Prendere di petto la Vita e poi amarla per sempre - di Emilia Urso Anfuso
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 26/03/2006 alle ore 14:42:32
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Hey tu!
Sì tu che ti senti finito.
Non hai altro da fare che piangerti addosso?
Hey! Parlo con Te!
Che me ne frega dici?
Cristo! Come sarebbe a dire?
Non ti conosco amico, ma conosco la tua faccia perchè è stata la mia...
E la mia faccia aveva la stessa espressione finita.
No, non ti conosco.
Ma ho riconosciuto la mia vecchia faccia.
E non mi piace neanche un pò.
E non mi piace vederla più quella faccia.
Matto? Dici che sono matto?
A me sembri matto tu.
Me ne potrei fregare.
Andarmene per i fatti miei.
...E chi se ne frega di un finito in più...
Ma io non ci riesco.
Non stasera.
Non con la tua faccia.
...perchè è stata la mia.
E allora cazzo! Sono anche affari miei!
Non ti và di parlare?
Bravo, parla con la bottiglia che ti fotte l’anima e ride di te.
Amico ascolta.
Potrei andarmene per la mia strada, e pensare ai fatti miei.
Ma tu hai la mia vecchia faccia, e la tua vita un pò mi appartiene.
Ed ora ti dico che un giorno la mia faccia mi ha fatto orrore.
E ovunque mi nascondessi, lei mi rincorreva.
La mia faccia era l’amima che esplodeva.
Tutto il male che avevo dentro.
La paura di vivere.
Il...che Cristo ne sò...la vita che non volevo vivere.
Una sera ho voluto guardarmi allo specchio.
Potevo decidere tante cose.
Parlare ancora col vino.
Riflettere col fumo.
E non avere mai una cazzo di risposta.
Solo il cervello annebbiato e tanta rabbia.
Tanta rabbia. Tanta rabbia da spaccare lo specchio!!
Con la bottiglia del vino che stavo bevendo.
Allora ho scelto.
Ho preso di petto la vita.
Che è la cosa più temibile da affrontare.
Vivere! La vincita più grande di Uomo in guerra.
Vivere!
L’impresa più grande da compiere.
L’ho presa di petto la bastarda.
E da allora non ho avuto più paura.
Ho imparato ad amarla.
E l’ho amata. Amata. Amata.
Come l’unica delle femmine.
Come l’unica femmina da amare.
Provaci amico.
La mia faccia è cambiata.
E adesso la mia faccia l’hai tu.
Fottiti la vita amico.
...o innamorati di lei.
Oppure, fatti fuori il cervello per bene: almeno avrai scelto.
Un’anima nuda
Aveva conosciuto tempi migliori.
Sicuramente molto migliori.
Ricordava sovente, quando ogni desiderio poteva essere realizzato in un attimo.
Qualsiasi desiderio.
Tanto da lasciarla spesso indifferente e fredda, di fronte a tutto ciàò che il denaro poteva regalarle.
Altera? Così dicevano di lei. E distaccata. Lontana.
Persino...misteriosa.
Qualcosa che andava oltre l’alterigia, oltre l’arroganza. Oltre.
Bella da mozzare il fiato.
Imprendibile e per questo desiderata oltre ogni pensiero decente.
Molti a sua insaputa, erano ossessionati dal pensiero di poterle parlare. Di sfiorarle una mano.
Incredibile? No, umano.
Gli uomini la sognavano.
Le donne la invidiavano.
Nessuno si accorgeva però, di quanto poco lei invidiasse se stessa...
Fù la vita a darle una mano.
La vita che troppo le aveva dato, le tolse tutto all’improvviso e senza accenno di preavviso.
Il crack economico totale.
Il vuoto immediato intorno.
Da regina a serva delle stesse persone che l’avevano idolatrata.
Che non aspettavano altro che di poterla schernire e maltrattare e renderla poco più che nulla.
Lei, sì lei, che aveva osato nascere bella.
E troppo onesta.
E troppo distaccata.
E troppo intelligente.
E troppo umana, da divenire disumana agli occhi di tutti.
E troppo buona da far divenire tutti dei poveri mentecatti al confronto.
Gridarono tutti di gioia, credendola finita.
Ed attesero.
Un mese.
Un anno.
Tre anni.
Lei continuò a vivere.
Non "sopravvivere".
Vivere.
In povertà totale.
A volte talmente povera, da non avere di che mangiare.
Non chiese mai aiuto a nessuno.
La gente cominciò a dire che era completamente folle.
