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Faccia di clown - di Stefanopets

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 06/05/2010 alle ore 12:06:48

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

FACCIA DI CLOWN


Quando la pioggia comincia a scendere con piccole gocce che sembra quasi che bussino timide sul vetro dell’auto, ho spesso la sensazione che stia per iniziare qualcosa. Non so se dipende dalla luce che cambia all’improvviso, o dalla simultanea apertura degli ombrelli dei passanti, ma dentro di me c’è questa sensazione che, spesso, passa veloce e viene dimenticata.
A volte però, come in questo caso, qualcosa cambia in me all’improvviso, nel senso che la musica che manda l’autoradio comincio a non sentirla più, la gente che passa è come ombre qualunque, tutto intorno prende il colore del cielo che manda la pioggia e sembra un contorno illeggibile, come quando si fotografa un oggetto in primo piano, sfocando tutto il resto.
Quando l’attenzione si concentra sul volto o l’oggetto da fotografare, anche la mia mente si restringe ad un solo pensiero. E spesso, ed è questa la cosa più singolare e, se vogliamo, anche un pò comica, quello a cui penso non è oggettivamente importante. Per niente. Voglio dire che non è detto che mi vengano in mente problemi o desideri o cose comunque che riguardano la mia vita. Ed infatti stavo pensando alla strada. Si perché ogni tanto passo di là, per quella strada, in particolare quando torno dal lavoro. Non mi piace infatti fare sempre lo stesso tragitto, non sono abitudinario in questo. Per il resto sì, devo ammetterlo, i cambiamenti mi sconvolgono sempre un pò ! Poi mi abituo, soprattutto se si tratta di situazioni non particolarmente importanti. Però all’inizio c’è sempre una sensazione simile ad una piccola paura, ad un’incertezza per qualcosa che potrebbe destabilizzare un equilibrio ormai consolidato e che evidentemente, mi dà in qualche modo una certa sicurezza.
Quindi mi chiedo sempre se il nuovo sarà meglio o peggio, come potrei magari trarne benefici o averne difficoltà. E’ un lavorìo mentale che quasi sempre si esaurisce in breve tempo, ma c’è.
E a volte mi chiedo perché non inventano una macchina, un apparecchio che freni i pensieri inutili. Eh, sarebbe bello; immaginate di sentire un “bip” mentre state pensando che il nuovo capo che verrà nel vostro ufficio sarà un despota senza scrupoli o una persona ragionevole e ben disposta, oppure quando state cercando di capire se il cambio di senso di marcia della via in cui abitate sarà vantaggioso per voi oppure il contrario, se il videoregistratore che avete appena comprato sarà veramente stata un’occasione e se sarebbe meglio sistemarlo su quel mobile o su quell’altro.
E vogliamo parlare della campagna acquisti della squadra di calcio per cui fate il tifo?!
E via così. Sarebbe un “bip” di risparmio energetico per il nostro cervello veramente utile!
E mentre “perdevo” energia mentale a pensare se fosse meglio azionare subito il tergicristallo dopo quelle prime gocce, sono stato aiutato da un bip proveniente dal cielo insieme ad ettolitri di pioggia, che mi hanno “costretto” a pulire il vetro.
E così il pensiero è stato circoscritto alla strada, come dicevo poco fa.
Mi ha sempre colpito il fatto che la mattina questa via è a senso unico in una direzione, mentre il pomeriggio lo è nell’altra. Sì, è veramente una cosa curiosa. Credo tra l’altro che dipenda dai banchi del mercatino che c’è la mattina e dal viavai di persone che lì comprano le cose più strane. Ma perché poi al pomeriggio il senso di marcia viene invertito, questo proprio non lo so. Ma, come volevasi dimostrare, anche questo non è certo un pensiero, diciamo così, costruttivo. Forse la spiegazione di queste mie piccole interrogazioni sta tutta nel fatto che sono sicuramente una persona molto curiosa. Ma qui voglio fare una precisazione: non sono un “impiccione”, nel senso che di sapere che lavoro che fa il vicino di casa oppure con chi è sposata quella famosa attrice, non me ne frega niente. Io sono curioso, o meglio, sarei curioso, di capire perché le persone (le persone in genere, anche quelle che non conosco) si comportano in un certo modo, perché indossano un abito piuttosto che un altro; o perché parlano da sole mentre camminano per la strada. Vorrei sapere cosa c’è dietro. Cos’è che fa comportare un individuo in un modo spesso singolare. E poi non mi si dicano le cose a metà: divento una belva ! La mia curiosità potrebbe non farmi dormire la notte ! Ma questo è un altro discorso.
Assorto nel pensiero della strada, comincio a percorrerne il tratto dove ci sono sempre molte auto in doppia fila, zigzagando tra queste e le pozzanghere. Ciò mi distoglie dalla mia inutile curiosità e concentro l’attenzione sulla guida. Anche per non rischiare di investire i passanti che, cercando riparo dalla pioggia sotto le tettoie dei negozi, attraversano la strada, improvvisi come la pioggia.
E freno infatti per far attraversare alcuni operai. Portano legno grezzo al negozio lì di fronte. Sono buffi, un pò strani; tutti piccoli di statura con tute azzurre un pò demodè. Riparto ma, con un riflesso fortunatamente pronto, schiaccio il pedale del freno per non investire un altro operaio che è sbucato all’improvviso non so neanche da dove. Si ferma, con le tavole di legno appoggiate su una spalla. Gli suono col clacson per invitarlo a passare. Lui allora, come se volesse sincerarsi di non rischiare di essere investito, sposta le tavole che gli coprono il volto e guarda verso di me.
