Il racconto perfetto - di Vincenzo Gatta
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/07/2008 alle ore 19:39:29
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Eccoti ancora una volta seduto alla scrivania a cercare nella testa cosa mettere su quel foglio, che da tre mesi è bianco, la matita ha ormai dimenticato il calore delle tue mani e anche tu non ricordi più il rumore che fa quando macchia il foglio. Ti sei messo in testa di scrivere un racconto di prima categoria, uno di quelli che quando è letto lascia a bocca aperta e fa inneggiare alla genialità dello scrittore. Questa fissazione ti è venuta quando, tre mesi fa, arrivò una lettera da Milano, era il concorso cui avevi partecipato con un racconto nato per comando, che era apprezzato da molti; alcuni di loro ti avevano talmente convinto della bellezza di quel brano, che hai deciso di partecipare a questo concorso. Del momento in cui leggesti la lettera, l’unica cosa che ricordi è la delusione, non eri arrivato nemmeno tra i primi dieci. Non riuscivi a venire a capo della motivazione del tuo fallimento, non riuscivi a trovare un perché. Come sempre succede, come prima cosa incolpasti la giuria, poi successivamente riflettendoci, pensasti che il racconto non era così bello quanto si pensasse, quindi decidesti di scrivere il tuo racconto perfetto; ma l’ispirazione non arrivò, non arriva e ti sa che non ti arriverà. Ormai sono due ore che sei su quel foglio, ti guardi intorno e cerchi nella tua camera un qualche oggetto che ti dia quell’ispirazione che cerchi, ma purtroppo non trovi nulla. Dopo tre ore ti alzi e vai a farti un caffè, entri in cucina ancora in cerca dell’ispirazione, carichi la macchinetta e sei ancora alla sua ricerca, il caffè esce e sei così preso dalla caccia, che non ti accorgi che il caffè è uscito e lo lasci lì. Un suono sinistro proveniente dai fornelli ti risveglia e immediatamente ti ricordi del caffè, alzi il coperchio e dall’odore di bruciato che emana decidi di buttarlo, allora ti si accende una lampadina, potresti parlare di un uomo che compie un viaggio all’interno di sé, rappresentando i suoi fallimenti con i caffè bruciati e il suo successo finale con un ottimo caffè e... ti rendi conto della scemità e del tutto scoraggiato decidi di andare a prendere il caffè al bar. Prendi una giacca a caso e scendi dal palazzo. Cammini un pochino prima di arrivare al bar. Entrando saluti come sempre tutti e ordini un caffè, lo paghi, lasci la mancia come tradizione vuole, bevi un bicchiere d’acqua, zuccheri il caffè, lo mescoli un po’ con il cucchiaino, lasci che l’odore ti dia alla testa e poi bevi il caffè. Esci dal bar e ti avvii al parco per fumarti una sigaretta. Ti siedi su di una panchina e prendi un po’ di sole fumacchiando. Ti accorgi all’improvviso di un oggetto che ti da’ fastidio nella tasca interna della giacca, lo prendi e vedi il quadernetto del “carpe diem” un’agendina su cui la tua professoressa del liceo vi faceva scrivere un avvenimento ogni giorno. Allora inizi a leggerlo, e mano a mano che lo leggi, ti ricordi perfettamente ogni giorno che avevi annotato, ricordi le cose vere e le balle che avevi scritto solo per riempire il giorno, ti ricordi tutto quello che hai fatto, i cambiamenti che hai avuto, i casini combinati, quando ormai sei annegato nel mare di ricordi, guardi il parco e vedi uno dei baci più appassionati di questo mondo dato da due nonni con i nipotini al seguito, vedi un goal in rovesciata spettacolare, ma in fuorigioco, vedi due ragazzini alla loro prima uscita giocare sull’altalena come dei bimbi, vedi un bambino rincorrere un piccione per dargli un calcio e lo vedi fuggire quando questo spicca il volo, allora ti sembra tutto così perfetto da mettere quasi paura, allora con questa perfezione in testa, torni davanti al foglio bianco e con il carpe diem affianco parli di un ragazzo che da grande voleva fare...
