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Samya - di Simona Bertocchi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/12/2006 alle ore 15:27:29

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Sette del mattino. È lunedì di un uggioso novembre.
La testa mi scoppia, ho gli occhi gonfi, l’umore tenta di svincolarsi e liberarsi da ingombranti strati di apatia e tristezza.
Non ho dormito, il pensiero continuo e divorante va alla nostra ultima telefonata. Mi è arrivata addosso la sua voce rauca e stanca e una pungente sfiducia mista ad accettazione. Ha detto che al suo ritorno dal viaggio di lavoro avremmo dovuto parlare di noi.
“ ... per quanto Giorgio cerchi di mostrarti un futuro insieme, stai certa che non lascerà mai sua moglie. Non si sposa mai l’amante Laura, mai ...” mi aveva detto mia madre, col suo solito modo diretto e pratico, preoccupata per il mio entusiasmo adolescenziale verso quella relazione.
Non l’avevo ascoltata, già pensavo a come avrei arredato la casa in cui saremo andati ad abitare il primavera. In fondo con sua moglie sono separati in casa da mesi e lui passa ogni momento libero con me. Ma quale amante ! Io sono la donna che lui ama. Non sono l’incontro di due volte a settimana. Mi ha sempre presentato a tutti come la sua donna. Basta aspettare che ottenga il divorzio.
Da qualche settimana, però, fatico a proseguire accanto a lui, mi impiglio sempre più spesso nella sua insoddisfazione, mi taglio con le sue paure. Mi tiene accanto senza più nutrirmi, mi guarda senza vedermi, mi stringe con forza ma con poca passione.
Sette e quindici: mi scrollo di dosso questi pensieri che mi strisciano dentro.
Da più di un’ora hanno iniziato a circolare gli autobus e le prime macchine. I bar hanno acceso le insegne, le edicole sono aperte, e il motore della città sta già rombando.
Metto su il caffè ancora con gli occhi chiusi e lentamente tutto prende forma.
- Cazzo, la riunione alle otto e mezzo - dico bruciandomi la lingua col caffè bollente.
Aziono la segreteria telefonica, non ho scaricato i messaggi la sera prima e oggi scopro che ... alle cinque arriverà l’idraulico, alle sette mi aspetta il commercialista, segue cena da mia madre e per non farmi mancare niente ci sarebbe l’inaugurazione del bar della mia amica Sandra (per quanto in questo periodo mi chiuderei un mese in casa per sprofondare, farmi inghiottire, modellare, assorbire dal grigio e dai chiaro scuri, bene al riparo dai colori accesi e dai rumori).
Mi inamido nel mio tailleur grigio, conforme all’autunno che ho dentro. Ai capelli ci rinuncio, non stanno mai come vorrei e lascio che i miei riccioli rossi si esprimano come vogliono. Non trucco gli occhi ma al rossetto non rinuncio. Cambio all’ultimo momento il tacco a spillo con un comodo mocassino. Prendo le cartelline con le schede dei clienti e le pratiche degli ultimi processi e mi chiudo alle spalle la porta di casa.
Squilla il cellulare, sono in macchina, ferma ad un semaforo, da un gigantesco cartellone pubblicitario, una signorina dal corpo perfetto ammicca nel suo completo intimo.
- È saltata la riunione. Francesco è malato, la sua cliente passa a te, la devi incontrare alle dieci. Ci vediamo al bar sotto l’ufficio? - Paola non aspetta la risposta e butta giù.
Era una proposta o un ordine? E poi non ho tutta questa voglia di iniziare il lunedì sentendo discorsi di donne in carriera, problemi politico-sociali, prese di posizione sul lavoro, analisi introspettive e vivisezioni sui rapporti uomo-donna o relazioni minate.
Comunque sia parcheggio malamente ed entro nel bar, pronta ad affrontare Paola.
L’elenco dei tipi di caffè proposti è infinita, quello al gianduia, quello con l’amaretto, quello con la crema e il liquore, seguono poi le varianti dei cappuccini e ancora paste e pastine con i nomi più ridicoli.
