Notte senza luce - di Giorgio De Marchis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/12/2009 alle ore 10:57:07
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Quella notte, che già arrivava in silenzio, fagocitando la luce rossastra del tramonto e si acquattava sordida sulle strade ed alla base dei palazzi, la notte nera e minacciosa, che tra poco avrebbe premuto con il suo corpo leggero ed insieme massiccio sui vetri delle finestre, per una volta sarebbe stata diversa. La speranza sarebbe divenuta realtà tra pochi minuti, al massimo una mezz’ora, e tutto doveva essere pronto; avere il carattere della perfezione. Tutto doveva essere, in una sola, semplice parola, normale.
Matteo iniziò il suo giro di ricognizione dal lato nord dell’appartamento, in corrispondenza del salotto. Con qualche esitazione, rimosse le due torce elettriche che presidiavano la stanza e le portò in cucina per posarle sul tavolo, poi fece lo stesso nelle altre stanze, tranne per la camera da letto dei suoi genitori, che era chiusa a chiave da anni ed in cui non entrava mai, se non di giorno e con il sole alto nel cielo, così da illuminarla a pieno. Terminata l’operazione rivolse a elle dodici torce elettriche, radunate sul tavolo e poste in posizione verticale, con il manico verso l’alto, uno sguardo di nostalgica deferenza: le sue sentinelle supreme, gli estremi difensori degli attacchi a sorpresa delle tenebre, che avevano svolto per molto un servizio fedele ed onorevole, avrebbero goduto di un meritato periodo di riposo. A svolgere l’ordinario compito dell’illuminazione restavano i normali lampadari alimentati a corrente. Fino a che non avrebbe ricevuto il determinante supporto che attendeva con trepidazione, non avrebbero potuto tradirlo: il tempo era bello; e la cabina di controllo dell’erogazione di energia, che si trovava in strada, proprio dietro l’angolo a pochi passi dal portone, era stata installata da poco. Niente a che vedere con la precedente, capricciosa e capace di giocargli spesso dei tiri mancini.
La provvidenza od il destino, aveva deciso di soccorrerlo all’improvviso, senza che nulla gli avesse prospettato una soluzione tanto efficace al suo problema, seppure in modo temporaneo. Almeno per le prossime ore, si sarebbe potuto permettere di farsi avvolgere dall’oscurità maligna e di non averne terrore. Infatti, quella notte, non sarebbe stato solo: un corpo caldo, fremente di vita, si sarebbe collocato nel letto al suo fianco, proteggendolo dal tocco viscido e dai mormorii innaturali delle ombre. Gli abitanti delle tenebre erano infidi e vigliacchi: bastava l’unione di due sole entità composte di carne e sangue frementi per metterli in fuga e costringerli a ritornare nei loro angoli polverosi, mai baciati dalla luce. Era tutto così chiaro, istintivo, fondamentale per l’esistenza stessa di ognuno, ma veniva custodito come un segreto, talmente vergognoso da essere nascosto alla stessa coscienza.
Per Matteo la nictofobia non era stata la conseguenza di un percorso graduale, essendo provocata da una serie di eventi causali e, in definitiva, abbastanza normali. Non era rimasto chiuso in una vecchia cantina buia nessun padre tirannico, che tra l’altro non aveva mai conosciuto, avendo quest’ultimo abbandonato sua madre prima che egli venisse al mondo, né qualcuno lo aveva mai costretto a dormire con la luce spenta, per farlo crescere in fretta. Il mondo parallelo delle tenebre gli si era rivelato semplicemente e senza bisogno di tortuosi espedienti: gli avevano parlato le anime prigioniere nei muri antichi del suo palazzo, confessandogli la sofferenza della morte inaccettata ed il desiderio di nutrirsi delle emozioni, del palpitare sano di un cuore che batte ancora, che anela piacere. I vivi ed i morti erano così vicini ed allo stesso tempo lontani. La strada per incontrarsi era segnata dal rigurgito delle sensazioni. I morti erano attirati dai vivi da una sorta di richiamo sessuale. Tutto ciò che volevano era palpare, alitare il loro freddo respiro sulla pelle sudata e traspirante di energia biochimica, cibarsene in un amplesso sordo ed osceno. La sua prima esperienza di abuso era risaliva all’adolescenza, quando era stato posseduto, in una notte priva delle benché minima illuminazione, a causa di un temporale, da un’entità che gli si era rivelata essere un maestro di scuola elementare, suicidatosi in seguiti ad accuse di pedofilia. Lo spirito tormentato aveva abitato nella stessa casa e, anche se non vi era morto all’interno, non aveva saputo in quale altro posto fermarsi, perché i mondi ultraterreni di religiosa memoria, o più meramente l’altra dimensione di fascinosa definizione non erano che storielle risibili. I morti erano vicini, separati da