Genio e sregolatezza - di Valerio Damini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/01/2007 alle ore 19:50:59
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Ci sono giocatori tatticamente ingestibili.
Pierluigi Orlandini, ad esempio.
Una promessa. Una promessa di carriera sfolgorante.
È il 1992, Pierluigi ha appena vent’anni, è titolare fisso nell’under 21 allenata da Cesare Maldini.
Al 7’ minuto del primo tempo supplementare, Italia contro Portogallo, gli azzurrini sono impegnati nella finale del Campionato Europeo di calcio.
Orlandini riceve palla al limite destro dell’area. Stoppa. Poi lascia partire un diagonale preciso, tagliato, fulmineo, che si infila in rete sul secondo palo. Un gol straordinério, direbbe Arrigo Sacchi.
È il primo golden gol segnato da un calciatore italiano.
Ha appiccicata addosso l’aura del predestinato Pierluigi Orlandini. Con un nome un po’ così, una vita nelle giovanili dell’Atalanta, una trafila che lo porta dritto in prima squadra.
Un’ala destra come se ne vedevano pochissime all’epoca. Molto tecnico, un po’ lento forse, ma una spaventosa velocità d’esecuzione al tiro supportata da un’ottima visione di gioco. E un fiuto del gol fuori dal comune. Calcia bene con tutti e due i piedi.
Indossa sempre la casacca numero 7.
Ma Orlandini, come tutti i talenti troppo giovani e luminosi, ha anche fama di cavallo pazzo.
Corre, corre, dicono, ma dove corra poi nessuno ben capisce.
E poi, è sempre rotto.
Ragazzone alto e solido a vedersi, un marcantonio, ma in sottopelle fragile, che non sa sopportare le pressioni e soffre lo stress.
E poi dove corra quel ragazzo proprio non si sa.
Però con il pallone tra i piedi il ragazzo ci sa fare.
L’Inter se ne accorge lo ingaggia ma non lo valorizza.
Qualche sprazzo di classe, cristallina, ma il ragazzo cresce sempre e solo in altezza.
Sembra quasi fuori ruolo quel giocatore, non trova mai il ritmo giusto. Lo vedi giocare ma quando mai entrerà in partita?, ti chiedi.
Sempre largo sulla linea di fondo, qualche guizzo verso il centro, tra l’abulico e lo strafottente.
Poi un lampo.
È il 20 ottobre del 1996, Orlandini ha da pochi giorni compiuto 24 anni. Gioca nel Verona.
Allo stadio Marc’Antonio Bentegodi sale la Roma. A dieci minuti dalla fine, la partita è inchiodata sull’1 a 1. Orlandini è assente dal gioco, in attesa. Riceve palla decentrato sulla destra, controlla, alza la testa. Un tocco a rientrare, elude la marcatura del terzino, poi una finta a saltare l’accorrente Aldair, due passi e scocca il tiro. Un tiro a girare, di interno sinistro. Puoi seguire la palla mentre si alza, rientra sul secondo palo, e sfila liftata sotto il sette.
Uno stadio intero si alza in piedi.
Spettacoloso.
Dipingere quel gesto sulla carta, con semplici parole. Ecco qualcosa che si avvicinerebbe alla perfezione artistica.
Poi.
Poi Orlandini si perde, come succede ai giocatori tatticamente ingestibili, indefinibili nel ruolo. Passa per Parma, Brescia. Lascia qualche sorriso, acuti balistici che sanno di dolci ricordi e liquirizia. Riesce a deludere qualsiasi aspettativa.
Ora gioca a Brindisi.
Fossi un virtuoso della scrittura vorrei essere come Pierluigi Orlandini.
Un fallimento calcisticamente parlando. Ma quella si, che era classe.
