La diga - di Bertozzi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/10/2006 alle ore 22:10:05
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‹‹ Mi raccomando eh! Che non ti venga in mente di andare al fiume! Se scopro che ci sei andato poi non esci più per un mese, lo sai.›› disse la signora Bigazzi.
China sul lavandino, parlava mentre lavava le pentole e i tegami, dando la schiena a suo marito e a suo figlio Mirco, seduti al tavolino della cucina. Aveva un vestito verde, molto leggero, a fiorellini rossi, su cui portava un grembiule che aveva comprato in un banco, al mercato del sabato.
‹‹ Angelo, diglielo anche tu.››
Il signor Bigazzi, alle prese con un piatto di maccheroni incredibilmente rossi e bollenti, intervallò le forchettate per dire :
‹‹ Ma guarda Gloria che non gli fa mica male un po’ di sole.››
Era vestito con un paio di jeans e una maglietta bianca tutta impolverata, con la scritta Randelli escavazioni rivestimenti e pavimentazioni in arenaria. Visto il caldo che faceva, quelli della cava gli permettevano di evitare la tuta pesante da lavoro, anche se era comunque obbligato a portare le scarpe antinfortunistiche. Angelo Bigazzi aveva un fisico imponente, le spalle larghe e le braccia gonfie. Aveva la pelle arrossata dal vino e dal sole, una grossa pancia e pochi capelli che andavano diradandosi ogni giorno di più.
‹‹ Lo può prendere qui, in giardino, ›› Ribattè la signora Bigazzi, continuando ad affaccendarsi sul lavandino. ‹‹ e poi deve fare i compiti.››
Il signor Bigazzi prese con la mano sinistra il bottiglione di vino rosso, che era posato al centro della tavola, e senza smettere di ingozzarsi di pasta con l’altra mano, se ne versò un altro bicchiere. ‹‹ Ma se a scuola hanno detto che è un piccolo genio.›› disse.
‹‹ Non hanno detto che è un genio, Angelo, su, sii serio. ›› disse la signora Bigazzi voltandosi e asciugandosi le mani sul grembiule.
‹‹ Scusa,›› riprese lui ‹‹ ma l’ultima volta, la maestra ha detto o non ha detto che è il più veloce di tutti a capire le cose?››
‹‹ Ha detto che è sveglio, quando vuole.››
Il signor Bigazzi guardò suo figlio e vedendo che non aveva ancora toccato cibo gli disse:
‹‹ Su, Mirco, mangia qualcosa, come fai a stare in piedi se non mangi? ››
‹‹ Non ho fame.›› disse Mirco appoggiando il piccolo rotondo viso tra le mani e gonfiando le guance. Aveva otto anni, i capelli castani a caschetto e una piccola fessura tra gli incisivi che conferiva, al suo viso di bimbo, una straordinaria tenerezza. Era scalzo, aveva una maglietta gialla a maniche lunghe e una paio di jeans tagliati corti.
‹‹ La fame vien mangiando, ›› disse con dolcezza il signor Bigazzi ‹‹ se ci dai due bocconate a quella pasta lì, lo stomachino ti si allarga e allora vedrai che ti viene fame e ne mangi ancora,dai.››
‹‹ No, c’è caldo.›› disse Mirco sbuffando e facendo alzare la piccola frangetta che gli cadeva sulla fronte. Il signor Bigazzi posò la pesante mano sul suo capo, gli scompigliò il caschetto di capelli castani e guardò il suo viso. Nonostante l’estate fosse arrivata già da settimane, la sua pelle era ancora chiara.
‹‹ Ma guarda com’è pallido, su Gloria.›› Disse.‹‹ Deve prendere un po’ di sole.››
‹‹ Senti Angelo, il sole lo può prendere anche in giardino qui da noi, no?›› disse la signora Bigazzi portando le mani ai fianchi ‹‹ Lo sai come la penso, è ancora piccolo, e il fiume è pericoloso, la sai la storia di mia cugina, no? ››
‹‹ Ma si, ma si, Gloria, ce l’avrai detta un miliardo di volte.›› disse il signor Bigazzi lanciando a Mirco uno sguardo d’intesa.
‹‹ Vorrà dire ›› riprese la signora Bigazzi avvicinandosi al piccolo ‹‹ che papà domenica ci porta tutti al mare, va bene? ›› E gli fece una carezza sulla testa mentre al signor Bigazzi andò di traverso il boccone e tossì più volte. Si pentì subito di quello slancio di attenzione per la salute del figlio. Odiava andare al mare di domenica, odiava svegliarsi presto l’unico giorno che poteva dormire, odiava cercare parcheggio in quella guerra della domenica mattina mentre sua moglie gli tempestava i timpani con urletti del tipo ‹‹ mettila qui, no, mettila lì...››
Anche a Mirco non piaceva andare al mare, quel viaggio lungo tra le montagne che durava ore, seduto da solo sul sedile di dietro, col caldo afoso e le curve che molte volte gli facevano girare la testa e gli facevano venire voglia di vomitare. E poi al mare c’era troppo caldo, senza quella bell’arietta che invece tirava al fiume, al mare c’era il sale che ti faceva bruciare gli occhi, al mare c’era quella fastidiosa sabbiolina che ti si infilava su da tutte le parti e ti rimaneva addosso tutto il giorno, ti sembrava di averla tra le gambe e nei capelli anche dopo che eri arrivato a casa e ti eri lavato per bene.