una barriera labile. Matteo si era svegliato dal dormiveglia spaventoso ed aveva invocato sua madre. Tutti gli avevano detto che era stato semplicemente vittima di incubi, fantasie, cose che l’età adulta avrebbe dissipato! Sua madre ed i dottori, psicologi, psichiatri ed ogni altra categoria di ciarlatani ipocriti, si erano nascosti dietro i loro test, i farmaci, i toni sentenziosi dei loro discorsi. Tutto sarebbe svanito, ed intanto Matteo sperimentava il grugnito animalesco di piacere che i morti diffondevano nella stanza, il fetore delle loro labbra putrescenti. Le sensazioni si insinuavano nella sua mente, ad ogni sventurata occasione, e lo rendevano assente, distaccato dall’esistenza diurna, concentrato solo sulla difesa notturna della sua intimità. Le sue difficoltà nell’approccio con l’altro sesso, quello vero, costituito si sacrosanta materia vivente, lo avevano fatto etichettare dai suoi amici come “imbranato” o, “checca”. In realtà, era divenuto un vero esperto di cosa significasse subire molestie e sevizie senza parlare, senza poterne accusare nessuno.
Ma, intanto, il tempo di Tania stava giungendo. Raccolse tutte le torce in una busta capiente e le sistemò nello sgabuzzino del bagno. Quante volte aveva fatto l’amore da consenziente, con delle donne reali? Due, tre volte. Aveva cercato di legare a sé le sue compagne occasionali mostrandosi innamorato, premuroso e deferente, ma il marchio delle tenebre che portava stampato nell’anima lo aveva allontanato dall’esito risolutore: sposarsi, o convivere, avere comunque qualcuno con cui combattere la notte ed arrivare indenne al mattino. Puro, per quanto ancora potesse valere quella parola. I vivi se ne andavano, al contrario i morti gli si avvicinano sempre di più.
Telefonò al ristorante. Sarebbe andato tra qualche minuto a prendere la cena che aveva ordinato. Nel frattempo, si concesse il piacere di contemplare la tavola del piccolo tinello già apparecchiata per due. E non certo per l’arrivo di una bella e dolce ragazza. Il posto sul lato destro era riservato perennemente a sua madre e, che fosse morta, non faceva differenza. Il coperto era ,anzi, una sorta di premura, una dimostrazione di considerazione. La deferenza nei confronti degli spiriti poteva essere importante, probabilmente l’unica risorsa in grado di attenuarne il risentimento. Sua madre, infatti, aveva ben ragione di avercela con lui: non era stato davvero un perfetto esempio di figlio devoto e riconoscente. Non dopo aver beneficiato di una dedizione assoluta, talmente costante ed insistente da essere spesso ritenuta soffocante e, nonostante tutto, gradita.
Ad interrompere l’idillio che lo legava a sua madre furono la malattia ed il preludio fastidioso della morte. Aveva creduto che quella donna meravigliosa, inviata dal cielo sulla terra con la sola provvidenziale missione di assisterlo, fosse indistruttibile. Le altre madri invecchiavano, accusavano i malanni dell’età avanzata, deperivano e divenivano sordide egoiste,dei gusci rugosi svuotati di bontà. Le altre avvizzivano, abbandonavano i frutti del loro utero alla violenza inconsulta della vita, ne disconoscevano addirittura la provenienza. Si riducevano ad essere delle vegliarde dementi e stizzite. Lei, invece, sebbene gravata dalla fatica di tirare avanti alla meglio, da sola, in tutti quegli anni difficili, continuava ad essere il suo vero sostegno. Il suo volto era sempre limpido e l’espressione di amore che aveva dipinta sul volto restava ferma, rasserenante. La sua diversità era il segno della presenza divina nel mondo, il contraltare allo strapotere maligno che avvelenava ogni altra famiglia, anche quelle apparentemente senza problemi, non toccate da defezioni balorde di padri snaturati. Quando si manifestarono i primi dolori al ventre, accompagnati dalla diarrea inarrestabile e dai profondi conati di vomito, si pensò ad una colica. Fu la prima ecografia a rilevare la presenza del male feroce, della fine del sogno e del trionfo della crudele normalità. L’angelo era stato infettato. Il suo fegato era già ridotto ad una poltiglia informe di metastasi putrescenti, meandri di degenerazione cellulare che invadevano gli organi ancora sani, corrompendoli come il liquame delle fogne fa con la l’acqua chiara della pioggia, in autunno, ai primi temporali che arrivano dal mare. L’angelo modificava la sua natura benigna in richiamo alla dannazione. Moriva nel suo letto, farneticando e pronunciando frasi incomprensibili, sedato dalla morfina. Le sue vene si inaridivano rapidamente, morse dagli aghi delle flebo, ed il suo volto, quello stesso volto di cui sembrava impossibile non innamorarsi, si trasformava in un ghigno selvaggio e demoniaco. Consisteva nell’anticipazione del dopo.
