Tazza” e qualcun altro “Latte” e poi “Bianco” e avanti ancora fino a che non si torna a “Tazza” i pensieri si ingarbugliano e si srotolano con un nesso ai confini del paranormale e ti chiedi alla fine – o durante, o prima, non lo puoi sapere – cosa c’è di sbagliato, cosa c’è che non va.
Allora affondi la testa nel cuscino cercando di richiamare alla mente cose belle, come le isole con le feste e le collane di fiori nelle pubblicità di creme solari ma subito qualcosa disturba le liete riflessioni e ti fa ripiombare nel vortice di te stesso.
E c’è chi ti dice che non è la solitudine che fa questo effetto, comunque “se non stai bene con te stesso, non staresti bene nemmeno con gli altri”,
IGNORANTE! Cosa ne vuoi sapere tu, con quel cappello sbilenco (imitando le movenze da signora di mezz’età ben vestita e pseudoraffinata) e il sedere grosso che pur di non rimanere a casa tua quando tuo marito è al lavoro o dalla sua amante – perché te lo si legge in faccia che sai dell’avvocatessa che ha l’ufficio a fianco del suo – sei iscritta a tutti i circoli e caffè mattutini della zona? Allora non è la tua solitudine peggiore della mia, perché non ammessa?
No, non credo. La realtà è che ti invidio, tu che hai trovato un rimedio seppur superficiale ai tuoi deliri e pene. L’uomo non dovrebbe essere un animale sociale che trova il suo scopo nello stare con i suoi simili? Ma quale scopo ci può essere se ognuno è senza scopo? Se la società sta crescendo miriadi di adolescenti che non sanno cosa vogliono fare nella vita e non hanno sogni né ambizioni, e la generazione precedente porta in grembo una lista di falliti che hanno deluso le proprie aspettative e non sanno che offrire ai loro figli?
E la solitudine mi appare come l’unica via di salvezza dalle paranoie del mondo ma mi porta alle mie proprie paranoie, e l’unica via di scampo a queste sembrano essere le paranoie del mondo.
E un’altra volta questo circolo gira in tondo e mi chiedo quanto faccia Solitudine + Solitudine, se la Solitudine sia sola o se gli altri sentimenti la invitino alle feste – come quella storia su Amore e Pazzia.
Vedo fantasmi nei miei vasi di fiori e dietro le tende assassini.
Tu (indicando qualcuno del pubblico) cosa hai scritto nei tuoi occhi?
E se si andasse – io e te intendo – a bere un caffè insieme passeremmo tutto il tempo cercando di ridurre i momenti di silenzio a zero con chiacchiere sterili, in una corsa contro la solitudine – come quei sogni in cui si corre si corre si corre e dietro di sé lo sfondo si chiude mano a mano in una specie di risucchio.
E non dimentichiamoci la NOIA. Grigia, avvolgente come la nebbia fuori Brescia, che si insinua persino in macchina se passi lungo la superstrada.
Se – quando sei solo – i deliri si acquietano per un po’, essendo la tua mente ormai esausta, subentra lei, Mrs. Noia – come la canzone di Grignani – che ti fa intorpidire i piedi piegati sotto le ginocchia, sul divano a guardare la tv senza vederla, col telecomando in mano che probabilmente è quello del lettore dvd e neanche cambia i canali, con l’unico pensiero in testa “Che noia, che noia, che noia, che noia” che sembra un’incudine sulle spalle e ti fa sentire brutto e sporco e sudaticcio e ti fa desiderare che il telefono squilli o qualcuno suoni alla porta.
Allora, siccome la porta d’entrata è nell’altra stanza e di alzarti – o anche solo di cambiare posizione – non se ne parla neanche, cominci a fissare insistentemente il telefono, mutando l’interessante pensiero di prima con l’altrettanto vario “ Squilla squilla squilla” tentando di fare ciò che hai visto fare ne “La vita è bella” da quel tipo un po’ tocco che sbandierava un paio di conoscenze sulla filosofia di Schopenhauer.
