L'uomo che amava la neve - di Carlo Gisteni
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 26/12/2011 alle ore 15:12:39
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L’uomo che amava la neve
L’uomo che amava la neve buttò le gambe fuori dal letto, di sotto la spessa trapunta imbottita. Il sole bucava le finestre proiettando giochi di luce at-traverso i vetri gelati. Sul cuscino, proprio dove aveva poggiato la testa, ardeva una chiazza più viva.
L’uomo si stropicciò gli occhi, rabbrividì e si strofinò le braccia. La grande stufa di ghisa al centro della stanza pareva non meno gelata della tinozza nel pozzetto dell’acquaio e del dito d’acqua in fondo alla caraffa sul tavolo. Si avviò a piedi nudi saltando dallo scendiletto di pecora al tappeto consunto. Vicino alla stufa non poté fare a meno di poggiare i piedi sulle pietre nude, ma subito si mise in ginocchio. La calzamaglia termica era consunta fino alla trama ma lo isolava quel tanto che poteva bastare. Alle ginocchia il gelo della notte l’aggrediva appena e solo le dita dei piedi premute per terra soffrivano per il contatto.
Aprì lo sportello e rovistò nella cenere con l’attizzatoio. Restava ancora un barlume. Rovistò ancora sotto la griglia attraverso lo scomparto della cenere e la brace s’avvivò al passaggio dell’aria. L’uomo che amava la neve inserì fronde secche di erica nel ventre della stufa e soffiò. Aveva esaurito i fogli di quotidiano e pure le riviste. La carta patinata non andava bene, si disfaceva in scaglie carbonizzate come di mica nera che soffocavano la fiamma ma aveva finito per utilizzare anche quelle. Come l’erica prese, aggiunse stecchi ed alcuni pezzi di faggio non troppo grossi. Ristette un at-timo affascinato dal fuoco, poi richiuse e la fiamma turbinò il suo mugugno nel ventre metallico e su per i tubi arrugginiti. L’uomo immaginò il fumo bianco salire al di sopra del comignolo e su, su, stemperandosi nel cielo che stava schiarendo e seppe d’essere ancora vivo e radicato su questa terra. Seppe di essere ancora un uomo, forse uno dei pochi rimasti.
Andò all’acquaio, ruppe la crosta della tinozza, si spruzzò il viso e s’asciugò con uno strofinaccio. Poi prese la caffettiera già pronta e l’appoggiò sul piano della stufa al posto dell’anello centrale che rimosse con un gesto audace delle dita.
Gli scarponi con dentro le calze erano appoggiati al basamento della stufa, calzoni, camicia di flanella pesante e felpa di pile sullo schienale d’una se-dia impagliata. Con calma si mise addosso il tutto.
Di lì a poco il caffè cominciò a gorgogliare e i vetri ad appannarsi e a colare. L’uomo versò il caffè in una tazza di coccio, poi s’appressò alla finestra, rimosse l’appannatura coi polpastrelli, guardò fuori e ancora sentì d’essere vivo. I grandi abeti al limitare del prato curvavano i rami sotto il carico della neve. La valle rimaneva nascosta nella bruma del mattino. Cime diamantate emergevano da un mare di spuma candida. Più oltre, il cielo poggiava piedi rosati sul contorno frastagliato e violetto della grande catena, si ergeva, poi, luminoso e quasi caldo, infine cantava d’azzurro sempre più intenso e puro ripiegandosi indietro e tutto abbracciando in un silenzio religioso e sereno. Anche il fumo della stufa, il tetto di scandole e le pareti grigie di pietra e brune di licheni erano immerse nel cielo. Sì, de-cisamente l’uomo che amava la neve si sentiva un uomo.
