Applausi - di AC
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/05/2008 alle ore 21:49:52
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“Sembra che questo sia veramente il mio destino.”
Il braccio sinistro serrato attorno alla gola dell’altro; la mano destra che stringendo in maniera spasmodica il manico del coltello, spinge con tutta la forza del braccio e della spalla destra, aggiungendo una lieve torsione del busto per fare in modo che la lama perfori in profondità, senza lasciare alcuno scampo, così da soffocare anche l’ urlo di sorpresa e dolore che nasce per subito spegnersi, e che sa essere tutto negli occhi della sua vittima, di cui guarda la nuca sudata.
Sudore.
L’uomo che stringe a se come se da esso dipendesse la sua vita, mentre invece è il contrario, suda abbondantemente squarciando con il suo odore acre la sottile cortina di freschezza creata probabilmente solo poche ore prima, da colonia di ottima qualità.
Suda, come unico mezzo espressivo di protesta. L’unico rimasto, perchè il braccio che strozza una voce flebile premendo e costringendo il collo, ed il coltello piantato e girato da una forza improvvisa ed incontrastabile, hanno tranciato ogni altro possibile mezzo di comunicazione.
Il viso, ancora.
Il viso forse si.
Il viso che non vede - forse, certamente - comunica istintivamente ciò che l’uomo prova, senza alcun bisogno di controllo: sorpresa, dolore, smarrimento, e quella strisciante consapevolezza che nulla può più essere fatto.
“Sembra che questa sia veramente l’unica strada che posso percorrere”.
Allenta la stretta del braccio sinistro, scostandosi dalla schiena della sua vittima, non più aderendo ad essa con il petto. Lo sente umido. E’ sudato anche lui: e la reazione del suo corpo è forse paragonabile a quella dell’altro, del corpo che ha lasciato andare ai propri piedi, afflosciato dapprima sulle ginocchia e poi sul viso, con il pugnale immerso sino al manico nella schiena, tra costola e costola, appena sotto la scapola destra.
Suda, ed il suo sudore esprime l’ineluttabilità dell’azione che il proprio corpo ha dovuto compiere; e suda, perchè non ha altro mezzo di esprimere il proprio dissenso alla casualità – che troppo spesso si ripete per essere chiamata ancora casualità – di quella situazione. In questo i due corpi, quello del morto e quello del vivo, si somigliano: Nessuno dei due ha avuto scelta, subendo entrambi la volontà di una mente sommersa da miriadi di pensieri, ciascuno con voce propria.
E tra questi uno affiora, che impone al corpo di ubbidire.
“Ho impiegato troppo tempo”.
Non è vero.
L’avvicinamento è durato poco meno di un minuto, scattato quando l’altro ha scelto una via traversa invece di quella più frequentata; la costrizione appena una manciata di secondi. Non vi è stato motivo di lotta, o di un movimento inconsulto, di uno scatto: il braccio a ghermire l’inconsapevolezza dell’altro tirandolo a se, approfittando dello sbilanciamento dovuto alla sorpresa; l’appoggio al proprio petto e la pugnalata finale sono stati atti distinti di una unica azione fluida ed armoniosa, naturale. Lo scorrere dell’acqua lungo una parete liscia. E scorre infatti il sangue fuori dalla ferita, insozzando la giacca con il suo colore evocativo ed immondo, capace di richiamare la più ancestrale delle paure.
“Non posso fare altro”.
Afferma ancora, scavalcando il corpo lasciato li dove è caduto, come se quello fosse il luogo, la posizione e la compiutezza di una intera vita. La fine di passi di danza che hanno lasciato, li dove poco prima erano due, uno.
Muove le dita della mano destra, anchilosata per la spasmodica stretta che sino a pochi istanti prima la impegnava. Tra di esse percepisce qualcosa di viscoso, di caldo e familiare.
“Sangue, ancora”.
Mormora, intascando la mano e lasciando il vicolo che è stato teatro ed unico spettatore di una tragedia silenziosa e casuale, immettendosi nella grande via anch’essa teatro di una tragedia che invece continua, muta, insieme ai suoi attori e spettatori che con sovente inconsapevolezza si scambiano i ruoli. E gli uni senza gli altri non potrebbero esistere: perchè laddove non vi è spettatore, l’azione è come non avesse preso le mosse; e senza azione lo spettatore non ha ragione di esistere.
Di pari passo, di mutuo accordo, la moltitudine di Io avanza in ogni direzione senza tuttavia avere in mente quale sia la propria, la vera, l’unica. Ed anche lui, con loro, come loro, lascia ormai il suo ruolo di attore per vestire quelli di spettatore.
Lontano, forse solo nei remoti angoli della mente eccitata: Applausi.