Il signor Bigazzi finì di mangiare e si versò un altro bicchiere di vino rosso.
‹‹ Non lo bevi un bicchiere di vino, Mirco? ›› disse sorridendo. ‹‹ Ormai sei grande.››
‹‹ Ecco! si, ci manca anche questa! ›› strillò la signora Bigazzi rivolgendo uno sguardo minaccioso al marito. ‹‹ Ci mancherebbe anche che cominciasse a bere a otto anni! Visto poi che ce ne sono pochi, in paese, di ubriaconi...››
‹‹ Stavo solo scherzando.››
‹‹ Sarà meglio! ›› disse con fermezza la signora Bigazzi. Poi si avvicinò all’orecchio del marito e sottovoce gli disse ‹‹‹ Quanto a te, vedi di rigar dritto alla cava. La moglie di Randelli mi ha detto che se ne combini un’altra delle tue perdi anche questo lavoro. Poi dove credi di trovarlo un altro? Lo sai che, su di qui, tra le montagne, il lavoro è solo alla cava. Per piacere, Angelo, non bere più quando lavori.››
‹‹ Ma si, basta Gloria, basta. ›› disse svogliato l’uomo.
Si alzò pulendosi la bocca con un tovagliolo, guardò Mirco e gli disse :
‹‹ Fai come dice la mamma, allora.›› e gettando il tovagliolo sul tavolo uscì dalla cucina diretto al lavoro. Si alzò anche Mirco e andò in camera sua a fare i compiti.
Mentre faceva gli esercizi di matematica ascoltava sua madre che finiva di lavorare i piatti e rimetteva a posto la cucina. Quando Gloria finì, arrivò in camera sua e gli disse, aprendo la porta:
‹‹ Ci vediamo stasera tesoro, fai il bravo.›› e chiuse la porta.
Mirco la sentì prendere la borsetta ed estrarre la chiavi della macchina.
Aspettò che uscisse con la macchina dal piccolo vialetto accanto al giardino e andasse anche lei al lavoro. Lavorava in paese, come impiegata delle poste.
Quando fu sicuro di essere da solo in casa, corse all’armadio dei suoi vestiti, si tolse i piccoli jeans e si infilò il suo costume rosso. Si mise i sandaletti di gomma azzurri, prese una sedia, la avvicinò all’armadio, e ci salì sopra. Poi cominciò a saltare sulla sedia come cercando di afferrare qualcosa nascosto sopra al mobile. Dopo un paio di piccoli balzi riuscì nel suo intento e agguantò un capello nero da cowboy che aveva ritrovato qualche giorno prima in cantina, tra mille cianfrusaglie, accanto alle damigiane e ai bottiglioni di suo padre. Glielo aveva comperato la mamma qualche anno prima, per fare carnevale. Se lo mise e si guardò allo specchio per un attimo con soddisfazione: così bardato, corse ridendo fuori dalla sua stanza, lungo il corridoio che portava al garage.
Arrivato lì, inforcò la sua BMX e veloce come il vento, uscì di casa diretto al fiume.
Mirco correva lungo la strada sterrata tra i prati verdi recintati e quelli gialli falciati di fresco, punteggiati di balle di fieno. Scendeva verso la statale alzando polvere con la sua bici, mentre il sole era alto, in un cielo azzurro senza nuvole. Quando arrivò all’imbocco della statale si fermò strisciando con la ruota dietro, e controllò l’ora sul suo orologino del Parma - quello che la mamma gli aveva vinto coi punti del latte - : mancavano cinque minuti alle tre, fra poco sarebbe passato suo padre con il secondo viaggio. Il lavoro di suo padre consisteva nel portare le pietre lavorate, che venivano estratte dalla cava, giù fino al paese dove c’erano i magazzini.
‹‹ Vedi Mirco, ›› gli aveva detto una volta ‹‹ si chiamano ciappe. Quando escono dalla cava sono solo delle pietre di arenaria, grigie e nere, che non servono a niente, ma una volta lavorate diventano ciappe, e sono molto costose, si usano per fare di tutto, muretti, pavimenti, poggioli. Anche il nostro caminetto è fatto di arenaria, c’avevi mai fatto caso? Il mio lavoro è molto importante perché io le devo trasportare fino al paese e devo stare molto attento perché sono molto preziose. ››
Mirco aveva calcolato che in un pomeriggio, fra andata e ritorno, suo padre faceva in tutto otto viaggi e grazie ai vari appostamenti che aveva effettuato nei giorni precedenti, ne era arrivato a conoscere con precisione gli orari.
Si nascose dentro lo scuro della boscaglia togliendosi il cappello, ridando sollievo alla testa impregnata di sudore, aspettando il passaggio di suo padre. Dopo pochi minuti sentì il borbottio del camioncino arrivare di lontano. Rimase nascosto dietro i cespugli, guardando verso la strada, mentre il vento agitava le fronde degli alberi.