Che doveva per forza esserci qualcosa di strano in quella creatura.
Incredibilmente, una strana forza emanava ancor più dal suo essere.
Più le si presentava una vita difficile, più acquisiva bellezza e capacità.
Il quarto anno della sua nuova esistenza, pian piano emerse dalla povertà.
Dopo svariate porte chiuse in faccia nel lavoro, negli affetti, nella vita intera, l’esistenza parve volerla
premiare per la sua coerenza e per la sua costanza.
Premiò la mancanza di pregiudizi.
L’aver sempre creduto in se stessa.
Il non aver mai dimenticato che il tesoro e la ricchezza più grande è in noi stessi.
Risalì la china.
Un altro anno. Tornò a vivere più che dignitosamente.
Gli uomini tornarono a desiderarla.
Le donne ad invidiarla.
Aveva quarant’anni.
Una bellezza da mozzare il fiato.
Si uccise mormorando una frase soltanto: "ora ho tutto davvero".
Il non essersi lasciata andare di fronte all
La coscienza di Sé
Ho un naso! Lo tocco, davanti allo specchio e mi sembra di vederlo e toccarlo per la prima volta...
Che strano, banalizziamo talmente la nostra esistenza, fino a ritrovarci un giorno a tu per tu col nostro essere, e scoprire una fonte inesauribile di sorprese.
Ho deciso così di scoprirmi. Di capirmi. Folle? Coraggioso direi. Non ci si rende conto di quanto coraggio ci è necessario ad accettarci, piuttosto che a vivere una quotidianità fatta di veloci "toccate e fughe" sulle cose. Oggi ho deciso di entrare...di varcare la soglia. Voglio conoscermi e sentirmi. Ed imparare ad usare tutte le cellule del mio essere. Sentire di vedere. Essere conscia del tocco delle mie dita. Ubriacarmi della visione delle cose. Ho chiuso gli occhi. Ed ho sentito il cuore battere. Per un attimo ho avuto paura: una sorta di estraneo vivente all’interno del mio torace! Ed il respiro?Provo ad abituarmi ad un’azione talmente meccanica che a respirare consciamente vengono i brividi. Ad occhi chiusi apro e chiudo le dita delle mani. Cerco di individuare l’attimo in cui la mente invia l’ordine del movimento alle mie dita: impossibile. Mi rendo conto d’aver vissuto senza vivermi fino ad ora. Vorrei piangere. Un’emozione così intensa che mi sembra di non aver mai pianto prima d’ora. Le lacrime arrivano. Senza freno. Un pianto talmente profondo e motivato dall’immotivazione da farmi sentire liberata. Confortata. Non sò dare una connotazione alle emozioni. Questo è spaventoso. Si piange, convinti di saperne la ragione. Macchè! Oggi stò scoprendo un’oceano infinito di misteri. E’ una buona ragione alle mie lacrime. Negli anni ho pianto di rabbia. Di tristezza. Ma erano emozioni "esterne", non facevano parte del mio essere. Erano...provocate. Sempre ad occhi chiusi, percepisco l’odore della mia pelle bagnata di lacrime. Non lo avevo mai sentito prima. Sono stata estranea a me stessa per tutti questi anni. E lo sarei rimasta per sempre forse. Se non fossi dovuta restare sdraiata su questo letto d’ospedale chissà per quanti giorni. E mesi. Chissà se potrò alzarmi ancora. "Forse non potrà più camminare" hanno detto i medici, dopo l’incidente. Non sò se urlare di terrore. O ringraziare il fato che mi ha fatta ritrovare...
L’Amore folle
"Non è per te quell’uomo, stagli lontana".
Tutti così le dicevano fin dall’inizio.
Amici, parenti stretti...di lui.
Ma lei non volle sentire nessuno.
Era convinta, voleva essere convinta, che l’arroganza e l’estremo cinismo di quell’uomo che aveva scelto d’Amare, derivassero realmente da una vecchia delusione d’Amore, come lui raccontava.
Passò così due anni, sorda ad ogni ammonimento, accanto a...il nulla emozionale.
Una sorta di maledizione umana, accettata al solo scopo di "guarire una ferita" a suon di carezze maltrattate, gesti d’Amore violentati dalla volgarità e quant’altro non si possa nemmeno imaginare.
Poi, cominciò a capire che quel cinismo, quell’arroganza, quell’incredibile ed indicibile cinismo, non era rivolto a lei soltanto, ma a tratti, platealmente, all’umanità intera.
Non le fù facile comprendere ed accettare, d’aver accanto una persona con grossi squilibri mentali.
