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Lisa - di Carlo Garofalo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/09/2006 alle ore 19:42:57

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Conobbi Lisa in un giorno di pioggia. Io avevo un ombrello marrone, che mi faceva sentire un po’ ridicolo. Lei camminava sotto un ombrellino rosa più stretto dei suoi fianchi e il cappotto lì le si bagnava.
Stizzita guardava le pozzanghere e poi alzò gli occhi e s’accorse di me. Due occhi fermi in una testa ferma su di un corpo fermo. Mi voltai ma subito la cercai di nuovo con lo sguardo, ché già mi mancava. La sua coda si era allontanata ma io sentivo che l’avrei rivista.
Conobbi Lisa in un giorno di sole, di quelli in cui proprio ti piange il cuore a restare in casa o in ufficio, e vuoi che il sole baci te e non le pareti o i vetri che ti costringono.
Lisa rideva, stavolta, ed era il momento giusto per stringerle la mano. Era piccola, più giovane di me, con l’aria vergine di chi ancora non ha percepito il sozzume che la circonda. Quegli occhi piccoli e neri, ma neri neri che si guardavano intorno come se conoscessero tutti mentre il telefono squillava e lei rispondeva e riattaccava e squillava ancora. Strillava, rideva, parlava, taceva e poi sospirava.
Lisa era più vicina perché i miei piedi da soli mi portavano verso di lei. Poi una mano m’afferrò l’avambraccio e mi portò via da quelle labbra sorridenti che sono sicuro, non vedevano l’ora di dirmi il nome della proprietaria.
Non capii mai di chi cazzo fosse quella mano.
Conobbi Lisa in un giorno d’autunno. Uno di quei giorni d’autunno che ti svegli e vedi grigio e fa freddo. Ti vesti pesante e con te esce il sole e fa caldo. Arriva la sera e sembra inverno. Guardi per terra e vedi foglie, e cicche, e pozzanghere, e sciarpe perdute da una persona distratta che correva facendo attenzione che l’ombrello le coprisse la messa in piega.
Uno di quei giorni in cui ogni goccia è un pensiero e pensi a quando impacciato t’imbarazzi e cerchi rifugio in quell’angolino lassù, in fondo a sinistra, dove il soffitto s’incontra con la parete. Dove gli occhi che hai di fronte non possono trovarti. Le vampate di calore che arrivano da dentro lasciandoti il magone e mangiandosi la lingua. Dici "basta", o forse "cazzo" e ti scoraggi.
Uno di quei giorni guardai Lisa con gli occhi finalmente di chi in un modo o nell’altro ha smesso di farsi quei problemi che esistono solo nella testa dei mocciosi.
Io la chiamai sempre Lisa, ma un giorno mi disse che in realtà si chiamava Vita.