Ma quell’orrenda macchinetta rossa non dà segno di voler fare nemmeno un piccolo “Drin” e tu cominci ad immaginare che qualcuno ti stia chiamando ma il telefono ti odi e abbia deciso di non squillare e rompersi proprio adesso. Immagini te stesso allora alzarsi e sollevare la cornetta ma sei troppo pigro per farlo davvero, e ormai il collo si è abituato a quella posizione scomoda, e anche se sai che non squillerà perché ce l’ha con te continui a fissare il telefono e noti una piccola macchia lucida come di unto appena un paio di millimetri a fianco della tastiera. E non hai mai visto niente di più irritante, ti sale dalla punta dei piedi quella strana cosa – tipo ondata – e ti arriva nelle mani che ti prudono e vorresti alzarti e lavarla via ma no, c’è un che di bello e perverso nello stare lì a fissarla irritando te stesso di proposito. Ma i piedi cominciano a formicolarti per essere stati troppo tempo piegati sotto il tuo sedere e ti trovi costretto a muoverti e d’improvviso la macchiolina perde d’importanza; e fissi l’orologio. Sono passati due minuti da quando ti sei seduto sul divano, ma sembra un’eternità. Non sai che fare ma l’urgenza di fare qualcosa è troppo forte; così vai in bagno, nella speranza di fare passare il tempo e – perché no – trovare un’ispirazione. Non hai pipì nella tua pancia, resti un po’ lì in piedi di fronte al water, cercando di far venire fuori qualche goccia per lo meno e ce la fai alla fine, ma con un certo sforzo che ti fa dolere un po’. Quel dolorino che è più fastidio che già dopo un secondo ti rende irritabile e scontroso.
E chiaramente, nessuna musa ispiratrice ti è apparsa, perché i bagni sono forse i posti meno artistici e creativi della terra.
Calcoli mentalmente che altri due/tre minuti siano passati. E l’idea dell’intero pomeriggio ti si apre davanti come l’enorme bocca di un mostro che ti risucchia l’ultima crosta di energia che ancora ti rimaneva dopo lo sforzo immane di fare pipì.
Sono questi i momenti in cui rimpiangi di non avere un’arte o uno sport a cui aggrapparti, basterebbe una passione, una collezione di francobolli, qualsiasi cosa. Ma non ti viene in mente nulla da fare, niente da pensare.
Trascini i piedi dal bagno al soggiorno, e decidi di fare una tappa in cucina: un paio di biscotti da sgranocchiare controvoglia, masticarli e farne palline mollicce in bocca e mandare su e giù con la lingua, spiaccicarle sul palato e finalmente ingoiarle, viscide di saliva, con un gusto orrendamente alterato. Ma ti sembra di poter ingoiare persino fango, insensibile e impassibile come ti senti adesso.
( Pausa)
Quando proprio sento che non c’è più via d’uscita, tiro fuori la mia parte femminile, e comincio a curarmi del mio aspetto. Soprattutto i piedi. Seduto sul divano mi levo i calzini e stendo le gambe, e muovo le dita una ad una, e non è così facile come sembra, ma dopo anni d’esercizio ora ci riesco al primo colpo. Immagino allora di avere davanti una tela e comincio a dipingere con i miei piedi strade, colline, barche, qualsiasi cosa,e nella mia mente è bello, chiaro e distinto il soggetto che ho scelto.
I miei pensieri però non hanno intenzione di seguirmi, e mi tormentano con la fatidica domanda “e cosa farai dopo?”. Non voglio ascoltarli, che mi lascino in pace quando ho trovato qualcosa che mi aiuta a non pensare. Ma loro restano lì, picchiettando alle porte del mio cervello, e non ho altra scelta che farli entrare, e guardarli nei loro occhietti sfuggenti. Grigi e disordinati o polverosi. Immediatamente il mio interesse per la “pittura” svanisce e una volta ancora sono sommerso dal nulla.
(Si siede sul pavimento esausto, con la testa tra le mani, e due donne entrano, agghindate a festa con cappellini colorati e ridono e scherzano e parlano tra loro, ma senza produrre alcun suono. Un crescendo di archi è tutto ciò che il pubblico sente. Le due donne si fermano un po’ nel centro del palco, dopodiché escono senza notare e farsi notare da Elain.)