Non posso descrivere la sensazione che ho provato in quel momento. Credo di non trovare le parole per far capire quello che ho sentito. Forse una lastra di ghiaccio sopra la schiena nuda sarebbe passata più inosservata. E da lì che mi guardava con il suo volto....oddio, terribile ! Era come se su quella tuta azzurra avessero messo la maschera di un clown. Ma non era una maschera; era la sua faccia!
Non avevo mai visto una cosa simile, un volto quasi deformato, allungato, con strane orecchie, il naso... insomma era una faccia da clown, ma vera, in carne ed ossa!
E mi guardava. Mi ha guardato per un momento interminabile. Mi guardava e stava fermo, respirando forte sotto la pioggia, con il fumo del suo fiato caldo evidenziato dall’umidità della pioggia. Sembrava non accorgersene della pioggia. Era lì tutto bagnato, con le pesanti tavole di legno sulle spalle e mi guardava. Ma perché mi guardava ? ! Forse anche lui avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, ma io ...non avevo una faccia...così!
Era come se lui lo sapesse e volesse dirmelo. O dirmi forse qualche altra cosa. Ma perché proprio a me ? ! Perché mi fissava in quel modo e perché non attraversava la strada ? Quanto avrei voluto davvero che esistesse il “bip” in quel momento...
Quello che desideravo di più era che passasse. Che passasse e mi dimenticasse. Ma perché avevo paura di essere ricordato ? Forse avevo paura io di non dimenticare più lui...
Ed invece del “bip” arrivarono i clacson degli automobilisti ormai in coda dietro di me, spazientiti per l’attesa. E questo sembrò risvegliarci entrambi, riportarci alla realtà. Lui passò, e passando sembrò che io per lui non esistessi più. Stavo pensando questo come ad una liberazione ed accelerai, ma non troppo, non abbastanza da non avere il tempo per guardare nello specchietto retrovisore. Mentre poggiava in terra le assi di legno, davanti al negozio, dietro la sua spalla il suo volto stava ruotando verso di me. Come in una scena al rallentatore, le sue palpebre (chiuse per lo sforzo fisico) si aprirono verso il mio specchietto, come la sua bocca che inspirò l’aria umida e malsana della pioggia mista allo smog delle auto, gonfiando il petto e pure il mio cuore, che cominciò a battere forte, mosso da un’emozione difficile da descrivere.
Mi guardava di nuovo. Anche se per un attimo, stavolta. Ma mi impauriva.
Costretto (per fortuna!) a proseguire per non bloccare di nuovo il traffico, tornai a casa con quell’immagine impressa nel fondo degli occhi, una fotografia stampata sul vetro dell’automobile.
Non nascondo che per diverse ore ho avuto addosso una sensazione simile ad una maglia sintetica a 40° all’ombra, un senso di angoscia di cui non sono riuscito a svestirmi neanche quando ho indossato il pigiama per andare a letto. Ed era già abbastanza tardi e non sono riuscito ad addormentarmi per un bel pò. E stavolta non erano certo pensieri poco importanti...

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Choco mi telefona in ufficio dopo pranzo, tutta contenta. La sua vocina è così dolce, ma anche così buffa che le rifaccio il verso.
- Sai chi c’è in città ? – mi chiede –
- Mah, i palazzi, le persone, le auto...
- Scemo!, volevo dire: sai chi è arrivato ? !
- Chi è arrivato ? – e il mio punto interrogativo era più che altro un punto di paura che fosse arrivato qualche lontano parente da qualche paese altrettanto lontano, per qualche altrettanto inopportuna gita di piacere (io odio quello che sconvolge i miei equilibri e quindi immaginate cene e tour cittadini con sconosciuti stranieri a cui sorridere tutto il tempo, e che ti dicono “io amare molto questo paese”, oppure “qui mangiare molto buono è”, ecc.; tutto questo magari durante la diretta televisiva della finale di coppa!...).
- Vera con il bambino ! –
- Ah!... - era talmente contenta che non ce l’ho fatta a dire: “ e chi è ? ! “.
- Che bello. E’ da più tre anni che non la vedo ! Stasera è da noi a cena.
- Bene...- dico, ma penso che avrebbe potuto rimanere altri trent’anni nel suo paese!...(come sono orso, però...).
- Non ci vediamo dal giorno del diploma preso al corso di arredamento.
- Ma dai ? ! – ed ora la mia “orsutaggine” lascia il posto ad una inconsueta umanità (apparente...), e ricordo di questa amica di Choco, piccola di statura come lei e con dei capelli biondi lunghissimi, innamorata di uno scrittore tanto brillante quanto bizzarro, e molto più grande di lei.
- E il suo uomo ? – le chiedo sperando un pò che non ci sia (la sua presenza aumenterebbe la destabilizzazione dell’equilibrio!) e un pò sperando invece di sì, perché la sua originalità mi ha sempre incuriosito (e come potrebbe essere altrimenti per un curioso come me?) e anche divertito, tranne quando beveva un pò di più e mi teneva mezz’ora ad ascoltare il racconto del suo viaggio in Oriente...
- E’ a Berlino, per una premiazione. Ti ricordi che scriveva tanti libri sulle culture orientali?
- E come no?!
- Hanno un bimbo di quasi tre anni. Vera mi ha spedito alcune sue foto qualche volta. Siamo rimaste sempre in contatto. Non pensavo sarebbe venuta così all’improvviso.
- Eh, infatti ! – dico, ma Choco è talmente su di giri che non si accorge del mio tono un pò ironico.

