Temporalia - di Samuel Ramirez
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/10/2008 alle ore 09:51:13
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TEMPORALIA
Uno
Acqua. Acqua. Ancora acqua. È una settimana oramai che piove ininterrottamente sulla città. L’acqua cade con forza, coprendo col suo rumore monotono tutti i suoni dell’esistenza quotidiana. È arrivata all’improvviso, senza essere attesa, come un ospite inaspettato che suona al tuo campanello quando già ti stai mettendo a letto e mai, dico mai, ti sarebbe passato per la testa che qualcuno venisse a trovarti, e da principio è stata accolta come una piacevole sorpresa, un diversivo, dopo le interminabili calde giornate estive e un autunno troppo soleggiato. Qualcuno, anzi, l’aveva invocata: “Finalmente, era ciò che ci voleva” avevano detto certuni ben pensanti, “non ne potevamo più di questo sole, laverà le strade, bagnerà la terra”, avevano proferito altri saggi cittadini. Ben presto però, la sorpresa si è tramutata in stanchezza, la stanchezza in rabbia, la rabbia in rassegnazione. Il continuo cadere, il ticchettio irritante, l’umidità invadente. Gli ombrelli, gli schizzi, le code interminabili con le auto. Alla fine, ha prevalso la rassegnazione, la resa incondizionata, l’accettazione di un avversario troppo potente. Ha vinto, è la regina incontrastata della città, anche se sembra non rendersene conto. Continua solo a cadere. Acqua. Acqua. Sempre acqua. A tratti a goccioloni grossi come noci, oppure fitta e fine come zucchero a velo. Bagnando ogni cosa. Strisciando, infiltrandosi, segnando col suo passaggio i monumenti e i palazzi, che pare piangano, rigati come sono da strisce scure che scendono dagli occhi delle finestre. La gente si accalca, si stringe sui marciapiedi, cercando di evitare gli schizzi delle macchine e dei tram di passaggio. Imprecazioni, insulti, timide proteste, maledizioni lanciate al cielo e a chiunque passi lì accanto. Tutto sempre sottovoce, senza alzare il tono, tanto la pioggia lo coprirebbe in ogni caso e non vale la pena sprecare fiato. Striscia la pioggia, sulle strade, insinuandosi nei tombini, sotto le porte, nei centri commerciali, negli eleganti negozi del centro, nelle metalliche banche. Nelle anime della gente, che già stanno cambiando aspetto. Giallognoli, occhi umidi, capelli elettrici, sguardo spento. Le teste che si sollevano verso il cielo, un cielo pieno e grigio, saturo e appannato come l’occhio di un vecchio. Poi le teste s’abbassano, passano i tram, con le loro scintille ad illuminare l’aria e rendere ancora più irreale questo paesaggio bagnato.
Il torrente s’ingrossa. Le persone si affacciano sui parapetti dei ponti. Soprattutto i vecchi, che già indossano i loro grigi cappelli di feltro e camminano lenti e insicuri sui sampietrini bagnati. Le mani in tasca e la voce catarrosa a lamentarsi, dello smog, della pensione troppo bassa e della pioggia maledetta che non cessa di scendere. I lampioni si accendono. Ora la luce della città è gialla, come illuminata da un suggestivo tramonto, ma senza sole, questa luce non da calore. Come i riflettori di un teatro a proiettare luce sulle gesta degli attori, illumina le crepe, le sventure, le tristezze e le vergogne di questa città. E la gente cammina con lo sguardo basso per non vedere. Per non lasciarsi vedere. Sono attori timidi e riservati, questi.
Un tuono. Secondi che passano, poi il flash abbagliante di un lampo. Odore d’ozono nell’aria, misto con lo smog dei tubi di scarico. I bambini piangono, spaventati dal rumore e dalla luce e le mamme cercano di consolarli ridendo, ma loro stesse sono spaventate, anche se non possono mostrare ciò che provano. Il tuono le ha smosse dentro, il lampo le ha svegliate dal loro torpore. Infreddolite, non vedono l’ora di rinchiudersi di nuovo in casa e lasciare fuori questa maledetta pioggia. Riaddormentarsi nel tepore delle loro tane.
Le foglie marroni, gialle e rosse, tappezzano i marciapiedi del lungo torrente, appiccicate dall’acqua al suolo, come colla. Stanno marcendo, facendo scivolare i passanti e impestando l’aria d’odore di putrido, decomposizione. Non sono solo le foglie che stanno putrefacendosi e l’intera città. Si decompone lentamente sotto l’effetto corruttore della pioggia. O forse l’odore c’era di già. La pioggia non centra nulla e solo il capro espiatorio per non ammettere la realtà. Una realtà triste e paurosa. Una verità inconfessabile, vergognosa. Che questa città è marcia. Che l’umidità perenne di questa maledetta pianura, ha corrotto ogni cosa, ogni persona. Ha intaccato i muri, impestato il suolo, è penetrata fino al midollo delle cose e delle persone.
L’autobus scivola, sussultando sul selciato. Le vibrazioni del motore si trasmettono ai vetri, ai sedili, creando una specie di massaggio gratuito ai passeggeri. Guardo fuori del finestrino rigato dall’acqua e schizzato dal fango. Il lungo torrente, il parapetto, gli alberi, le foglie, la gente che cammina. Sull’argine del torrente qualcuno ha appeso un telo bianco con un’enorme scritta rossa: “Dove ti trovi?”. Osservo sorridendo il singolare messaggio. Dove si troverà mai? mi chiedo. Sarà lui che cerca lei o viceversa? Opto per la prima opzione. Mi sforzo di immaginarmi la faccia di lei. Visino tondo, capelli lisci, castani. Porta gli occhiali e indossa un golfino azzurro sopra una camicetta bianca e un paio di jeans firmati, un cappotto grigio, la sciarpa stretta al collo. È una studentessa, va all’università, probabilmente lettere o forse giurisprudenza. No, quasi sicuramente lettere. Tutte le mattine si alza e va a lezione, deve prendere l’autobus per raggiungere la facoltà e lui questo lo sa. Sa che l’autobus passerà, più o meno puntualmente, sul lungo torrente e che lei guarderà fuori del finestrino assonnato, mentre la foschia si alza dal greto del fiume. Poi vedrà la scritta e capirà che, tra migliaia di ragazze che abitano questa città, tra centinaia di studentesse che passeranno sul lungo torrente è per lei quella frase. È lei che lui sta cercando. Quando si saranno persi, chissà se si ritroveranno mai. Sorrido pensando che è un bel messaggio d’amore: “Dove ti trovi?”. Originale, per lo meno.
Ecco sono arrivato, è la mia fermata. La luce rossa lampeggiante della prenotazione della fermata è già stata premuta. Peccato, volevo pigiarlo io il pulsante e sentire il campanellino squillante. L’autobus si ferma, la gente si accalca per scendere, io aspetto, non ho fretta. Mi rifugio dalla pioggia sotto i portici. Il pavimento è liscio e le suole bagnate fanno rumore ad ogni passo. Sgnac, sgnac, sgnac. Un nero si avvicina e mi ferma, mi offre, sorridendo con i suoi denti bianchissimi, un ombrello. Esito un poco, un ombrello mi servirebbe proprio, ma tanto so che lo perderei subito, me lo dimenticherei in un bar, sull’autobus o in un altro posto. Tanto vale. Ringrazio il venditore di ombrelli sorridente e proseguo per la mia strada. Il nero ha già fermato qualcun altro. Una signora incappucciata e fradicia. Tira fuori dalla borsa una banconota e la da al venditore ambulante, che gli consegna l’ombrello nuovo. Bene, meglio per lui.
