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Quella notte in città - di Luca Adami

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/07/2008 alle ore 21:32:02

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 


dedicato alla gente che vive senza gustare l’attimo e ad Antonio, che col suo acume ha smascherato questa gente.
l’autore


‘cade la brace nel mio piscio
e smorza quegli ultimi ricordi
non ancora offuscati dal fumo.
polveroso il bar, polverosa la birra.’

Lo scrisse su un muro il pensiero perduto di un ragazzotto di città. Un buon pensiero, per un cittadino.
Poi si dilungava a parlare del mondo e la gente.

‘mi sta bene.’

Lo scrissi di sotto sul muro del cesso, poi lo firmai: Lebowski.
Ed uscii, tornai al mio polveroso bar. Il bancone era troppo lungo, il mio posto troppo in fondo. Mi stavo avvicinando, quando un rozzo si è messo davanti e ha cominciato a ridere. Beveva una birra alla spina, a me piaceva il white russian. Come a Drugo. La musica era cambiata, quella sera, ed ora rintronava una strana danza esotica. Non era male, quando stava bassa di volume. Come un lampo fra la gente arrivai al sedile dove avevo lasciato il drink. Ed Eddie, il mio amico con la vescica stretta. Doveva contenere al massimo mezza birra. Io adoravo il latte, invece. Il latte e il white russian. Era un orgasmo quando lo bevevo sul terrazzo, dopo una sigaretta d’erba.
La voce di Eddie mi suonava distante, ora ero intrapreso nel ventre di una ballerina che ondeggiava come una risacca marina. Era un incanto seguire quelle onde di carne dorata. Qualcuno mi strattonava, dal braccio destro.
La donna incantevole che avevo davanti mi fissava, poi giocava con un palo unto. Seguiva una melodia lenta, che di lì a poco sparì per lasciare spazio ad un corpo di ballo brasiliano. Fu allora che mi voltai e notai che Eddie mi stava parlando. Ma non sentivo la sua voce, solo gli strattoni al braccio. La sua bocca si muoveva ed intanto mi trascinava fuori dal locale, all’aperto. Non era bello il Blue Night visto da fuori, sembrava uno scatolone grigio. Anche l’insegna era sporca, si faticava a capire il nome. Ma la gente come noi lo sapeva. Io c’ero entrato la prima volta con Karl, uno studente tedesco che non parlava bene la nostra lingua. La usava solo per ordinare da mangiare.
“Ehi Drugo! Hai inteso cosa voglio dire?”
Accennai con la testa, guardando l’insegna colorata del Blue Night mentre scintillava sul tetto piatto sopra la città. Voleva avvisare le pecore che lì si poteva bere e ballare. E le pecore arrivavano a frotte.
“E noi non facciamo niente! Stiamo qui a farci le seghe!” continuava Eddie.
Lo vedevo con la coda dell’occhio che si agitava, concitato nella sua campagna personale di adesione al programma anarchico. C’è chi è anarchico e c’è chi solo se ne sbatte, ma sono due stati diversi. Eddie apparteneva a quello strato di gente insoddisfatta in quegli anni post-novanta, in cui regnava l’idea di un mondo che rotola verso il baratro, spinto dalla forza di braccia mafiose e corrotte. Ogni epoca ha i propri padri, io credo che per molti versi ce la siamo voluta. Nulla capita per caso, oppure secondo altri è tutto a capitare per caso. Ad ogni modo, le persone estreme fra loro si capiscono perché sanno che i bordi di una piscina chiudono tutti la stessa acqua disinfettata. Nei post-novanta c’era dappertutto un’atmosfera di finta disinfezione, chiunque viveva con l’ansia più o meno crescente di sentirsi sporco. Come una puttana scontenta.
“Tu hai paura, Eddie?” gli chiesi.
Lui mi guardò come se gli avessi chiesto di uccidere sua madre.
“Cazzo, no!” mi rispose.
“Allora non parlare di situazioni inutili, crea quelle utili piuttosto.”
Forse si rese conto che sua madre poteva ancora dormire sonni tranquilli, pensò alla sentenza che gli avevo sparato addosso. Capì che, in fin dei conti, avevo ragione. Nonostante ci sia sempre un bastone ad infilarsi fra le ruote di un carro che va, Eddie poteva contare su delle buone gambe. Sarebbe caduto in piedi, come tutti noi. Non si può dire che ce la passiamo male, effettivamente. E’ solo che potrebbe andare meglio, e purtroppo tocca a noi farla andare.
“Perché non si può fotterlo, Drugo?” mi chiese.
“Per fottere il sistema devi prima entrarci, Eddie. Ma dentro è una favola. Per questo bisogna solamente ignorarlo e cambiare strada.”

