La settimana mistica - di Andrea Rossi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 13/04/2006 alle ore 18:55:14
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"sabato-esterno-notte"
E "sei libero no, adesso puoi fare quel cazzo che ti pare" me lo avranno ripetuto per un mese tutte le sere che mettevo il mio brutto muso fuori di casa. Prima ancora di salutarmi erano già pronti, "vi siete smollati? uao allora stasera si va a fighe" e già mi immaginavo con la sahariana, nascosto dietro un cespuglio pronto per l’agguato alla figa, noncurante del fatto che l’agguato lo avrei subito io. Mi ero buttato sul lavoro per non pensare, ai tempi facevo il falegname, tutte le sere mi fermavo un paio d’ore in ditta e il mio intento sembrava funzionare alla grande, poi arrivava il fine settimana e avevo bisogno di continui stimoli per poter non pensare. Qualcuno mi consigliava di dimenticare, e se uno pensa al modo migliore per dimenticare la prima cosa che gli viene in mente è una bella sbronza molesta, d’altra parte è una cosa che si impara subito, per forza, te lo fanno vedere in tutti i film, tu sei ancora un bambino innocente pronto a rincoglionirti di fronte al tubo catodico e in ogni film ti sparano uno sfigato che per dimenticare si rincoglionisce sorseggiando dell’ottimo whiskey cinematografico, il te alla pesca per intenderci, con le chiappe appoggiate su uno sgabello alto davanti ad un bancone, dentro un bar desolato e buio. Il barista pulisce un bicchiere, sempre lo stesso almeno per un quarto d’ora con un canovaccio consumato, e fissa il nostro amico con un’aria biasimante e superiore. Così appena sei "grande" alla prima batosta cerchi di eseguire quanto imparato con gli anni. Che poi "batosta" è proprio un parolone, però ai tempi lo era. Comunque al momento non mi viene in mente nessun film del genere.
Avrei preferito non ubriacarmi, l’abbandono che avevo appena subito o meglio, incontrato, non era una cosa che volevo dimenticare, preferivo piuttosto tenerlo ben impresso nella memoria, non tanto per ricordare poi con gli anni tutti i bei momenti trascorsi prima di esso, le forti emozioni provate, i profumi e gli odori legati alla persona che pensavo e credevo di amare, no non era per questo, volevo ricordare tutto per non commettere più lo stesso errore, ricordare di allontanarmi immediatamente quando una persona comincia una telefonata con la frase "senti, devo parlarti di una cosa molto importante, ma non posso farlo per telefono, possiamo vederci?".
"sabato-interno-notte"
Avrei preferito non ubriacarmi ma lo stesso ero andato al bar che frequentavo ai tempi per vedere qualche faccia amica, seguire la partita sul minischermo. Tra l’altro il match in questione era una prelibatezza, l’anticipo della prima partita del girone di ritorno, la neopromossa squadra lacustre si sfidava, vincendo per ben due pappine a zero, contro la squadra della capitale, facendo impazzire letteralmente la folla. Il bar ovviamente era pieno zeppo, imperdibile un appuntamento del genere, si respirava la stessa aria frizzante che accompagna ogni partita della nazionale, tutti con il naso all’insù rivolto verso i 14 pollici di plastica e vetro, tutti con una sigaretta in una mano e un bicchiere pieno fino all’orlo nell’altra, tutti erano molto tesi e ansiosi, ed era curioso vedere come le azioni trasmesse influenzassero i gesti degli spettatori stessi, i giallorossi toccavano palla e le boccate di fumo si facevano rapide ma intense, i lacustri si impossessavano del pallone e tutti sorseggiavano il bibitone con relativa smorfia di piacere mista al disgusto per via del troppo alcool, davvero curioso. E con questo clima passarono i novanta minuti più intervallo e recupero, spezzati da due spennellate di pura euforia regalati da non ricordo neanche più quali giocatori. Qualcuno intonò i più noti cori appartenenti agli ultras cittadini, tutti ci abbracciavamo, l’ambiente era favorevole, le persone si amavano, i drink erano scontati, dopo aver finito la prima birra mi convinsi che forse sarebbe stato meglio prenderne un’altra, la barista regalava sguardi languidi a tutti, il troppo fumo aveva creato una densa cappa violacea, in fondo era proprio la serata perfetta per dimenticare.