- Signora?- mi chiede un sorridentissimo e lampadato barista con i capelli unti di gel.
- Un espresso, senza aggiunta di niente - puntualizzo guardandomi intorno alla ricerca della mia collega.
Intorno i soliti di scorsi da bar da lunedì mattina col calcio in primo piano, le lamentele sul governo, le barzellette sconce e intricati problemi di lavoro.
Paola arriva, strizzata in un lungo cappotto nero legato stretto in vita, i capelli biondi sono perfettamente in ordine e il trucco è impeccabile, sembra una bambola di porcellana.
- Possibile che riusciamo a vederci solo di sfuggita io e te ? - dice con un sorriso eccessivo. Mi arriva la fragranza del suo profumo fiorito mentre mi bacia sulla guancia.
- Perché domani sera non vieni con Mario a cena da me? Ci sarà anche Francesca e Sandro - propongo senza essere troppo sicura di volerlo veramente.
- Magari un’altra volta tesoro. Domani sera abbiamo appuntamento con l’agente immobiliare, stiamo cercando un appartamento più piccolo, sai ora che Mario è in cassa integrazione non ce la facciamo ad arrivare a fine mese. -
La guardo stupita e rincuorata. Mi aspettavo un rifiuto in favore di una serata all’opera o una cena in un ristorante glamour.
Parlando scopro che il suo bambino è dislessico, sua suocera non si è più ripresa dal lutto per la morte del marito, quest’anno salteranno la tradizionale settimana bianca, il cappotto che ha addosso lo ha comprato al mercato e se so tenere il segreto mi da la ricetta delle sue lasagne.
- Ora scappo, devo andare a parlare con i professori di Alessandro. Ci vediamo più tardi in ufficio. -
- Ormai è grande Alessandro, che ha combinato ? - le chiedo e provo più simpatia e complicità, ora mi dispiace proprio che non ci sia alla cena di domani sera.
- Ha fatto un’occupazione a scuola un po’ troppo “accesa” e rischia l’espulsione. Devo fare in modo di risolvere la cosa senza dirlo a Mario se no finisce male - mi risponde affrettandosi a pagare.
- Paola, prima che te ne vai, sai dirmi qualcosa sulla cliente che Francesco ha passato a me ? -
- È una donna sudanese che ha denunciato il suo datore di lavoro, non so altro, a parte che lui è un vecchio bastardo- mi dice in un orecchio, poi mi pianta addosso uno sguardo serio e provato ed esce dal locale.
Quando arrivo in ufficio Samya è già stata fatta accomodare. È seduta composta e un po’ irrigidita su una sedia, il capo coperto da un velo blu chiaro, il corpo avvolto da una tunica blu. È alta Samya, ha dei bellissimi occhi neri e se mi soffermassi a guardarli meglio vi leggerei la sua storia, sorride Samya e mentre parla muove le mani con grazia, è elegante e delicata. Accanto a lei le si stringe la sua piccolina, ha un giubbottino imbottito logoro ma pulito. La bambina si guarda intorno instancabile, scruta ogni angolo e ingrandisce gli occhioni neri. Quando le porgo un cioccolatino esplode in un sorriso luminoso.
- Francesco per qualche settimana non verrà a lavorare e hanno passato a me il suo caso. Mi chiamo Laura Baldi, sono il suo avvocato d’ufficio - Le porgo la mano e lei la stringe con forza, quasi si aggrappa e con lo sguardo mi lancia un messaggio di aiuto senza mai perdere la naturale delicatezza.
- Sono stata licenziata dalla fabbrica e senza lavoro non mi rinnovano il permesso di soggiorno - dice in un italiano improvvisato, ha una voce carezzevole e mentre parla sorride.
Che avrà da sorridere? Io sarei incazzata con il mondo e odierei tutti fossi al suo posto.
- Perché ti hanno licenziata? - passo al “tu” senza accorgermene e le sorrido prima col cuore.
- Ci trattava come bestie, ma a questo ci sono sempre stata abituata, non mi fa paura, il fatto è che non ci pagava da mesi e la settimana scorsa ha iniziato a licenziare. Io ho quattro figli e senza lavoro come li sfamo ?-
- Non hai un marito?- sono a disagio. Spontaneamente le prendo le sue mani tra le mie.
