Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

La temporeggiatrice e la sveglia - di MR

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Narrativa breve > La temporeggiatrice e la sveglia

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/12/2006 alle ore 22:26:55

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La sveglia sul mio comodino di plastica blu segna le 19.00. Non riesco ad aprire gli occhi. Cerco di farlo ma le palpebre sono pesanti come saracinesche e la stanza appare avvolta da una sorta di nebbia. Ho gli occhi ancora velati dal sonno. Il mio cervello ordina al resto del corpo di destarsi, lo giuro! E la mia coscienza cerca di convincerlo che è uno spreco di tempo vitale restare ancora a letto. Ma per una buona mezz’ora è tutto inutile. Accade sempre quando dormo troppo il pomeriggio.
La sveglia sul mio comodino dovrebbe segnare l’ora esatta della mia esistenza, con relativo commento: "Sono le 19.00. Hai perso un’ora del tuo tempo a fare niente".
Finalmente mi alzo. È come se mi avessero dato una bastonata in testa, tanto mi sento stordita.
Mi muovo lentamente verso la cucina, apro il frigorifero e prendo il barattolo del caffè, che in questo momento è assolutamente necessario alla mia ripresa. O almeno questa è una mia impressione, perché in realtà continuo a sentirmi sempre allo stesso modo e in più mi viene il mal di stomaco. Mi siedo, fisso un punto qualsiasi del pavimento e reggo la tazzina.
Penso che ho perso un altro pomeriggio senza far nulla e non perché ho dormito fino a tardi. Il nulla è tutto quello che c’è prima di abbandonarmi al sonno. Per dirla tutta, all’inizio ingaggio sempre una piccola personale battaglia per evitare di assopirmi: tv, musica, pc, mai libri che per quanto interessanti sono una specie di sonnifero cartaceo. Ma non sono una gran combattente, mi arrendo dopo dieci minuti e con un senso di sconfitta nel cuore sistemo il cuscino e mi metto giù.
Ho preso il mio caffè, dunque posso iniziare a gironzolare per casa a vedere se c’è qualcosa che mi impegni fino all’ora di cena. Finisco sul letto a premere tutti i pulsanti del telecomando, come se fossi afflitta da una forma di tic al dito, e a fissare lo schermo senza interesse.
La mia sveglia, anzi radiosveglia, segna le 02:00. Ora esatta della mia esistenza con commento: “Sono le 02:00. Il tuo non è certo quello che si chiama il sonno dei giusti”.
Ancora non riesco a prender sonno. Mi sono illusa mentre guardavo il televisore, mi pare di ricordare qualche sbadiglio. Forse era solo un film noioso. Sono sveglia più che mai e comincio a pensare ai miei fallimenti. Sto cadendo nella trappola, devo sviare il pensiero e costruire un nuovo mondo. Mi serve un’alternativa e me la procuro. Immagino cazzate, situazioni così incredibilmente positive che non potranno mai capitarmi. Ho un lavoro meraviglioso e un uomo bello come un attore. A dire il vero la nostra non è una storia semplice all’inizio. Sono restia ad abbandonarmi ai miei sentimenti, l’ultima delusione è stata devastante. Ma c’è sempre il lieto fine. Mi consolo in questo modo.
Sarebbe riduttivo da parte vostra paragonare questa mia attività ai sogni adolescenziali. Le mie sono costruzioni articolate, ogni personaggio ha un suo carattere ben definito e i dialoghi sono studiati nei dettagli. A volte con le cuffie del lettore mp3 alle orecchie, provvedo anche alla colonna sonora. Capita a volte, però, che per alcuni secondi l’attenzione si sposti e la coscienza si desti. Mi ricordo che non ho un motivo ben preciso per alzarmi domani mattina. Mi viene un nodo alla gola, di nuovo la trappola. Inghiotto, chiudo gli occhi e ricomincio il mio viaggio nell’impossibile. Orfeo prima o poi avrà pietà di me.
La sveglia sul mio comodino di plastica blu segna le 9:00. Sento rumori, sono già tutti in piedi tranne me. “Adesso mi alzo...ma per fare che?”
Ora esatta con relativo commento: “Sono le 9:30 e la vita brulica per le strade della città e per le città del mondo anche senza di te”.
“Basta - mi dico - non posso andare avanti così! Ora esco da questo cazzo di letto e vado a guardare seriamente gli annunci di lavoro su internet!”.
Sono convinta e decisa come poche volte mi accade. Faccio colazione con gusto e la doccia con soddisfazione. Mi vesto anche bene, perché è da perdenti lasciarsi andare e trascurare il proprio aspetto.
La sveglia sul comodino segna e commenta: “Sono le 11:00 ed è ora di darsi una mossa”.
