Tramonto sul lago - di Francesca Strufaldi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/03/2009 alle ore 15:31:55
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Era nato un anno e tre giorni prima di me. Gli piaceva farmi i dispetti, prendermi in giro. Giocavamo insieme, spesso a pallone, mi metteva in porta e provava tutte le tecniche nuove. Mi tirava spesso le trecce, e quando iniziai la scuola elementare, mi rincorreva per i corridoi tra le classi. Eravamo cresciuti insieme, uniti in ogni momento della nostra vita: eravamo stati noi i fondatori del nostro gruppo storico.
Il mio orologio segnava circa le sette di sera quando incontrai di nuovo Alberto. Erano passati tre anni dall’ultima volta che l’avevo visto.
Pioveva, era una sera d’autunno, e tutti chiacchieravamo distratti in tavoli diversi nel solito bar. Ognuno coi suoi problemi, chi più gravi, chi meno. C’era chi aveva paura di finire fuori corso, chi di essere scoperto dopo aver tradito, chi di perdere l’amore della sua vita, chi di andarsene. Tutti con uno comune. Era entrato di botto, si era seduto al mio tavolo, gli avevamo fatto spazio senza indugi. Era pallido, sembrava non dormisse da notti. Probabilmente era così. Tremava, c’è chi ha continuato a sostenere per anni, a causa del freddo. Sapevo che non era così. Era un tipo dalla battuta facile, Alberto non lasciava che una giornata partita male finisse allo stesso modo. Era di quelli che credono che la vita vada presa in mano, non lasciata scorrere via; “non dimentichiamoci che dal temporale nasce l’arcobaleno” ci ripeteva. Quella notte ci guardava come se si fosse perso, come se non sapesse chi fossimo, anche se eravamo il solito tavolo da cinque. Il problema credo, era che Alberto non sapeva più chi fosse lui stesso. D’un tratto mi strinse forte la mano, iniziò a parlare. Un viaggio. Biglietto di sola andata. Un’avventura. Ripartire. Sussurrava, e non riusciva a guardarci negli occhi. Osservava solo un pezzo di carta che rigirava nella mano destra. Mentre le sue parole ci entravano dentro, fuori iniziava a piovere più forte, e io, una volta a casa, iniziai a chiedermi se veramente fosse stata una coincidenza. Ho smesso di credere alle coincidenze quella notte. Credo che esista un destino, un destino che ogni tanto fa sorprese, un destino che ci lascia a bocca aperta, un destino che ci fa piangere, un destino che odiamo. Possiamo cambiarlo, a volte, ma comunque questo destino semplicemente c’è.
Il suo volo partiva alle dieci del giorno dopo, e non potevo non andarlo a salutare. Mentre salivo in macchina, consapevole che nel caos dell’aeroporto avrei potuto non vederlo, e quindi il mio viaggio sarebbe potuto essere inutile, capii che dovevo andare comunque. Il mio migliore amico stava per partire, avrebbe fatto un volo di 14 ore e io, dalla mia parte, non sapevo quando e se sarebbe tornato. Guidare di mattina è bellissimo, l’ho sempre fatto raramente, ma è una sensazione indescrivibile. La strada che ti scivola sotto le ruote, l’auto che sembra andare da sola, l’aria frizzante che entra dal finestrino. La solita canzone che mi faceva compagnia risuonava in auto. Ancora oggi ne so il testo : era la nostra canzone: mia, di Alberto, di lei, del nostro gruppo. Ci piaceva cantarla per ore, di notte sotto le stelle, di giorno vicino al mare. Eravamo stonati come campane, eppure ridevamo, ci prendevamo in giro, ci mettevamo l’enfasi dei cantanti. Era la nostra canzone, la canzone chi ci aveva segnato tutti a suo modo, la canzone che era un po’ come noi: per sempre.
Se ne stava con sua madre al bar quando lo vidi prima del check-in: sembrava rilassato a differenza della sera prima. Forse credeva che l’Oceano avrebbe creato una distanza tanto grande coi suoi problemi da dimenticarli. Incrociammo d’un tratto gli sguardi per un attimo. Alberto mi sorrise, timido forse per la prima volta. Mi avvicinai senza dire una parola. L’abbracciai forte, più forte che potevo. In queste occasioni so che si portano i fiori, una lettera, una foto. Io con me non avevo nulla. Lo guardai negli occhi: “Ricordati di me, di noi”. Sorrise, sincero. Sorrise, e in quel sorriso ci colsi tutto quello che in anni di amicizia non mi aveva mai detto. “Tornerò. Ci rivedremo. Ciao piccolina!” Piccolina. Mi ha sempre chiamata così. Quando lo ero davvero, quando lo ero rimasta solo ai suoi occhi. Salutai sua madre e mi sedetti nascosta dal suo sguardo. Lo vidi che faceva il check-in, lo vidi che andava nel terminal, vidi il suo aereo decollare. E con lui, i sogni che aveva costruito e poi il destino, appunto, gli aveva portato via.