Le agonie dei favoritissimi erano cessate grazie ai rituali tre fischi dell’arbitro, la gente al bar invece era pronta per uscire, qualcuno sarebbe andato in discoteca, qualche coppietta avrebbe sfidato le temperature artiche e magari si sarebbe gustata il panorama e le suggestioni che solo la mia città sa regalare, la cosa certa era che in pochi saremmo rimasti li. Ero al bancone con Giampi, lui la mia storia la conosceva bene, non solo dal mio punto di vista, era amico di quella che era stata fino poche settimane prima di quella sera la "mia" ragazza per cui poteva fare certe riflessioni o certi approfondimenti sulle ragioni di lei in maniera molto pertinente,nel frattempo sorseggiavamo un cuba libre alla genovese, era ottimo, soprattutto perché non lo avevo pagato, gli amici a volte servono anche a questo. Poi la discussione si era trasferita su altri argomenti, l’unica cosa che ricordo era uno strano commento su un calciatore, più che un commento era una critica, iniziai a pensare ad altro ma nel frattempo non la smettevo di annuire su e giù con la testa e di tanto in tanto dicevo qualcosa che assomigliava a un "si, si" o ad un "eh già...". Nella mia testa pensavo al "stasera si va a fighe" che avevo tanto sentito, pensavo a cosa avrei fatto se nel bar non ci fosse stato nessuno e sarei rimasto li con la barista, pensavo al perché si chiamasse "alla genovese" nonostante non ci fosse il basilico, pensavo che forse sarebbe stato meglio prendere il telefono che forse qualcuno mi avrebbe cercato, pensavo che sarebbestato meglio uscire per prendere una boccata d’aria fredda e salvarmi, pensavo perché ad un certo punto la ragazza che al massimo un’ora prima mi era stata presentata, si fosse messa ad urlare in quel modo isterico. E quel grido per me fu come la campanella che suona il sabato alle 13.30, come il gong al 12esimo round. Dopo una pausa indecifrabile realizzai nuovamente di essere al bar seduto davanti al bancone mentre il barista aggiungeva nuovamente rum nel mio bicchiere e mi chiedeva se la lattina di coca cola poteva rimetterla nel congelatore.
"la ragazza"
Samantha, non so se con o senza l’acca, oltre ad urlare cercava di tenere ben lontani due ragazzi, voleva insinuarsi tra le loro braccia ben avvinghiate facendosi largo con i suoi acuti fastidiosi. Le facce dei due erano paonazze, ogni tanto volava qualche destro, certi arrivavano a destinazione, altri se li ammortizzava la giovane intraprendente. Nel bar tutti guardavano interessati la scena e nessuno sembrava intenzionato a farla smettere, Giampi, mentre la rissa veniva attutita da una musica allegra proveniente da un canale musicale, mi spiegava il perché di quello spettacolino tanto divertente quanto inaspettato, insomma "Samantha, con l’acca dunque, cazzo se ne è venuta a vedere la partita col suo nuovo ragazzo, no" io annuivo tranquillamente "che è quello li, quello con la cazzo di camicia di marca blu, erano qua tranquilli no, li hai visti anche tu cazzo, erano di fianco a noi e si guardavano la cazzo di partita alla tele" io sorseggiavo annuendo "beh quel cazzone li che è appena entrato, quello un po’ sdentato, coi capelli corti e con quel cazzo di orecchino, è l’ex ragazzo di lei" ordinavo un altro cuba libre alla genovese per me e una birra media per il mio amico "e che cazzo succede adesso, l’ex è geloso no, al nuovo ragazzo di lei non è che gliene importi tanto a quel cazzone però, che cazzo!, vorrei vedere te se qualcuno entra al bar e inizia a menarti le mani, è una questione di principio cazzo, si a lui di lei non gliene