La serata è piacevole, nonostante io non ami stare ad ascoltare due donne che ricordano i tempi passati, escludendomi per metà del tempo dalla loro conversazione e che parlino del bambino (ma soprattutto di bambini!) dicendo che fa questo, fa quest’altro, mangia o non dorme, e che da tanta soddisfazione. Ecco io questa cosa non l’ho mai capita ! Una bella macchina ti può dare soddisfazione, una squadra che vince un torneo internazionale. Ma un bambino! ? Che fa ? Ti porta in un’ora da casello a casello o consuma poco ? Mah, certi luoghi comuni non li capisco proprio, anche se i bimbi mi piacciono decisamente. E infatti per buona parte del dopocena, mi “cibo” io il piccolo Marc, che, inspiegabilmente (!) mi trova simpatico e mi da confidenza. Credo che nei bambini scatti ad un certo punto una molla; dopo che sono soddisfatti che si è parlato di 2 ore di quanto sono belli e bravi, passano all’attacco e si sfogano. Quindi manifestano la loro improvvisa (ma studiata, attenzione!) vivacità, tentando di rompere i CD a cui tieni di più usandoli come freesbe o fingendo amore disinteressato per uno sconosciuto (quasi comprendessero il suo disagio a trovarsi in mezzo a due donne che parlano di cose che a lui interessano, in una scala da 1 a 10, -25), e lo compatissero. Allora decidono, mossi a compassione, di “farlo giocare un pò, almeno non si annoia”. E sicuramente non mi sono annoiato, primo perché sono stati così impegnato a “parare” i CD dei Pink Floyd e degli U2” che il piccolo monello scagliava contro il televisore, che il resto la serata è passato molto velocemente. Però, togliendomi la maschera da uomomaschilistacheodiaidiscorsifemminilienonsopportalepappeeipannoliniperchèsonocosedadonna, devo dire che quel bambino è adorabile. Mi guardava come per dirmi: “ti sei ammorbato, bello eh?. Ti capisco. Ne vedo spesso di tipi come te. Ma che ci vuoi fare, forse un giorno anche tu romperai le scatole agli amici con le gesta del tuo piccolo campione di calcio di 5 anni”.
Confesso che per un momento (solo uno però, eh) ho seriamente pensato che sarebbe bello avere un frugoletto che gira per casa a cercare i CD dei Queen per distruggerli; e che anche se li distruggesse, il suo tenero sguardo e le sue manine omicide mi “squaglierebbero” a tal punto che forse non riuscirei neanche ad incazzarmi. Lo prenderei in braccio e gli spiegherei che così non si fa, che deve essere bravo, che papà ci tiene tanto ai dischi rock anni ’70, come se a due anni magari potesse capire le cose che gli dice un padre ormai già bello rincoglionito. Lo coprirei comunque di baci e (e basta!, mica ci vorrai cadere!...).
- Perché non portiamo Marc al circo domani ? – dice Choco a Tanya (guardando me, però...) e questa sua “splendida” idea è quasi più dolorosa del lancio contro il muro del primo album di Sting. Accetto solo dopo aver saputo che il circo che era in città in quei giorni non faceva spettacoli con gli animali; quello no, non lo avrei sopportato.
- Ciao Tanya. A domani. Ti passiamo a prendere verso le 20. Ciao piccolo. Dai un bacio, ecc. e qui i risparmio le solite scenette, risatine, facce buffe che si fanno ai bambini quando si vuole che con un bacetto o un sorriso vi confermino che gli siete rimasti simpatici.

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Il circo è un pò fuori città, ma impieghiamo poco per arrivarci. E per fortuna, perché il piccolo campione di freesbe era stato messo a conoscenza dalle due alleate del fatto che a me piace cantare e, soprattutto, che conoscevo tutta la canzoncina degli animali, quella dello spot in televisione. Si può immaginare il numero delle volte che mi ha chiesto di cantarla, con le mie ormai sempre più nemiche che ridevano a crepapelle.
Nel tendone grande grande, come lo chiama Marc, c’è molta gente, e per fortuna i nostri posti sono buoni, in prima fila, anche se laterali. Da lì possiamo avere vicino ogni tanto alcuni giocolieri e altri artisti. Io non amo il circo, ma non solo per gli animali, è che mi mette un pò di tristezza. Ho come l’impressione che dietro i sorrisi dei trapezisti, dei domatori e dei presentatori, ci sia una vita piena sì di sacrificio, ma anche di molto dolore. Ed intendo dire quel dolore interiore che si trasmette di padre in figlio, di famiglia in famiglia, quando si è costretti, non si sa perché, a svolgere ruoli obbligati. Ed il bello, si fa per dire, è che si ama questo modo di soffrire e ci si lascia trascinare senza mai ribellarsi, fieri del proprio ruolo e della propria immagine. E si sorride, apparentemente felici ed appagati, circondati da un tendone, o una roulotte, che sono la propria pelle, il proprio guscio, la propria madre, che non si ammira, forse si odia, ma che non si può lasciare. Perché comunque protegge, perché comunque fuori potrebbe essere peggio; si ha paura fuori dalla tenda, ci sono regole da rispettare, forse più difficili delle acrobazie su un trapezio.
Ed eccoli, finalmente, i trapezisti. Sono quelli che preferisco, mi affascinano da sempre. Atleti fortissimi ed aggraziati, che sfidano il vuoto per un applauso, che ricambiamo poi, sempre, con un sorriso.
Ed ecco di nuovo i clowns. Marc ride, anche se non capisce quello che dicono, ma non importa. Sono buffi, fanno cose buffe, sono proprio come dei bambini (tristi anche loro però). Fanno degli scherzi anche al pubblico, che ride di gusto e si coinvolge. Alcuni vengono fino da noi, altri fanno da spalla, restando più indietro. Hanno un compito di supporto, ma faticano con i tamburi, le urla e i balletti.