Infilò nella stufa un bel ciocco che a malapena passava dallo sportello, mise a friggere una fetta di lardo e ci aprì sopra due uova. Mangiò avidamente, intingendo il pane nel tuorlo, bevve il resto del caffè, poi uscì nella neve. Ne era caduta ancora, nella notte. Nel cortile le due panche ai lati del tavolo non si vedevano più e il tavolo stesso era denunciato solo dal bordo spesso quattro dita delle tavole grezze, scuro come una ferita nel bianco. Il cumulo piatto sopra il piano era cresciuto d’un altro paio di spanne e nulla più indicava il sentiero che costeggiando a destra s’insinuava tra due massi al limitare del cortile e fuggiva ripido a valle. I massi stessi non erano che due morbidi, accennati rilievi. Bianchi nel bianco.
Sono tagliato fuori, ormai, pensò. E ne ebbe la gioia d’una marachella se-greta.
Il tetto sporgente riparava quel tanto intorno alla costruzione da poter rista-re all’asciutto sul basamento sopraelevato. Non c’era la necessità di affron-tare la neve fresca e la crosta calpestata e ghiacciata sotto di essa. Un vento non forte sollevava a tratti spolverino di neve mandandolo ad imbrillantar-gli la barba brizzolata e i capelli grigi, folti e ispidi.
L’uomo che amava la neve s’inebriò del biancore abbacinante e si riempì i polmoni d’aria tagliente. Gli piaceva l’odore secco, quasi elettrico della neve appena caduta. E tutto quel nitore che gli s’espandeva in propaggini gioiose nell’anima.
Si stirò di fronte al sole, s’inoltrò dove la neve s’ingobbiva fino all’altezza del davanzale e svuotò con soddisfazione l’intestino dai gas. Poi scaricò la vescica. L’orina calda scavava la neve in solchi color zafferano. L’uomo si trastullò diviso tra il piacere puerile d’imprimere il proprio marchio e il rimorso di sciupare il candore soffice e intonso. Giocava sempre a incidere il proprio nome, ma anche stavolta non ce la fece. E sì che il suo era un nome breve. Non gli riusciva mai d’andare oltre la seconda lettera. LE. Slabbrato e giallo e fumante sul fianco della trincea di neve. Un tempo sarei riuscito a scrivere pure il cognome, pensò, un tempo la mia prostata non era grossa come un limone. Riusciva a fare un sacco di cose un tempo, tutte insieme, e correva e correva e guadagnava denaro. Credeva d’essere grande, forte, maschio. Poi la vita gli aveva insegnato. Ora sapeva di non essere mai stato un uomo. Forse neppure adesso lo era, ma almeno riusciva a rac-contarselo.
In certi momenti lo credeva davvero, come quella mattina, risvegliandosi nella luce del sole e della neve.
Pensò che l’odore dell’orina di uomo avrebbe tenuto distanti i lupi e rise d’averlo pensato. Non ne aveva mai visti da che abitava il rifugio. Ma rac-contavano che ce ne fossero, in quei monti e crederci gli piaceva. Lo dice-vano giù in paese, e anche Giuspìn, giorni prima accanto al trattore col ri-morchio carico di legna e provviste, giurava d’averne incontrati. “Là” di-ceva, col braccio teso, indicando il crinale e su, su fino alla cima. “E là, camosci”.
Nemmeno camosci aveva mai visto, l’uomo che amava la neve. Caprioli sì, e soprattutto daini. Anche l’aquila aveva visto, nera, nera contro il cielo lucente, o forse era una poiana meno alta di quanto sembrasse.
Quanto all’orso, l’orgoglio di quelle valli, celebrato con statue di legno ed effigi sulle mappe dell’ufficio turistico, sospettava che fosse una montatura. Di certo c’era lui. Uno strano plantigrado deluso dal mondo, isolatosi dalla gente per poter continuare ad amarla.
Sì, amava la gente. Era la società che gli andava stretta. Non c’era uomo in cui non riconoscesse sé stesso. Stesse meschinità e stessa grandezza. La grandezza era insita nel fatto stesso di vivere la vita dell’uomo, perché l’uomo sa di dover morire. Ma la “civiltà” cambiava gli uomini, ne faceva burattini sempre più immemori e ciechi. Marionette dalla testa di legno impegnate nella commedia dell’immortalità. L’umanità recitava un copione da cui era bandita la parola morte.