Matteo non aveva sopportato di assistere alla metamorfosi. Si era nascosto dietro il corpo pesante di un’infermiera dal carattere ruvido, dietro la porta chiusa della sua stanza, mimetizzandosi nelle volute di fumo che rendevano l’aria quasi irrespirabile, come le barriere gli impedissero di vedere e sentire. Sua madre lo aveva invocato, sussurrando il suo nome, mentre i fiotti abbondanti di sangue gli sgorgavano dalla bocca. Lui non era accorso. Era rimasto distante, nel suo rifugio di teneri ricordi. Ma una vera madre non aveva nulla a che vedere con un figlio ingrato e, se quest’ultimo le aveva negato amore nel momento del bisogno estremo, lei non ne avrebbe lesinato, neanche dopo la morte.
Matteo rabbrividì, ma poi successivamente, scacciò i pensieri inquietanti. Sorrise. Certo, sarebbe stato meglio cambiare piatti, forchette e tovagliolo. Inoltre, era anche necessario spostare il coperto di Sonia sul lato opposto del tavolo. Fece tutto in fretta. Quindi uscì per recarsi al ristorante.
Al ritorno, sistemò le pietanze in tavola. Il vino Galestro, invece, l’ideale per una cena a base di pesce, lo ripose in frigo. Doveva essere abbastanza freddo.
Si accorse di aver calcolato i tempi in maniera davvero certosina. Stava guardando il colpo d’occhio che una rosa rossa e languida, infilata in un portafiori di vetro dalle striature verdi, creava sulla tavola ormai imbandita, quando suonarono al citofono. Tania era puntuale. Le aprì il portone e sentì i suoi passi risuonare nell’androne. Prendeva l’ascensore. Tutto, fino a quel momento, funzionava alla perfezione. Nel vederla apparire, al di là degli sportelli che si schiudevano con un rumore secco, gli venne da pensare al probabile commento di Armando, il cameriere che gli aveva appena consegnato la cena, in ristorante. Cosa avrebbe avuto di attraente quella ragazza dimessa, un po’ grassoccia, trasferita dal suo paese nel meridione per l’ennesimo taglio sul personale in azienda, per uno come lui, puttaniere incallito ed amante delle bellezze appariscenti? Nulla, se non, magari, un deretano dai glutei alti e ben sodi, almeno a giudicare da come indossava i jeans cui non rinunciava mai. Per lui, invece, che doveva affrontare la notte ed i suoi incubi, quella donna era il tramite con la vita che pulsava al di là delle pareti fredde e bianche, la vita che il buio non gli consentiva di vivere, trascinandolo nel suo gorgo di paura. Tania era il secondo angelo che, per molto tempo ancora, non si sarebbe convertito in demonio.
Ed il nuovo angelo, non appena gli apparve, parlò con voce soave e rasserenante, nonostante il tono un po’ gracchiante, e con la chiara tendenza a pronunciare con aspirazione le vocali aperte. Se in gioco non vi fosse stata la sera spaventosa e la prospettiva di non sentirsi più solo ed assediato tra le sue quattro mura, avrebbe notato altri difetti, forse alcune imperfezioni. Solo che non fosse già arrivata l’ora temuta.
“ E vantaggioso abitare ai pieni alti” : le disse l’angelo dopo averlo salutato, e rassettandosi con la mano i capelli lunghi e ricci, troppo ricci, cespugliosi, ma in grado di sembrargli, per i soliti motivi, una specie di maestosa corona del paradiso.