frega proprio un cazzo, è una questione personale, oh grazie per la birra a buon rendere." Poi Samantha se ne era preso uno un po’ più forte degli altri, con una mano si teneva la spalla destra con l’altra mano si puliva gli occhi da alcune lacrime e urlava e urlava talmente forte che iniziò ad infastidirmi e per un attimo mi venne voglia anche a me di prenderla un po’ a schiaffi e poi invece iniziai a ridere piano e guardavo Giampi e la sua faccia inebetita e la mia risata si faceva sempre più forte e poi sentivo nuovamente le grida di lei e la guardavo spaventato. Ero ad un livello di ubriacatura già abbastanza elevato. Giampi cominciava a preoccuparsi veramente, si era buttato in mezzo alla zuffa e un po’ ne prendeva, un po’ ne dava, urlava qualcosa in modo isterico che avrebbe dovuto placare gli animi e invece otteneva solo l’effetto contrario, mi guardava buttare giù un bicchierino di vodka alla goccia, scendere dallo sgabello, avvicinarmi e quando ero a pochi passi da lui mi ordinò di portare fuori Samantha che nel frattempo non aveva smesso di piangere, urlare e menare le mani. Così la presi per una mano e con una certa forza la spinsi oltre la porta a vetri ricoperta da un’infinità di volantini e foto attaccati con lo scotch di carta. Lei diceva di voler restare dentro, voleva mandare a cagare entrambe i pretendenti, ma io le dicevo che era meglio far placare gli animi o almeno aspettare che il barista li buttasse fuori dal locale a calci nel culo, ripeteva in continuazione insulti che non facevo in tempo a capire ma comunque mi seguiva lungo il marciapiede che andava stringendosi sempre più senza che me ne rendessi conto e di colpo mi trovai a terra con le ginocchia doloranti, la caviglia piegata e lei cercava di tirarmi su mentre mi diceva "beh forse è meglio se andiamo a sederci"
"panchina-esterno-notte"
Al capolinea dei bus era pieno di gente, tutti divisi in gruppi di cinque o sei persone tutti che fumavano canne, tutti che ridevano anche se non c’era un cazzo da ridere. Samantha attaccò a parlarmi della sua settimana infernale, il lunedi aveva fatto un incidente in macchina, non si era accorta che l’asfalto era completamente ricoperto dal ghiaccio e la macchina era andata a sbattere contro un muretto "non sembri troppo dolorante, a parte quei graffi in faccia", martedi il furto del portafoglio con relativi documenti e relativa denuncia dai carabinieri "puoi sempre rifarli", mercoledi la rottura col ragazzo stempiato con l’orecchino un po’ sdentato "non mi sembravi in cattiva compagnia", staccai l’audio, niente di quello che che diceva mi sembrava estremamente terrificante, l’incidente sarebbe potuto andare anche peggio, la macchina che sbandava, lei che faceva di tutto per tenerla in strada, una macchina arrivava nel senso opposto e crash, un frontale nel cuore della notte davanti al centro commerciale, oppure avrebbe potuto opporre resistenza ai rapinatori e quelli avrebbero potuto sparale o accoltellarla oppure prima uno e poi l1altro, ma mentre pensavo a tutte quelle torture lette sui quotidiani mi resi conto che se davvero l’incidente fosse andato peggio, a martedì probabilmente non ci sarebbe neanche arrivata. Mentre pensavo questo lei stava analizzando la serata e le lacrime ripresero a scenderle dagli occhi. Le misi un braccio intorno alla spalla, un tentativo stupido per cercare di confortarla, lei appoggiò la testa sul mio collo, la mia mano sul suo mento cercava di sollevarle leggermente la testa, uno sguardo sfocato dall’alcol e sotto il tabellone con gli orari dei bus