L’uomo che amava la neve sapeva di dover morire. Non era una consape-volezza astratta, un’eventualità possibile, anzi certa, ma proiettata in un fu-turo nascosto oltre i confini dell’orizzonte, perciò irreale. I medici erano stati chiari. Per l’uomo che amava la neve, la morte rientrava all’interno d’un limite incerto ma sicuramente breve e perciò quasi tangibile.
Rientrò in casa, alimentò ancora la stufa, poi alzò un panno dal cavalletto e si sedette a dipingere.
Per un pò stese pennellate attente, meditate, poi allontanò la sedia e ricoprì la tela. Si passò la mano fra i capelli e sugli occhi con un gesto stanco, deluso. Di nuovo governò la stufa poi si sedette al PC. Selezionò un file dalla cartella “musica” e Mozart espanse l’eremo alla grandezza totale del mondo.
Prese a battere sulla tastiera. Da due settimane lavorava a un racconto. Il racconto parlava d’un intellettuale ritiratosi a vivere in un antico convento abbandonato, sulla cima d’una montagna altissima avvolta da nevi perenni, in completa solitudine, deluso dell’insensatezza degli uomini. Nascosto dal mare di nuvole il mondo poteva essere obliato. Meditando nel nitore asso-luto e cristallino delle cime l’uomo pensava di sublimare la propria umani-tà. Pensava, il personaggio, che l’arte, un’arte nuova che così lui avrebbe creato, potesse far rinascere l’UOMO - fenice dalle sue ceneri –. Passava le brevi ore del giorno componendo musica e scrivendo versi, e quelle lunghe della notte nel tentativo di annullare nel proprio animo il sé. Quando si fosse sentito pronto, assurto a condizioni quasi divine, avrebbe ridisceso le pendici della montagna portando in dono agli umani opere tali da risve-gliare il cuore più ottuso e indurito.
L’uomo che amava la neve personaggio era giovane. L’uomo che amava la neve scrittore non più.
Ad un certo punto della storia il personaggio sarebbe inciampato rovino-samente nel cumulo d’illusioni su cui poggiava i propri ideali. Non sapeva ancora in che modo, ma doveva entrarci una donna.
L’uomo che amava la neve, quello reale, non scriveva versi e non compo-neva musica. Non era tagliato per la poesia e addirittura negato per la mu-sica. Scriveva prosa, dipingeva, e modellava la creta. In sottofondo, ascol-tava con piacere musica classica.
Batté sui tasti per alcuni minuti, poi rilesse. Evidenziò le frasi appena scritte e pigiò “canc”. Scrivere, quella mattina, non gli dava la giusta sensazione di cosa ben fatta, anzi, lo aveva reso in qualche modo irrequieto. Era arrivato giusto al punto in cui doveva entrare in scena la donna fatale, e le frasi procedevano incespicando.
Si appressò a un tavolino sotto la finestra rivolta a sud, alzò un panno umi-do, ormai sgelato dal calore intenso della stufa, e contemplò l’abbozzo modellato nella creta.
Nemmeno la scultura sembrava attirarlo. Solo il nitore cristallino della neve e dell’aria fuori dal rifugio e il freddo frizzante e amico parevano chiamarlo. Eppure sentiva nei polpastrelli il prurito febbrile dell’arte.
Tornò a uscire, a inspirare, a carezzare con le dita guantate la bianca e gelata sopraelevazione della balaustra; a bearsi d’inverno e di neve. Ecco, sì, la neve... La neve!
Sul piano del tavolo, già seppellito, scivolando da un ramo tanto carico da non poterlo più trattenere, s’era ammassato un cumulo di neve grande quanto una persona accovacciata. E questo cumulo, compattato e raggelato dal vento, s’era disposto in una forma, per meglio dire, un profilo che at-trasse il suo sguardo. Ma sì, c’era un progetto di scultura... c’era una forma, lì sotto, che pareva chiamarlo per essere tratta fuori dalla materia soverchia che la soffocava. L’uomo che amava la neve si tolse i guanti e mise le mani nude sul cumulo. Sentiva la Forma. Ed era una forma di donna.