Le vetrine illuminate danno un falso senso di calore. Commesse eleganti, si muovono indaffarate, mentre all’esterno i passanti le osservano, come davanti ad un televisore che sta trasmettendo uno di quei telefilm americani dove tutti sono felici, hanno buoni sentimenti e sono coraggiosi e dove soprattutto non piove mai. Mi fermò dinanzi al Grande Magazzino. Le porte si aprono e si chiudono automaticamente, in un sospiro. Fuoriesce profumo di nuovo, di plastica e tessuto. Mi ricordo di quando ero un bambino e la mia mamma mi portò in centro a fare compere. Eravamo appena smontati dall’autobus e io preso dell’euforia avevo mollato la sua mano per guardarmi intorno, attratto, come tutti i bambini, da quel mondo in movimento pieno di colori, rumori e voci. Poi la lei era scomparsa, improvvisamente, senza avvisare, e io avevo cominciato a cercarla con lo sguardo in mezzo alla folla che mi circondava e che cambiava in continuazione, movendosi come una mareggiata impazzita, ma nulla, lei non c’era proprio più. Per la prima volta, provai il panico, lo stomaco che si chiude, le lacrime che riempiono gli occhi, smarrimento, batticuore, angoscia. Alla fine, la mano della mamma mi aveva afferrato alle spalle. Era sempre stata dietro di me, ma io non lo sapevo, non potevo vederla. Quella sensazione però, non mi ha più abbandonato. Anche adesso, nel bel mezzo della folla che mi spintona, mi sento smarrito, abbandonato, solo. Mi volto, non c’è la mia mamma dietro, sono proprio solo stavolta.
La piazza si affaccia davanti a me. Sullo sfondo, le punte dei campanili sovrastano i tetti rossi avvolte dalle nuvole, che sembrano il fumo nero di un immenso incendio. Il Garibaldi infreddolito, troneggia al centro, con la spada appoggiata al suolo stancamente, il mantello spiegazzato sulle spalle e lo sguardo torvo. Anche lui impreca contro la pioggia, ma anche il grande condottiero deve arrendersi di fronte ad un nemico tanto implacabile. Comincio ad essere stanco ed intirizzito. Fare la consegna e rincasare, in fretta, è il mio pensiero, la mia missione. Alzo il cappuccio della felpa e m’incammino attraversando la piazza, passo davanti all’edicola, con i giornali coperti da un foglio di plastica trasparente, poi a destra. Negozi d’abbigliamento, scarpe, telefonini, soprattutto telefonini, due anzi tre. Musica esce dagli eleganti bar del centro. Giovani ben vestiti stanno appoggiati ai muri, riparandosi dalla pioggia con in mano i loro drink seguendo con lo sguardo le ragazze che passano. Altri si proteggono sotto i vecchi portici con il bavero delle giacche alzato. Attendono la notte per andare a festeggiare, per sbandierare tutta la loro bellezza, la loro eleganza e il loro benessere. Piccola maledetta cittadina aristocratica. Occhi mi seguono. Continuo a camminare ignorandoli. Arrivati.
«Ciao Giò»
«Ciao»
«Ti servirebbe un ombrello, sei fradicio»
«Già»
«Hai tutto?»
«Certo»
Il pacchetto passa velocemente di mano. Un rotolo di banconote, fa il tragitto inverso.
«Perfetto, ti chiamo io quando abbiamo bisogno»
«Va bene»
«E comprati un ombrello»
Mi voltò e riprendo a camminare per il tragitto di ritorno. Poi mi fermò. «Billy!»
«Si?» domanda lui
«Che tempo dicono farà domani?»
«Pioggia»
«Grazie»
Due
Metto le chiavi nella toppa della porta. La porta è verde e scrostata, la maniglia, una volta color oro, adesso è tutta sbiadita, come un gioiello falso, alla maniera di tutte le porte di questi vecchi stabili popolari. Sembra che nel costruirli abbiano usato tutto ciò che gli altri avevano scartato: porte verdi, persiane grigi, il pavimento di linoleum, che d’inverno è scivoloso mentre d’estate puzza come l’officina di un gommista. Le finestre erano bianche, ma si sono scrostate anche loro ed ora sono grigie, così almeno s’intonano alle persiane. A parte questi particolari insignificanti, vivere in un palazzo popolare non è male, ha i suoi vantaggi. Vorrei pulirmi le scarpe prima d’entrare, ma non abbiamo lo zerbino, lo hanno rubato. Comunque Carotide ci aveva pisciato sopra un giorno in cui gli scappava e non è riuscito ad arrivare in strada in tempo e puzzava come una latrina. La porta si apre e come sempre mi accoglie il silenzio e la penombra. Una volta, in casa, c’era sempre musica, le canzoni d’amore di mia sorella Isabel, il mio rock en roll, i valzer di mamma. Ora la musica è finita, sostituita dal più piatto silenzio. Accendo la luce e mi tolgo il giubbotto bagnato e le scarpe. Solo adesso mi accorgo di avere le calze inzuppate. La luce è gialla e triste, sembra di entrare in chiesa o peggio al cimitero, anzi no, forse è peggio la chiesa. Passo davanti allo specchio e per istinto mi guardo. Capelli corti e spettinati, castani, occhi verdi. Ventidue anni portati male. Sembro appena uscito dalla lavatrice, ho voglia di farmi una doccia. La luce del salotto è spenta, ma nella semioscurità vedo la sagoma di profilo di mio padre seduto davanti alla finestra. Sembra Alfred Hitchcok che presenta uno dei suoi telefilm. «Babbo» chiamo, ma non c’è risposta. «Babbo» ripeto. Nulla. Vuoi vedere che si è addormentato. Mi avvicino furtivamente come un guerriero ninja e se non fosse per le calze bagnate, sarei perfettamente silenzioso. Peccato per questo, gnac, gnac, gnac.
Il babbo ha gli occhi chiusi, le mani strette sui braccioli della poltrona come fosse sul seggiolino di un aereo e stesse decollando. Beccato, dorme. Non faccio tempo a voltarmi, che sento la sua voce alle mie spalle. «Non sto dormendo, riposo solo gli occhi». «Certo pà, lo sapevo» rispondo io. Sono tre anni che il Babbo non dorme. Lo so, sembra assurdo, ma è così. Ha lavorato per trent’anni facendo i turni in uno stabilimento vetrario. Mattino, pomeriggio, notte. Riposo. Mattino, pomeriggio, notte. Riposo. Arrivato al ventesimo anno, ha cominciato a perdere i colpi. Confondeva il mattino con la notte, la notte col pomeriggio e via dicendo. Noi, cioè io, mia sorella e mia mamma, pensavamo che fosse normale. “Poveraccio” dicevamo “con la vitaccia che fa è regolare che sia un po’ confuso, e chi non lo sarebbe”. Poi è andato in pensione, ma la confusione è rimasta, dormiva di pomeriggio, mangiava di notte, eccetera e noi continuavamo a dire: “È regolare, con la vitaccia che ha fatto”. Un giorno si è svegliato, si è presentato davanti alla famiglia riunita più sfatto che mai, i capelli all’aria, gli occhi rossi e ha annunciato a tutti che non avrebbe più dormito, mai più. E così ha fatto.
Al principio credevamo che dormisse senza farsi vedere, di nascosto, e non lo dicesse per orgoglio, per secondare questo folle sciopero dal sonno. Un sonnellino ogni tanto, pensavamo se lo farà. Alla fine però, dopo mesi di pedinamenti e agguati, abbiamo dovuto rassegnarci. Non dorme proprio. Mai. Neppure un sonnellino, un pisolino, una pennichella o come lo si voglia chiamare.
Lui afferma, di aver acquistato un potere particolare lavorando con i turni per trent’anni: quello di comandare il tempo. Il tempo si è talmente confuso e mischiato nella sua mente che non ha più potere su di lui, anzi ora con la mente, può viaggiare nel tempo e fermarlo a suo piacimento, per questo non ha bisogno di dormire. Che forza ho pensato io, mio papà un po’ come i supereroi dei fumetti, che dopo un trauma assumono super poteri. Peter, che dopo la puntura del ragno radioattivo si trasforma in Spider-man, Matt dopo la morte dei genitori diventa Dire Devil, proprio come Bruce che invece si trasforma in Batman, Tony si becca una scheggia e diventa Ironman, mio Babbo, dopo trent’anni di turni, respirando i fumi della lavorazione del vetro, ha il potere di controllare il tempo. Grandioso, no? Me lo immagino, con la divisa da super eroe, una grande T sul petto, mentre si muove per la città, nel suo presente, passato e futuro, tutti mischiati e confusi, perché lui è Tempo-man. Come si potrebbe chiamare la città dove vive Tempo-man? Temporalia direi. Si, Temporalia mi sembra un nome adatto a questa città.