Lo vide passare col cassone del camioncino vuoto, e ritornare a monte, verso la cava. Aspettò ancora qualche minuto, per sicurezza, poi uscì dal bosco e si lanciò giù per la statale con la sua BMX. Fece un paio di tornanti mentre il sole scaldava l’asfalto e si fermò alla fonte d’acqua ferruginosa per riempire la sua borraccia e bagnarsi un po’ la testa. Ripartì e dopo poco arrivò in prossimità di una curva da dove si diramava la strada sterrata che portava fino alle spiagge.
Le spiagge erano le rive del fiume dove le coppiette e i ragazzi del paese andavano a rinfrescarsi e a prendere il sole.
Guardò verso quelle rive e vide che non c’era nessuno. Percorse con la bici la ripida stradina sterrata che attraversava il bosco e invece di proseguire su quella, dopo pochi metri si fermò vicino a una cespuglio. Si guardò attorno trafelato e una volta sicuro di non essere visto da nessuno, spostò un grosso ramo di castagno e si buttò con la bici nel buio della boscaglia, lungo un sentiero nascosto. Pedalò nelle asperità del bosco e arrivò sulle rive del fiume ma dalla parte opposta rispetto alle spiagge. Lì c’erano due bambini che stavano facendo il bagno.
Nel vederlo, uscirono dall’acqua e gli andarono incontro.
‹‹ Sei in ritardo, mozzarella.›› Gli disse il bambino con i capelli rossi e gli occhi azzurri.
‹‹ Lo so, ma c’era mia mamma.›› Disse Mirco.
‹‹ E se arrivavano?››riprese il bambino.
Mirco si tolse il capello e disse ‹‹ Beh, mi pare che non siano arrivati.››
Si chiamavano Sandro e Ferruccio, Mirco passava con loro tutti i pomeriggi. Erano suoi compagni di classe alle scuole elementari e abitavano anche loro nelle case situate in quella zona tra le montagne. Qualche settimana prima, in una delle loro esplorazioni, avevano trovato quel posto nascosto e avevano subito deciso che quella sarebbe diventata la loro spiaggia. Là nessuno ci andava mai perché era difficile arrivarci e perché, essendo quella piccola sponda esattamente sotto la curva della strada, non era mai esposta al sole, rimaneva sempre all’ombra. I rami folti degli alberi coprivano infatti tutta la riva e solo le acque del fiume si trovavano al sole.
Quello era diventato il loro posto segreto, il loro rifugio. Avevano anche architettato il modo per poter prendere il sole: avevano costruito una diga nel fiume.
L’idea era venuta a Mirco. In realtà a lui importava poco del sole, il cappello e la maglietta che portava tutti i giorni gli servivano proprio per evitare scomode abbronzature e relative punizioni materne. Sandro e Ferruccio però continuavano a lamentarsi del vento e del freddo che faceva quando uscivano dall’acqua, volevano il sole e una spiaggia per scaldarsi un po’, ‹‹ se non troviamo una soluzione, ›› aveva detto una volta Sandro ‹‹ sarà meglio andare alle spiagge o trovare un altro posto, qui fa troppo freddo.››
Mirco ci aveva pensato un po’ su, non voleva andare alle spiagge dove c’era tutto il paese e le coppiette che si sbaciucchiavano, e allora dopo un paio di giorni era arrivato con la soluzione.
‹‹ Faremo una spiaggia nel fiume.›› Aveva detto. Sandro e Ferruccio lo avevano guardato increduli ma lui aveva insistito ‹‹ Basterà prendere i sassi più grossi che troviamo e metterli uno sopra l’altro, in mezzo al fiume ›› e poi aveva preso un sasso dalla riva e l’aveva buttato nel fiume dicendo ‹‹ Così.››
Avevano lavorato duro per una settimana intera, dividendosi i compiti. Sandro e Ferruccio, che erano i più forti, erano andati a cercare i sassi lungo il fiume e li avevano portati poi a Mirco, il cui compito era stato quello di posarli uno sull’altro disegnando una linea di rocce che attraversava tutto il fiume. Inizialmente la diga era molto sottile e fragile, ma nei pomeriggi che seguirono i bambini la rinforzarono e l’allargarono abbastanza per potercisi stendere sopra e prendere il sole. Andavano molto fieri di quella diga, dicevano che nemmeno gli adulti avrebbero potuto farla così bene. ‹‹ Questa non la tira giù neanche la piena.›› Aveva detto Ferruccio a lavoro finito.
Il giorno prima erano arrivati un po’ in ritardo rispetto al solito e con loro grandi sorpresa e dispiacere avevano visto che il loro posto era occupato da altri bambini, che sguazzavano allegri e saltavano nell’acqua tuffandosi dalla diga. Erano dovuti andare via a malincuore, ripromettendosi però di tornare molto presto l’indomani, per presidiare e difendere quella diga che con così grande impegno si erano costruiti.
I bambini si andarono a sedere sulle rocce della diga, immergendo i piedi nel fresco del fiume che scorreva tranquillo in mezzo alle imponenti montagne di verde vestite, tra le rupi e gli strapiombi. L’acqua attraversava i sassi della diga creando strani ipnotici gorgoglii, ed era così limpida che si vedevano i pesci muoversi veloci, sul fondo verde e marrone.