‘lui ti circonda
e tu lo circuisci.
lui ti colpisce
e tu lo affondi.
risuona l’inno di stato nell’aria.
è un mondo che rotola
ma noi siamo saltimbanchi.’

C’erano delle note stonate che rimbombavano intorno. Dentro al Blue Night era scoppiata una rissa, c’era un clima di guerra. Qualcuno doveva aver toccato il culo della ragazza sbagliata, o forse aveva versato un daiquiri sulla giacca in lino di un ricco. La gente si incazzava molto facilmente, in quei tempi. Forse per colpa proprio di quell’ansia che non si cavavano dalla testa, dalle orecchie, dagli occhi. C’era chi votava per donargliela ventiquattr’ore al giorno con le televisioni, con i giornali, oppure togliendogli quelle piccole gioie quotidiane, come andare a prendere un caffè al bar la mattina.
Il fatto geniale era stato quello di farsi accettare di buon grado come la miglior soluzione possibile. Come se Hitler non avesse puntato sull’insoddisfazione...
“E’ tutto troppo facile...”
Eddie mi aveva riportato nel locale, gli serviva solamente una pausa di cinque minuti in cui sfogarsi dell’inquietudine che ognuno inevitabilmente accumula. Mi considerava il suo psicanalista, spesso diceva che uscire con me la sera equivaleva a pagare tre o quattro sedute in studio, mentre il dottore prendeva appunti e annuiva.
“Non so che dire, Eddie, io sono solo una spugna.” gli dissi.
“Si vede, cazzo! Quante birre hai già scolato?” mi chiese.
Ma non parlavo della mia dote di bere un bicchiere più di lui, bensì della mia maledizione. Quella di assorbire la vita di chi mi stava intorno. Riuscivo senza molta fatica ad adattarmi nel corpo di chiunque e capire le avventure che l’avevano portato lì, davanti al mio corpo vuoto. Era una sorta di estraniazione, come se fosse il mio corpo a rifiutarmi di tanto in tanto per farmi intraprendere un altro viaggio. Perciò riuscivo a vedere e raccontare. Eddie adorava questa mia maledizione, soprattutto perché approfittava della mia dote: reggere un bicchiere più di lui significava che lui poteva bere un bicchiere in più. Se non ero ubriaco io, non lo era neppure lui.
“Tu sei ubriaco, Eddie.”
Lui ritornò con gli occhi alla morte della madre e mi giurò sulla testa della genitrice che non lo era. Mi propose una verifica, prese le chiavi dell’automobile e portò fuori dal Blue Night i nostri culi per l’ultima volta. Tutto quel movimento non mi piaceva, a me sarebbe bastato un altro drink.
“Ora ti faccio vedere!” promise.
La vecchia carcassa di plastica e metallo tossì un paio di colpi di fumo nero, poi cominciò a ruggire.
“Lo molli quel cazzo di pedale?”
“La scaldavo, merda! Guarda ora!”
Partì di scatto, facendo stridere i pneumatici sull’asfalto, verso l’ampio parcheggio del locale. La scatoletta con le minigonne e i sedili bombati cominciò a danzare al ritmo di un’orrenda musica nella radio. Eddie sorrideva e guardava orgoglioso i segni delle sgommate.
“Ho capito.” dissi.
Ma lui non si fermava. Continuava a tenere saldo il volante e urlava:
“Ancora uno, ancora uno!”
Aveva preso a girare in tondo, ogni tanto portava il braccio a freno a mano ma non lo usava mai. Non lo sapeva usare, ma era meglio non dirglielo o ci avrebbe provato. Ci avrebbe provato comunque, perché certe persone fanno proprio ciò che ti aspetteresti.
“L’ultimo, poi andiamo.”
“D’accordo.”
La gente stava cominciando a notare quel balletto di gomme puzzolenti, ma non erano sorridenti come Eddie. Qualcuno ci additava con scherno, come a dirci che eravamo due pirla a giocare ancora con l’automobile alla nostra età. Come dei diciottenni neo-patentati. Eddie non voleva sentirsi addosso gli anni che aveva, perciò ogni tanto bisognava assecondarlo.
L’ultimo giro di giostra si stava chiudendo, proprio quando i buttafuori del Blue Night iniziavano a camminare nel parcheggio. Lo stesso qualcuno che prima ci additava, ora li aveva chiamati. Strano parlare di disturbo della quiete pubblica, quando si sgomma sull’asfalto, e non far nulla per la musica orrenda che proponevano dentro. Ma gli affari interni non sono roba mia, né di Eddie. A lui sembrava piacere quel modo di comportarsi, come se tutto, sia dentro che fuori, fosse bello. Addirittura divertente.
Tirò il freno a mano per sterzare via da quel posto grigio ed il motore, ovviamente, si fermò. Non lo sapeva davvero usare. Questa imperfezione lo mandava in bestia, era il suo tallone d’achille, perché era realmente convinto di essere un buon pilota. Voleva fare la Parigi-Dakar, un giorno.
“Maledizione!” esclamò.
Poi ingranò la retro, si portò verso l’uscita e tornammo a vagare senza meta per la città.