Sto lasciando papà alle sue riflessioni e ai suoi viaggi temporali, quando mi chiama di nuovo. «Hai lavorato?» mi chiede. «Ho finito adesso» gli rispondo. «Bravo figliolo, sono orgoglioso di te, sei proprio un bravo ragazzo, mica uno dei tanti pelandroni che se ne stanno a vagabondare tutto il giorno». «Grazie pà» rispondo io. «Prego. È passata tua sorella, ti cercava» mi annuncia. «Era sola o c’era anche il Rinco». «Era sola, l’imbecille è rimasto a casa con i bambini». Il Rinco e l’imbecille, è giusto chiarirlo, sono sempre la stessa persona, ossia mio cognato, il marito di mia sorella. Con papà, ci divertiamo un mondo a trovare sempre dei nuovi epiteti per descriverlo. «Isabel che voleva?» chiedo. «Non me lo ha detto, però vuole che la chiami. In fretta, ha aggiunto». «Faccio la doccia e poi le telefono» dico. «Ciao figliolo». «Ciao pà». Lascio il salotto e il mio super papà e mi dirigo verso la mia stanza. Ho lasciato la finestra socchiusa per fare uscire il cattivo odore e adesso si congela. Merda. Sì l’odore è proprio quello. Chiudo la finestra e constato che l’odore è peggiorato. Ci deve essere qualcosa che sta marcendo da qualche parte. Guardo sotto il letto, apro l’armadio, annuso negli angoli nascosti. Nulla. Anzi, dappertutto. L’odore è in ogni dove, impregna la stanza. Riflettendoci, potrebbe essere una questione di pulizia. Saranno almeno sei mesi che la mamma non pulisce e io... beh io sono stato molto impegnato, mica sono uno di quelli che vagabondano tutto il giorno, lo ha detto pure il Babbo. Chiederò aiuto a Isabel, lei con le pulizie è un asso. Una volta la mamma puliva, disinfettava, rassettava ogni santo giorno, tutte le stanze di casa. La nostra, sembrava la casa delle pubblicità, dove puoi mangiare anche sui pavimenti o persino nel bidet, tanto non c’è pericolo di inghiottire qualche mefistofelico germe o batterio. Ma erano altri tempi, adesso la mamma... beh meglio non parlare della mamma ora, sono già abbastanza depresso per la pioggia. Mi spoglio. Cavolo che freddo. Prendo le mutande pulite, la magliettina bianca e vado verso il bagno. Entro e accendo la luce bianca e glaciale del neon. Lo sguardo si fissa sull’angolo di fronte, in alto, accanto alla finestra. La macchia di muffa si sta allargando celermente, direi. È iniziata alcune settimane fa con alcuni puntini neri sulla parete verde, come un attacco di rosolia. All’inizio erano simpatici e innocui. Poi i puntini sono diventati sempre più fitti, hanno evidentemente formato un sindacato e si sono raggruppati in piccole macchiette indipendenti. Anche loro però sono cresciute ed ora una grande, enorme macchiona, tappezza la parete. Mi ricorda un po’, quei vecchi film dell’orrore, la macchia che si allarga a dismisura, fuoriesce dalla parete, si sposta con un rumore da verme bagnato fino ad inghiottire, fagocitando tutto ciò che incontra sul suo cammino. Il pericolo incombe sulla nostra famiglia. Dovrò dirlo ad Isabel, lei è sempre stata brava con questi problemi domestici. Mi metto sotto la doccia ed apro l’acqua. Calda. Molto calda. La sento scendermi sulle spalle, la pancia, le gambe. I piedi freddi ricevono la loro parte di calore e diventano tutti rossi. Il vapore incomincia a spandersi nella stanza, tra poco qui dentro sarà come in una giornata di nebbia. Per il momento non ho intenzione di uscire, credo che finirò tutta l’acqua calda del condominio. Sto godendomi la doccia, quando mi sopraggiunge un pensiero. Mi sono scordato l’accappatoio. Fa niente, gocciolerò un po’ per terra fino in camera, tanto non se ne accorgerà nessuno. In questa casa, nessuno si accorge di nulla.
La doccia mi ha giovato. Lo dice lo specchio e quello non mente. Mi vesto e mi dirigo verso la cucina. L’orologio elettronico del corridoio, dice che sono le diciannove e quarantasette. Quarantotto. Mentre cammino nell’ingresso, sento un raspare provenire dalla porta. La apro e Carotide entra con la lentezza tipica dei cani vecchi. È zuppo, povero Carotide, anche lui piegato dalla inesorabile pioggia. Mi ricordo quando mia sorella è ritornata da scuola, con un Carotide cucciolo dentro lo zaino, piccolo, spelacchiato e di un ridicolo colore arancione carota. La famiglia, lo aveva immediatamente adottato, con la ospitalità tipica di noi che viviamo nei quartieri popolari, dove un posto in più a tavola si trova sempre, anche per un cane arancione. Papà a dire il vero lo aveva ignorato e Carotide ignorava papà. Poi quando si erano accorti che stavano invecchiando insieme, avevano finito per diventare compagni inseparabili. L’unico momento della giornata in cui si allontanano, è quando espletano le loro esigenze fisiologiche, papà nel bagno e Carotide sugli zerbini dei vicini. Mi lancia uno sguardo stanco, anche lui è stufo della pioggia, però dagli occhietti furbi capisco che anche per oggi ha compiuto la sua missione, un altro zerbino è stato eliminato. «Bravo vecchio Carotide» dico. «Wof» risponde lui.
Entro in cucina e accendo la luce. Il neon tentenna un poco, come un vecchio motore diesel che fatica a mettersi in moto, ma poi parte. La luce è bianca e fredda e illumina la cucina arancione (si intona con il cane). Tutto è in ordine, la mamma, almeno qui, ha pulito. Questo non basta a farmi sentire a mio agio. Una volta era tutto diverso. La cucina era sempre piena di gente. Io rientravo e sentivo l’odore del caffè appena fatto, il profumo di una torta, le chiacchiere delle amiche di mamma, le vicine del quartiere popolare. La voce della Costantini del terzo piano, con il figlio drogato che le dava un sacco di problemi e le rubava i soldi dal portafoglio e lei che dava la colpa al marito, che a quello mica gliene fregava niente della famiglia, tutto il giorno al bar con gli amici e torna pure tardi, che chissà dove và, la Barazzoni del palazzo di fronte, che si vantava di aver conosciuto da giovane Gianni Morandi e avergli dato un bacio, ma poi aveva sposato un falegname, la Pezzani e i suoi amanti, che gli uomini di questo quartiere li conosco tutti io, diceva. Entravo in cucina e tutte mi accoglievano con un bacio, un buffetto sulla guancia, una toccatina al culo (la Pezzani). E la mamma, coordinava e dirigeva tutto, come una perfetta matrona. Col suo enorme grembiule, le mani, sempre con tracce di farina a comprovare qualche leccornia che aveva preparato e i valzer a fare da sottofondo al vocio gallinesco dei pettegolezzi. La cucina in cui entro adesso è la stessa, stessi mobili, steso frigo, stessa luce gelida, ma l’unico odore che sento è quello del Vim che mia madre ha usato per disinfettare e la musica, quella che viene sparato a tutto volume dal figlio rocchettaro dei vicini.Va beh, fa niente, così va la vita, i tempi cambiano e guardare al glorioso passato non giova a nessuno.