Iniziarono a passare i mesi, lenti , maledettamente lenti. L’università mi occupava tantissimo tempo, le uscite col gruppo non mancavano e poi conobbi lui. Lui che mi insegnò per una seconda volta nella vita cosa volesse dire amare ed essere amati. La mia vita si stava completando. Poi un pomeriggio, un messaggio. Mi aspettavo fosse lui, e invece era Alberto. “Te l’avevo promesso, sono tornato. Ci vediamo al porto.”
In realtà non era un vero porto. Era una delle classiche staccionate che si vedono nei film su un laghetto, dove da piccoli giocavamo, dove da ragazzi ci baciavamo coi fidanzatini, dove io anche se cresciuta, avevo portato il mio lui. Era un posto speciale, un posto dove noi del gruppo ci sentivamo a casa, dove sapevamo che non poteva accaderci nulla.
Era tardi, dovevo uscire con lui, eppure sapevo che dovevo rivedere Alberto. Non c’eravamo cercati per tre anni. Saperlo a così tanti chilometri di distanza mi faceva star male, non volevo sentirlo. Non perché fossi arrabbiata, sapevo che doveva fuggire. Ma non lo volevo se non potevo averlo accanto. Non c’era stato giorno in cui io però non l’avessi pensato.
Stava seduto sulla nostra panchina, la panchina su cui erano incisi tutti i nostri nomi. Anche il mio, affiancato da quello che era stato il mio primo amore. Alberto teneva una lettera tra le mani, la stessa di quella sera, la stessa che spuntava dalla giacca la mattina all’aeroporto. Guardava il vuoto, sorrideva. Chissà cosa stava pensando.
“Ti piace proprio questo posto eh?” Furono queste le prime parole che gli dissi dopo tre anni dalla sua partenza. Quasi strappato ai suoi pensieri, mi sorrise. Incredulo, forse, che l’avessi raggiunto così rapidamente. “Ciao Virginia..” ci abbracciammo. Non ci demmo uno di quei baci senza senso, di quelli che si danno le amiche per salutarsi e sembrano si diano un addio quando invece sanno di rivedersi il giorno dopo. Ci abbracciamo, e rimanemmo immobili così per qualche secondo. Il suo odore era finalmente nitido nei miei pensieri, di nuovo, non si limitava a essere un ricordo che iniziava a sbiadirsi. Mi sedetti poi accanto a lui.
“Allora cosa hai fatto in tutto questo tempo?” la mia domanda era generica, forse troppo, considerando che “questo tempo” erano più di mille giorni.
“Da una parte ho provato a dimenticarla, dall’altra ho fatto di tutto perché non accadesse. Il ricordo di lei è una spada nel cuore che ogni volta fa più male, ma la mia vita senza il ricordo di lei.. sarebbe come un giardino senza il fiore più bello. Così ho lottato per tre anni con me stesso, coi miei sogni infranti, con le nostre illusioni, coi nostri ricordi. I ricordi sono stati i miei migliori amici e i miei peggior nemici. Non bussano mai sai? Prepotenti. Arrivano quando meno te l’aspetti e non puoi non farli entrare. Non puoi non viverli. Sono stato male Virginia, come non credevo possibile.”
"e poi?"
"e poi ho capito che la cosa più bella che mi è capitata era stare in silenzio davanti a lei, guardandola negli occhi, senza dire, senza pensare niente... o forse pensavo tutto. sai, non l’ho mai capito. Mi piaceva osservarla, avevo imparato il suo viso a memoria. Lunghi boccoli castani, simili a quelli che hai tu quando piove. E occhi verdi come l’acqua del mare della Corsica. Profondi. Era ingenua, non si chiedeva cosa provassi mentre la guardavo,o forse lo sapeva già, oppure aveva paura di saperlo davvero. Provavo tutto mentre perdevo i miei occhi nei suoi. Guardarla era come guardare l’alba. Odorarla era come starsene in un giardino a primavera. Viverla... viverla era più di ogni altra cosa. Mi faceva arrabbiare, lo ricordi anche tu no? Ma quando io l’avevo davanti, quando potevo starmene senza parlare davanti a lei e impararne i lineamenti a memoria, o meglio, ripassarli, perchè già li sapevo.. bè, capivo che ogni litigata del mondo, anche quelle che sarebbero dovute ancora arrivare, sarebbero valse la pena per fare pace e ritrovarmi nuovamente così.."
Il mio silenzio. Una lacrima. La sua. Lo guardai negli occhi. Per tre anni si era tenuto tutto questo dentro. Gli strinsi forte la mano.
"Alberto..l’amavi.."
