La solita minestra - di Ivan Di Simone
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/11/2007 alle ore 08:48:06
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LA SOLITA MINESTRA
Piano quarto
Erano da poco passate le nove. Arianna, ancora in pigiama, guardava fuori dalla finestra sorseggiando il caffè che aveva appena preparato. Dalla bialetti poggiata sul fornello sbuffava ancora il vapore che spargeva l’aroma in tutta la stanza. La sua unica stanza, quasi.
Da qualche giorno si era trasferita nel bilocale di via del Pensiero. Sala con angolo cottura, camera con armadio a muro, bagno con doccia. Uno spazio così angusto, ma che dopo essere diventato il suo mondo cominciava a sembrargli molto più dignitoso di quello che poteva immaginare. La prima volta che lo vide si sentì a disagio. Pensava alle famiglie dei quartieri popolosi delle grandi città, dove si dorme accalcati in un’unica stanza. Ma lei era sola e ventitré metri di casa erano sufficienti.
Osservava il cielo cupo e nero, pronto a scaricare chissà quanta acqua. Ad un tratto gli venne in mente la finestra della camera lasciata aperta per arieggiare la stanza. Poggiò la tazzina sulla soglia e corse a chiuderla. Aprendo la porta sentì il rumore degli oggetti che il vento faceva rotolare per strada. Afferrò la maniglia con la mano destra mentre con la sinistra spinse l’altra anta. Il vento forzava la finestra come se volesse tenerla aperta. D’improvviso la porta della camera sbatté violentemente. Con molto spavento Arianna emise un urlo acuto dicendo ad alta voce:
-La finestra del bagno, è aperta anche quella. Fa corrente. Basta, maledetto vento, non ce la faccio più. Ruotò energicamente la mano destra serrando la maniglia. Lo sguardo le si posò un istante sulla parte inferiore del polso, esile e bianco, che metteva in risalto le vene azzurrognole e i tendini.
Poi corse al bagno e ripeté il gesto per chiudere anche quella finestra e dare sicurezza alla sua casa.
Tornò in sala e riprese a sorseggiare il caffè.
Nel cortile volavano pezzi di carta e polvere. Il cielo era ancora più scuro.
-Ne butterà di acqua. Ovvio, è domenica. Che schifo, un’altra domenica chiusa in casa,- disse a bassa voce.
Ad un certo punto notò che qualcosa cadeva giù dal cielo. Non era pioggia. Grandine, grande come uova.
Arianna spalancò occhi e bocca. La tazzina scivolò dalle dita frantumandosi sul pavimento e cospargendo quel po’ di caffè rimasto. Il cucchiaino rotolò sotto al divano letto. Un urlo disumano uscì dal suo ventre:
-La macchina nuova!
Piano terzo
-Ma cosa avrà tanto da urlare. Oca. Chissà cosa avrà spaccato questa volta.
-Dovresti sforzarti di capirla. I primi giorni da single sono duri. E’ giovane, deve fare esperienza.
Carla avrebbe preferito che il suo Nicola fosse schierato apertamente dalla sua parte. Il loro rapporto era un po’ in crisi e Arianna era troppo carina per averla come inquilina del piano di sopra. Lui la notava, e gli piaceva.
-Alla sua età,- gli rispose seccata,- quanti anni ci vogliono per capire qualcosa? È stupida dalla nascita ed è difficile correggere la cretineria congenita.
-Come fai a dire che è stupida se non la conosci.
-Ad esempio dal numero dei piatti rotti. In pochi giorni ne ha fatti fuori quattro, forse uno era cupo perché ha fatto un rumore strano. Oggi il primo è appena andato. Povera porcellana.
-Si, fai l’ironica. Proprio tu che giudichi le persone in base al numero dei piatti rotti.
La conversazione non riusciva a degenerare. Bisognava assolutamente trovare il pretesto per litigare seriamente, ma Nicola non voleva interromperla per vedere dove sarebbe arrivata la sua compagna.