Guardo il frigorifero bianco sporco è comincio a sperare. Sarà pieno o vuoto o per lo meno ci sarà qualcosa di commestibile da cucinare? Mi sembra di essere ad uno di quei giochi a premi, dove ti presentano una scatola e tu devi decidere se aprirla oppure no e se la apri, puoi avere vinto un sacco di soldi o magari un frullatore e rammaricarti per il resto della tua vita di non aver scelto l’altra. Mi avvicino e allungo la mano. L’emozione si taglia con il coltello, l’aria è elettrica. Impugno la maniglia, tiro con forza e ... e mi resta in mano. Rimango come un fesso a osservare la mia mano e la maniglia, poi guardo il frigorifero, che sembra un mutilato di guerra, senza la sua maniglia. Accidenti a questa casa che va in pezzi, ora mi tocca pure riaggiustare il frigo. Quasi, quasi lo dico ad Isabel. Anzi no, lo faccio io. Dopo però. Apro il frigo facendo leva sulla guarnizione e lui cede. La mamma ha fatto la spesa. Dal frigo però, fuoriesce un odore pestilenziale. Sembra un frullato di tutti i cibi che il medesimo ha contenuto nei suoi vent’anni di esistenza e onorato lavoro di refrigerazione. Si distinguono tra i tanti, l’odore di alcuni formaggi, carne di manzo e un minestrone di verdure. Anche Carotide deve aver sentito l’odore, in quanto si precipita in cucina e me lo trovo di fianco, accanto al frigo, con il naso in movimento nel perlustrare l’aria. Deve aver confuso l’odore con quello delle sue scatolette. Non ha tutti i torti, il vecchio. Afferro, con il naso chiuso un paio di articoli e chiudo la tomba dei cibi. Carotide se ne va deluso. Mi destreggio un poco ai fornelli e apparecchio la tavola. Poi guardo il risultato. Sembra proprio la tavola apparecchiata per la cena di una famiglia normale. Accendo il televisore e lo sintonizzo su di un tele quiz serale, convengo che ora il risultato è perfetto, la luce blu della tele e la voce del telepresentatore da un tocco di calore, un piccolo focolare domestico. Potremmo essere la famiglia felice della porta accanto. «Babbo, vieni che mangiamo qualcosa» urlo. Sento le ciabatte di papà strascicare per terra e i passettini di Carotide seguirlo. «Mettiamo qualcosa sotto i denti, figliolo?» dice lui entrando. «Certo Babbo» rispondo, mentre servo due sofficini a testa, una mozzarella e insalata. Cena da re. «La mamma è uscita presto questa sera» affermo. «Aveva una gara di valzer, ha detto che doveva esercitarsi e che usciva prima» «Già» dico io. Per ventisette anni, la mamma ha vissuto per noi. Ci ha svegliati al mattino, vestiti e accompagnati a scuola. Elementari, medie e superiori, moltiplicato per due, io e mia sorella. Colazione, pranzo e cena sempre pronti, ai quali aggiungiamo la merenda delle cinque con la Nutella e il latte. I vestiti puliti e stirati. Una donna votata alla cura della sua famiglia. Poi un bel giorno, che tanto bello non risulterà poi essere, mentre stavamo pranzando ha annunciato: «Mi sono iscritta con la Pezzani ad un corso di valzer». Grande, bellissimo, che novità, abbiamo pensato noi e lì, in quel preciso istante, abbiamo perso la mamma. Adesso, tutti i pomeriggi lezione di ballo: valzer (lento e viennese), salsa, merenghe, bachata, tango, tip tap, rumba, boogie wogie. Che io neanche lo sapevo che esistessero tutti questi balli. Ogni sera esce più tirata di una valletta televisiva di uno spettacolo in prima serata, la Cuccarini del quartiere popolare. Papà, perso in chissà quale epoca, non si è accorto di nulla. Beato lui, gli voglio chiedere di lasciarmi in eredità i suoi super poteri e viaggiare un po’ anch’io nel tempo e non vedere tutto questo schifo. «Figliolo, hai chiamato tua sorella?» mi domanda. «Cavolo» esclamo «me ne sono scordato». «Fa niente ragazzo, la chiamerai dopo, adesso mangiamo» mi risponde lui con un sorriso, mentre guarda assorto il quiz alla tivù. Il conduttore ha fatto una domanda che vale più di questo palazzo, forse più di tutto il quartiere popolare messo insieme, inquilini inclusi. Una musichetta antipatica segnala lo scorrere del tempo. Guardo la faccia del concorrente. Si vede chiaramente che non sa la risposta, ma si sforza ugualmente di pensare, tutto rosso, quasi che, spremendosi la mente come un limone, ne fuoriesca la risposta giusta. Gong, tempo scaduto. Mi dispiace, dice il teleconduttore sorridente. Il pubblico applaude euforico, tanto i soldi non li hanno persi loro. Peggio per te, brutto ignorante, penso io, sono proprio contento che non la sapevi.
Sparecchio e, prima di andarmi a vestire, chiamo mia sorella. Sono in ansia, chi mi risponderà, mi domando? «Pronto?». Cavolo, è l’idiota. «Ciao Miki, sono Giò». «Ciao Giò, come butta?». Come butta? Poi mia sorella si lamenta che lo chiamiamo Rinco, nessuno dice più “come butta” da almeno dieci anni. «Bene grazie» rispondo con educazione io, poi immediatamente «mi passi Isabel?». «Subito e saluta i tuoi». Sì col cavolo che te li saluto.
«Giò, ciao sono venuta prima ma non c’eri» dice la voce affannata di mia sorella. Penso: che bello sentire la sua voce. Era magnifico, quando la potevo sentire ogni momento in casa, accanto a me, prima che il Rinco la mettesse incinta e se la portasse via senza nemmeno chiedere il permesso. Mangiare insieme, noleggiare un film, ascoltare musica, chiacchierare prima di andare a dormire, coricati sul suo letto.
«Il Babbo mi ha detto che sei passata, ero fuori per lavoro».
«Si lavoro, almeno non raccontarle a me le balle Giò» dice Isabel.
«È il mio lavoro» rispondo io leggermente offeso.
«Lasciamo perdere. Senti, dobbiamo parlare» taglia corto.
«Di cosa?».
«Del babbo. Oggi sono andata a ritirare i risultati delle analisi, che la mamma non poteva (strano penso io) e ...»
«E, cosa?».
«E non ci sono buone notizie».
«Merda».
«Già, tanta merda. Ci vediamo domani?».
«Si, dimmi dove».
«Facciamo alle tre ai giardinetti».
«D’accordo, alle tre ai giardinetti».
«A domani Giò».
«A domani Isabel e lascia a casa il Rinco».
«Deficiente».
«Ciao sorella».
«Ho chiamato Isabel», dico a mio padre entrando in salotto. «Chi ti ha risposto?». «Indovina» dico io. «Lo Strombolo». «Bravo, indovinato». «Che voleva?». «Niente, mi vuole vedere per raccontarmi una cosa» tergiverso. «Adesso Babbo esco, mi vedo con gli amici al bar, vuoi venire, magari facciamo una partita a carte?». «No grazie figliolo, io e Carotide ce ne stiamo qui a guardare un po’ di tivù». «Ok» dico, tanto lo sapevo che non sarebbe venuto, saranno mesi che non mette piede fuori di casa. Vado in camera e mi vesto. Niente di speciale, mi metto una felpa e dei jeans, tanto vado al bar a fare due chiacchiere, bere un amaro e poi rincaso. Mi aspettano il Bega, Polly e Costa. Abbiamo deciso di fare un regalo al Mezza, che poveraccio lo hanno messo agli arresti domiciliari. Si pensava di regalargli la parabola per il satellite, che almeno passa un po’ il tempo. Adesso però sono in pensiero per le analisi del Babbo e non ho più tanta voglia di uscire. Lo saluto ed esco ugualmente, seguito da Carotide che va in missione notturna. La strada è buia, il lampione davanti a casa si è mezzo fulminato ed ora lampeggia come una lucciola col singhiozzo. La pioggia viene giù con meno forza, ma mi trovo lo stesso inzuppato prima di arrivare all’angolo. Due ragazzi in motorino, con le marmitte truccate, passano sfrecciando, spaccando in due il silenzio. Un signore, con l’ombrello, cammina a testa bassa, quando ci incrociamo mi fa un cenno di saluto. Lo conosco, si ,si, caspita lo conosco proprio, suo figlio era un mio compagno di classe. Come si chiamava? Accidenti, non mi ricordo. Aveva gli occhiali, magrolino, veniva a scuola con una bici Graziella verde. Va beh, non è importante, però mi chiedo che fine avrà fatto. Sono anni che non lo vedo. Spero veramente che stia bene, era un bravo ragazzo, mi faceva sempre copiare. Ecco il bar, oramai sono fradicio. Vedo già gli amici che mi spettano seduti al tavolino dietro la vetrina appannata e sporca di schizzi. Butto un ultima occhiatina alla strada bagnata, i fari delle macchine illuminano le pozzanghere che sembrano di metallo. Che dicono le previsioni? Ah, già, pioverà anche domani.