Ferruccio era il più alto dei tre, aveva i capelli tagliati cortissimi e gli occhi piccoli e neri. Si sdraiò incrociando le mani dietro la testa e chiuse gli occhi. In quella posizione gli sembrava di essere disteso esattamente sopra il fiume, gli sembrava di prendere il sole sdraiato sulla sua superficie, sulle sue acque, galleggiando senza bagnarsi. Mirco si rimise il cappello nero e si accovacciò sulla diga spostando alcuni sassi che traballavano, cercando di incastrarli un po’ meglio. Qualche giorno prima era passato il guardia-pesca e gli aveva detto che la diga impediva ai pesci di passare e alla corrente di scorrere. Per evitare di doverla disfare, avevano dunque spostato dei sassi e creato due aperture nel centro della diga, lunghe un passo.
‹‹ Ci vorrebbero due sassi piatti da mettere sui buchi.›› disse Mirco ‹‹ Come due piccoli ponti, per fare il passaggio.››
‹‹ Perché tua mamma non ti lascia venire?›› Gli chiese Ferruccio senza badare alle sue parole, tenendo gli occhi chiusi rivolti al sole.
‹‹ Bo. ›› Disse Mirco ‹‹ Dice che è pericoloso, dice che quando era piccola ci veniva anche lei al fiume e che un giorno sua cugina è stata punta da una vipera e ha rischiato di morire.››
‹‹ Se era per te, mozzarella, ci facevamo fregare il posto anche oggi.›› Disse Sandro stendendosi accanto a Ferruccio e guardando Mirco coi suoi pungenti occhi azzurri.
‹‹ Devo aspettare che mia madre esca.›› rispose Mirco che continuava a muovere i sassi ‹‹Ma chi erano quelli di ieri? ››
‹‹ Uno è di Pontestrambo,›› rispose sicuro Sandro ‹‹ fa la quinta B, gli altri sono villeggianti, secondo me.››
‹‹ E se arrivano che facciamo? ›› Chiese Mirco.
‹‹ Li mandiamo via ›› Disse Ferruccio alzandosi e andando verso la riva del fiume.
Prese un grosso bastone e lo battè con forza contro un masso facendone partire delle schegge. ‹‹ Se qualcuno prova a rubarci ancora il posto ›› disse puntando il bastone verso il basso con decisione ‹‹ gli faccio baciare per terra. ›› Quella frase l’aveva sentita molto tempo prima al bar, una sera, in una rissa tra alcuni bulli del paese, aveva sempre sognato di usarla. ‹‹ Te lo dico io›› continuò ‹‹ per mandarci via oggi devono venire con un carrarmato.››
Risero tutti e tre, continuando a godersi il caldo del sole e il fresco e leggero alito del vento, aspettando con ansia ed eccitazione l’arrivo dei bambini di Pontestrambo, mentre a monte, dalla cava, rimbombavano lontani i sordi boati delle mine.
Angelo Bigazzi aveva uno strano sorriso dipinto sul volto, quando caricò il cassone del suo camioncino e partì per il quarto viaggio del pomeriggio, dalla cava diretto al paese. Il suo camion era un IVECO rosso scabinato, piccolo e vecchio. Aveva un piccolo cassone su cui le ciappe, impilate su bancali, erano tenute insieme legate con delle fascette.
Angelo viaggiava molto lentamente tra i tornanti che costeggiavano il fiume, lungo la ripida valle. Erano le tre e mezza del pomeriggio e stava facendo il quarto viaggio. Quello era il momento della giornata che aspettava fin da quando si svegliava, la mattina presto. Il momento migliore.
Percorse ancora un paio di tornati, oltrepassò la fontana d’acqua ferruginosa e si fermò su una curva, vicino alla ripida boscaglia, accostando sul piccolo bivio da cui partiva la carraia che portava alle spiagge. Tenne il motore acceso sul ciglio della strada, mise il camion in folle e tirò il freno a mano. Guardò verso le spiagge, vide una Ypsilon10 grigia parcheggiata nel piccolo spiazzo in fondo alla stradina sterrata, a una trentina di metri di distanza.
’ E’ già arrivata ’ pensò.
Il suo sguardo andò oltre i rami, oltre al verde e al bosco, si fermò su una riva semi-nascosta davanti a una piccola ansa del fiume.
Era già arrivata. Ramona Mantegari aveva steso il suo asciugamano giallo della Santàl sulla sabbia vicino al fiume, aveva appoggiato accanto la sua grossa borsa arancione e si era seduta.
Angelo Bigazzi si accomodò sullo schienale di pelle del camion - neanche fosse stato al cinema - senza perdere di vista nemmeno un dettaglio dei suoi movimenti. Ramona Mantegari era una che quando passava si giravano tutti, in paese. Si diceva che fosse una mangia uomini. Tutti ne parlavano perché era la prima del paese che si era fatta rifare le tette e la cosa aveva creato un grosso scandalo. Camminava austera per le vie nei giorni del mercato e i suoi tacchi infinitamente alti e le sue scollature vertiginose creavano frequenti scompensi cardiaci nei vecchietti che fumavano e giocavano a carte, seduti fuori dai bar. Le donne erano tutte rose d’invidia e se per quelle più vecchie era solo una ’svergognata’, per quelle più giovani era una ’tutta rifatta col silicone ’.
