Il Televisore Spento - di Andrea Rossi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/04/2006 alle ore 11:42:56
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Elio se ne stava sul divano affondato comodamente tra i cuscini di velluto verde a coste strette con la testa rivolta verso il televisore. Spento. Ormai era più di un mese che dopocena si guardava riflesso nel nero della tivù e all’inizio la cosa lo divertiva, diceva alla moglie "Sono in televisione cazzo! Guardami li, sono proprio in televisione!" e accennava un saluto con la mano manco fosse dietro ad un cronista durante un collegamento in diretta del telegiornale, che poi lui quelli che salutavano nei collegamenti esterni proprio non li poteva sopportare, li trovava così inopportuni alle circostanze, sempre pronti a ridere e sforzarsi per scandire bene le lettere e permettere a casa di capire il labiale di uno scontato "C-I-A-O-M-A-M-M-A" anche nel bel mezzo di un incidente catastrofico o di uno sconvolgente dramma all’italiana. Li trovava proprio inopportuni. Ora lui era diventato spettatore della sua vita domestica, vedeva riflessi sul piccolo schermo i piatti sporchi usati per la cena appoggiati sul tavolo di noce scuro sistemato proprio dietro al divano e nell’angolo alto, vicino alla finestra con le tendine rosa, vedeva i manici delle padelle che trasbordavano dal lavello. Avrebbe dato a Melina una mano molto volentieri per riordinare, ma proprio non ce la faceva, oltre alle solite otto ore in stamperia ne aveva fatte due in più di straordinario siccome il capo lo aveva gentilmente obbligato a terminare il lavoro "urgentissimo" dato che all’indomani mattina sarebbe arrivato il corriere espresso per ritirare il tutto. Era stanco morto. Elio per tutto il giorno aveva sostenuto un ritmo stacanovista e al termine della giornata era riuscito a stampare la bellezza di quattrocento paia di slip da donna. Quel lavoro lo stava devastando, oltre che fisicamente a causa dei ritmi insostenibili, psicologicamente. Ormai non sopportava più nemmeno la lingerie femminile, un po’ come il pasticcere che non riesce a mangiare il bignè... la sua cara moglie se la sarebbe sbrigata da sola.
Melina da quando avevano lasciato il vecchio e minuscolo monolocale, più o meno subito dopo il parto della piccola Iris, e si erano trasferiti nel più spazioso bilocale mansardato, aveva lasciato il posto di lavoro e si era messa in proprio per potersi dedicare completamente alla famiglia e alle faccende domestiche. Prima lavorava per un particolare call center, non quelli dove bisogna chiamare la gente a casa per convincerla a comprare un servizio di pentole imperdibile oppure a prenotare la vacanza "della loro vita" ma uno di quelli dove bisogna solo rispondere e assecondare l’interlocutore, usciva di casa il pomeriggio e rientrava la sera tardi, ritmo che ora era diventato insostenibile dato che la piccola Iris percorreva a stento i primi passi e pronunciava le prime parole sbagliate, insomma aveva bisogno di tutte le cure necessarie e possibili la piccola. Così Melina si era fatta la partita iva e ogni sera aspettava fino notte inoltrata lo squillo del telefono. Era per questo che Elio non poteva accendere la tivù, inutile portare l’apparecchio nell’altra stanza, la figlia si sarebbe svegliata, aveva anche provato a leggere il labiale durante i dialoghi; o si concentrava sulle scene oppure analizzava le labbra, non riusciva a fare le cose contemporaneamente. Al massimo poteva ascoltare qualche musicassetta vecchia, ovviamente ad un volume molto basso, quelle colonne sonore dei film romantici anni ottanta, dove il suono del sintetizzatore si sente un po’ dappertutto e che a lungo andare stanca. Elio per questa cosa era molto nervoso, anzi era proprio incazzato, si era acceso l’ultima sigaretta del pacchetto rendendosi conto, come sempre, che nei momenti di tensione acuta le sigarette da fumare sono sempre di numero dispari inferiore a due. Una per l’appunto. La fumava lentamente cercando di indirizzare la nube grigia verso i 12 pollici dello schermo in modo da offuscare le immagini speculari della casa. Melina era impegnata in una telefonata, recitava il suo copione quasi a memoria. Nel suo campo era una