Le luci delle vie raccontavano varie storie intrecciate di gente che conosce gente, di bar che si affollano il fine settimana se c’è una partita al televisore. Il tubo catodico stava lentamente invadendo anche le vetrine dei negozi, le stazioni dei treni, le persone. Si doveva davvero faticare per non guardarla. Le insegne illuminavano come i lampioni, sarebbe bastato un solo sistema per dare luce alla città, ma ammetto che avevano il loro fascino: tutti quei colori che si mischiavano con la velocità della strada era affascinante. Un giallo da bar si confondeva con il rosso di una fermata dell’autobus, proprio mentre usciva da un cinema di seconda visione un signore schivo con un giubbotto arancione. Era tutto in equilibrio. Fumavo una sigaretta d’erba ed alla radio passavano i Doors, una buona compagna la musica. Specialmente quella buona.
Ultimamente i locali avevano perso il senso delle cose buone, tutti si accontentavano del limite accettabile. Nessuno voleva arrampicarsi e cercare il meglio. Perciò era difficile anche parlare di concetti come il bello o l’amore. Si cercava solo di barcamenarsi tra chi tirava da una parte e chi dall’altra.
“Hai visto quella là, Drugo?” mi chiese Eddie.
Mi voltai a guardare la più bella donna che la città potesse offrirmi, una torre di un metro e ottanta di puro sesso: mora, gli occhi chiari, carrozzata molto meglio dell’automobile scassata di Eddie. Teneva fra le dita una sigaretta lunga e sottile, in spalla una borsetta ricolma di oggetti inutili e muoveva quel suo culetto a destra e a sinistra con una sinuosità degna di un incantatore di serpenti. Con lei davanti, nessuno avrebbe pensato alla politica tranne me.
“Non c’è voto.” dissi.
“Perché no?”
“Lei è oltre. E’ superiore.”
Eddie sorrise, cercando di capire quale fosse la cosa divertente che avevo detto. Ma non ce n’era una, la realtà è che fatico molto a divertirmi. Io volevo solo dire che lei era stupenda, ma chissà perché avevo in testa anche i colori della strada e l’ondeggiare del suo culetto a destra e a sinistra che mi aveva fatto pensare ad una canzone di Gaber.
“Accosta, Eddie, le voglio parlare.”
Spostò l’automobile verso il marciapiede e cominciò a muoverla a passo d’uomo, anzi di donna. Lei pareva non fare caso a noi e continuava a camminare, soffiando fuori piccole nuvolette di fumo.
“Ciao. Stai tornando a casa?” le chiesi.
Non rispose, boccheggiò la sigaretta e guardò il cielo terso dalle nubi di qualche stagione prima.