Prese a scavare colle dita, poi modellando, cesellando, e infine levigando, senz’altre esitazioni che quelle dovute all’intirizzirsi delle mani gelate, ora mettendo le dita in bocca o sotto le ascelle, spesso soffiando sui polpastrelli doloranti. Contemplando e studiando, torcendo la testa di lato, in queste pause, per poi riprendere a modellare e carezzare. La materia gelata si sot-tometteva e accoglieva i suoi sforzi di sedurla e plasmarla nella sua intimità, ma non senza ferirlo col gelo. Lavorò a lungo, a sua volta sedotto dalla forma in attesa, maliziosa e irridente, pronta ad accogliere e a rifiutare, a guidare o respingere il suo tocco. Lavorò rapito e febbrile, incurante del dolore alle mani, dimenticando il pranzo, ignorando la sete e il freddo sempre più pungente nell’avvicinarsi del sole all’estremità occidentale del periplo. Ma ancora la forma era grezza, vicina ad emergere ma ancora sfuggente; insoddisfacente ma colma della promessa di svelarsi compiuta ad una breve, ulteriore serie di tocchi sapienti, di esperte carezze.
Lavorò finché il buio lo costrinse a desistere. Nella stufa poca brace lan-guiva sotto la cenere e la capanna era fredda. Le dita gli dolevano tanto da fargli temere il congelamento. Le tuffò nella pentola d’acqua che sempre teneva in caldo sui cerchi. Anche questa s’era ormai raffreddata ma non tanto da negargli un conforto. Appena riuscì ad usare le mani con suffi-ciente destrezza, tremante, s’ingegnò di ravvivare il fuoco, come in un se-condo risveglio mattutino traslato al tramonto.
Il mattino seguente un velo di nevischio ricopriva la forma incompiuta sul tavolo rendendo indefiniti i contorni che tanta fatica e dolore gli erano co-stati. Il moto di sconforto, quasi un groppo in gola infantile, lo abbandonò non appena, trepidante, appoggiò le mani sulla scultura, spazzolando e ca-rezzando la forma. No, nulla era andato perduto. Sotto il velo cotonoso, il gelo della notte aveva fissato l’opera delle sue dita doloranti. Anzi, nell’immobile, nuova traslucentezza, pareva essersi aggiunto quanto il giorno appresso gli era sfuggito: quel qualcosa di caldo e umano artistica-mente presentito dall’anima, compreso e compiuto in qualche regione del cuore, ma solo abbozzato e sfuggente nell’intelletto, così che la mente non aveva saputo dirigere con sufficiente destrezza le mani intirizzite sulla ma-teria gelida. Non solo le forme del corpo s’erano addolcite e compiute nella levigatezza cristallina delle superfici liquefatte dal tocco caldo e tremante, come d’innamorato che carezzi l’amante, e immediatamente ghiacciate dal gelo, ma il volto... il volto pareva trasfigurato da una luce interiore, forse donata dalle carezze amorose, forse dalla rifrazione del sole celato nella bruma glauca annunciatrice di nuovi fiocchi. La statua pareva sorridergli... piano, con dolcezza e malizia. Nelle palpebre abbassate, negli angoli sollevati della bocca, nelle labbra schiuse non poteva non leggere una promessa, un invito voluttuoso e giocondo.
E pure un contrasto poteva leggere sul volto e nella postura della nudità ghiacciata, allo spostarsi leggero del sole, mentre affascinato la contem-plava: una durezza non del tutto celata. Lo sguardo leggermente obliquo delle pupille, l’ombra leggera delle gote ai lati delle labbra avrebbero fatto supporre in una donna di carne e di sangue un’irridente facilità nell’imporre dolore, una capacità esperta di far soffrire.
L’uomo che amava la neve, si strinse le spalle, riassalito dal freddo. Lo a-veva dimenticato nel carezzare l’epidermide di neve ghiacciata. Ora, come evocato dalle pupille gelate dell’opera, tornava intenso ad aggredirlo
Stette a lungo, così intirizzito, sfregandosi gli omeri, pestando i piedi, in ammirazione. Sentiva il petto gonfiarsi d’orgoglio: sì, era arte, vera Arte. E lui l’artista che l’aveva creata.