vera professionista, ci metteva l’anima nel lavoro e anche se col passere degli anni aveva perso un po’ di enfasi, bè, il risultato era sempre stupefacente. Dopo dieci minuti appese la cornetta, prese un block notes con attaccata sulla copertina una foto di Iris con addosso un completino rosa a righe nere, in piedi, che si regge con una manina allo stipite di una porta, e cominciò ad appuntarsi dei vari dati e dettagli riguardanti l’utente che aveva appena chiamato. In mansarda teneva uno scatolone pieno di quaderni e quadernetti, accumulati nel corso degli anni, con le pagine stracolme di quegli stupidi appunti sempre uguali. Elio aveva appena spento l’ultima sigaretta nel posacenere nero con stampato il marchio di una birra estera cha aveva rubato qualche anno prima, durante le vacanze estive, in un bar di Jesolo, aveva sbuffato un po’, schiarito la voce e poi attaccò a parlare. "Ah no, così non si può più andare avanti, io non ce la faccio più. Mi faccio nove ore di fabbrica e quando torno a casa non posso neanche rincoglionirmi davanti alla tele, per cosa poi? Per il tuo "call center" che poi, vabbè... "call center" un cazzo! Lo so, lo so i soldi per il mutuo, i vestiti, i pannolini, il mangiare... ma non puoi trovarti un lavoro a mezza giornata? La piccola possiamo lasciarla dai tuoi o dai miei... sono solo poche ore... no? E poi..."
Il telefono prese a squillare, Elio continuava a parlare senza pause per la respirazione o per l’umidificazione delle labbra, Melina ascoltava in silenzio quasi stordita da quel monologo e lasciò il telefono squillare. "...non è che ci guadagni poi chissà che col "call center", sia chiaro non sto sminuendo il tuo lavoro, anzi, guadagni pure di più che con un part time ma non si muore mica e poi va che disordine per casa, non mi piace fare colazione la mattina con la puzza dei piatti sporchi della cena, è rivoltante cazzo, l’altro giorno c’era la testa della trota salmonata con attaccata tutta la lisca di fianco al barattolo dei biscotti, inizio di merda la giornata, in più arrivo in ditta e tutti parlano di cosa hanno visto in tv la sera, e io di cosa parlo? Mo non è che sono teledipendente, però dai insomma..." il telefono smise di squillare "...non ti ho mai detto niente in tutti questi anni ma adesso c’è la bambina, lo sai come sono a quell’età li, ripetono tutto quello che sentono in casa. Tutto per filo e per segno, tuttissimo! E se dovesse ripetere quello che dici tu? Come la mettiamo? Te lo ricordi il figlioletto dei Bandini, i nostri vecchi vicini di casa, che razza di bestemmie tirava giù da piccolo? Va bè che il padre faceva il muratore però dai non scherziamo... cosa penserebbe la gente di noi? Adesso non tirare in piedi il "giudizio degli altri" e tutte quelle menate li che ti piacciono tanto... non ti ho mai detto niente in tutti questi anni ma dai..." il telefono riprese a suonare e Melina non rispose nuovamente "...adesso c’è la piccola fallo almeno per lei diosanto e poi sarà mica normale che fino alle quattro ti chiamano? Ma un po’ di cervello ce l’hanno? Ok capisco le "esigenze" ma fino alle quattro? Va che ce ne vuole eh... mi sveglio tre volte per notte... non è meglio se cerchiamo una soluzione? Non trovi che sia meglio?... Va beh adesso vado giù a prendermi le sigarette poi quando rientro ne parliamo con calma eh..." Elio si alzò dal divano mentre la moglie lo osservava stupita, si sistemò la camicia dentro i pantaloni, poi prese la sciarpa verde scozzese che era appoggiata sul tavolino basso tra il divano e la tv e se la arrotolò due o tre volte attorno al collo, prese dalla tasca interna della giacca appesa sull’attaccapanni qualche spicciolo di moneta e poi uscì dall’appartamento. Appena chiusa la porta sentì il suono del telefono, squillò un paio di volte poi Melina rispose: "Pronto..." Elio fuori dalla porta stava origliando "...certo che puoi chiamarmi maialona..." Elio staccò l’orecchio dalla porta, si girò verso le scale sbuffò "affanculo lei e il suo centralino erotico di merda!"
Dopo qualche gradino era sul marciapiede illuminato dalla luce traballante di un debole lampione arancione, l’aria era terribilmente fredda, fortunatamente, pensò, il tabaccaio era proprio dietro l’angolo.