“Guarda che non ti voglio stuprare, stai tornando a casa?” domandai sinceramente.
Lei si voltò e ci squadrò subito. Non avevamo delle facce cattive, in fin dei conti.
“Sì, torno a casa.” disse.
Per fortuna aveva una bella voce, suadente e calma. Non avrebbe trasparso un colpo di ansia nemmeno quando il cielo ci sarebbe crollato sulla testa.
“Bevi qualcosa prima di tornare?”
Si fermò, ed anche Eddie fermò l’automobile. Povera ragazza, l’avevamo messa in una brutta situazione: doveva cercare di capire in quattro e quattr’otto se noi potevamo essere dei folli stupratori. E’ questa l’ansia di cui parlavo con molta gente, prima che mi mettessero a tacere. Gli anni post-novanta avevano procacciato nelle persone, anche le più belle, un malsano senso di diffidenza. Nessuno era scampato a quella campagna mediatica, nemmeno io. La ragazza pareva oscillare, come il suo culetto mentre camminava, nel tentativo di decidere se affidarsi alla sorte come si faceva una volta, rischiando di conoscere altre due belle persone come lei. Se la gente avesse buon senso non ci sarebbe bisogno nemmeno della polizia.
“Sentite...” disse, “Io non so voi chi cazzo siete o cosa volete. Ma state certi che stasera non ve la darò.”
Eddie sgranò gli occhi, effettivamente anch’io rimasi sorpreso da tanta sincerità. Per la prima volta nella giornata ero contento di aver avuto un contatto umano, finalmente con qualcuno che valesse la pena. Non che Eddie fosse una cattiva persona, ma la conoscevo già. Avrei potuto prevedere ogni suo movimento, perché io sono una spugna.
“Ci accontenteremo di un drink, allora.” le risposi.
“Mi pagate da bere?”
“Certo.”
“Tutti e due? Due per una?”
Se qualcuno avesse seguito tutta la scena dal di fuori, probabilmente ci avrebbe additato come dei maniaci sessuali, fedeli solo alla regola ‘tira più un pelo di figa che un carro di buoi’. Ma in realtà non era così. Forse noi eravamo rimasti gli ultimi a credere ancora che si potesse parlare con una ragazza ed invitarla fuori a bere per compagnia. Lo scopo resta sempre quello, ma cambia il modo. La gente che stupra è solamente codarda.
“Io sono Eddie, e lui è Drugo.”
“Io mi chiamo Stefania.” si presentò, “Ah... Drugo, come...”
“Esatto.” dissi.
Montò sull’automobile di Eddie e partimmo un’altra volta. Stavolta non stridettero le ruote sul nudo asfalto, ricominciammo lentamente, cercando di conoscere meglio Stefania.