Pensò a cosa rispondere. Non gli venne in mante altro che un: “ E’ solo un terzo piano. Il palazzo ne ha otto.” Era una rarità, per quella cittadina”.
L’aiutò a togliersi il cappotto grigio, molto pesante. Le fece strada in salotto che, all’improvviso, sembrava una stanza normale, accogliente, senza insidie soprannaturali pronte a ghermire nella penombra, in una sventurata carenza di luce.
Le offrì del vino, per aperitivo.
“ Mi piace” le riferi’ Tania “ Quando ero in collegio, dalle suore, di notte sgattaiolavamo in cucina e buttavamo giù quello che potevamo trovare. Il vino c’era, ed anche parecchio. Solo a tavola, in menda, non se ne vedeva per niente. Probabilmente, se lo tenevano solo per loro.”
Si comprese che aveva voglia di parlare, e molto, prima di farsi guidare in camera da letto: l’unica vera cosa di quella storia che avesse un senso, per lui.
Il minestrone a base di frutti di mare si era mantenuto caldo e non dava la minima impressione di essere stato cucinato da almeno una buona mezz’ora. Sonia lo apprezzò visibilmente, ed intanto continuò a parlare, espletando, come parve a Matteo, i suoi preliminari di opportunità sociale.
“ Sono arrivata qui da Roma per trasferimento” gli disse.
“ Ma non mi sembra che tu sia del posto…”
“ No” confermò lei “ Sono nata a Reggio, e lavoravo nella circoscrizione del mio quartiere. Pensa che abitava a trecento metri dall’ufficio. Era una fortuna, non credi?”
“ Perdere posto è un dramma” commentò Matteo “ a me non è mai successo, ma ci sono già andato vicino l’anno scorso.”
“ No, no “ chiarì Sonia “ non sono mica finita in soprannumero. Il trasferimento è stato volontario. Me ne sono voluta andare. Un po’ lontano, insomma.”
Sarebbe stato indiscreto, a quel punto della conversazione, chiederne il motivo? Matteo non si pose il problema. Preferì ritornare alle considerazioni sulla gastronomia offerta dal ristorante. Tania, invece, pensando di soddisfare la sua curiosità, tornò sull’argomento. Non era normale che lui,a quel punto, volesse sapere?
“ Hai presente quanto tutto va storto? Il mondo che ti gira intorno fa già schifo abbastanza di suo, da sempre, da quando hai appena aperto gli occhi. Ma sembra che, nonostante tutto, ti resti almeno un misero spazio di tranquillità, un barlume di speranza. La canzone dice che domani è un altro giorno, no? E’ questo che ti fa tirare avanti,ora dopo ora, credo. Si aspetta che finisca la giornata e che si vada a dormire. Nel buio non si pensa a tutto ciò che va male. Io – grazie a Dio – ho avuto sempre il sonno pesante!”
Matteo si irrigidì. Ne ponderò il viso sorridente, la pateticità degli sforzi per mostrarsi simpatica, aperta, disponibile a rivelare subito chi fosse e che cosa pensasse davvero. Con il risultato di svelargli immediatamente la sua diversità, la sua appartenenza alla categoria di coloro che non conoscono i pericoli insiti nelle tenebre o, peggio, degli ipocriti che lasciano la luce accesa mentre dormono, ed al mattino, spalleggiati dalla luce, ridono dei bambini paurosi, di coloro che percepiscono il male senza inutili mediazioni razionali. Anche lei, il nuovo angelo, era diversa. Anche con lei avrebbe dovuto essere guardingo. Ma ciò che seguì lo rincuorò parecchio: “ E’ che, poi, alla fine la situazione si è complicata in modo irrimediabile. Mio fratello ha fatto una cazzata ed è finito dentro. In famiglia è scoppiato un casino, tra i miei genitori, intendo. Si accusavano l’un l’altra di non aver capito: che faceva, con gli amici; perché non parlava e se ne stava chiuso in camera; perché mai non si erano resi conto… Cose del genere, insomma. E poi, come se non bastasse, ci si è messo il fidanzato: mi ha mandato al diavolo in quattro e quattro otto. Sai come succede? Spero di no. Mi spiego bene: viene un giorno all’appuntamento, un giorno come tanti, e mi racconta che sta con un’altra, che io non gli interesso più. Un colpo di fulmine…”
“ Lei… “ Matteo profferì il pronome senza preoccuparsi di quali parole accostare ad esso. Non sapeva se dovesse formulare un’affermazione od una domanda. Il monosillabo scaturì istintivo ed innocente.