Tre
Una mano mi smuove violentemente. Apro lentamente gli occhi e vedo che è la mamma. Cavolo, devo andare a scuola, penso. Sicuro che ho fatto tardi e adesso la prof. Marchetti mi interroga per punizione. «Giò, svegliati che il telefonino in corridoio sta squillando» dice mia madre continuando a scuotermi, tanto che sento il cervello muoversi nella scatola cranica. «Adesso vado a rispondere» dico con un sospiro di sollievo. È proprio vero che i traumi giovanili ti perseguitano per tutta la vita. Il mio, si chiama prof. Marchetti, insegnante di matematica, nonché mia acerrima nemica. Un trauma con gli occhiali d’osso, i capelli biondo tinto e una vocina da zia simpatica, che nascondeva però una mente da zia perversa. Mi alzo e scalzo cerco dove ho lasciato il telefono. La lucetta lampeggiante e la suoneria mi guidano. Lo trovo appoggiato sulla mensola del corridoio: «Si?» rispondo.
«Giò, sono Tommy, ho bisogno di te». Ho riconosciuto la voce, ci metto alcuni secondi per identificare la faccia. Tommy, Tommy, ah si, occhi scuri, taglio di capelli distinto, sempre vestito alla moda, raffinato e casual, lavora in qualche ufficio importante del centro, avvocato. Bene, identificato.
«Dimmi Tommy, è che stavo dormendo».
«Ho bisogno di un po’ di roba» dice indifferente al mio sonno interrotto.
«Per quando?» domando io professionalmente.
«Oggi».
«Molto difficile».
«Lo so che ce la puoi fare, per questo ho chiamato te. Non mi puoi lasciare nella merda. Allora?». Rimango un attimo in silenzio pensando. È un buon cliente, non mi sta molto simpatico, ma d’altronde nessuno dei miei clienti mi sta simpatico. Che faccio?
«D’accordo» rispondo
«Grandissimo. Ci vediamo verso mezzogiorno»
«Dimmi dove».
«Vediamoci al bar dove lavora la mia ragazza. Conosci il Cristal, in via della Repubblica, vero?».
«Perfetto alle dodici al Cristal allora, ciao» e riappendo. Che schifo di modo per svegliarsi. A proposito che ore sono? L’orologio digitale indica le nove e trentatré. Trentaquattro. È un orologio insolito, quello del corridoio. Lo deve aver vinto il Babbo alla pesca di beneficenza di una qualche sagra di un qualche paese, tanti anni fa. Un orologio digitale da parete, con i grossi numeri rossi e una lucetta lampeggiante che indica i secondi. Molto anni settanta. Da quando mi ricordo il mondo, quell’orologio è li appeso alla parete a far scorrere il tempo della nostra famiglia. «Buongiorno Babbo» saluto il papà in salotto. «Buongiorno figliolo». «Che tempo fa?» domando. «Indovina?». «Piove». «Bravo». Io e mio papà amiamo farci gli indovinelli.
Sarà una giornata dura. Devo procurarmi la merce, andare a fare la consegna, poi alle tre l’appuntamento con Isabel e questa sera, altra consegna. Volevo tornare a letto, ma tanto vale che mi faccia una doccia e mi metta all’opera. Cerco la mamma. Sembra scomparsa nel nulla. La trovo in camera intenta a ripiegare il vestito da ballo. Rosso fiammante, con tanti lustrini, attillato e corto. Sembra il vestito di Jessica Rabbit. Non riesco ad immaginarmi mia madre indossando quella roba, mentre piroetta in una sala da ballo in mezzo ad altri sessantenni danzanti. «Com’è andata la gara, mà?». «Secondi. Hanno vinto quegli impostori della scuola Venturelli. Tutti hanno però ammesso che noi siamo stati i più coreografici». “Noi siamo stati”, cioè lei e il suo inseparabile compagno di ballo il signor Laverda Mario. Vedovo felice da sette anni, proprietario del negozio di scarpe “Il plantare anatomico”, nonché campione regionale di fox-trot. Forse dovrei rammentare alla mamma che lei non è ancora vedova, che suo marito è a casa che l’aspetta tutte le sere. Ma poi penso che in definitiva papà non la sta aspettando, mentre lei è impegnata nei suoi passi, caschè e piroette lui sta viaggiando allegramente in un’altra dimensione. Lasciamo le cose come sono. «Mi dispiace, sono convinto che siete stati magnifici» affermo io. «Avresti dovuto vederci» aggiunge lei infervorandosi, orgogliosa. Meglio di no, penso io. «Faccio colazione e poi esco» annuncio. «Te la preparerei io, ma come vedi sono impegnata». «Non ti preoccupare, mà» dico uscendo, ci mancherebbe altro, non vogliamo certo che il vestitino si stropicci o che Carotide lo trovi in giro e decida di esercitarsi un po’ nella sua specialità, la pisciata assassina. Mi preparo un caffèlatte e ci zuppo dentro qualche pezzo di pane secco. Proprio come facevano i miei nonni. Di morbide e fragranti brioss in questa casa non se ne parla proprio.
Ieri il cielo era grigio, oggi è grigio scuro, con sfumature cobalto. Guardo la gente passeggiare nell’umidità e temo che possano decomporsi davanti a me, come succede in quei film dell’orrore, dove le facce si contorcono e poi si sfigurano liquefacendosi a causa di un virus immesso nell’aria dagli alieni. L’autobus arancione arriva subito, sbuffando e le porte si aprono cigolando che sembra che debbano staccarsi da un momento all’altro. Trovo un posto e mi siedo. Quando sono sul lungo torrente, di nuovo vedo la scritta. “Dove ti trovi?”. Cavolo, penso, chi l’ha fatta è proprio un genio. Adesso mi immagino lui, lo scrittore geniale, il poeta bizzarro. Nella sua casetta, anzi nella sua stanzetta, con quel pezzo di tessuto bianco che chissà dove ha trovato e la bomboletta rossa. Deve decidere cosa scrivere. “Ti amo”, no pensa, troppo banale, “Mi manchi”, scontato. “Ti voglio”, presuntuoso. Poi pensa a lei, lei che non c’è più e lui che la vuole tanto, che sente la sua mancanza e pensa a dove sarà mai lei in quel momento, perché non lo chiama più. Così comincia a scrivere, le mani si muovono componendo quasi un grido muto sulla tela: “Dove ti trovi?”. Poi, con il telo arrotolato sotto il braccio, esce. È notte, fa freddo, ma lui suda, scavalca il parapetto dell’argine e scende calpestando l’erba bagnata. Ogni tanto si guarda intorno, forse un po’ si vergogna al pensiero che qualcuno lo possa vedere fare un gesto così personale, intimo, come dichiarare il proprio amore per un altro essere umano. Sa benissimo dove appenderlo e lo fa. Alla fine risale, con il fiatone, attraversa il torrente passando sul ponte e guarda il risultato dall’altra sponda. La sponda dove lei passa ogni mattina. “Dove ti trovi?” legge. Torna a casa soddisfatto e con tanta speranza. Geniale, penso, io non ci sarei mai arrivato.
Scendo, ritiro la merce e poi mi dirigo verso il bar Cristallo. Strano che abbia scelto proprio quel bar, non è il tipo di locale che un Tommy, frequenterebbe. Già è vero, ci lavora la sua ragazza ha detto. Sono proprio curioso di vederla questa fidanzata, sicuramente una sventolona super tirata. Mi blocco improvvisamente, come colpito alla nuca da un pensiero pesante. Cavolo, penso, il Cristallo è a due passi della Questura. Vedi che imbecille sono stato a non pensarci. Ora mi tocca fare una consegna di coca a quindici metri dagli sbirri.