Ad un certo punto ad uno di loro sfugge una palla e corre a raccoglierla, verso di noi. Lo rimprovera un pò il capo clown e lui caracolla infastidito dietro alla palla che rimbalza proprio tra le mani di Tanya. Gliela porge, sorridendo ed indicando al piccolo il clown. Lui arriva, prende la palla rossa e fa per andarsene, quando il suo viso si gira verso il mio e si arresta, come folgorato, e mi guarda. Ho di nuovo la lastra di ghiaccio sulla schiena: è lui. E’ faccia da clown, il ragazzo della falegnameria, quello dell’altra sera che mi ha fissato mentre ero in macchina. E’ uno sguardo terribile, accentuato dal fatto che non ha una maschera, non ha quasi trucco, ma ha una faccia da clown ! E’ difficile dire quello che mi passa per la testa in quel momento, ma sicuramente so che non è di nuovo per niente piacevole. Mi guarda ancora, per un altro istante interminabile. Ha la bocca aperta e i suoi contorni sono quelli di una bocca che urla disperazione, dolore e chissà che altro. E i suoi occhi sono grandi, grandi come la sofferenza che c’è dentro. E mentre è lì, con la palla in una mano e l’altra per terra che lo regge, trema, e viene richiamato con durezza dal capo dei clowns: “Che fai lì impalato ? Ti sei addormentato ? Vuoi che ti veniamo a prendere a calci?”. Si gira piano e poi torna col viso a scontrarsi col mio sguardo, o a cercarlo, e i suoi occhi ora sono colmi di sofferenza, la sua bocca è ancora più aperta, come se volesse dirmi qualcosa. Ma sono di nuovo i suoi occhi a parlarmi: mi chiede aiuto ! Sì credo proprio che mi stia chiedendo aiuto. Ma perché a me ? E perché vuole aiuto?
Mentre penso a tutto questo, gli altri clowns lo hanno raggiunto e, scherzosamente lo prendono a calci nel sedere con i loro buffi piedoni. E lui scappa intorno al cerchio, salterellando come gli altri, che continuano a colpirlo. Fanno un giro tutti intorno e ci ripassano davanti. Qualche clown però mi sembra lo colpisca con forza, forse anche con cattiveria. Sembrano quasi schernirlo e lo apostrofano forte con frasi che fanno ridere il pubblico (e anche Marc), ma a bassa voce gli dicono cose terribili. Gli urlano “mostro”, “essere ripugnante”, “faccia di clown”, stasera ti riportiamo nelle fogne da dove sei venuto. Rimango attonito, sono sbalordito dalle cattiverie che ho percepito in quegli uomini, perché lo trattano a quel modo ? Che ha fatto di male ? Poi rifletto su quello che si vede in giro, su quello che si legge sui giornali, ripenso alle volte in cui anch’io, come tutti più o meno, ho avuto una sensazione di ribrezzo mista a paura forse, nel vedere persone deformi. Ma capisco, senza peraltro giustificare, che quegli uomini hanno trovato in lui il mezzo per sfogare forse le proprie frustrazioni, ed allora lo sbeffeggiano, lo colpiscono, lo ingiuriano. E la loro cattiveria gli fa male più del suo stato. Mentre corrono di nuovo davanti a noi, lui rivolge ancora lo sguardo. Ora sono sicuro: sta cercando aiuto. Da me ! Mentre agita il capo deforme, rotolandosi nella polvere, scorgo una lacrima sul suo volto. Quasi si ferma tremante come se volesse attendere che qualcuno la asciughi; come se aspettasse che qualcuno la porti via, per non farla seccare, per non farla morire.
Non so quanto siano rimaste colpite Tanya e Choco da quell’episodio. Ma visto che non ne hanno parlato, se non per dire che c’era un clown con un viso strano e che era in qualche modo brutto, capisco di aver visto io quello che lui mi ha chiesto di vedere. E, dopo aver accompagnato i nostri ospiti, mentre il ghiaccio sulla schiena si scioglie, cerco di prendere sonno.


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Il volo è alle 15.30 di sabato ed io e Choco ci siamo offerti di accompagnare Tanya e il bambino all’aeroporto. Sono stati molto bene con noi e Choco è contentissima di aver passato qualche giorno con la sua amica. Ed anch’io per la verità, messe da parte la mia solita “orsite” e la diffidenza, ho passato qualche serata diversa e simpatica e, sembrerà strano, un pò mi dispiace che partano. Anche se comunque domani sera c’è una partita importante ed un’eventuale intrusione di Marc gli avrebbe potuto far fare la fine del freesbe. Prima di andare all’aeroporto Tanya vuol comprare alcune cose da portare al suo compagno, ed allora ci fermiamo in alcuni negozi. Mentre Choco e Tanya comprano velocemente qualcosa io rimango in macchina con il “piccolo distruttore di CD”, che, dopo i primi 5 minuti in cui ride e scherza e mi chiede se andrò a trovarlo (e partirei subito, solamente per lo sguardo e la tenerezza con cui lo dice), comincia a sfoderare la quasi infinita lista dei “perché?” che hanno in dotazione tutti i bambini tra i 3 e i 6 anni. Esauriti i “perché” (ed anche le energie del sottoscritto) comincia a dare segni di insofferenza sempre più difficilmente controllabili, soprattutto per chi non è il genitore e non può certo “rimproverarlo” con toni troppo duri. Sono costretto quindi a portarlo dalla mamma, lasciando l’auto in “doppia fila”, cercando con lo sguardo di assicurarmi che i vigili non siano nei paraggi.
- Che c’è Marc ? – chiede Tanya un pò scocciata (ma tenera) con il bambino e un pò mortificata per avermi dato il pargolo in ostaggio.