Certo che, avere una relazione con l’inquilina del piano di sopra avrebbe potuto ritardare la rottura fra i due. Ma perché ritardare? Non se lo spiegava neanche lui. Mortificare le persone era la cosa che più detestava. Amava Carla ma si rendeva conto che più passava il tempo, meno gli sembrava il suo tipo. Non andavano d’accordo su nulla. Il giorno prima era rientrato a casa con il Corriere della Sera e lei aveva messo il broncio perché voleva leggere la Repubblica. In quei momenti Nicola veniva preso dallo sconforto e dalla voglia di scappare via.
-Io almeno giudico le persone su qualcosa di concreto. Tu sai solo che è una ragazza carina per averla vista una volta nel cortile, almeno così racconti. Mi sai dire come fai a conoscere la sua intelligenza?
-Dallo sguardo. Ha lo sguardo intelligente e gli occhi profondi - rispose con relativa tranquillità.
-Ah, dallo sguardo si possono capire tutte queste cose e dai piatti rotti no? Sai che ti dico? Posso capire anche che è grassa.
-Non dire idiozie, sai benissimo che è filiforme.
-Appunto. Per tenersi come un’acciughina non mangia e per la debolezza le cadono i piatti dalle mani.
-E se non mangia che li prende a fare i piatti che poi rompe, per spolverarli?
Ora i toni erano sul nervoso. Ognuno fra se e se stava mandando a quel paese l’altro. Nicola pensava che era meglio passeggiare per le corsie del supermercato che stare mezz’ora a parlare con lei. Non riuscivano più a trovare un argomento su cui far convergere le opinioni.
A Nicola venne improvvisamente voglia di andare a fare la spesa.
-Esco- disse.
-Dove vai?- gli rispose Carla con tono meravigliato.
-Vado a comprare da mangiare per il gatto.
-Ma che dici. Non abbiamo animali, per fortuna.
-Allora compro prima il gatto e poi il cibo. Oppure quattro francesini. Si meglio. Esco a comprare il pane.
Nicola chiuse la porta con gran fragore. Aveva preso la situazione così di petto che Carla non si sentì di replicare che era domenica. Una domenica di merda.
Piano secondo
-Pronto? Ciao Camillo, come stai? Anch’io sto bene- disse Nazzareno detto Zazà, rispondendo al suo miglior amico. Si erano lasciati la sera prima, non molto tardi, stranamente, e non molto lucidi, come al solito.
-Sì, mi sono appena alzato, stavo preparando il caffè.
Ancora non riusciva a mettere bene a fuoco dove si trovava, che giorno era e come doveva procedere. Per Camillo era facile, era abituato ad alzarsi presto.
-Ma quale sveglia, è quel deficiente dell’inquilino del primo p iano che tutte le domeniche mattina si spara la traviata a tutto volume. La senti? Appunto, non aggiungo altro.
Il volume dello stereo del dottore rendeva difficile la conversazione telefonica.
-Che figura di merda. Ci stava, mi ha dato anche il suo numero. Ma ora dove lo prendo il coraggio di chiamarla.
Il guaio più grande era che la ragazza conosciuta la sera prima, di cui non ricordava neanche il nome, non solo gli sarebbe piaciuto portarla a letto, ma quando lo fece sdraiare sulla panca facendogli poggiare la testa sulle sue gambe, lui sentì qualcosa di travolgente.
-Si, lo so che non è stato carino vomitargli sulla gonna, ma ho proprio perso il controllo. Lo dicevo di non esagerare col rhum, mi fa quell’effetto, sempre. Io voglio bere solo birra, fiumi di birra.
Mentre si sentiva male, lei gli passò le dita tra i capelli, con dolcezza, mentre con la destra gli teneva la fronte. I brividi di Zazà si fecero tanto intensi, ma era convinto che fossero dovuti all’alcool.