All’inizio credeva fossero i postumi di brutte esperienze.
Poi si accorse di certi tratti di pura paranoia.
Lentamente l’Amore, aggredito e violentato, si trasformò in pena.
Poi in rabbia.
Infine, sentì il cuore tacere.
E finalmente la comprensione arrivò.
Il cuore non battè più di sentimento.
Ma nemmeno di rabbia.
Semplicemente, non provò più emozioni.
Scelse di andar via. Lontana dal terrorismo contro le sue emozioni.
Contro il suo cuore ancora gonfio di voglia d’Amore...corrisposto.
Fuggì. Lontana dall’orrore e dai ricordi.
E fù allora che il cuore di lui, cominciò a svegliarsi.
A piangere.
Ad amare.
Ad Amarla.
Perdutamente.
Senti l’orrore della mancanza di lei. L’oscurità della solitudine.
Il fantasma del suo odore in ogni camera che lo perseguitava, facendolo sentire ancor più solo e disperato.
Smise di vivere. Concentrò tutto se stesso nella sola ricerca di lei.
Di lei che non tornava. Che non voleva più vederlo.
Mai più.
Sentì il suo cuore fermarsi per la disperazione.
"L’ho persa".
L’unico pensiero nella mente. Per ore. Giorni. Mesi.
Mise in atto ogni strategia degna e meno per farla tornare.
Notti di lacrime al telefono per chiederle perdono.
Ma lei gli ripeteva: "Ti ho perdonato, ma non tornerò".
Continuò a cercarla. Disperatamente. Follemente.
Fino a trovarla. Fino a convincerla, incredibilmente, del suo amore.
Lei tornò. Col cuore pieno di dubbi e di speranza.
Vissero qualche tempo in una sorta di sogno d’amore.
Le ci volle un bel pò per ricredersi e non temere ancora attacchi alla sua anima.
Ma dopo un pò di tempo, sentì di potersi fidare: il cuore di quell’uomo era trasformato.
Pieno di gesti d’amore d’ogni sorta. D’emozioni mai provate prima insieme.
Il cuore di lei, pian piano ricominciò ad amarlo senza riserve.
Un giorno riuscì nuovamente a dirgli: "Ti Amo".
Lo stesso giorno, lui prese un coltello affilato dal cassetto della cucina
e abbracciandola dolcemente, la uccise.
Mi Amo
Cosa avrei fatto nella vita senza di...ME?
Sì, senza di me. Senza l’unica persona su cui poter contare. Sempre.
Sono mia sorella. E mio fratello.
Sono io stessa i fratelli che avrei voluto avere e non ho mai avuto.
Sono io stessa i miei migliori amici.
Quelli che non ti tradiscono mai.
Che non hanno altro desiderio che di esserti amico/a, senza secondi fini.
Sono io il mio amante.
Sono la mia amante. Mi amo, mi proteggo, sono sempre presente.
Non mi lascio mai sola. Non mi faccio dispetti cretini. Non mi metto il muso per giorni per ogni cretinata. Mi proteggo dal male. Combatto per il mio bene. Per il mio futuro.
Stò bene quando stò con me.
Mi fido di ciò che dico.
Posso contare sulle promesse che mi faccio.
Non devo aspettare se mi dò un’appuntamento.
Non devo spaccarmi il cervello per comprendere ciò che desidero: sò tutto di me.
Sò di non dovermi aspettare nulla di male da me stessa.
...che relax!
E la gente? Gli altri?
Contorno. Solo un contorno inevitabile.
Da cui doversi proteggere spesso.
Da proteggere spesso.
Che non ti protegge quando ne hai bisogno.
La gente...che farsene degli altri?
Spesso ho chiesto una meritata e desiderata solitudine.
...niente!! Tutti ancora lì.
Nessuno che ascolti la mia richiesta.
Tutti convinti che io non possa vivere senza di loro.
Ma loro, non sono la mia vita.
Sono DENTRO la mia vita.
La rimescolano.
La decidono.
Se la contendono.
Pretendono di consigliarmi cos’è bene e cos’è male.
Per chi?
Per loro, per la loro vita. NON la mia...!!
Torno a casa. Da sola.
Finalmente.
Parlo con me stessa.
Mi guardo e mi piaccio.
Me lo dico ad alta voce: non c’è nessun secondo fine a farmi un complimento...
Questa è libertà.
Di vivere. Amare. Parlare.
Senza schemi. Nè pregiudizi. Nè menzogne.
L’unica parte della vita ad essere vera: noi stessi.