- Forse è stanco o ha fame – dico in via interlocutoria, quasi per toglierle l’imbarazzo
- Ma se ha dormito e mangiato un’ora fa ! – dice Choco prendendomi in giro – non ne capisci proprio niente di bambini tu, eh ? – Ah, io non ne capisco niente – penso – ho risposto ad almeno 30 “perché?” in soli 10 minuti e quasi senza barare......
- Guarda che carina questa cornice – mi dice tirandomi per un braccio – starebbe bene nella camera dei tuoi, con quel mobile antico che hanno comprato.
- Sì, è vero, potremmo chiedere quanto costa; magari un altro giorno, altrimenti rischiamo di perdere l’aereo. E comunque io passo spesso qui vicino, tornando dal lavoro (e per un attimo mi torna in mente la prima volta che vidi Faccia di clown), posso fermarmi....
- Marc vieni qui – urla Tanya che non si era accorta che il bimbo si stava allontanando, ci sono le macchine.
- No, non attraversare!......ma Marc come tutti i bambini spesso fanno, sembra avere fretta di disobbedire alla mamma e di tornare alla macchina
Rimaniamo bloccati mentre il piccolo sbuca dalle auto posteggiate e si ritrova improvvisamente in strada. Tanya urla e un’auto arriva veloce e poi un’altra. Frenano, ma sembra tardi, Marc guarda l’auto che sta per investirlo con il pollice in bocca, come quanto guarda i cartoni in TV e il rumore dei freni taglia l’aria in stereo con il grido disperato di Tanya. Due braccia all’improvviso sollevano Marc che, protetto dal corpo di un uomo robusto, se la cava, rotolando incolume insieme all’uomo con la tuta azzurra, che gli ha salvato la vita mettendo a repentaglio la propria.
Corriamo dai due e Tanya stringe in braccio Marc coprendolo di baci e lacrimoni di disperato sollievo. Io e Choco aiutiamo l’uomo a rialzarsi e stiamo per esprimergli la nostra gratitudine per il coraggioso gesto, quando si volta verso di noi ed io faccio un salto all’indietro, quasi terrorizzato: è “faccia di clown” ! è lui ad aver salvato la vita al piccolo Marc, ed ora si rialza da terra, dalla strada dove io, pochi giorni prima, lo avevo visto con le assi di legno sulle spalle. Mentre Choco lo ringrazia e gli chiede se sta bene, se haa bisogno di qualcosa, io e lui ci guardiamo non sapendo cosa pensare e cosa dire.
Non c’era stavolta in lui lo sguardo che chiedeva aiuto, c’era un’espressione buona, quasi serena. Ma è stato un attimo. Tutto ad un tratto il volto ha cambiato espressione e, come se si fosse ricordato di essere chi era, si è alzato di scatto ed ha cominciato a correre, lasciandoci increduli.
- Ma dove va ? – dice Choco
- Aspetti, sta bene ? – ma lui corre, si volta e corre e si volta di nuovo mentre corre, lasciandomi lì con occhiate che sembrano sempre più vicine a quelle delle volte scorse.
- Ma chi era ? – mi chiede Choco
- Non so, davvero
- Ma perché è andato via così ? Sembrava che scappasse
- Non so...
- Ma che hai ? Sei strano....
- No, no.... è che quello che è successo...poteva finire male
- Beh, certo. Meno male che tutto si è risolto per il meglio. Stasera dormiremo sereni. La guardo sicuramente poco convinto....
- Ciao Tanya e a presto
- Ciao Choco. Grazie di tutto. Siete stati molto carini. Venite a trovarmi presto
- Sì te lo prometto. Saluta il tuo “scrittore” e la prossima volta venite insieme. E prima che Marc faccia il militare.....
- Ciao Tanya. Buon viaggio. Abbi cura di te e di Marc – le dico mentre il piccolo aspirante suicida mi sta sciogliendo i lacci delle scarpe...
- Ciao peste. Lo abbraccio forte e lo bacio mentre Choco mi guarda teneramente. Mi devo preoccupare?!!
Un’ora dopo la partenza siamo in centro e giriamo per negozi; tranquilli parliamo di Tanya e Marc. Compro il CD di Sting, ma forse non perché Marc lo ha rotto, ma perché mi fa pensare a lui....
E perché voglio cercare di occupare il più possibile la mente per non pensare al ragazzo con la faccia di clown.

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Quando compro il giornale, soprattutto nei giorni di festa, per abitudine leggo i titoli della prima pagina, mentre cammino per tornare a casa. E poi, sempre per abitudine, lo sfoglio velocemente per poi cominciare a leggere gli articoli dalla pagina degli spettacoli. Seguono, con rigorosa e immodificabile ordine, quella della cronaca locale e quella dello sport. Poi il resto, questo casualmente. Choco invece, appena rientro e poso il quotidiano, lo “rapisce” e lo sfoglia. Lei, assolutamente non abitudinaria come me, lo sfoglia, appunto, al contrario. Dall’ultima pagina fino ad arrivare alle prime. Chissà perché. Quando gliel’ho chiesto, ha sempre glissato un pò; forse perché sa che è una cosa strana e non sa veramente qual è il motivo. Però una cosa, ad un abitudinario e meticoloso lettore, dà fastidio: leggere il giornale ripiegato male, con i fogli che si girano male e sembra quasi che soffrano, e mi chiedano di piegarli (non posso certo stirarli, se no mi ricoverano) perché vogliono sovrapporsi l’uno all’altro senza essere accartocciati e diventare alti come un libro rovinato. E’ tragico poi al mare, dove c’è sempre vento; lì è quasi impossibile riuscire a girare le pagine e a volte si torna con qualche foglio in meno, volato a fare compagnia a qualche ombrellone o a qualche materassino. Ma qui mi sento capito, visto che trovo molti alleati che lottano, sudati, sui propri asciugamani o tornano spesso abbronzati solo per metà, perché hanno trovato la “posizione giusta” supini con il giornale verso l’alto che rigorosamente protegge dal sole. Choco mi prende in giro e, forse, un pò di ragione ce l’ha. E allora mi sforzo di non “stirare” il giornale appena comprato dopo che è stato letto da lei (al contrario poi...), anche se ogni tanto, passando, lo guardo che è lì, poggiato sul tavolo, che soffre, gonfio e gualcito, come dopo una cena poco contenuta e una notte un pò insonne.