La Mantegari si alzò dall’asciugamano e si portò le mani dietro al collo per slacciarsi il vestito intero bianco, molto ampio e leggero. Aveva un enorme paio di occhiali neri, e Angelo Bigazzi pensò che non aveva nulla da invidiare al quelle della tv: la pelle scura, i capelli neri e folti, le labbra enormi, il corpo lungo e sinuoso.
I laccetti saltarono, il vestito cadde ed eccolo, il momento migliore.
Angelo Bigazzi pensò che al mondo non esiste cosa più bella di una donna che si spoglia.
Seduto sul suo camioncino che ancora acceso borbottava, deglutì e guardò il corpo della Mantegari cercando di focalizzare con attenzione la sua figura, i suoi lineamenti, le sue movenze, tentando di registrare tutto quel meraviglioso spettacolo, di tenerlo nella sua mente e non farlo sparire mai. Voleva appropriarsi di quella bellezza e tirarla fuori magari più tardi, magari a casa, mentre sua moglie strillava, avrebbe chiuso gli occhi e si sarebbe rivissuto quel momento, da solo, nel silenzio della sua mente.
Aprì uno sportelletto vicino al volante ed estrasse una piccola bottiglia doveva teneva una scorta di vino. Si accese una sigaretta e bevve un sorso, sempre senza smettere di fissare il suo spettacolo. La Mantegari oggi aveva un costume nero particolarmente piccolo, le sue grazie straripavano da tutte le parti mentre dalla fronte di Angelo Bigazzi colavano pesanti gocce di sudore. La donna si girò e si mise carponi cercando qualcosa dentro la sua borsa.
Angelo si sentì scaldare il sangue.
La Mantegari continuò per qualche attimo la ricerca dentro la sua borsa, - mentre Angelo ringraziava il buon Dio per il disordine innato che regna da sempre nella borsa delle donne - ma non parve trovare quello che cercava. Allora la donna si mise in ginocchio, ribaltò tutto il contenuto della borsa sull’asciugamano e finalmente lo trovò, lo spray abbronzante.
Si distese sull’asciugamano, si tolse gli occhiali e cominciò a spruzzarsi lo spray su tutto il corpo. Quando con le mani cominciò a spalmarselo tra i seni, sul ventre, lungo le gambe, Angelo Bigazzi dovette bere un altro lungo sorso di vino ed accendersi un’altra sigaretta.
Si fermava ogni giorno su quella curva e stava lì almeno un quarto d’ora.
Quello era il suo momento di pausa.
Vide la Mantegari levarsi col busto e appoggiarsi al suolo, con le braccia tese dietro la schiena. La donna si passò una mano tra i capelli e la fermò esattamente dietro la nuca, dove era legato il costume. Angelo sussultò e sperò in un sogno che di solito non si avverava mai, il topless. La guardava tutti i giorni, ma il pezzo di sopra non se l’era mai tolto. La donna si guardò un po’ attorno e poi... zac! si slacciò velocemente il costume e rimase a seno nudo.
Angelo Bigazzi si morse il labbro inferiore e saltò sul sedile, afferrando con le due mani il volante e avvicinandosi al vetro fino a sfiorarlo con il naso. Le tette della Mantegari. Non riusciva a crederci. Quello spettacolo inaspettato, solo per lui. Quella doveva essere davvero una giornata speciale. Pensò che solo una cena a base di polenta e coniglio avrebbe potuto migliorarla, forse. Fisso sulla donna, abbassò un braccio cercando la bottiglia e involontariamente azionò una leva. Era la leva del cambio situata, come in tutti i vecchi camioncini, vicino al volante. Il freno a mano non tenne, la prima entrò e il camion fece un salto in avanti di qualche metro, sporgendosi dal ciglio della strada, sopra il pendio.
Angelo sgranò gli occhi e gli si rizzarono i pochi capelli in testa. Capì cos’era successo, ma non ci fu più nulla da fare. La terra franò, il camion si sbilanciò e cadde rovinosamente lungo la scarpata sotto la curva, alzando un polverone nel bosco e portandosi dietro tutti gli alberi e gli arbusti che trovava sul suo cammino.
Si capovolse più e più volte fino a fermarsi sulla riva del fiume.
Due bambini si facevano baciare dal sole, in mezzo alle acque del torrente, distesi su un letto di sassi. Il terzo, quello col capello nero da cowboy e la maglietta gialla, con le spalle al sole e l’acqua alle ginocchia, guardava i girini e i pescetti che si aggiravano sul fondo del fiume.
Quando sentirono il rumore tutti si voltarono verso la strada e il bosco.
Sandro e Ferruccio si alzarono di scatto con il busto, ma avevano gli occhi ancora bruciati dal sole e non capirono subito che cosa stava succedendo. Con gli occhi appannati, videro solo un gran polverone alzarsi in mezzo al bosco e sentirono un gran rumore sordo scendere lungo la scarpata, tra altri mille piccoli rumori, di rami che si spezzano e di pietre che battono tra loro. Scattarono in piedi e scapparono istintivamente lungo la diga, verso l’altra sponda del fiume. Si nascosero in mezzo al bosco, dietro ad un grosso albero. Ferruccio per un attimo tremò e sottovoce disse a Sandro ‹‹ Sono arrivati davvero col carro-armato...››
Mirco invece non si mosse. Vide tutto chiaramente: il camioncino rosso che rotolava tra gli alberi estirpando gli arbusti e le piantine, in mezzo al quel fumo marrone. Vide distintamente suo padre balzare fuori dall’abitacolo, dopo un paio di capitomboli del camion, e lo vide cadere sul fango secco e duro, per fortuna in un punto dove non c’erano alberi. Lo vide rotolare su se stesso, molte volte, lungo la discesa del bosco.