Mentre cammino, cercando di ripararmi dalla pioggia sotto i tendoni dei negozi, sento un voce alle mie spalle che mi chiama. Per deformazione professionale, faccio dapprima finta di niente, ma la voce insiste. Allora mi fermo e fingo di guardare in una vetrina delle scarpe col plantare che respira (mi ha sempre fatto ridere pensare ad una scarpa che respira) e intanto do una sbirciatina. Non ci posso credere, mi è sembrato di vedere una divisa. Allora faccio come se non avessi sentito e ricomincio a camminare, questa volta con passo più svelto. Ancora la voce. Niente, non l’ho seminato, mi sembra di essere in una puntata di Stasky e Hacth, io però non sono né il biondo Stasky né il ricciolo Hacth (o era il contrario), sono il cattivo spacciatore che scappa. Credo che a questo punto mi tocchi voltarmi, però mi chiedo come possa uno sbirro conoscere il mio nome. Non sono così famoso, anzi, ero incensurato, fino ad oggi. Ok, coraggio, mi volto ed affronto il pericolo, mentre il mio cervello cerca una possibile via di fuga. Una bocca mi sorride.
«Giò, dove scappi?». «Cristian, non ti avevo sentito!» mento con un sospiro di sollievo. Cavolo, non lo avevo riconosciuto, è Cristian il cognato di mia sorella, in altre parole il fratello del Rinco. Mi ero scordato che fosse uno sbirro. È un ragazzo simpatico, a differenza di suo fratello, sui quaranta, capelli bianchi e un po’ soprappeso. Se lo incontrassi in borghese non penserei che di lavoro fa il poliziotto. È sposato ed ha due bambini, se non mi ricordo male femmine. Mi ricordo bene invece di sua moglie. L’ho vista un paio di volte, la prima al matrimonio di mia sorella e poi ad una cena di famiglia. Bella e simpatica. «Come stai? È una vita che non ci si vede» mi domanda mettendomi una mano sulla spalla. «Bene, grazie» rispondo imbarazzato, mi sento un po’ impedito a parlare ad un poliziotto, con alcuni grammi di coca in tasca. «E tu il lavoro?». «Tutto bene. La città in questo periodo è tranquilla, solo piccoli misfatti, qualche furtarello, alcun risse, qualche piccolo spacciatore». “Ecco per l’appunto” penso. «Beh meglio così» dico sviando il discorso. «Già meglio. Ma tu piuttosto, che fai ora, tua sorella non parla mai del tuo lavoro». “Preferibile che non ne parli” penso io. «Io nulla, lavoricchio, diciamo. Tiro avanti, adesso per l’appunto ho un appuntamento». «Capisco, allora penso che dovremo salutarci, ti staranno aspettando, speriamo di rivederci presto, così facciamo due chiacchiere» dice lui. «Speriamo» rispondo. «Sei un bravo ragazzo Giò, questo tua sorella lo dice sempre. Stai attento a non metterti nei guai. E se avessi bisogno di me, chiamami, senza problemi» e mi allunga un bigliettino con il suo numero di cellulare. «Grazie» rispondo e me ne vado. Ho come l’impressione che Cristian sappia più di quello che dice su di me. Forse Isabel, non è stata poi così zitta. Metto il bigliettino nella tasca del giubbotto, si sa mai che possa tornare utile.
L’incontro con Cristian, mi ha un po’ scosso. Passo davanti al Cristallo e tiro dritto, dando solo una sbirciatina. Il vetro è completamente appannato dal vapore e quindi non vedo nulla. Farò due passi per rinfrescarmi le idee e con questa pioggia non sarà un problema.
Quattro
La macchina del caffè sbuffa come una vecchia locomotiva rossa. Reina, smonta il filtro, lo sbatte sul legno e i fondi del caffè fumosi, scendono di schianto nel sacchetto sottostante. Dal sacchetto esce aroma di caffè e legno bagnato. Riempie il filtro, pressa il caffè, poi lo avvita di nuovo nella caldaia. L’accende e posiziona la tazzina. Ora il contenitore del latte, sotto il beccuccio, apre la valvola, esce il vapore. Uno sbuffo fumoso e incandescente, riscalda il liquido e lo monta. Mentre fa tutto questo con gesti automatici, Reina guarda verso l’esterno. Non si vede nulla, il calore ha appannato il vetro ed ora sembra una di quelle giornate di nebbia, in cui il mondo pare scomparire, inghiottito dalla foschia, dal fumo e dallo smog. Si ricorda, la prima volta che vide la nebbia. Era appena atterrata all’aeroporto di Milano e dal finestrino dell’aereo guardava fuori, cercando di visualizzare il mondo dove era venuta a vivere. Nulla. Non vedeva nulla, solo la soffice e fitta nebbia, un lattice bianco che riempiva gli occhi fino a farli lacrimare. Era rimasta lì a guardare, mentre gli altri si spingevano nello scendere. Uscendo dall’aeroporto, aveva provato come un freddo alle ossa, un brivido interiore, nel venire a contatto con la nebbia. Una fitta di nostalgia, l’aveva stesa, togliendole il respiro come un pugno allo stomaco. Aveva sentito il panico nascerle dentro in un punto imprecisato dello stomaco e aveva cercato di ricacciarlo giù. C’era riuscita, con uno sforzo sovraumano, almeno fino alla sera, quando si era coricata. Allora, sola nel suo letto, al buio, aveva percepito tutta la distanza che la separava da casa. Migliaia di chilometri, tra lei e le sue spiagge, il suo sole, la sua musica, gli amici, i parenti, i sorrisi familiari, la pelle scura, i suoi sapori, i suoi odori, i rumori, la sua lingua. A quel punto, non aveva più potuto farci nulla e si era arresa. Aveva cominciato a piangere silenziosamente, inzuppando il cuscino, mordendo le coperte, stringendo con forza le unghie sulle palme delle mani, fino a quando lo sfinimento l’aveva fatta addormentare.
Oggi per lo meno non c’è nebbia, pensa Reina. Oggi piove. Come ieri, e l’altro ieri e tutta la scorsa settimana. Finisce di preparare il caffè, il cliente la guarda sorridendo. È un uomo elegante. Cravatta, giacca, impermeabile umido. Probabilmente è un avvocato o forse lavora in uno degli uffici contabili del centro. È solo, quasi certamente in pausa caffè. Guarda l’orologio nervosamente, come se avesse fretta o magari è solo una abitudine. Anche Reina di riflesso, guarda l’orologio con la scritta marrone di una marca di caffè, sulla parete. Sono le undici e mezza, il terzo turno sta finendo. Per praticità ha diviso la mattinata in quattro unità. La prima, è quella dei turnisti che hanno lavorato tutta la notte e prima di rincasare passano a bere un caffè o un cappuccino. Sono operai, metronotte, poliziotti. Sorridono con aria stanca e danno un occhiata al giornale, cercando di scoprire come sarà la giornata che loro non vivranno mai, vinti dal sonno e dalla stanchezza. Per loro la giornata sta per terminare. Poi inizia il secondo. È il turno di quelli che si possono permette di dormire la notte. Sono gli avvocati, le segretarie, gli impiegati degli uffici del centro. Entrano, fanno colazione, leggono il giornale, aspettano i colleghi, trovando il tempo di fare due chiacchiere, raccontandosi magari cosa hanno fatto la sera precedente. Nel terzo, finiscono le colazioni ed inizia la pausa caffè. Sono gli stessi impiegati, segretarie ed avvocati della colazione, solo un po’ più nervosi. Si avvicina mezzogiorno, quindi il quarto e ultimo turno del mattino. L’aperitivo, il tramezzino, qualche birra.
Il probabile avvocato, paga ed esce senza salutare. La porta si apre e si chiude rapidamente, giusto il tempo di veder uno scorcio della strada bagnata, i pedoni che camminano, gli autobus che li schizzano. La porta si riapre ed entrano due facce conosciute.
«”Hola guapa!» dice Maria, seguita da Veronica. «Ciao ragazze, dove andate con questo tempo?» domanda Reina. «Siamo state al mercato» risponde Veronica, alzando i sacchetti come mostrando il trofeo appena conquistato. I pochi clienti, si voltano a guardarle. Maria, è alta, massiccia, pelle scura e capelli ricci e fittissimi. Indossa una minigonna di pelle nera, che mostra le abbondanti cosce sode e una pelliccia sintetica verde. Veronica è più sobria. Jeans attillati, magliettina a collo alto con righe orizzontali ed un cappottino blu. Ha i capelli lunghi, neri e lisci e si strofina le mani cercando di riscaldarle. Sono proprio le mani che la fregano sempre. Due mani enormi da scaricatore di porto. Questo è il suo rimpianto. Le tette si possono installare, il viso si può aggiustare, ma per le mani non si può fare nulla. Sono le mani di un uomo e così resteranno per sempre.