- Oh, ma sempre le stesse notizie da un pò di tempo!
- Non c’è niente di interessante – dice Choco, che però è ancora a metà giornale e deve arrivare alle pagine principali.
- Ma no, non è vero – le rispondo – oggi c’è un’intervista all’allenatore della Nazionale di calcio...
- Scemo! ! Scherzi e basta tu ! Ma quando cresci?
- Io, eh ? – rispondo proteggendomi dai cuscini che arrivano a raffica dalle mani di Choco, che è piccolina di statura.... ma rabbiosa (soprattutto quando la stuzzico così)
- Dai fammi leggere quel che resta del giornale – le dico dopo aver messo a posto i cuscini – tanto la pagina dei pettegolezzi l’hai già vista, no?
- Tieni pure, uomo di cultura, leggi, leggi.... – è ancora un pò incazzata e decide di fare uno shampoo (lo fa spesso quando le gira male o ha mal di testa)
E’ vero comunque che negli ultimi giorni gli articoli sembrano i riassunti dei giorni precedenti e che non c’è niente di particolarmente interessante (a parte l’intervista all’allenatore della Nazionale...), e sfogliando dall’inizio leggo le prime pagine (che Choco chiaramente non ha visto per tirarmi i cuscini) e quando arrivo alla pagina della cronaca nera vedo la sua foto. E’ lui; in un primo piano inquietante sotto il titolo che dice: “arrestato il maniaco della scuola materna”. Leggo incredulo l’articolo, che descrive l’arresto del “mostro” che terrorizzava i bambini. Sembra infatti che un tizio negli ultimi mesi si appostasse fuori dal giardino della scuola elementare e, con varie scuse, riuscisse ad avere contatti con i piccoli offrendogli caramelle, cioccolatini e altro. Si suppone che le “molestie” non si siano fermate alle carezze e ai baci nel giardino, ma che in altre situazioni e luoghi il “mostro con la faccia da clown” abbia abusato di bambini adolescenti.
Certo, sono a dir poco sorpreso. Mi sembra impossibile che lui, con quello sguardo triste e che chiedeva aiuto, lui, che soprattutto aveva salvato il piccolo Marc rischiando la vita, sia il “mostro della scuola”. No, non ci credo. E mi sembra quasi, leggendo il resto dell’articolo e le interviste agli psicologi di turno, che in queste circostanze assurgono ad assoluti depositari della verità, mi sembra, dicevo, che sia stato trovato un perfetto capro espiatorio. Chi meglio di lui, abbastanza povero, deforme e sconosciuto, operaio e clown clandestino, potrebbe essere accusato di tali infamie ? Sarebbe perfetto per la polizia.
- Ci sei rimasto male, vero ? – dice Choco all’improvviso, come se mi stesse osservando da un bel pò leggendomi nel pensiero
- Ma tu che ne sai ? Non l’hai letto?
- Quando sei uscito per comprare il giornale ho ascoltato un servizio alla radio e ho capito di chi si trattava. Non ti ho detto niente, perché l’altra sera al circo e anche dopo il mancato incidente ho capito che le tue stranezze degli ultimi giorni erano dovute a quel ragazzo, a quell’uomo. Ma quanti anni avrà poi?
Penso a quanto è vero che le donne hanno innato un sesto senso. Credevo di non aver lasciato trapelare il mio stato di agitazione ed invece Choco aveva capito tutto.
- Ma tu cosa ne pensi ? – le chiedo sperando in una conferma ai miei dubbi.
- Non so. Certo, ripensando a quello che ha fatto l’altro giorno rischiando di morire, mi sembra un’assurdità che sia lui il “mostro”
- Però ? – le chiedo – perché non mi sembra proprio convinta
- Però è stato anche strano come ci ha guardato mentre si rialzava da terra e il modo in cui è scappato. Sembrava che avesse paura di noi ! Paura forse che gli potessimo creare problemi. Forse aveva la coscienza sporca. In fondo aveva salvato proprio un bambino.
- Ma è questo l’assurdo ! Che vuoi dire, che l’ha salvato per poi molestarlo ? Ma andiamo, è ridicolo ! Per poco non muore sotto un’auto. Non cominciare anche tu con i risvolti psicologici del presunto pedofilo sbattuto sul giornale, eh!
- No, no, non ti arrabbiare ! Non lo sto accusando di certo, ma devi ammettere che è un personaggio molto particolare e misterioso. Per molti aspetti si presta ad essere coinvolto in una situazione del genere.
- Vabbè, basta, dai, non è il caso di parlarne ancora. Non sappiamo niente. Ma ti rendi conto che lo processeranno per direttissima fra pochi giorni e, sono sicuro, lo condanneranno all’ergastolo. Sarà chiuso dentro una prigione. E tu sai cosa fanno gli altri detenuti a quelli come lui, sì ? Oltre ad essere deforme sarà considerato un maniaco che stupra i bambini. Ti rendi conto ? Choco non mi risponde. Capisce che sono profondamente inquieto e preferisce defilarsi in bagno con la scusa di una doccia.