“Anche voi ascoltate i Doors?”
Eddie annuì, ed orgogliosamente ammise che l’automobile era la sua. In molti sostengono che l’automobile è un depistaggio simbolico che riguarda il pene. Dicono che gli uomini vogliono le quattro ruote per come vorrebbero il loro pene. Gli uomini sono come cani, si leccano le palle a vicenda.
“Sono il mio gruppo preferito. Anche se è difficile dirne uno solo.” dissi.
“E gli altri chi sono?”
“Sono troppi, forse tutti.”
“Spesso chi dice ‘tutti’ intende ‘nessuno’...” disse Stefania.
“Questo è vero.” sorrisi.
Era una perla acuta, quella donna. Era come sentire Tony suonare il pianoforte. Tony era un amico, appassionato di musica, che aveva il dono dell’incanto. Lui parlava e cantava allo stesso tempo, regalava alla gente dei momenti puri mentre suonava per strada. Erano solo note, che si trasformavano in sonorità d’ambiente, creando un’atmosfera a volte soffusa e a volte viva. Lui riusciva a catturare dalla gente le sensazioni che vivevano, camminando sui marciapiedi come formiche, e gettarle tra le dita in tasti bianchi e neri.
Stefania, a modo suo, sembrava una bella persona. Volevo solo scoprire qual era il suo talento. Ci eravamo fermati in un bar lungo la strada, uno qualunque come al solito.
Il cameriere lo conoscevo di vista, era sempre la stessa la gente che girava in città. Quello aveva fatto il cameriere dappertutto, dalle bettole di periferia fino al centro. E lo so, anche se io non ero certo il barista. Ma mi piaceva conoscere i baristi, qualche volta restare con loro fino alle ore piccole. I baristi hanno sempre avuto un ruolo, come io ce l’ho con Eddie. Io ero un tipo da bar.
Non mi sentivo dentro il talento di bere, ma lo facevo con costanza. In fin dei conti non posso definirmi un guerriero, sono un mucchio d’ossa da settanta chili a malapena. Sono un piccolo grande uomo, oltre che una spugna.
Il white russian scendeva nella gola come una manna, rinfrescando quella serata di primavera. Molta gente si libera delle catene che la tiene imprigionata nelle case e cammina. Spesso non sanno dove andare, ma basta camminare per sentirsi parte di qualcosa. Almeno per loro.
Le persone come me e Stefania devono avere qualcosa di più, abbiamo l’ansia di essere ricordati. Forse perché anche noi siamo figli di un sistema che funziona a ricordi. Certe volte pensiamo a quando un giorno ricorderemo questi momenti.
“Non parli molto, Drugo...” mi disse Stefania.
“Vero.” risposi.
“Ed hai pure la voce bassa...” continuò.
“Perché le persone che vale la pena mi ascoltino sono quelle che stanno vicine...”
Lei faceva l’insegnante di sostegno in una scuola elementare, ma avrebbe voluto insegnare surf in Marocco. Eddie le chiese perché proprio in Marocco e lei fece un sorriso malizioso, poi accennò con le dita il gesto di fumare. Capimmo entrambi.
“Però non sono una fattona. Mi piace stare per i fatti miei e fare le cose che mi piacciono.”
“E il surf ti piace?”
“E’ la mia vita. Come per qualcuno la musica, per altri il lavoro. Io ho il surf.”
“Credo sia difficile surfare in città...”
“Quando sono qui soffro come una bestia!” ammise, “Aspetto sempre che si apra la stagione per andare verso il mare.”