Mansueto, il proprietario del Bar Cristallo, entra dalla porticina accanto al bancone e le vede. La sua faccia si deforma in una smorfia di sofferenza. Mansueto è simpatico, ha sui sessantacinque anni e da almeno quarantacinque lavora nei bar. Ora il Cristallo è suo e lo gestisce con sua moglie Bianca. Reina, lavora lì da un anno e mezzo e Mansueto e Bianca, la considerano come una figlia e per questo sopportano anche le sue amiche. Tutte, tranne Maria e Veronica. O meglio, Maria la potrebbero anche sopportare, in fin dei conti Mansueto di prostitute, nella sua carriera da barista ne ha viste tante, ma è Veronica il problema. Veronica con le sue gambe lunghe e lisce. Veronica con i capelli vellutati e soffici. Il suo profumo di vaniglia. Veronica con le sue manone da uomo. «Ciao Mansueto» lo saluta Veronica con la voce dolce e cantilenante. Mansueto cammina con il cartone dei gelati verso il frigo e comincia a riempirlo. «Mansueto» lo chiama Maria «non ce l’avresti un gelato per Veronica?» chiede ridendo. Lui non commenta, chiude il frigorifero e scompare dalla porticina laterale. «Lo dovete per forza fare sempre arrabbiare» le sgrida bonariamente Reina. Maria e Veronica, sono le sue migliori amiche, da quando è arrivata in questa piccola e aristocratica città si sono prese cura di lei. Per un po’ ha anche vissuto a casa loro, fino a quando non ha trovato una stanza in un appartamento con altre ragazze. Veronica fruga in un sacchetto ed estrae una cuffietta fucsia. «Questa l’abbiamo presa per te» dice porgendogliela. Reina la prende sorridendo «È bellissima, grazie» dice mentre togliendosi la cuffietta bianca di tela la indossa. «Muy guapa» afferma Maria ridendo. «Con questo tempo è proprio quello che mi serviva. Grazie Veronica, grazie Maria» dice facendo il giro del bancone e baciandole. «Noi adesso andiamo, ci vediamo stasera?» domanda Maria. «Non lo so. Tra poco arriva Tommy e mi dice se usciamo oppure no» Al sentire quel nome, le due ragazze si guardano e perdono il sorriso. «Perché tutte le volte che nomino Tommy fate quella faccia?» domanda Reina. «Lo sai che non ci piace quel ragazzo» dice Veronica. «È pericoloso» aggiunge Maria. «Piace a me» risponde Reina. «Ti ha picchiata» ribatte Maria guardandola negli occhi. «Solo due volte». «Solo due volte?» dicono in coro le due amiche. «Questa è bella mi amor, e immagino che avesse i suoi buoni motivi per farlo?» domanda Maria. «Avevamo litigato» risponde lei come per discolparsi. «Poi però si è scusato, era nervoso. Mi ama». «È successo che qualche cliente, pochi per fortuna, mi picchiassero, ma nessuno di loro mi ha mai detto che mi amava dopo averlo fatto. Deve essere un esperienza emozionante» aggiunge sarcasticamente Maria. Reina è imbarazzata, capisce che le vogliono bene e cercano solo di proteggerla, ma non ci può fare nulla. Tommy è così dolce con lei, almeno quando non si arrabbia. E, soprattutto, lei ha così bisogno di compagnia, di dolcezza, di sentirsi amata, di avere qualcuno che pensi a lei, di non sentirsi sola, almeno non troppo. «Non arrabbiarti mijita, lo sai che ti vogliamo bene» dice Veronica. «Lo so ragazze, anch’io ve ne voglio». «Stai attenta e chiamaci se hai bisogno» dice Maria prima di uscire. Veronica la segue salutando con la mano.
Il bar è ora quasi vuoto, solo una coppietta se ne resta seduta ad un tavolo chiacchierando sottovoce. Reina li guarda ed invidia la loro complicità, il modo in cui si fissano e le parole silenziose che si sussurrano. Si ricorda del suo paese, della scuola, delle prime uscite con qualche ragazzo. Le passeggiate sul lungo mare, i silenzi meravigliosi che si riempivano con i baci e le parole banali che esprimevano tutto l’imbarazzo. Era emozionante, la faceva vibrare dentro, soprattutto si sentiva importante. Torna dietro il bancone e comincia a preparare i tramezzini, sta per iniziare il quarto turno e tutto deve essere pronto. La porta si apre facendo entrare una ventata di freddo e umidità. È Tommy. «Ciao mamachita» dice sorridendo. Ha imparato quella parola una sera in una discoteca ed ora la chiama sempre così, anche se a Reina non piace. «Ciao!» risponde Reina, rifacendo il giro del bancone ed abbracciandolo. Tommy ha sempre un buon profumo di dopobarba che ti resta attaccato anche dopo che lui se ne è andato. È come un souvenir, che lascia affinché ci si ricordi di lui. «Hai visto che tempo» dice lui. «Orribile. Ti preparo qualcosa di caldo, amore?» domanda Reina. Tommy è elegante. Indossa un paio di jeans di marca, una camicia azzurra a quadretti ed una giacca scamosciata, però, più delle cose che indossa sono i suoi movimenti che lo rendono elegante. Si muove con sicurezza, sa sempre dove mettere le mani, non ha timore di fissare gli altri negli occhi. «No grazie, non posso fermarmi molto. Aspetto un amico che mi deve dare una cosa e poi corro a lavorare» «Capisco» dice lei un po’ delusa. Era convinta che il motivo della visita fosse lei, invece ha un appuntamento con un amico. «Stasera ci vediamo?» chiede. «Stasera mi hanno invitato degli amici. Sai» dice strizzando l’occhio «un uscita tra uomini». «Spero veramente che sia solo tra uomini». «Sei gelosa?» chiede lui con fare allegramente scocciato. «Non si sa mai». «Mamachita, lo sai che amo solo te» risponde Tommy guardando l’orologio. Giò è in ritardo, pensa, speriamo che quell’imbecille non mi faccia aspettare. «Non essere triste, domani sera staremo insieme. Ok?» dice. «Va bene» risponde sorridendo Reina, ma dentro è veramente triste. Si sente appannata e umida come il vetro del bar. Butta lo sguardo sui due ragazzi seduti che continuano a parlare indifferenti a tutto e tutti, come se fossero in un’altra stanza, un’altra città, o meglio in un altro mondo e la tristezza aumenta.
Cinque
Eccolo che arriva. Giacchetta di pelle scamosciata, jeans, camicia. Elegante, ma casual. È senza ombrello, eppure sembra che la pioggia non cada su di lui, deve essere il profumo che adopera, quell’orribile dopobarba. Io, invece, sono come sempre fradicio e il dopobarba non me lo metto mai, dovrò comprarne uno. Adesso entra nel bar. Io aspetto ancora un attimo, non è mai bello arrivare troppo puntuali, gli altri potrebbero pensare che non ho nulla da fare. Invece sono stra impegnato: due consegne e l’appuntamento con Isabel, tutto nello stesso giorno. Allora, per ammazzare un po’ il tempo, faccio due passi e mi guardo intorno. Mi fermo all’angolo, dove una volta sorgeva un negozio di musica, stanno aprendo un nuovo negozio, dai manichini si direbbe d’abbigliamento. Un cartello, avvisa che cercano commesse con esperienza. Mi mette nostalgia pensare al vecchio negozio, con le sue file di cd, le sue locandine dei concerti, i ragazzi che entravano frugando alla ricerca della loro musica preferita, chiacchieravano del concerto visto la sera precedente, si scambiavano opinioni su questo o quel gruppo. Adesso i ragazzi vanno nei centri commerciali, comprano musica tra gli scaffali di passata di pomodoro e le bistecche, si sfiorano con i carrelli di metallo e si lanciano solo un vergognoso saluto. Tiro dritto, e arrivo fino al centro telefonico, dove in fila, davanti alle cabine, decine di persone aspettano il loro turno per chiamare. Penso, che deve essere bello chiamare dall’altra parte del mondo e sentire una voce amica. Una volta, ho chiamato un amico che si era trasferito in Canada e la voce arrivava distorta, quasi a sottolineare la distanza che ci separava. Mentre parlavo con lui, pensavo che era strano conversare con uno che sta vivendo sotto un cielo diverso, respira un aria differente, vivendo con un altro tempo. Ritorno indietro, e arrivo di fronte al bar.