Suo padre.
Mirco volò sopra i sassi e li percorse velocemente saltando a piè pari le due aperture della diga, corse sulla sabbia della spiaggia, arrivò nel bosco e si accasciò accanto a suo padre, disteso a faccia in su. La paura fece il vuoto nella sua mente.
Posò le sue piccole mani sul petto di suo padre.
‹‹ Papà, papà!›› Urlò. ‹‹ Papà!.››
‹‹ Che c’è? Che succede? ›› Disse subito Angelo, con frenesia, come svegliato da un incubo, aprendo gli occhi ancora grossi di paura. Mirco non rispose, solo si accasciò sulle ginocchia in mezzo al bosco e trasse, con la bocca rivolta al cielo, un profondo e lungo sospiro di sollievo.
Angelo Bigazzi si alzò, barcollò fuori dal bosco, e si andò a sedere sulla riva del fiume. Sentiva un gran dolore sulla punta della testa e aveva varie escoriazioni lungo il corpo e sulla faccia, sanguinava appena da un gomito e aveva i jeans strappati su un ginocchio.
Ma tutto sommato stava bene.
Il camion, tutto ammaccato, si era fermato sul bordo del fiume, pochi metri più a monte. Si era fermato in piedi, sulle quattro ruote, come se qualcuno lo avesse apposta parcheggiato così, col muso a un passo dalla corrente. Le ciappe erano disperse per tutta la spiaggia e nel bosco, alcune erano rotte, alcune erano finite in acqua, fino sul fondo del fiume. Sul cassone non ce n’era più nemmeno una. Seduto nell’ombra, Angelo si prese la testa tra le mani e cominciò a scrollarla, bestemmiando come un matto. Mirco era fermo in piedi davanti a lui, in silenzio lo guardava.
‹‹ Papà.›› Disse.
Angelo continuava le sue imprecazioni senza sentirlo, ma Mirco disse più forte:
‹‹ Papà! ››
‹‹ Che c’è!›› Urlò Angelo alzando lo sguardo verso di lui.
‹‹ Sei vivo.›› Disse Mirco con calma.‹‹ Poteva andarti peggio.››
Angelo Bigazzi rimase con gli occhi dentro a quelli di suo figlio per un attimo, poi sospirò, abbassò la testa e si prese la faccia tra le mani.
‹‹ Si.›› Disse sottovoce.‹‹ Sono vivo.››
E quasi infastidito da tanta saggezza, per un attimo dimentico del danno appena fatto e del pericolo appena scampato, Angelo Bigazzi volle subito ristabilire la giusta gerarchia familiare, alzando la testa e dicendo, fermamente :
‹‹ Scusa ma tu, non dovresti essere a casa ? Che ci fai al fiume? ››
Come colpito, Mirco abbassò la testa e non rispose.
Angelo allungò lo sguardo dietro di lui e vide sull’altra sponda del fiume altri due bambini che, vestiti solo del costume, lentamente uscivano dalla boscaglia.
‹‹ E che ci fai con quel cappello in testa? ›› disse riportando lo sguardo su suo figlio.
Mirco di nuovo non rispose. Angelo guardò ancora gli altri due bambini che si tenevano lontani dalla spiaggia come percependo la tensione che regnava su di essa.
Si erano seduti sulla diga e ciondolavano i piedi nel fiume. Erano abbronzatissimi.
Angelo tornò con lo sguardo al viso pallido e smunto di suo figlio, coperto dall’ombra di quello stupido cappello, a quella maglietta gialla che lo copriva fino ai polsi, a quel suo piccolo e tenero sguardo colpevole e capì.
‹‹ Vieni qui.›› gli disse.
Mirco si avvicinò timoroso e Angelo lo prese per i fianchi, lo girò su stesso e lo fece sedere tra le sue gambe. Lo cinse con le sue braccia con dolcezza. Mirco appoggiò la sua piccola schiena alla pancia morbida di suo padre e si lasciò andare, tranquillo, chiudendo gli occhi.
‹‹ Stasera la mamma ci fa una testa così a tutt’e due.›› Disse Angelo abbozzando un sorriso.
‹‹ Perché? ›› Chiese Mirco riaprendo gli occhi.
‹‹ Come ’perché?’›› continuò Angelo ‹‹ Tu perché sei qui e non ci dovevi venire, io perché ho perso il carico e di sicuro mi lincenzieranno. Ho perso le ciappe non vedi?››
Mirco si alzò e saltellando guardò verso il bosco, dietro le spalle di suo padre.
‹‹ Che c’è ora? ›› chiese Angelo ‹‹ Che cerchi? ››
Ancora Mirco non rispose, si mise invece a gironzolare lungo la riva del fiume guardando con attenzione ogni centimetro che percorreva.