Vado all’internet point sotto casa, saluto il proprietario e mi siedo. Comincio la mia ricerca tra i siti che offrono lavoro. Sono veramente convinta che questa è la volta buona. Mentre aspetto il download di un sito sbircio con la coda dell’occhio il computer di quello accanto, uno studente che controlla gli orari dei corsi, e mi accorgo che anche lui sta facendo la stessa cosa. Mi vergogno un po’, penso che forse ho l’aria della frustrata prima-brillante-studentessa-poi-disoccupata-delle-statistiche.
Non ci facciamo distrarre. La pagina si è aperta e mi concentro sugli annunci, a fatica, perchè un extracomunitario nella cabina telefonica proprio di fronte alla mia postazione urla per farsi sentire dai suoi familiari in chissà quale angolo di mondo. Di certo lui sta peggio di me.
Gli annunci sono deludenti. Mi sembra che tutto sia inadatto a me, a cominciare dai requisiti richiesti. Al di là di ciò che riguarda l’effettiva esperienza nel settore o anche le competenze linguistiche e informatiche, mi riferisco a formule del tipo "dinamico", " flessibile nel problem solving", "creativo", "incline ai rapporti interpersonali" e "capace di lavorare in team". Lodevoli attitudini, senza dubbio, ma per quanto io possa fingere di essere quello che non sono, parlare di una mia inclinazione verso i rapporti interpersonali sarebbe una mostruosa forzatura. Lascio volentieri questo contatto quotidiano e obbligatorio con il resto dell’umanità a chi lo ama davvero.
Vorrei passare la vita solo a pensare. Nessuna frase mi calza meglio che il Cogito ergo sum cartesiano. Penso dunque sono. Meglio: penso dunque sono io. Non so fare altro e lo faccio anche male, perchè sono tutta raccolta su me stessa. Una autoriflessione continuata. Non sono brava a guardarmi intorno e dire che sto immobile da molto tempo. Potrei anche dare un’occhiata di sfuggita mentre aspetto. Invece niente.
La mia è una vita passata ad aspettare, sospesa nel limbo malato dei "non so", dei "forse è meglio di no" e dei "facciamo un’altra volta". Esperta nell’arte del rinvio, del rimando, la Temporeggiatrice per eccellenza. E aspetto sempre qualcosa che sicuramente non c’è e nel frattempo mi chiedo: “Ma dove corrono tutti?”. E poi: “Corrono veramente o è solo un’impressione, un’illusione ottica dovuta al fatto di stare ferma? E se corrono davvero, sanno almeno dove stanno andando o è una reazione al fatto che tutti vanno di corsa?”. E’come quando ci si sorprende a camminare in fretta per strada e non perché si hanno cose urgenti da sbrigare, ma per tenere l’andatura degli altri. E allora cominci a camminare, il passo si fa più svelto, poi acceleri sempre di più fino a quando le tue gambe vanno veloci come quelle di Carl Lewis solo che, al contrario di lui, tu non hai un traguardo da tagliare. Nessun nastro bianco in fondo alla pista.
Torno a casa ed è già ora di pranzo. Entro in camera e getto il cappotto sul letto. Guardo la sveglia sul comodino improvvisato: “Sono le 13:30. Dagli annunci si direbbe che il mondo non ha bisogno di te”.
I miei coinquilini hanno finito di studiare e pranziamo insieme, come tutti i giorni. Tutti via da casa da più di cinque anni, il lato positivo è che dopo tanto tempo i pasti non fanno più schifo come all’inizio. Mi offro di lavare i piatti, così mi sento meno inutile.
Fumo una sigaretta, in questo momento ci sta bene. Che se ci penso non vuol dire niente, come fa una sigaretta a stare bene in un dato momento? Eppure ci sono delle volte che lo penso, di solito quando non ho il pacchetto a portata di mano e però mi sembra anche uno spreco andarne a comprare uno nuovo, visto che ce l’ho a casa. Sta di fatto che adesso una sigaretta ci sta bene e allora esco sul balcone a fumare, anche se fa freddo. Almeno guardo le auto che scorrono su questa strada così trafficata e la gente che cammina e ha una meta da raggiungere.
Finita la sigaretta mi siedo sul letto e accendo la tv, guardo senza attenzione perché a quest’ora si concentra la demenza catodica fatta programma, anche più che in prima serata, quando c’è la speranza che qualche film salvi i palinsesti.
La sveglia tuona: “Sono le 16:30. Sei di nuovo in gabbia”. Sento gli occhi chiudersi contro la mia volontà. Mi oppongo con forza, ma questa si affievolisce ogni minuto che passa, perché in fondo non mi importa del tempo bruciato.
Vorrei avere un’attitudine più partecipativa verso gli eventi e verso me stessa. Ecco, non partecipo di me stessa! E non mi sento né peggio né meglio di altri. Ma com’è che a volte la consapevolezza di quest’apatia mi fa soffrire? Non riesco neppure ad essere indifferente come si deve!