Lei sorseggiava un dry martini, Eddie beveva una birra. Il mio white russian era finito, ne ordinai un altro. Era piacevole sentirla parlare, ci metteva dentro quella passione che dava senso alle frasi. Il problema della gente, di solito, era la mancanza di passione verso qualcosa. Come dargli torto? Dopo il sessantotto, tutti avevano cominciato a parlare: ognuno di se stesso. La passione degli anni post-novanta si era ridotta ad un macabro egocentrismo che dopo l’11 settembre del diavolo aveva tramutato la sua aria in un clima di soffusa tensione. E niente è più pericoloso che minare la sicurezza di un egocentrico.
Sicuramente era proprio ciò che volevano le alte sfere, un sistema come un altro per controllarci. Tempo fa lo facevano regalandoci delle piccole soddisfazioni: una partita di vero calcio, un pacchetto di innocue sigarette, i gladiatori si sfidavano nelle arene e qualcuno andava a pescare nei fiumi. Ma era più facile seminare il panico, per controllarci.
“Lo sapete che Bush e Kerry fanno parte della stessa loggia?” ci chiese Stefania.
“Sì, la 322.” risposi.
“Davvero? Quindi le elezioni erano truccate?”
Stefania spiegò a Eddie che chiunque vinca un’elezione ha sempre qualcuno dietro a cui deve un favore. Il mondo va avanti a favori e a gente che si lecca le palle a vicenda, come scrivevo poco fa. Se due candidati presidenti vengono dallo stesso ambiente, difficilmente le persone che gli stanno dietro sono diverse. Entrambi devono rispondere sempre allo stesso pezzo grosso.
“I veri pezzi grossi sono quelli che non conosci...” dissi.
“Già, quelli che stanno nascosti.” fece eco lei.
“Anche da noi ne abbiamo parecchi.”
“Dappertutto ce ne sono parecchi.”
Poi tornò il cameriere, con il mio cocktail. Ci aveva messo un bel po’ di tempo a prepararlo. Speravo almeno fosse il miglior white russian che avessi mai bevuto, ma non lo era. Era accettabile. Il pinguino in camicia bianca che avevo già visto in ogni bar se ne andò senza mancia.
“Non trovate assurdo tutto questo?” chiese Eddie.
“Trovo assurdo che qui non ci sia il mare.” gli disse Stefania.
Passò davanti a noi una limousine bianca con i vetri oscurati. Dentro, probabilmente, c’era un operaio da seicento euro al mese che aveva tirato la cinghia finché non era riuscito a mettere da parte quelle sporche banconote che gli avrebbero permesso di sentirsi un divo per una notte.
“Io non riuscirei a fingere. Se salgo su una di quelle, poi devo restarci.” dissi.
“Vuoi avere successo?” mi chiese Stefania.
“E chi non lo vuole? Il successo è tutto...”
“No, Drugo, ci sono anche altre cose... l’amore, i soldi...”
“Sono solo scatole cinesi, Eddie.”
Stefania mi guardò, incuriosita forse dal fatto che non sapeva cos’erano le scatole cinesi.
“Spiegati meglio.” mi disse.
“Sono matrioske russe, l’uno dentro l’altro. Il successo viene davvero quando un uomo riesce a far parlare di sé, quindi dev’essere amato da qualcuno che compra le sue parole. E’ ricco ed è amato.”
“E se un uomo è solamente ricco?”
“Un uomo è davvero ricco se ha anche qualcuno con cui condividere la sua fortuna. Altrimenti è solo uno strozzino. Voglio pensare che sia innegabile, per ogni uomo, avere una donna affianco. Forse è una forma di sudditanza, ma per molti versi è piacevole.”
“Resta solo l’amore...” mormorò Stefania.
“Perciò è l’essenziale. Non capisco quelli che lo mettono al primo posto nella scala dei piaceri. E’ gente che non capisce le scatole cinesi o le matrioske. L’amore è l’essenziale per andare avanti, non è un obiettivo.”