illuminati da piccole luci rosse le nostre labbra cominciavano ad assaporarsi tristemente. Quel bacio durò un tot di tempo, era parecchio appassionato ma le circostanze lo rendevano terrificante, il mio senso di nausea aumentò alla grande, lei si alzò dicendo che "forse è meglio rientrare", la convinsi ad andare da sola perché preferivo rimanere li da solo per un attimo e prima di allontanarsi disse che voleva il mio numero di cellulare e così pensai che, cazzo, non avevo nessuna intenzione di risentirla o di rivederla... "certo, prendi nota" lei prese il suo cellulare e iniziò a trascrivere il numero che le avevo dettato. Lo memorizzò, la luce del telefono si spense e stavo pensando che tutto era andato per il verso giusto, sarebbe entrata nel bar, avrei aspettato qualche minuto, sarei salito sulla macchina e me ne sarei andato e non l’avrei rivista mai più. E invece la luce del suo cellulare si riaccese, aveva intenzione di farmi uno squillo "così salvi anche il mio" (e poi chi salverà me?). Una voce metallica diceva che il numero era inesistente, così gliene farfugliai un altro totalmente diverso da quello precedente ma ugualmente inesistente (cazzo è impressionante e scientificamente impossibile beccare due numeri inesistenti, provate a comporre un numero a caso, vi risponderà di sicuro qualcuno, ma non quella sera), mi prese gentilmente il telefono dalle mani, digitò il suo numero, inoltrò la chiamata, il suo aggeggio iniziò a suonare in modo ridicolo e ad illuminarsi lampeggiando, sorrise, ci baciammo leggermente, poi la vidi attraversare la strada e una volta raggiunto l’altro lato la vidi piano piano scomparire. Il primo conato non si era fatto attendere a lungo, il secondo nemmeno ed al terzo mi si avvicinò una ragazza e con voce preoccupata mi chiedeva se avevo bisogno di aiuto, se non si sentivo bene se c’era qualche problema, e io glielo dissi che di problemi ce ne erano e che anche lei per il semplice fatto di essere quello che era in quel momento era un problema, nella mia mente ubriaca era logico il discorso ma non credo le interessasse più di tanto infatti si girò e se ne andò schifata.
"auto-interno-notte"
Con il vomito se ne erano andati anche i giramenti di testa, il momento era quello perfetto per tornare a casa, mi frugai le tasche per cercare le chiavi della macchina, mi avvicinai alla uno celeste che era parcheggiata poco distante , riuscii ad aprire la portiera al primo colpo, anche la chiave entrò perfettamente nel quadro di avviamento e poi il buio più totale, un sonno profondissimo, persi i sensi nel parcheggio vicino al capolinea noncurante del freddo invernale e dei mille rischi che avrei potuto correre se qualcuno si fosse accorto che la portiera non era chiusa a chiave (ma a chi interessa una uno dell’89 gibollata?).
Mi risvegliai alle sei di mattina, l’orologio sul tabellone di led rossi segnava le 06 e qualche minuto. Scesi dalla macchina frastornato e sudato pensando che quello fosse stato il peggior incubo della mia vita, nulla era successo se non nella mia testa e in quella macchina, camminavo sotto la tettoia vicino alla biglietteria e la prima panchina, li a pochi metri, era ricoperta dal vomito (primo flash), presi nervosamente il telefono e la prima delle chiamate inviate era stata fatta alle 00.22 ad un numero mai visto prima (secondo e ultimo flash) girai un po’ su me stesso stordito, l’alba era formidabile, i primi raggi di sole si riflettevano sulle acque del lago poco distante ed io ero in bilico tra quei due cieli, uno reale e l’ altro speculare e opposto.