Il sole infrangeva i suoi raggi nel torrente calmo e limpido che solcava i dirupi boscosi, mentre una leggera brezza dava sollievo alla pelle e al cuore. ’E’ proprio un bel posto.’ Pensò Angelo Bigazzi guardando la piccola diga che solcava trasversalmente il fiume, su cui erano seduti gli altri due bambini.‹‹ L’avete fatta voi quella?›› Chiese.
‹‹ Si.›› rispose Mirco voltandosi a guardarlo come attendendo un suo parere.
Suo padre esitò un istante e poi disse:
‹‹ Un bel lavoro. Davvero un bel lavoro, ma? solo voi tre?››
‹‹ Si.›› Rispose fiero Mirco.
‹‹ Solo che ›› riprese Angelo ‹‹ quei due buchi...››
‹‹ Si, lo so, ›› lo interruppe Mirco che evidentemente si aspettava quella critica ‹‹ ma è venuto il guardia-pesca e ci ha obbligato ad aprirla, per i pesci. Stiamo cercando due sassi piatti da mettere sopra i buchi, per farci il passaggio, una specie di passerella.››
‹‹ Due sassi piatti?›› Disse Angelo ridendo ‹‹ Guardati intorno figliolo,›› accennando alle numerose ciappe sparse dappertutto ‹‹ ce n’hai quanti ne vuoi, di sassi piatti.››
Abbassò la testa e ricominciò a bestemmiare ma di nuovo venne interrotto da suo figlio.
‹‹ Noi ti possiamo aiutare.››
‹‹ Cosa? ››
‹‹ Noi ti possiamo aiutare.›› disse ancora Mirco ‹‹ Se noi ti aiutiamo puoi fare in tempo ad andare al paese e tornare indietro, per fare il quinto viaggio. ››
‹‹ Come come come? ›› Chiese Angelo sbigottito.‹‹ E tu che ne sai dei miei viaggi? ››
‹‹ Me l’hai detto tu che vai avanti e indietro tutto il giorno dalla cava al paese no? ››
‹‹ Si, ma come fai a sapere che è proprio il quinto viaggio?››
‹‹ ...ho tirato a indovinare. ›› Disse Mirco titubante.
Angelo Bigazzi tacque un momento senza sapere che pensare e poi disse ‹‹ E come fate ad aiutarmi scusa?››
‹‹ Noi siamo forti ›› disse orgoglioso Mirco facendo un passo verso di lui ‹‹ abbiamo fatto una diga che neanche voi grandi riuscireste a fare, hai visto quanto è profonda? Se noi ti aiutiamo a recuperare tutti i tuoi sassi, poi puoi tornare al magazzino in tempo, noi siamo forti, e siamo veloci. Aspetta un attimo...›› E scappò alla diga verso gli altri due bambini.
Angelo Bigazzi rimase seduto tranquillo, guardando i bambini confabulare tra loro, con il rumore della corrente che gli impediva di sentire le loro parole.
Che caro figliolo che aveva, lo voleva aiutare a rimediare al suo errore, dopo quella nel fiume voleva ergere un’altra diga, questa volta sul cassone del suo camion, con le sue ciappe, con quelle pietre preziose che lui così stupidamente aveva perduto. Caro il suo Mirco, che veniva di nascosto al fiume, rischiando di stare in casa per giorni e giorni, non pensava che, anche se ricaricato, il camion difficilmente avrebbe potuto risalire la scarpata e il bosco, per ritornare in strada.
‹‹ D’accordo.›› Disse Mirco tornando davanti a suo padre, seguito dagli altri due bambini.‹‹ Ti aiuteremo, ma tu dovrai aiutarci se tornano quelli di Pontestrambo.››
‹‹ Che cosa? ›› Chiese Angelo stupito.‹‹ Tornano chi? ››
‹‹ Dovrai aiutarci se tornano quelli di Pontestrambo.›› Ripetè sicuro Mirco, mentre i due bambini dietro di lui lo guardavano silenziosi.‹‹ Ieri sono venuti prima di noi e c’hanno rubato il posto, questo posto è nostro, la diga l’abbiamo costruita noi e non è giusto che loro...››
‹‹ Senti Mirco ›› lo interruppe risoluto Angelo.‹‹ Scusa, ma lasciamo stare. Lo so che voi siete forti e che ce la fareste benissimo a caricarmi il camioncino, ma vedi, poi come faccio a tornare in strada ? Su per il bosco il mio camion non ci va, lo capisci no? ››
‹‹ Si.››
‹‹ Ecco bravo, e allora vedi che è meglio lasciar stare, poi chi ti dice che dopo tutti quei ribaltoni funzioni ancora? ›› Disse accennando al camioncino parcheggiato poco più in su.‹‹Magari si è rotto qualcosa.››
‹‹ Il camion va ancora? ›› Chiese ansioso Mirco.
‹‹ Mirco !›› disse secco Angelo Bigazzi ‹‹ Finiscila su! non lo so se va ancora e comunque un camion non può risalire una scarpata su, capiscilo.››
‹‹ Non devi risalire la scarpata.›› Disse Mirco ‹‹ Puoi fare il giro di là ›› Disse indicando un folto grumo di felci e arbusti vicino ad un ansa del fiume, a una decina di metri più in su.