Tania accolse la provocazione, per quanto involontaria: “ Lei? Vuoi sapere che tipo è; se è bella, affascinante a tal punto da mandarlo fuori di testa dall’oggi al domani? Te lo dico senza problemi…”
“ Non avevo intenzione, scusami.”
“ No, no “ lo rassicuro lei “ Semplicemente, e bella, intelligente, e lavora da dirigente delle vendite in una catena di supermercati. Si fa anche di coca, di tanto in tanto. Senza esagerare. Ha tutto quello che ci vuole per sfottere Gianni, il mio ex. Da un certo punto di vista.”
“ Beh, se è così” Matteo cercò di distendere l’atmosfera con una battuta “ allora risulta tutto regolare. Aspettiamo che la coca gli ammosci definitivamente il pisello e ne riparleremo.”
Tania sbottò in una risata dovuta forse anche al terzo bicchiere di vino che aveva trangugiato degustando l’orata alla salsa. “ Il problema vero, caro mio, è vento come conseguenza di tutto. Sono crollata. Erano finite le speranza, o le illusioni, se si preferisce. Sono svanita veramente. Insofferenza, depressione, insonnia. Non dormivo più. Mi hanno riempita di schifezze ed a stento riuscivo a non combinare qualche casino. Un grande casino, per capirci.”
Matteo avrebbe avuto voglia di chiederle se allora, nella galassia oscura della sua stanza, nel silenzio, avesse riconosciuto il linguaggio roco e stizzito delle sue orribili presenze, ed il presagio delle loro azioni maligne. Ne fu tentato, ma si trattenne.
“ Allora, “ riprese Tania “ davanti al punto di non ritorno ho detto basta. Fan culo tutti: la famiglia, l’amore, la mia città! Fan culo e via, purché non mi conoscano. Taglio netto. Meglio una città piccola, senza troppi fronzoli. Ma tu, adesso, sai già parecchio di me!”
Risero entrambi. La cena era finita ed il nuovo angelo poteva dedicarsi appieno alla sua missione. Con la sua mano calda accarezzò dolcemente il volto di Matteo. Gli indicò con movimento leggero del capo la porta della camera da letto. Come poteva sapere che si trovava esattamente alla fine del corridoio? Si alzò e si diresse verso di essa, conducendo Matto per mano. Matteo la seguì come un cane docile, inebriato dal calore vitale che il contatto fisico gli trasmetteva. La luce gli si riversava attraverso l’epidermide e gli percorreva i nervi; invadeva la sua mente. Come se fosse giorno fatto. L’angelo, nel percorrere il corridoio, si arrestò per un attimo dinanzi alla porta sempre chiusa, dove il suo predecessore aveva incontrato la morte, prima di divenire demone. Si rivolse verso Matteo ed i suoi occhi, radiosi, gli comunicarono che non c’era più alcuna insidia da temere. Non finché vi fosse lei, con lui.
A letto fu tutto esaltante, un misto di esplosione di energia vivificante e di dolcezza languida. Poi, l’uomo e l’angelo si addormentarono, con la luce spenta, restando abbracciati.
Matteo si risvegliò dopo qualche ora di sonno vero, ritemprante nel buio. Distese le braccia sul letto alla ricerca del corpo dell’angelo. Sarebbe bastato toccarlo per riceverne l’influsso benefico che già aveva sperimentato. Le sue mani non lo trovarono; palparono ancora le lenzuola e le coperte, divenute improvvisamente fredde e ruvide al tatto, ostili. L’angelo aveva lasciato. Era solo, esposto alle creature che si annidavano nell’oceano oscuro che lo circondava. Tentò di chiamarlo, di invocarne la presenza. Non vi riuscì: la sua lingua sembrava bloccata nella bocca riarsa. Non comprendeva cosa fosse accaduto. Compiendo uno sforzo estremo di volontà, ordinò a se stesso di muoversi verso l’interruttore della lampada che si trovava sul comò. Le membra gli si erano intorpidite ed erano pesanti, prive di energia. La crisi di panico era già ad un passo ed ancora non era accaduto nulla: non si udivano bisbigli inspiegabili o fruscii sospetti sul pavimento. Ma la minaccia sarebbe arrivata presto. Ne era sicuro. E non poteva agire. Era paralizzato: impedito dal terrore di procurarsi una qualsiasi sorgente di luce salvifica. Mentre il sudore percorreva la pelle ed il gelo prendeva possesso di tutto il suo essere, attese l’attacco, rassegnato ed umile, come era già avvenuto quand’era un bambino, nello stesso luogo, nella stesso tempio sacrificale di tortura.