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Sarei esagerato nell’affermare che il pensiero della situazione di Faccia di clown non mi faceva dormire o stare sereno, ma effettivamente mi capitava di pensare spesso a lui e a come sarebbe stato possibile “salvarlo”. E se sarebbe stato giusto salvarlo. Spinto da questi pensieri a cui non trovavo soluzione, un giorno, tornando dal lavoro, passavo nella ormai per me famigerata strada. Quella che per me è ormai la strada di Faccia di clown. Dove lo avevo visto la prima volta sotto la pioggia e dove lo avevo rivisto nel giorno in cui salvò il figlio di Tanya. Ogni volta che passavo lì il pensiero era più forte, ogni metro che facevo il mio cervello si riempiva di più. Avrei voluto sempre di più che avessero già inventato il “bip”. Quindi anche l’altro giorno, mentre i miei pensieri inseguivano i metri che scorrevano sul mio contachilometri, mi sono ritrovato davanti alla falegnameria dove lui lavorava. Ho rallentato per guardare dentro come se cercassi delle tracce naturalmente inesistenti. All’ennesimo clacson, invece di premere sull’acceleratore, mi accosto e poi parcheggio. Ho trovato una scusa per entrare nel negozio. Decido di far finta di essere un cliente. Ma chi me lo fa fare ? Mi ripeto mentre attraverso la strada. Ma non esiste una risposta. Ma cosa penso di trovare là dentro ? Ed a questo, per quanto strano sia, una risposta la do, almeno credo. Voglio vedere lì dentro cosa c’è, se c’è un qualche cosa che mi possa dare un indizio, che mi possa convincere della sua innocenza. O al contrario. Ma io non sono certo un commissario di polizia. Che indizi spero di trovare ? Sono solo piccoli particolari che servono a quella parte di me che in questo periodo non sta vivendo bene, che sta cercando qualcosa. E poi voglio vedere di persona il suo datore di lavoro, i suoi colleghi. Eh, sì, perché le interviste che hanno rilasciato sul suo conto non sono state certo edificanti. Ne hanno parlato in maniera tale da accentuare i sospetti degli inquirenti. Ma credo lo abbiano fatto per “liberarsi” il più possibile da qualsiasi eventuale coinvolgimento, personale e soprattutto del nome della ditta. Ma non ci sono andati leggeri. Ed è facile parlare di una persona (o di un mostro?!) in maniera tale che tra le righe si legga che c’è qualcosa di poco limpido. Entro quindi già prevenuto e all’uomo che mi si presenta davanti mi rivolgo forse con un tono poco amichevole, anche perché mi dà l’impressione di essere un tipo scorbutico.
- Buonasera. Vorrei alcune informazioni sui prezzi del parquet.
- Si. Che vuole ? – infatti è scorbutico e neanche risponde al mio saluto
- Vorrei avere qualche indicazione sui prezzi, sui tempi di installazione, il costo della manodopera...
- Sì, vabbè, ma quanto gliene serve ? – sempre con tono scostante
E lì cominciamo a parlare entrando nei dettagli. Ma non ascolto quasi le risposte che mi dà. E’ quasi come se cercassi di capire qualcosa, come se volessi leggere dalle sue labbra altre parole. Parole che dicono di lui, di “Faccia di clown”. E mi estranio al punto che è il tizio a risvegliarmi.
- Allora ? – dice un pò scocciato
- Ah, sì... e lei che mi consiglia ? – chiedo, cercando di riprendere in mano la situazione, senza far vedere il mio imbarazzo e il mio nervosismo, mentre faccio cadere un portapenne.
- Io direi che le converrebbe....
- Ma fate anche cornici ? – lo interrompo, fregandomene completamente del legno, del parquet e dei prezzi.
- Sì facciamo tutto quello che si può fare con il legno
- E’ veramente bella questa cornice – dico mentre mi alzo verso una grande cornice in legno che contiene una fotografia.
- Sì – dice lui, un pò gratificato dal complimento e un pò incuriosito dal mio strano comportamento – è di un legno pregiato che faccio venire dalla Svezia.
- E’ la sua squadra ? – chiedo ormai ipnotizzato dalla foto che ritrae uomini in tuta azzurra, operai, abbracciati e disposti a mò di squadra di calcio intorno a lui, che a questo punto mi convinco sia il responsabile.
- Si sono gli operai che lavorano con me – risponde sempre un pò sospettoso (e sempre un pò antipatico, come all’inizio)
Non mi interessa niente della cornice, del legno svedese, dei suoi operai, tranne che, in ultima fila, scorgo lui, un pò defilato e l’unico che non è abbracciato agli altri compagni. E anche lì il suo sguardo è pietoso, triste, ma è più forte e più vicino anche di quelli in primo piano, che all’improvviso vedo sfocati come il resto della fotografia tranne il suo volto. Il suo volto che, sembra assurdo, mi guarda. Mi guarda come le altre volte e sembra di nuovo che mi chieda aiuto.
Ciò mi turba non poco e mi allontano dalla foto. Vorrei chiedere qualcosa di lui al titolare della ditta – che intanto mi osserva dubbioso -, ma a che titolo ? E poi non voglio più sapere niente. Esco dal negozio salutando a voce bassa. Risalgo in auto sentendo da lontano qualche parola di commento del tizio, sempre più stupito ed infastidito e torno verso casa. Con in mente la fotografia.

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- Ciao, finalmente ! – dice Choco mentre mi scivola addosso e mi bacia
- Dove sei stato tutto questo tempo ? Mi hai chiamato più di due ore fa dicendomi che stavi arrivando!?