‹‹ Dietro a quelle piante non ci sono alberi grossi e il fiume è molto basso da lì in poi. Noi lo sappiamo bene perchè abbiamo perlustrato tutto qui. ››
Angelo si alzò e andò a controllare di persona quello che aveva detto suo figlio. In effetti, dietro a quei cespugli il fiume era molto basso e sembrava tranquillamente percorribile con un mezzo dalle gomme un po’ alte, com’era il suo camioncino.
‹‹ Puoi passare nel fiume.›› Disse Mirco mentre Angelo gli ritornava vicino e lentamente capiva dove volesse arrivare.
‹‹ E poi? ›› Chiese Angelo sempre più interessato alle parole di suo figlio ‹‹ Dopo quel pezzo di fiume... dove spunto? ››
‹‹ Spunti alle spiagge.›› Rispose Mirco ‹‹ Dove ci sono tutti quelli del paese. Le spiagge, non le conosci? Poi lì c’è la stradina che riporta in strada, sopra la curva che c’è qua sopra e che ci fa ombra, da dove sei cascato...››
Angelo Bigazzi rimase in silenzio per un attimo guardando nel vuoto e vedendo una piccola luce lontana nascere in mezzo al buio che aveva avvolto la sua fantastica giornata.
‹‹ Il camion va ancora? ›› Chiese ancora Mirco.
Angelo non aspettò oltre e salì sul camioncino.Lo mise in moto. Andava.
I compiti erano stati gli stessi di sempre. Ferruccio e Sandro, come diligenti formichine avevano recuperato tutte le ciappe, quelle nel bosco, quelle sulla spiaggia e pure quelle immerse nel fiume, Mirco, in piedi sul cassone, le aveva posate sui bancali, ritrovati anch’essi lì vicino. Anche Angelo si era dato un gran da fare, dopo aver controllato il motore del camion, gli si era calato sotto per vedere se aveva delle perdite e una volta constatato che non aveva danni, aveva dato una mano ai bambini con il recupero delle ciappe. Impilate sui bancali, avevano poi legato le ciappe con nuove fascette. Dopo una decina di minuti avevano finito, e il camion era borbottante, pronto a partire. Angelo Bigazzi, ancora incredulo, aprì lo sportello, si volse verso i bambini e disse:
‹‹ Ragazzi, grazie, e mi raccomando, venitemi a chiamare se arrivano quelli di Pontestrambo, vi aiuterò io se avete bisogno, sono in debito con voi. Basterà che appendiate una maglia o un asciugamano lassù, su un albero, ›› indicò col dito la curva della statale ‹‹ e io capirò il segnale e verrò ad aiutarvi subito. Questo posto è vostro, perché l’avete trovato voi e perché avete fatto quella diga splendida.››
Si avvicinò, si chinò e li avvolse con un unico abbraccio.
‹‹ Anzi. ›› Disse ‹‹ Prendetevi anche due sassi. Per la passerella. ›› E prese due lunghi pietre dal cassone e le appoggiò sulla sabbia ‹‹ Tenete.››
Poi rivolto a Mirco, disse commosso ‹‹ Grazie, tesoro mio. ››
‹‹ Papà? ›› Disse lui.
‹‹ Si ?››
‹‹ Non dirai alla mamma che vengo qui, vero? ››
‹‹ No›› rispose Angelo Bigazzi ‹‹ No, stai tranquillo.››
Salì sul camioncino, fece manovra, percorse pochi metri e si buttò dentro a quei rovi e quei cespugli che Mirco gli aveva indicato. Il camioncino ne uscì ulteriormente ammaccato ma Angelo non ci badò perché si trovò esattamente in mezzo al fiume, come aveva detto suo figlio.
Risalì la corrente senza problemi arrivando dopo qualche minuto, proprio davanti alle spiagge. Ridendo come un matto guidò il camioncino fin fuori dall’acqua, passò accanto alla piccola spiaggetta dove era ancora distesa la Mantegari che, sentendo il rumore, alzò la testa, incuriosita.
Vide quell’uomo sorridere stupidamente, al volante di quel camioncino rosso tutto sgangherato, che aveva solcato il fiume come un nave, carico di sassi. Angelo la salutò con un gesto della mano e risalì la strada sterrata, arrivando sull’asfalto della statale.
Quel giorno finì di lavorare un’ora dopo e si prese qualche rimbrotto dai superiori. Ma non fu licenziato. Quelli della cava lo presero per il culo parecchio, vedendo com’aveva ridotto il suo vecchio IVECO. Ma Angelo Bigazzi li lasciò fare e non stette a sentirli.
Sorrideva anzi, aveva il cuore pieno di gioia.
La sera arrivò a casa e trovò sua moglie in cucina, intenta sui fornelli, e Mirco sul divano a guardare la tv.
’ Eccolo lì’ pensò guardandolo ’quel genio di mio figlio.’
I suoi pensieri vennero subito interrotti da Gloria:
‹‹ Come mai questo ritardo? Muoviti Angelo a lavarti....›› Angelo si sentì troppo felice per farsi disturbare dall’ansia di sua moglie e andò di corsa verso il bagno, ma non riuscì ad evitare di sentirla finire la frase ‹‹... che c’è la polenta col coniglio, su, dai che è quasi pronto! ››