Ok, ora entro. Attraverso la strada passando sotto i fili dei filobus che gocciolano acqua sporca e mi ritrovo sull’altro marciapiede. La vetrina del Cristal è completamente opaca. La porta si apre ed esce una coppietta tenendosi per mano. Molto teneri. Faccio giusto in tempo a vedere all’interno Tommy di spalle.
Appena dentro, mi assale un forte aroma di caffè, cuoio, maionese e dopobarba. Tommy si volta e mi sorride, però si vede chiaramente che è scocciato per il ritardo, probabilmente ha fretta, sarà in pausa caffè e deve rientrare. Dietro il bancone una ragazza sta affettando del prosciutto. Deve essere la sua fidanzata. «Ciao Tommy» dico squassandomi un po’ di pioggia dal giubbotto. «Ciao, sei in ritardo» mi fa notare. «Sai la pioggia, il traffico» dico sorridendo la prima cosa che mi passa per la testa. Lo sguardo mi cade sulla ragazza. Ha la pelle scura, credo sia latina, i capelli neri raccolti sotto una cuffietta bianca. Mi guarda e non posso non notare i suoi occhi. Dio mio che occhi. Potrebbero contenere tutto il mondo e ci resterebbe ancora spazio per qualche stella. Nell’insieme è bella, niente di speciale, eppure non riesco a toglierle lo sguardo di dosso. Tommy se ne deve essere reso conto. «Lascia che ti presenti la mia mamachita. (Mamachita?) Reina lui è Giò» dice. «Piacere» risponde lei, dandomi una veloce e poco interessata occhiata. «Piacere» ripeto io, incantato dai denti bianchissimi e dalle labbra scolpite. Ha la pelle di un colore fantastico, cannella direi. «Purtroppo non ho molto tempo» dice Tommy tagliando corto «quindi sbrighiamoci». «Perfetto» dico io e appoggio il sacchettino bianco sul bancone, proprio davanti alla ragazza. Lei lo guarda e continua a spalmare la maionese sui tramezzini. Con un movimento fulmineo, Tommy agguanta il pacchetto e se lo infila in tasca. «Sei pazzo? La questura è proprio qui dietro» dice seccato. Il nervosismo gli ha sfigurato la faccia e gli ha dato un bel colorito rosso che, diventa violetto appena sotto le guance. Sbatte le palpebre degli occhi freneticamente e ha la bocca serrata in un mezzo sorriso furioso. La ragazza, che ora lo fissa, deglutisce a fatica, ma continua a spalmare la maionese sui carrè. Non deve essere la prima volta che lo vede arrabbiato. Mi congratulo con me stesso per la mossa, un po’ rischiosa, ma efficace. «Hai detto che avevi fretta, quindi...» dico con una espressione tanto strafottente che mi prenderei a sberle da solo. Tommy non ha ancora ripreso il suo colorito naturale, si fruga nella tasca dei jeans ed estrae un pacchetto di banconote. «Grazie» dico prendendole e contandole una per una. «Sono giusti» afferma lui stizzito, aggiustandosi il bavero della giacchetta e guardandosi intorno. «Non ne dubito» ribatto io continuando a contare. La ragazza (come cavolo ha detto che si chiama? Perché non riesco mai a ricordarmi i nomi?), ha ora lo sguardo spento e i movimenti lenti. Mi sto pentendo della sceneggiata che ho fatto. Volevo fare sfigurare Tommy, ma mi accorgo che a soffrire è lei. I soldi sono giusti, ma non avevo dubbi al proposito. Me li metto in tasca e poi non so cosa fare. Forse dovrei semplicemente dire: “alla prossima Tommy e ciao anche a te meravigliosa creatura, come cavolo ti chiami” ed uscire di scena, ma non ci riesco. Ad essere sincero vorrei stare ancora un po’ a guardare la meravigliosa. Lei però non mi degna di uno sguardo, continua imperterrita a preparare i suoi tramezzini, spalma uno strato di maionese, poi una fetta di prosciutto. Mi sa che non gli sto molto simpatico, eppure sono un ragazzo a posto, uno spacciatore onesto. D’accordo non sarò elegante come Tommy, ma ho il mio stile, per lo meno non puzzo di questo schifo di dopobarba. Adesso, sta sgocciolando delle olive nel lavandino e mi da le spalle. Devo ammettere senza cadere nel volgare, che anche di spalle offre una splendida visione. Indossa un grembiulino nero da lavoro e sotto il grembiulino una mini rossa, calze scure e più giù non riesco a vedere, perché il bancone mi copre la visuale. «Alla prossima Tommy, se hai bisogno sai il mio numero» mi decido a dire. «Ok» risponde lui. Credo sia ancora arrabbiato. Bene gli passerà. Adesso che faccio, saluto anche la meraviglia? Sono un po’ teso, mi sgranchisco la voce e mi esce un bel «Ciao».
Nessuna risposta.
Bene.
Esco.
Fuori, la situazione non è cambiata, c’è solo più traffico. Tutti corrono, vogliono arrivare presto a casa. Io invece non ho una gran voglia di andare a casa. Non ho voglia di andare in nessun posto, a dire il vero. Certo che non posso restarmene in mezzo a via della Repubblica. Caspita che crisi, una crisi della terza età a ventidue anni. Sono un caso da studiare. Va bene, mi incammino. Guardo le facce dei miei compagni pedoni, cercando di trovare qualcosa di famigliare. Una faccia che mi sorrida, un vecchio compagno, una amica, un cliente tossico. Niente, tutti guardano verso il basso sfiorando il mio sguardo di almeno mezzo metro. Mi sento come se mi evitassero di proposito, come quando andavi a scuola e ti attaccavano sulle spalle un cartello con scritto “sono un asino” e chi ti vedeva, non aveva il coraggio di guardarti in faccia e dirti dello scherzo e faceva di tutto per evitare il tuo sguardo e poi cominciava a ridere non appena te ne eri andato. Mi tocco le spalle, non si sa mai. Credo sia una mia impressione, forse è uno dei sintomi della crisi. Magari ne parlo con Isabel, più tardi, lei ha sempre la parola giusta al momento giusto. Ha sempre avuto questo dono. Quando avevo qualche problema, entravo nella sua camera, mi buttavo sul suo letto e lei mi diceva: “Allora sfortunato che succede?”, e io le raccontavo tutto. Poi lei si fermava un attimo a riflettere e quando le arrivava l’ispirazione, le labbra le si increspavano in un mezzo sorriso. Non diceva mai molto, ma era sufficiente a farmi sentire meglio. Forse questa è una delle ragioni per cui odio tanto il Rinco, in fin dei conti è colpa sua se Isabel non dorme più nella stanza accanto alla mia, se non mi posso più buttare sul suo letto aspettando di essere consolato. Lei se ne è andata, mentre io resto sempre il solito sfortunato, con la differenza che adesso sono solo.
Sei
Isabel è già arrivata. Ha i capelli castani, lunghi e lisci. Porta dei piccoli occhialini che la fanno più vecchia di almeno cinque anni. Mi sta aspettando con il suo ombrellino giallo, di fianco allo scivolo verde, o almeno una volta era verde, adesso oramai il colore se ne è andato, cancellato da tutti i culi che nel corso degli anni sono scivolati su di lui. Lo scivolo, era la mia giostra preferita, mentre Isabel preferiva le altalene. Io, invece, l’altalena non la sopportavo. Non sono mai riuscito a capire come diavolo si faccia a spingersi da soli. Isabel, saliva e dopo alcuni secondi già stava facendo il giro della morte, mentre io riuscivo a malapena a dondolarmi mestamente come il pendolo di un vecchio orologio a cu-cù. In compenso, ero un dio sullo scivolo.