- È stato ucciso a Kornoy, vicino a Dafur, dai Jajaweed. Hanno saccheggiato tutto il villaggio, ucciso le persone e bruciato le case. Kornoy si trova in Africa, in Sudan. - Ci tiene a specificarlo perché l’attenzione pubblica è tutta rivolta alla guerra in Medio Oriente e il Sudan è abbandonato a se stesso (non ci sono risorse naturali interessanti là e tanto meno pozzi petroliferi). Quel paese africano è divorato giorno dopo giorno dal cancro della violenza, della denutrizione, delle malattie mortali.
- Io sono fuggita da quel villaggio di cento capanne e ce l’ho fatta ad arrivare a Tine con i miei figli e mia sorella. Lì mi hanno soccorsa quelli della Croce Rossa e un dottore buono mi ha aiutata a venire in Italia, i miei figli stavano male, ad Hamid, serviva una protesi per la gamba amputata.
Io sono stata fortunata, altre donne sono andate fino in Libia per poi tentare la traversata del Mediterraneo e moltissime non ce l’hanno fatta.-
Non è una notizia ascoltata al telegiornale mentre faccio altro e ascolto a tratti notizie fuori dal mondo. È la testimonianza di una donna torturata nell’anima e nel fisico che mi sta chiedendo aiuto.
La sua è una realtà talmente terrificante da non riuscire a immaginarla, è una storia paradossale da cui cola e traspira ferocia e crudeltà. Soprattutto non riesco a capacitarmi dell’indifferenza del mondo davanti a un paese malato terminale che giorno dopo giorno muore davanti agli occhi di coloro che sono impegnati a inventarsi guerre altrove.
- Samya dai documenti di Francesco risulta che il tuo datore di lavoro ha dichiarato la bancarotta, quindi una riassunzione nella stessa ditta è assolutamente impossibile- non so come pormi, mi sembra persino di sbagliare il tono di voce, di non essere abbastanza delicata, mi sento inadeguata in tutto. Samya mi guarda smarrita, non ci provo neppure a spiegarle la questione burocratica .
- Naturalmente pretendiamo i tre mesi di stipendio e il risarcimento di tutti i danni morali. Dovremo darci da fare per trovarti un lavoro il prima possibile - mentre lo dico penso che trovare lavoro a una donna sudanese con quattro figli in una città del nord Italia è un’impresa quasi impossibile.
- Andrò a vedere se e come sei inserita nelle liste di collocamento -
- Ma adesso non posso finire agli incroci a lavare i vetri, ho cinque figli io.-
- Come riesci a crescerli? - chiedo con un filo di voce.
- I più grandi badano ai piccolini e quando lavorano li lasciamo a mia sorella. Siamo bene organizzati ma può capitare che ogni tanto i grandi saltano i pasti per darli ai bambini.-
I giorni successivi furono tutti centrati sulla causa di Samya, con l’aiuto di un mio caro amico feci assumere il figlio maggiore nel magazzino di un supermercato. Sistemare Samya fu più problematico, una ragazza con velo poteva turbare i clienti e quindi per evitare troppi “turbamenti” mi venne in mente che avevo proprio bisogno di una donna che mi facesse i lavori di casa. Veramente non ne avevo affatto bisogno ma lei si.
Mia madre sta facendo una censita dei vestiti da dare alla nostra famiglia “adottata” e questa mattina accompagnerà Samya all’ospedale perché metteranno una protesi alla gamba che il figlio aveva perso nei bombardamenti a Dafur.
Squilla il telefono, rispondo con in braccio la piccola Nina che mangia una specie di involtino puzzolente di carne e altri intrugli. .
- Sono Giorgio, sono tornato, ti devo vedere per parlare un po’ - all’improvviso quella voce diventa estranea, la sua drammaticità mi infastidisce.
- È tardi Giorgio - lo dico col sorriso, intingo dalla serenità e dalla forza che mi ondeggiano dentro.