Un flash di esistenza
E’ successo tutto in un attimo.
Tanto rapidamente da non renderti conto di nulla.
Solo il dolore atroce al braccio ed alla gamba sinistra ti tormentano il cervello, ed il dolore và oltre qualsiasi pensiero.
Le voci della gente che accorre sono solo un disturbo in più.
Pensi solo che vorresti svegliarti subito da quell’incubo nero, in cui ti ritrovi.
Ma il dolore incredibile non ti dà speranza, nè tregua.
Fumo dal motore distrutto della moto.
Il casco ancora allacciato in testa.
"Com’ è possibile?" riesci solo a pensare che un attimo fà eri ben piantato in sella alla tua 1100.
Ed ora...
Qualcuno urla di chiamare un’ambulanza.
"Arriverà fra un attimo" dicono, e stranamente, poco prima di perdere i sensi, ripercorri con la mente tutto l’incidente.
Ti riprendi nel letto di un ospedale.
Con la tua gente intorno.
I tuoi genitori, tua moglie, i tuoi amici.
Riesci solo a muovere gli occhi, e ti accorgi di essere bloccato a letto dentro un gesso che ti chiude il corpo come una scatola bianca.
Pensi subito alle tue gambe, alle tue braccia.
Tuo padre tira sù con il naso, probabilmente ha pianto, ma come sempre, non vuol darlo a vedere.
Tua madre ha gli occhi gonfi, ma appena incontra il tuo sguardo, ti sorride come quando sei nato...
Qualcuno dei tuoi amici, fà un passo avanti verso di te, e butta giù una battuta per cercare di smorzare l’aria di dolore che circola nell’aria della stanza: "Dài brutto scemo, che ti dovremo sopportare ancora chissà per quanto..."
...Solo in quell’attimo, pensi alla Vita.
Ma non solo alla tua Vita.
Ci pensi come ad un concetto che avevi perso nei meandri della mente, che sembrava non riguardarti: talmente scontato essere vivi...ed ora ci pensi, come a qualcosa che potevi perdere in un attimo.
E quanti attimi ci sono stati nella tua esistenza in cui potevi spegnerti e...
Dio che bello vivere!!
Che bello averlo potuto comprendere!!!
Che strano come sempre, capirlo solo di fronte al rischio di perdere questo immenso regalo...
La vita asincrona
Asincrono.
A quante azioni, emozioni, proponimenti possiamo collegare il concetto di asincronismo?
A volte, la vita è vissuta in maniera talmente scontata, che l’essere umano smette di riflettere
sul concetto e l’essenza della vita stessa, sulle sfumature, sui significati.
Siamo convinti di esistere. Eppure, se ci soffermassimo a riflettere un attimo,
ci accorgeremmo con sgomento, che poche cose noi umani, viviamo realmente ed in tempo reale...
Siamo un concentrato di azioni, affollamento di pensieri, e di corsa in corsa, attraversiamo il nostro fulmine
di tempo a disposizione su questa terra, credendo di...vivere!
Ma quante volte non viviamo l’attimo? Quante vite sono sprofondate nei ricordi del passato?
Quante nell’eterno enigma del futuro?
Così, si tralascia l’attimo reale. L’unico lampo di realtà, che andrebbe addirittura oltre che vissuto,
assaporato, annusato, inoculato in noi.
Eccessivo? Forse. Ma quando poi la vita è agli scampoli di tempo, cosa farebbe mai l’essere umano
per tornare a vivere un ricordo, un emozione, un odore magari, in quel momento
tralasciato dal nostro interesse, preso da altre non reali emozioni ed azioni.
Insomma: il tempo vissuto, lo viviamo sempre postumo.
L’attimo reale, in maniera retrospettiva.
Concentriamo la nostra mente a Ieri, a Domani...mai all’attimo per attimo quotidiano.
Così si tralascia di soffermarsi su un sorriso, una lacrima, uno sguardo, un urlo, una speranza.
Convinti di fare, vivere, agire.
Sì, ma cosa? E quando?
Solo quando ritorniamo con la mente ad un attimo particolare già vissuto...lo viviamo realmente.
E allora, visto che tutto della nostra esistenza è asincrono?
Banalizziamo il quotidiano.
Banalizziamo la nostra capacità di agire.
Tutto è talmente scontato: viviamo, embè?!
Come embè?!
Peccato ricordarsi così tardi a volte, che avremmo potuto soffermarci un pò più
a lungo su una magia troppo metabolizzata per dargli il giusto valore: l’esistenza.