Il primo segno giunse dopo qualche secondo: un rumore flebile, una piccola risata, proveniente dall’armadio collocato sulla parete alla sua destra. Quindi uno schiocco secco del legno che veniva sottoposto alla pressione di qualcosa che le si fosse adagiato sopra. Qualunque cosa gli si stesse avvicinando, diveniva di momento in momento più fisica, determinabile. Al buio, nel loro elemento naturale, le entità che lo assediavano riacquistavano forza, si ricomponevano di materia. Erano simili ad animali viscidi e repellenti; bramavano energia vitale ed il loro appetito era smisurato. Non volevano morire per sempre ed il desiderio li rendeva crudeli, spietati.
Avvertì che qualcosa si afferrava al lembo della coperta, sul fianco sinistro del letto, sul lato opposto a cui si trovava. Un fetore insopportabile, di acqua salmastra, invase la stanza. La coperta venne letteralmente tirata via dal letto; e lo stesso si verificò con le lenzuola. Chiunque gli si fosse presentato lo voleva nudo, umiliato.
“ Non voglio. “Non puoi…”: protestò debolmente, con un filo di voce stentorea.
Per tutta risposta il letto fu scosso più volte. Matteo lo sentì sollevarsi con veemenza e ricadere sul pavimento con tonfi cupi. Una, due, tre volte. Era così potente! Probabilmente perché aspettava da molto l’occasione di averlo di pugno. Una ventina d’anni. Nel frattempo, doveva essere impazzito dal desiderio e dalla rabbia.
“ Chi sei” chiese Matteo.
Un respiro fetido gli alitò sulla guancia sinistra. L’entità era vicinissima, pronta ad immobilizzarlo nelle sue spire mollicce ed insieme così potenti da poterlo stritolare.
Matteo, al culmine della disperazione, invocò sua madre. Un'altra creatura delle sue notti insonni trascorse nel dormiveglia agitato, un demone che, comunque, non poteva aver dimenticato l’amore per il figlio provato in vita: “ Di’ loro che non possono” supplicò “ aiutami adesso. Sono tuo figlio!”
Fu allora, che, con sondando con gli occhi la tenebra circostante, intuì le sagome luminescenti dei suoi aguzzini notturni, a decine, intorno al letto. Sprezzanti, divertiti, sghignazzanti , gaudenti della sua impotenza estrema. Una sorta di tentacolo gli lambì la coscia destra. Il tocco abominevole lo fece sobbalzare; si rannicchiò accanto alla testiera del letto, con le ginocchia ritratte all’altezza del petto ed il mento nervosamente chinato su di esse, con le braccia conserte, le mani unite in una sorta di atto di preghiera. Le creature erano tutte intorno a lui. Tra breve lo avrebbero afferrato per i capelli, ne avrebbero disteso il corpo, lo avrebbero posseduto.
La luce intervenne allora squarciando le tenebre. Le entità di dissolsero in un istante dalle dimensioni impercettibili e le cose divennero visibili, con i loro contorni nitidi ed i colori tipici dalle tonalità giallognole, tipiche della lampada al neon.
Il nuovo angelo era ricomparso per salvarlo in extremis, ma lo guardava interdetto, sulla soglia della stanza mentre lui, sconvolto e tremante, fissava il soffitto in corrispondenza della plafoniera provvidenziale, che irradiava caldo fulgore. L’angelo non parlò, ne gli si avvicinò come avrebbe dovuto fare per consolarlo, sussurrandogli parole di sollievo. Prese una sigaretta dal pacchetto posato sul comò e la accese, aspirando nervosamente e continuando a guardarlo, stavolta con disapprovazione. Tornò nel corridoio.
Matteo capì allora che l’angelo non era tale, e che era semplicemente una donna, una come tante, che si chiamava Tania e lavorava nel suo stesso ufficio. Probabilmente, a lei le tenebre non avevano mai raccontato alcun orribile segreto.