Lo riscosse il tonfo d’un blocco di neve caduto sul tavolo ai piedi della scultura, così vicino che poco c’era mancato riportasse la forma compiuta nel caos. Se fosse successo, era certo, non avrebbe più potuto disseppellirla. Inevitabile che un qualunque ennesimo tocco mutasse, forse addirittura stravolgendolo, l’indecifrabile equilibrio dei lineamenti. Impossibile ritro-varne la magia, ricreare la conturbante, equivoca luce degli occhi, forse più debitrice del caso che della sua perizia.
L’uomo che amava la neve non aveva più provato paura da quando s’era assestato nell’abbraccio delle cime innevate. La stretta al cuore dello spa-vento era arrivata col soprassalto del tonfo.
Doveva correre ai ripari. Doveva, in qualche modo, riparare l’opera dal di-sastro che l’aveva appena sfiorata.
Dapprima pensò di erigere una tettoia, un telo, un qualunque riparo, poi si risolse per un rimedio più sicuro che oltretutto l’avrebbe riparata anche dallo spolvero portato dal vento. Doveva trasportare la statua nel ripostiglio adibito a legnaia. Faticoso ma non impossibile a farsi. Il piano d’abete, piallato rozzamente solo da un lato, era fissato alle gambe che lo sostenevano con un paio di incastri fermati da cavicchi. Non faticò molto a farli saltare col dorso dell’ascia. Estenuante fu invece scavare la neve fino a raggiungerli, immergersi accovacciato e menare colpi con la breve rincorsa concessa all’ascia dallo spazio esiguo così ricavato.
Nemmeno il resto fu semplice quanto sperava. Il piano, per quanto pesante di sé e della statua, galleggiava sul manto intonso come una zattera in mare, ma le sporgenze dei tronchi smezzati che lo tenevano assieme mal si prestavano a scivolarvi sopra a mòdi slitta.
L’uomo che amava la neve calpestò e batté e spianò con un pezzo di tavola. Poi spinse e trainò e sudò tanto da inzuppare la camicia malgrado il gelo. Solo con enorme fatica e un impegno di ore, alla fine, la donna di neve ghiacciata fu di fronte alla porta esterna della legnaia. La aprì e gli fu subito chiaro che per ricoverarla al sicuro sarebbe occorso ancora parecchio lavoro. Doveva far spazio. Troppa legna gettata alla rinfusa. Sfinito com’era si dovette risolvere a spostarla fuori, accatastandola alla meglio sul basamento, al riparo sotto la sporgenza del tetto. E ancora non bastava. Come avrebbe potuto far scivolare quel peso sul pavimento di pietra grezza, così disuguale e ricco di spigoli in rilievo da opporre continui appigli ? Risolse il problema con l’aiuto di un ramo robusto e alcuni tronchetti ci-lindrici a mò di rulli selezionati nel mucchio di legna da ardere.
Compiuta l’impresa, era così sfinito che dovette gettarsi sul letto disfatto, vestito com’era, solo scalciati via gli scarponi.
Non gli restavano energie e volontà nemmeno bastanti per riaccendere il fuoco. Si tirò le coperte sopra il capo e si abbandonò al sonno comatoso che gli piombò addosso come il chiudersi di un sipario.
Il mattino seguente la tosse lo scuoteva, ripetitiva e insistente, espandendosi nella parte alta del petto e risalendogli la gola infuocata, per poi esplodere fuori di bocca, mentre echi e scosse dolenti s’attardavano a scuotergli intera la cassa toracica.
Si sentiva spossato come se la notte trascorsa non fosse esistita. Persino la facile impresa di allacciarsi le scarpe gli procurò le vertigini.
Tremava scosso da brividi che nascendo da un fulcro interno alla sua spina dorsale, si espandevano a tutta stanza.
Con grande fatica, riaccese la stufa e l’alimentò con gli ultimi tre ciocchi di faggio rimasti lì accanto.
