Formava dei vortici - di Valeria Verdi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 20/12/2007 alle ore 00:01:02
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Formava dei vortici. L’acqua che scendeva dalla doccia toccava la ceramica e, prima di sparire nello scarico, formava dei vortici. Ed a Marion sembrava di inabissarsi insieme alla schiuma ed ai suoi capelli, che perdevano forma e colore, per diventare estranei e senza vita. L’aspettava un accappatoio bianco, che tra pochi secondi si sarebbe macchiato del suo sangue di donna, e disgustata, disorientata da quell’idea Marion rimaneva, grondante, piantata fuori dalla doccia, incapace di indossare la soffice spugna candida. Appoggiata al lavandino, paralizzata da quella macchia in potenza, abbassando gli occhi vedeva il suo sangue sul tappetino del bagno – macchia in atto.
Si riscosse, si mise l’accappatoio, buttò il tappeto nella vasca con l’intenzione di lavarlo più tardi ed andò in camera sua, per vestirsi. Cosa avrebbe indossato? Le avrebbero fatto tenere le sue cose?
Silvia le aveva ordinato di preparare una valigia, non troppo grande, con indumenti, biancheria, il beauty e oggetti cari. Ma forse l’aveva fatto solo per rincuorarla.
Non sarebbe mai stata casa sua.
Si volse verso la parete più ampia della sua stanza, e fece scorrere le dita sulla seta che ne ricopriva una parte, seguendo il percorso che la sua mano naturalmente intraprendeva. Non aveva lacrime, non se la sentiva di piangere. Marion, Marion. Il suo nome di per sè le sembrava una maledizione, un nome carezzevole, di mare che bagna la sabbia bianca, per chi non sa che dopo – e prima – della quiete c’è la tempesta. Qualcuno aveva già portato quel nome, l’aveva innalzato sulla più alta delle torri e poi l’aveva rinchiuso, incarcerato e poi straziato in un corridoio bianco – bianco come quell’accappatoio – poi diventato rosso – rosso come quell’accappatoio.
Aveva voglia di dormire. Di non sentire più se stessa, il suo corpo, le sue demenze.
Silvia entrò nella stanza. Svelta, di poche parole, leggera ma rozza, ruvida come un tagliere di legno utilizzato troppe volte, che conserva tra le sue nervature l’aroma di cipolle e pomodori. Ma non è nè una cipolla nè un pomodoro.
Silvia non le parlò, l’aiutò ad indossare una blusa fuori moda, riesumata da un armadio, dal nauseabondo odore di naftalina, ed una gonna troppo larga. Le stava togliendo anche la bellezza. Ma non vedeva, ma non pensava che forse non tutto era così semplice?
I suoi – di pensieri – erano fin troppi, lo sapeva bene, ma era questo abbastanza per essere allontanata? Non aveva bisogno di aiuto. Il tragitto in automobile era noioso, e freddo. Tentava di ricordarsi sulle dita la consistenza della seta, ma le sembrava di annaspare, di cercare aria nello spazio vuoto.
Il cancello della villa era in ferro battuto, e guardava al vialetto con un’aria decandente, quasi sapesse che ormai non poteva più nulla contro i pericoli esterni. Le sue picche sembravano anch’esse macchiate di sangue, mentre si stagliavano per accogliere una seconda volta un membro della sua famiglia.
E contrastravano con la serenità emanata dal giardino che rinchiudevano. Ottobre stava già andandosene, e così anche la sua esistenza, lo sapeva. Come sua nonna, nemmeno lei avrebbe resistito a lungo. Marion era il suo nome – non poteva fuggirlo.
Fissò lo sguardo sulle sue mani. Le faceva impressione pensare che al loro interno scorresse sangue – all’interno di tutto.
Il suo corpo l’impressionava e l’affascinava. Tentava di sentire il fluire nelle sue vene, ma altro non sentiva che i suoi pensieri – sparsi – che l’osservavano quasi spettatori – gargoyles sulla cima di Notre-Dame a ridere della bella Parigi – loro dimora amata. E così l’estraneità a se stessa le sembrò così banale e normale – così rassicurante pensare che comunque non era stata lei a scegliere quelle strane – e ripugnanti – azioni del suo corpo e della sua mente dalle quali non poteva scappare.
Alzò gli occhi, assaporando ogni colore entrato nel suo campo visivo senza ricordare – in quello che era stato un secondo o forse più o forse meno – il cancello di ferro battuto dalle picche troppo levigate.
Marion pensava al sangue mai pulito lasciato sul tappeto del bagno che le dimostrava che qualsiasi cosa succedesse, qualsiasi preoccupazione lei avesse, il suo corpo non smetteva di agire guidato da un’altra volontà.
Marion pensava a questo – e a quanto la sua blusa fosse brutta, e al suono leggero della voce di Silvia che salutava – mentre entrava nella clinica.
Mentre, dietro di lei, il cancello sbatteva.