- 2 ore fa ? Non mi sembrava così tanto..... – e me la lascio scivolare addosso sempre di più; è così affascinante stasera.
- Dove sei stato ? Hai una faccia misteriosa.... – dice con sguardo malizioso
- Ah, sono passato in quel negozio di dischi perché cercavo....
- Ma che cercavi ? Anzi chi cercavi ? Non è che hai accompagnato qualche tua collega a casa?
- Ma che dici?! ! Sempre con questa storia.... Lo sai che non farei mai niente di male....con una collega!
- Oh, sei sempre più st.... – e quando vedo che si avvia verso i cuscini che di soliti mi tira addosso quando la faccio arrabbiare, la fermo con una mano stringendole il braccio e passandolo dietro il mio collo.
- E’ inutile che fai il “micione”!... tanto non attacca. E che cos’è questo profumo, di chi è?
- Ma quale profumo?
- Mah, sembra un profumo un pò acre – fa la finta gelosa, comunque che so, tipo legno, sandalo... ma dove ti ha portato?
- Beh, ha un’impresa di legno, porte, parquet....
- Scemo – e la cuscinata ora mi arriva veramente
E mentre cominciamo la “guerra punica” a cucinate, comincio a dimenticare tutto il resto.......

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Sono passati meno di 2 mesi e sono seduto in un’aula di tribunale. Cosa mi ha spinto non lo so. E non voglio saperlo. Non ne ho neanche parlato a Choco. Ho preferito tenerla fuori da questa storia e dalle mie “turbe” interiori. Forse ho sbagliato; mi sarebbe servito parlarne con lei. Anche perché se è vero che è un pò impulsiva, quando si tratta di decidere qualcosa ragionandoci sopra, riesce ad essere molto razionale e, spesso, ci vede lungo, come si dice, ha quella specie di sesto senso, di sensibilità particolare (a volte un pò mi spaventa per questo) di cui sono dotate buona parte delle donne.
Ma stavolta ho sentito questa “cosa” come mia, forse rendendomi conto della sua stranezza ed anche che era giusto viverla in silenzio
E non vorrei esagerare dicendo che nell’attesa che il processo cominci e lui entrie in aula, sono in vera trepidazione. I sintomi dell’ansia ci sono tutti, le mani sudate e il respiro difficoltoso e tutto il resto mi confermano (qualora che ne fosse stato bisogno) che io in tutta quella storia c’entro qualcosa. Nell’attesa i pensieri si accavallano e non riesco a fermarli.
Ancora una volta mi capita di pensare al famoso “bip” che ancora nessuno ha inventato.
All’improvviso, proprio come un “bip” molto rumoroso, il fragore dell’entrata in aula del giudice, dell’imputato, degli avvocati e il rumore di fondo dei presenti (addetti ai lavori e non, curiosi di vedere il mostro) mi solleva dal peso dei miei pensieri ed il mio sguardo si concentra su di lui. Ma il suo no. Questo mi sorprende. Non mi guarda mai. Mi sembra strano che non si sia accorto della mia presenza in aula, anche perchè nelle sedute dei giorni precedenti deve per forza avermi notato, visto che a volte mi sembrava che ci fossi solo io, tanto era semi deserta l’aula del tribunale.
Fino all’ultima udienza non mi rivolge lo sguardo. Ma penso che forse non lo alzò mai, non avrebbe sopportato tutti quegli occhi puntati addosso, laser brucianti su ferite già roventi. Quando il pubblico ministero si alza per l’ultima arringa, sento pervadermi da una sensazione di paura. Avevo paura che lo condannassero, avevo paura che lo scagionassero, avevo paura.
E il mio stato di terrore che cercavo di tenere sotto una soglia sopportabile, viene scosso ancora di più ad una frase del pubblico ministero (che ormai era solo un’introduzione ad una condanna più che sicura) “.... e dopo questo chiaro disegno- dice il giudice - l’imputato non può non essere condannato alla più severa delle pene previste dal nostro codice, in ottemperanza di..... e pertanto io vorrei che una persona, una soltanto, alla mia domanda (e l’enfasi dell’avvocato cresceva sempre di più come i battiti del mio cuore): se avete un dubbio, un dubbio forte che questo uomo sia un mostro, che sia capace di fare del male, e soprattutto a dei bambini indifesi, una persona almeno dicevo, vorrei che dicesse “io ho un ragionevole dubbio che quest’uomo sia un mostro, un assassino, un perverso, una persona cattiva.
E queste parole sembravano ad una ad una alzare lo sguardo del ragazzo con la faccia di clown. Sguardo che ora (finalmente?) si rivolgeva a me.
Sembrava che con il suo modo di guardarmi commentasse le parole “mostro” “assassino”, “cattivo”, ecc. che il pubblico ministero pronunciava.
Sembrava chiedermi ora di dire: “sì, io potrei affermarlo”. La mia bocca si sforzava di muovere le labbra per pronunciare un semplice “sì”, le mie gambe impietrite avrebbero voluto alzarsi per dare forza alla mia voce e colmare il suo sguardo. Avrei potuto salvarlo, forse, dicendo una semplice frase, insinuando un dubbio, raccontando di quello che aveva fatto quel giorno, quando aveva salvato il piccolo Marc. Forse sarebbe servito a fare indagini più approfondite, visite psichiatriche più accurate e meno di parte. O forse no. Però forse avrebbe comunque aiutato lui, che per la prima volta nella sua vita non si sarebbe sentito tradito da un essere umano. Sarebbe bastato che io dicessi “sì”, o qualcos’altro, che mi alzassi o facessi un rumore, che, attirato dal suo sguardo che chiedeva, parlassi. Non lo feci. E ancora oggi non so perché.