Feci una pausa per tirare il fiato, sorseggiai qualche goccia di nettare dal bicchiere a cono.
“L’amore è il minimo sindacale...” sentenziai.
Poi finii di bere il white russian e accesi l’ennesima sigaretta d’erba. Aspirai fino in fondo, perché quella sera non mi avrebbe preso la paranoia. Sapevo accettare i limiti del mio corpo, anche se talvolta non disdegnavo l’eccesso. Quella sera tutto scorreva liscio come l’olio, perché Stefania annuiva e Eddie aveva lasciato i problemi con sua moglie nel Blue Night, assieme ad un paio di ballerine da cubo.
“Non ti complichi la vita con quello?” mi chiese Stefania, indicando lo spinello.
“Solo se mi beccano.”
“La gente diventa pazza per amore, non è strano?”
“Sente che gli manca l’essenza, perché fare sesso è fare l’amore. Non si può rifiutare il posto da dove si è venuti.”
“Cosa vuoi dire, Drugo?” domandò Eddie.
“Che cerchiamo di tornare da dove siamo venuti, fin dal primo momento in cui usciamo dal buco.”
“E’ una realtà un po’ schietta, non credi?” si incuriosì Stefania.
“E’ la realtà. Basta non starci troppo sopra a pensare.”
Quello che c’era di vero è che tante volte bastava ascoltare una canzone dei Doors per rendersi conto che qualcuno come noi ce l’aveva fatta. Era riuscito ad incantarli tutti con il colpo maestro, lo stile o la classe. Ognuno chiama questa cosa a modo suo. Ma è una cosa che hanno tutti i grandi maestri di vita, da Robert Johnson a Jim Morrison.
“Finisce presto, vero?”
“Finisce quando tu vuoi che finisca.”
“Non c’è casualità?”
“Tutto o niente. Non c’è via di mezzo.”
Faticavo a parlare di certe cose con altra gente, di solito chi cammina per strada convinto di fare qualcosa di buono è lo stesso soggetto che non ti ascolta quando parli. Per gente come loro bisogna urlare, dall’alto di un palco o di una tribuna elettorale.
“Penso che andrò verso casa, ora.”
“Prendo l’automobile, ti accompagniamo.” disse Eddie.
“No, no. Non preoccuparti, vado a piedi. Abito qui dietro.” rispose Stefania, sistemando le cose inutili nella borsetta.
“Sei sicura?”
“Certo, non c’è problema. Però voglio ringraziarvi per la serata, all’inizio davvero pensavo voleste portarmi a letto.”
“L’intento è sempre quello, cerchiamo l’amore come tutti...” confessai.
“Già.” disse, guardandomi negli occhi, “Ma grazie per non avermelo chiesto subito.”
“Non c’è di che.”
Ci alzammo e, dopo esserci salutati come persone civili, tornammo alla carrozzeria sgangherata dell’automobile di Eddie. Lui bofonchiò qualcosa, prima di montare. Accese la radio, ora passavano un vecchio successo di Stevie Ray Vaughan. Quella sera la radio sembrava starci ad ascoltare, dandoci piccole soddisfazioni mancanti da troppo tempo.
“Io l’avrei portata a casa.” mi disse.
“Volevi scoparla, eh?” gli risposi, sorridendo.
“Tu no?”
“Tu sei sposato, io no.”
“Non ricordarmelo, Drugo. Non ricordarmelo.”
“E come faccio? E’ mia sorella...”
“Certe volte me lo dimentico.”
“Siamo diversi, io sono stato adottato.”
“Lo so. Ma non ho voglia di parlare di lei, ora.”
Non c’era problema. Alzai l’incalzante ritmo country-blues e partimmo lungo la strada, sperando come i cowboy di vedere il sole tramontare davanti a noi. Si insegue sempre il calare del sole, poi ci si addormenta sui sassi sperando che non ci metta troppo a risalire nel cielo.