Sarebbero bastati per meno di un’ora, languendo d’una fiamma asfittica e avara. Doveva aumentare il volume del fuoco. Aprì la porta della legnaia e per un istante non riconobbe l’interno. Al posto della valanga di legna, accovacciata nella penombra, lo osservava la donna di neve. Nelle pupille ghiacciate, un riflesso ironico e provocante.
Poi, ricordando, l’uomo che amava la neve ebbe un moto d’orgoglio. Scos-so dalla tosse, cercò il giaccone finché s’accorse di averlo indosso. I vetri delle finestre, ispessiti e resi irregolari dal ghiaccio, gli rivelavano nient’altro che un lucore bianco, ovattato.
Fuori, la realtà si annullava nel persistente fioccare di una nevicata epica. Spariti cielo, monti, contorni. Solo falde precipiti in una caparbia danza verticale. Il cumulo di legna da ardere, accatastata con febbrile premura, s’era disfatto ruzzolando allo scoperto. Lieve e incessante, la nevicata not-turna lo aveva sepolto. Avrebbe dovuto spalare, per alimentare la stufa, ma l’accesso di tosse che lo prese nel realizzare il fatto, gli palesò l’evidente insufficienza delle sue forze.
Si limitò a raspare con le dita guantate i pochi ciocchi rimasti sul basamen-to. Il respiro gli usciva dal petto sibilando. Ogni emissione di fiato s’accompagnava a un acido raschiare di scovolo nella trachea, a un accen-dersi dei polmoni. Nello sforzo di sollevare e portar dentro una prima, esi-gua bracciata, la fronte gli s’imperlò di sudore.
Si richiuse la porta alle spalle, come sempre faceva, con una spinta del tacco e quasi rotolò con la legna accanto alla stufa. Il fuoco aveva preso un vigore imprevisto. Scintille evadevano dal ventre di ghisa attraverso lo sportello aperto. Rabboccò, lo chiuse e regolò il tiraggio. Brividi gli percorrevano il corpo dandogli la certezza di avere la febbre.
Pure la porta della legnaia, aveva dimenticato di chiudere. S’appressò per rimediare, il braccio sinistro teso, il dorso della mano destra a parare un nuovo accesso di tosse. L’anta gli offrì appena in tempo l’appiglio per reg-gersi in piedi. Di là della porta, due occhi di ghiaccio si fissarono nei suoi. Nell’ombra instabile, labbra traslucide si muovevano in sincrono agli scos-soni che strapazzavano il suo grosso corpo.
Che fai, il caldo m’infastidisce, non vedi ? Già sudo.
Era vero, L’epidermide di neve gelata si ricopriva di un sottile sudore che la faceva brillare.
Nulla, più serve, lascia perdere il fuoco, non combattere, arrenditi, dicevano gli occhi irridenti.
L’uomo che amava la neve s’accostò la porta alle spalle e si lasciò cadere nella semioscurità, la schiena alla parete, il petto ansante, la nuca poggiata all’assito. La donna di neve gli sorrise e lui di rimando.
So il tuo nome, le disse, ti riconosco. Lei sorrise di nuovo come una putta-na. Un sorriso appena ironico. Un velo di compassione stemperava il trion-fo.
Una folata di vento ghiacciante spalancò la porta d’ingresso mal chiusa dal colpo di tallone troppo fiacco e un’imbiancata di neve vorticò all’interno della capanna. Refoli ingemmati di candidi fiocchi s’intrufolarono fin den-tro il ripostiglio.
Oggi è il venticinque dicembre, pensò, per qualche associazione misteriosa, l’uomo che amava la neve. E gli venne da ridere.
Sul coperchio del PC, sulla tela incompiuta, sopra il panno che copriva la creta, sulla barba dell’uomo, fiocchi cristallini stentavano a sciogliersi.
Dopotutto non morirò di cancro, pensò l’uomo. Si strinse il bavero al collo, rise e tossì.
Ti riconosco, ripeté con un sorriso furbesco alla donna che l’osservava, ac-coccolata lì accanto in attesa.
Adesso conosco il tuo nome.
FINE
