Un valido motivo - di Gioacchino De Padova
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/12/2006 alle ore 18:09:24
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Che siamo in piena estate lo si può capire semplicemente guardando il mio braccio sinistro.
Duecento chilometri al giorno in automobile per questioni di lavoro mi hanno reso bicolore, col viso e il braccio cotti dal sole e il resto di un colorito pallido.
Duecento chilometri al giorno durante la settimana per questioni di lavoro e duecento chilometri alla domenica per venirti a chiedere il permesso di stare qualche ora con nostro figlio. Quel figlio tanto cercato, per il quale desideravi occhi come i miei, labbra come le mie e un sorriso che fosse uguale al mio. In effetti mi assomiglia molto, ma non sono io che lo accompagno a scuola tutte le mattine come avevamo tanto fantasticato prima della sua nascita. Accanto a lui c’è un uomo che mi auguro non arrivi mai a chiamare papà. Il tuo nuovo compagno, l’uomo forse più odiato al mondo. E non tanto perchè occupa per te quel posto che un tempo era stato mio e che avrei perso, ormai, anche senza la sua presenza; quanto perchè, senza neanche desiderarlo veramente, si nutre quotidianamente dell’affetto di quel ragazzo.
Ero io ad averne diritto! Hai ragione tu quando dici che la colpa è stata mia, che per troppo tempo ho ignorato quelle tue parole: "Tu non ci sei mai, per te non conto più nulla, mi consideri come un bene acquisito".
Non era vero, ma non sono stato capace di fartelo capire. Fino a quelle parole: "Non ti amo più". Quattro parole semplici, lineari, che non ammettono replica. Quattro parole che cambiano il senso di tutta la vita. Quello che è successo dopo è meglio dimenticarlo: dieci anni ad amarsi e due per cercare di non ricordare più nulla. A lui però non posso rinunciare, così sto tornando a casa dopo averlo abbracciato come tutte le domeniche, consapevole che sette giorni rappresentano un tempo interminabile. Il braccio sinistro fuori dal finestrino, il destro sulla leva del cambio e la mente che naviga in pensieri proibiti, intorno a tutto quello che poteva essere e invece non è stato. Ripensare a quelle tue parole mi lascia ancora una sensazione di angosciante sorpresa. La stessa sorpresa che sto per provare adesso nel vedermi spuntare da quella curva un’altra automobile proprio nella mia corsia. Un’automobile con padre, madre e figlio che tornano a casa dopo la gita fuori porta. Stanno ridendo e lui ha davanti quattro ciclisti, di quelli con le tute sponsorizzate, che hanno cinquant’anni, ma pedalano uno a fianco all’altro come fossero sull’ultimo rettilineo della Milano Sanremo e se gli suoni col clacson si incazzano pure. Il padre di famiglia, guidatore distratto, invece non ha suonato. Ma proprio in curva doveva tentare il sorpasso? Ecco davanti a me la sorpresa. Padre e madre stanno ridendo e non si sono accorti di nulla, però il ragazzo seduto dietro ha cambiato espressione e sgranato gli occhi. Deve avere l’età di Francesco, nove anni al massimo e gli assomiglia anche un pochino. Freno immediatamente, ma non posso fare di più; certo che potrei tenermi forte al volante: con cinture allacciate, l’airbag ed un’automobile senz’altro più robusta della loro me la dovrei cavare. Ma voi tre, guidatore distratto, che fine farete dentro quella scatoletta?
...Con la vita pare che si spengano anche i rancori, perciò non ti dirò che le ultime parole che sono transitate nella mia mente sono quel "Non ti amo più". L’ultima immagine, però, sono stati gli occhi di nostro figlio, tanto simili a quelli del ragazzino dentro l’utilitaria. L’ultima immagine prima della mia decisione improvvisa: quel tentativo estremo di evitare l’impatto, quel volo fuori strada aperto a mille conseguenze e per il quale potevo anche essere più fortunato. Ma è durato tutto pochi istanti: il tempo di rivedere il volto di nostro figlio, di rivivere un rimpianto. Il tempo di pensare a una famiglia felice che torna a casa dopo la gita fuori porta.
Padre, madre e ragazzino di nove anni.
Un valido motivo per morire.