La mattina seguente mi svegliò il telefono. Era la mia sorellastra che mi chiamava per rimproverarmi di aver fatto le ore piccole con Eddie. Pover’uomo, anche quella sera era tornato a casa ubriaco. Forse dovrei dargli tregua, ma penso che sia lui ad aver bisogno di me. E’ bello sentirsi necessari.
Mi levai dal letto con la sola voglia di mettermi sotto un getto di acqua calda e schiuma. La doccia, appena svegli, è un toccasana per il corpo e per la mente. Sempre che avessero riparato l’acqua calda. Quando ero sotto la doccia, squillò ancora il telefono. Sperai che non fosse mia madre o un editore che mi chiamava per pubblicarmi.
“Vaffanculo!” urlai, in ogni caso.
Più tardi avrei chiamato anche mia madre, era un po’ di tempo che non la sentivo. Magari se la passava bene. Uscii di casa per andare a prendere il giornale. Non che mi interessasse, ma dovevo trovare un modo per passare il tempo. Quella sera avrei dovuto suonare.
Era un buon posto, anche se non troppo frequentato. Ci suonavo tre sere a settimana, e quando andava bene riuscivo a pagare l’affitto. Facevo musica d’ambiente, cercando di non farmi sentire dalla gente che discorreva dei fatti suoi stretta nei tavoli. Spesso le pecore non vogliono sentire una voce che urla, ma un vizioso scontento che li accompagna. Loro, in ogni caso, devono essere quelli che se la passano meglio. Altrimenti gli scatta l’invidia, e cominciano a fischiare. C’è gente strana per le strade e nei bar, ultimamente, ma ci si può adattare tranquillamente. Come ho sempre fatto.
La mattina non era la stessa cosa: non c’era troppa gente in giro e si poteva camminare per tutta la larghezza del marciapiede senza cozzare addosso a qualche idiota. Gli idioti sbattono, le persone si scansano. Tranne quando si incazzano.
“Tutto bene, Drugo?”
“Come sempre, amico.”
L’edicolante era una bella persona perché si faceva i fatti suoi. Ogni mattina mi ripeteva la stessa domanda senza essere invadente. Lui sapeva accettarmi, ed io lo ringraziavo mantenendogli da vivere. Io con tutti i suoi clienti.
“Vieni a sentirmi suonare, stasera?” gli chiesi.
“Non lo so, Drugo. Sono molto impegnato col lavoro.” rispose.
“Se verrai, sarai il benvenuto.”
Lo stavo solo provocando amichevolmente, lo sapevo che non sarebbe mai venuto. Era una sorta di gioco di squadra in cui io gli facevo credere che la mia porta per lui sarebbe sempre stata aperta. Ma lui, come ho già detto, era una bella persona e sapeva fermarsi prima di invadere altre vite.
D’altro canto, anch’io sopravvivevo assorbendo le essenze della gente. Sono una spugna.
Tornai verso casa, sfogliando svogliatamente qualche pagina scarabocchiata d’inchiostro da dipendenti in calore. Le notizie non facevano più scalpore, ormai. I tornadi, le guerre, il petrolio che saluta, i presidenti, le massaie tristi... tutte cose già viste troppe volte. La realtà in certi momenti sa essere noiosa.
“Aspetta un momento...”
Lessi il titolo della cronaca nera: giovane insegnante stuprata sotto casa.
Stefania stava rincasando, la sera prima, dopo un amichevole incontro in un bar del quartiere. Era tornata tardi dal corso di aggiornamento e aveva pensato che non ci sarebbe stato nulla di male a bere qualcosa con due sconosciuti. Difatti tornava a casa sorridente, quando un codardo le arrancò dietro e le afferrò il collo della giacchetta. La sbatté al muro e tirò fuori quel pene che non vedeva l’ombra di un pelo da mille anni. Stefania urlava, ma a nessuno intorno nelle case venne in mente di aprire le persiane e guardare che diavolo stesse succedendo. Se solo i due sconosciuti del bar l’avessero accompagnata fino a casa...
Ma non era colpa di quei due, è la gente che si sta ammalando.

‘siamo pazzi che rotolano
ascoltando Bob Dylan.
ma gli uomini si odiano
perché perdono la voglia d’amare.
è la triste condanna
della gente senza le palle.’

Lo scrissi sul muro di casa, davanti al letto. Così ogni mattina, quando mi sarei alzato, l’avrei riletto e mi sarei ricordato di quanto meschino può essere il caso quando ci si mette d’impegno. C’è chi muore in elicottero addosso ad una montagna, c’è chi annega nella sua stessa merda. Stefania era stata stuprata da un bipede normale, con un lavoro ed una famiglia. Ma era tutto inutile per lui, perché se uno nasce come una scimmia calva poi non cambia. Sono queste le tristi storie del mondo che rotola, noi spugne non possiamo fare altro che conoscerle tutte.
Chiamai Eddie, che restò sgomento dalla notizia. Decidemmo di tornare da lei a parlarle, almeno per scoprire se le sarebbe servita una mano per ricominciare. Le belle persone, quando si vedono nella merda, si aiutano fra loro. E’ un fatto di sopravvivenza.


Luca Adami, martedì 13 maggio 2008