In quel momento, mentre Camillo gli raccontava il resto, che lui non ricordava, pensando a quello sguardo dolce provò le stesse sensazioni.
-Scusa Camillo, ci sentiamo dopo. Sto per vomitare di nuovo, devo andare. Ciao.
Corse al bagno. Si appoggiò al lavandino e si sciacquò la faccia con acqua fredda.
Si guardò allo specchio e pensò che non gli sembrava avere una brutta faccia, anzi, si trovava meglio del solito.
Ma i brividi restavano.
Piano primo
-Matilde. Matilde! – Il dottor Contarelli chiamava la moglie a gran voce.
-Matilde, dove ti sei cacciata?
-Eccomi, sto arrivando. Ma cosa hai da urlare.
La signora era già alle prese con il pranzo. Aveva appena finito di tritare sul tagliere di legno un gambo di sedano. Sentendo il marito sbraitare accelerò i tempi. Portò il tagliere sulla pentola che cominciava ad evaporare e, aiutandosi con il coltello, aggiunse l’ultimo ingrediente al minestrone.
-Possibile che non si riesca mai a sapere dove sei? Eppure viviamo in un appartamento di cento metri.
Era un chirurgo estetico, ma a causa della ristrettezza mentale della gente, come lui sosteneva, non era riuscito ad avere successo. Così doveva accontentarsi, per così dire, di esercitare la professione come medico condotto del quartiere dove si erano trasferiti una decina di anni prima.
-Matilde, la misura è colma. Domani presento la richiesta alla asl per la rilevazione audiometrica. Vedremo se ho ragione io oppure lui.
-Hai avvertito l’avvocato?- replicò Matilde mentre si asciugava le mani con un canovaccio.
-Certo. Andremo insieme dopo l’ambulatorio. Lo faccio chiudere e mi faccio dare ventimila euro come risarcimento. Mi ha fatto venire l’esaurimento. Avere casa sopra ad un panificio è come dormire in uno treno merci.
-Anche io sono distrutta. Però, dopo tutte le spese che ha sostenuto, mi dispiace se davvero lo facessero chiudere. Magari basta solo un buon isolamento acustico.
-Ma quale dispiacere, non si limita neanche con il volume della radio, in piena notte. Gli faccio pagare tutto.
Matilde, che pure desiderava molto dormire più tranquillamente, non riusciva ad evitare di mettersi nei panni del panettiere. Pensava che per avviare un’attività ci volevano permessi, licenze ed altro ancora. Se qualcuno aveva sbagliato, certo non era il panettiere. Perché fargli pagare le conseguenze?
Per il dottore, invece, era la via più semplice da seguire. Non poteva certo mettersi contro la burocrazia, alla quale in un certo senso apparteneva. Era più semplice colpire direttamente lui, il panettiere.
-Ma perché ti sei alzato così nervoso?- chiese Matilde- proprio oggi che è domenica ed è l’unica notte in cui dormiamo in santa pace.
-È lo stress che accumulo durante la settimana. Non dormo mai e la domenica mi sfogo. Meglio che distenda un po’ i nervi. Dove sono i miei cd? Matilde, Matilde!
Piano terra
Nel portico antistante la panetteria c’erano tre amici che andavano a prendere il caffè al bar di fronte.
Trattenuti dalla violenta grandinata guardavano stupefatti quei sassi di ghiaccio che distruggevano le macchine parcheggiate lungo la strada.
Finita la sassaiola i tre si portarono sul marciapiede senza dire una parola. Erano sgomenti. Per fortuna era stata questione di qualche secondo, altrimenti sarebbe stata catastrofica.
D’un tratto la loro attenzione fu richiamata da un brusio.
Voltandosi insieme verso l’altra parte della strada videro che stava passando un corteo funebre.
Uno dei tre mise la mano destra in tasca per toccarsi le palle senza dare nell’occhio.
Il secondo si fece il segno della croce.
L’ultimo mise la sinistra in tasca per toccarsi e con la destra si segnò.
