In culo il lunedì - di Edoardo Vulcano
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/01/2012 alle ore 20:30:56
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Niente caffè...è finito in casa...ma tanto io bevo thè inglese e c’è un’ultima brioche confezionata da poter scaldare, e con gli occhi ancora chiusi, la butto dentro e giro la manopola della temperatura del forno.
Ecco che riaffiorano i pensieri con cui sono andato a dormire. Stanno li a borbottare come il bollitore della mia acqua per il thè.
Accendo il pc e controllo la posta, niente di buono, niente di nuovo, la speranza sta scivolando giù per i pantaloni, perché anche se è l’ultima a morire anche lei qualche volta si abbatte, si sente un pò giù, mi è quasi arrivata nelle calze, e io ho i piedi a mollo da un pò, il problema è che ho delle scarpe troppo pesanti.
Fa freddo, ma a questo non mi posso attaccare, se fa freddo, fa freddo e basta, non si possono spostare le nuvole con la mano come se si stesse pulendo una lavagna imbrattata di gesso.
Poco dopo sono passati troppi minuti, mi sono distratto tra queste mail del cazzo e ho lasciato bruciare la brioche, l’ultima, fanculo la colazione, con queste notizie mi è passata anche la fame, stringo il nodo della cravatta, lo stringo bene e un pensiero mi attanaglia “ ecco bravo strozzati da solo”, l’unica cosa buona è il thè bollente: funziona contro il maledetto freddo, al primo sorso distratto mi scotto, e mi sveglio per la seconda volta.
prendo il blocco che ho lasciato ierisera sulla scrivania e rivedo i punti segnati che devo discutere fra mezz’ora con il mio aguzzino, lui deve fare il suo lavoro e io non so perché non riesco a trovarne uno. Ma cmq Il suo lavoro non ha etica nel mio caso. Serve più zucchero a questo thè.
Life goes on without breakfast
Salgo in macchina fumando, la nicotina nuoce ma senza dubbio mi sta calmando,
mentre esco dal parcheggio un furgone schizza nel mio retrovisore, non mi ha visto uscire o forse non gliene frega di andare piano in una strada interna abitata,
inchiodo, mi cade la cenere sul pantalone per poco non brucio il vestito. Un pensiero mi guarda nel retrovisore “ci sono tanti modi per ammazzarsi, con la cravatta e con questo, ne hai già bruciati un paio stamattina!”.
Keep calm. Inserisci la marcia e riparti, hai troppe cose da fare ed è solo lunedì.
Raggiungo il luogo del mio appuntamento, con un pò di fortuna potrei trovare parcheggio, a pagamento, ecco!
trovato il posto ! dopo tre giri dell’isolato, davanti però ho una vecchia in utilitaria che segnala di voler accostare, entra proprio nel mio spazio, ma è stretto e va dritta contro la macchina parcheggiata di fianco, dritta sulla portiera.
Maledetta rimbecillita ! Che casino, ora non può ne entrare ne uscire da quel buco, dietro si accodano altre macchine, la vecchia accende le quattro frecce.
retromarcia di gruppo e inizia pure a piovere. Altro giro altro parcheggio. Non sono ancora in ritardo. Ma nel caso, che aspetti quel pezzo di merda che devo incontrare. Cammino per la strada sotto l’ombrello, ho parcheggiato lontano ma almeno ho parcheggiato.
Ci sono quasi, il palazzo è quello al prossimo incrocio. Da li arriva un suv nero, enorme, di gran carriera, prende in pieno una pozzanghera che mi fracica in pieno ! Sgasa e il conducente tira una mano fuori dal finestrino, accennando una scusa, lo vedo allontanarsi a tutta velocità.
Non è il caso di prendersela troppo, può andare peggio. Devo restare concentrato sul mio incontro.
Salgo al piano indicato dalla voce al citofono, entro in una sala d’aspetto e la segretaria mi fa accomodare, sono in anticipo di ben tre minuti.
Guardo il risvolto del pantalone bagnato e cerco di spolverarlo con la mano, come se potesse andar via anche la sfiga.
Dieci minuti così a guardare prospetti informativi fasulli, gabbie per gente comune, che deve tirare avanti e non sa come fare. Sono otto minuti avanti dal mio appuntamento, è il mio tempo cazzo e tu me lo stai rubando in questa sala d’attesa.
La segretaria scrive. In sottofondo c’è una musichetta da attesa appunto, qualcosa di classico che non riesco a individuare. A loop mi sta innervosendo più di quanto non lo sia già. Squilla il telefono, la bionda risponde, alza gli occhi su di me e annuisce. Mette giù e si rivolge a me con tono pacato “il dottore non può riceverla prima di un’ora...se ha la pazienza di aspettare...”
il dottore ? dottore, ti ci hanno ficcato a calci nel culo in quell’ufficio di merda, altro che dottore ! Rispondo nella testa fuori solo a bocca storta, mi alzo e decido di scendere al bar, ho bisogno di quel cornetto che mi si è bruciato stamattina.
Per le scale incontro un altro tizio, ha una faccia distrutta, in mano ha la stessa cartellina che ho io. Gli accenno un sorriso, è la speranza a farlo, la speranza che parla e dice “ non sei l’unico...non sei l’unico...”
il bar è vuoto, davanti a me ho vasta scelta: croissant pieni vuoti, al miele integrali, glassati
per ricchi per poveri.
Indico al barista uno di quelli semplici e ordino un caffè lungo.
Non bevo mai caffè lungo.
Sfoglio il giornale sportivo, fra quindici giorni gioca la mia squadra, vorrei andarla a vedere dati anche gli ultimi risultati e gli andamenti di mercato.
vorrei una domenica in stile tranquillità: sole, magari una birra, un bel risultato. La porta del bar si apre, sento un vociare scherzoso, un uomo e una donna ma sono troppo concentrato su un trafiletto che aggiorna sugli andamenti di mercato per riconoscere il dottore. è proprio lui ! Quello che non mi poteva ricevere prima di un’ora...e abbia pazienza... da quel che so è sposato, ma non porta la fede al dito e quella non è sicuramente sua moglie.
Li guardo a due tazze sporche da me, scherzano maliziosamente, lui le porge il bricchetto del latte freddo, io sorseggio il mio caffè lungo e amaro, la rabbia mi ha distratto e ho dimenticato di metterci lo zucchero.
Mi guarda di sfuggita, sentendosi osservato, poi si gira verso la sua amante e abbassa la voce. Parlottano. Poi guarda fuori, come se si sentisse sporco, il porco.
Mi scappa quasi una risata...nervosa, pago il mio caffè e il cornetto, con lo sguardo basso, il barista mi augura una buona giornata.
Ho bisogno di respirare... allento la cravatta e butto fuori l’aria. Riprendo le scale e torno in sala d’attesa. La segretaria mi sorride di circostanza. Di fianco ho il tizio che ho incrociato prima. Apro la mia cartellina e riguardo tutto quello che ho da chiarire. Sono freddo. Immobile. Risucchiato dalla stanza, annebbiato dalla musichetta.
Aspetterò ancora 42 minuti così, rapito da una vita che non mi sono cercato, prima che il dottore torni in ufficio, sorridente fino ad un attimo prima di riconoscermi.
Uscirò presto di qui. Da questa sala d’attesa sicuramente. Forse ci metterò un pò di più per uscire da questo pezzo di vita storto.
Don’t be afraid of the life.
In culo... il lunedì