"Dipende cosa intendi per amore.. se per te amore è anche solo non stancarsi di ascoltare il respiro dell’altro allora sì. Se amore è sorridere al solo pensiero di lei, allora sì, l’amavo da sempre. Se amare è pensarla, pensarla ogni momento, sentirne la mancanza ogni giorno, allora l’amo ancora. Era diventata la ragione delle mie lacrime, dei miei sorrisi, del mio stare bene e male. Con lei un attimo era come stare in paradiso, quello dopo l’inferno. Non ho conosciuto il purgatorio con lei. Virginia, lei non sapeva cos’era il purgatorio. Una come lei o l’amavi o l’odiavi. Lei non stava zitta, lei diceva la sua, lei sapeva stupire. E io l’amavo. L’ho sempre amata. Già da quando venivamo qui, bambini, e buttavamo le nostre barchette di carta in acqua. Non sono riuscito a dirglielo, ma l’amavo..e l’amo ancora. Se solo mi sentisse.."
La mia mano lo strinse più forte.
“Vedi Virginia, quella sera, la sera che ho deciso di partire.. avevo letto una lettera. Me la scrisse lei, Carolina, prima di andarsene per sempre. Prima di lasciarmi” .
Alberto aprì la mano per un attimo. Un pezzo di carta consumato dal tempo si fece vedere. “Leggi, ti prego, leggi.”
Presi il foglio tra le mie mani, come fosse di cristallo, come se potesse portarmelo via un soffio di vento. Avevo paura di fargli male, come se tra le mani avessi avuto lei.
“Ascoltami Alberto, ascoltami. la vera giungla non è quella di Mowgli e di Baghera: è quella che ti aspetta là fuori. Dovrai stare attento, perchè a prenderti in giro non sarà il tuo peggior nemico, ma il tuo miglior amico. Per questo dovrai fare oro di quelli che avrai la fortuna di chiamare veri amici: e lascia che ti dimostrino nel tempo quanto valgono, e quanto vali tu per loro. Non ti accontentare di parole, sai bene che anche la Strega cattiva è capace di dire tante cose belle: valuta le persone dai fatti. Sarai preso in giro tante volte, la gente crederà di avertela fatta, e te invece ci rimarrai male, soffrirai in silenzio. non lasciare che il tuo sorriso dipenda da qualcun’altro, sopratutto quando è qualcuno che non fa che deluderti. non si smette mai di imparare a conoscere qualcuno. A volte ti accorgerai di avere accanto persone che valgono mille, e tu non pensavi fossero così fantastiche. Altre accadrà il contrario, e allora ti sentirai idiota. ma non preoccuparti, sbagliare è una delle cose più belle della vita. fa che a guidarti sia sempre il cuore, ma tieni bene gli occhi aperti, perchè qualcuno è sempre pronto a calpestartelo. Lotta per i tuoi ideali, per ciò in cui credi, per la vera amicizia, per il grande amore, ma non farti mettere i piedi in testa da nessuno. Ama, più che puoi, soprattutto la vita. E quando vorrai piangere, fallo, ma lontano da occhi altrui: c’è chi godrebbe delle tue lacrime. Se vuoi ridere, ridi, ma fallo con le persone che veramente ti vogliono bene: chi è geloso potrebbe invidiarti.
Crescerai Alberto, crescerai. E ti accorgerai che la vita ti regalerà giornate che vorrai cancellare dal calendario... ma attimi che te le ripagheranno in pieno.
Ricorderai chi ti è stato vicino per le emozioni che ti ha trasmesso, raramente per ciò che ha fatto o detto.
Io me ne vado col ricordo di ciò che te hai fatto per me. Col ricordo di noi. Dei nostri baci, delle tue carezze, del tuo profumo, di ciò che i tuoi occhi mi hanno detto e che tu pensavi che non capissi. Me ne vado con le tue parole che risuonano nella mente, conferma delle gesta che hai fatto per me. Me ne vado consapevole che ho avuto ciò che tutti sognano una vita, e che nessuno mi porterà mai via. Ti amo, sì, te lo scrivo solo adesso, ma ti amo da sempre. Se dove vado mi chiederanno cosa vuol dire amore io parlerò loro di noi Alberto, e di come con te, in te, ho trovato la mia libertà.
Ricordati di me Alberto, come io mi ricorderò di te, ovunque andrò.”
Un momento di silenzio. Un’altra lacrima. Abbracciai forte Alberto, più forte che potevo. L’immagine di Carolina era nitida nei miei occhi gonfi di lacrime. L’immagine di loro due, mano nella mano. Passavano ore sul lago, il tramonto ai loro occhi aveva sempre colori diversi, sfumature nuove, trasmetteva sensazioni da brivido.. Noi li prendevamo in giro, Alberto e Carolina non si stancavano mai. E forse non si sarebbero mai stancati di guardarlo insieme. E io credo che forse, a modo loro, continuano tutt’ora a non stancarsi.
