La creatività è una malattiaa - di Lucia Reggianea
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/10/2007 alle ore 13:01:08
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E come ogni mattina il grembiule è caduto a terra per la fretta. I clienti in fila per il primo caffè e la mano sinistra allenata a stringere senza alcuna precisione gli estremi del doppio nodo dietro la schiena. È già precipitata la cascata di richieste, ma oggi lei sente di essere carica abbastanza per far fronte ad ogni cappuccino e ad ogni caffè macchiato. Ritmo sostenuto. Non c’è da annoiarsi, anche se a metà mattinata le sembra che il cd dei Woven Hand stia girando per la quarantesima volta.
Sguardo muto del principale: le sta dicendo che c’è da fare in sala. Mentre si sposta, pensa alle innumerevoli varietà di simboli utili alla comunicazione, poi pensa che probabilmente il modo migliore per comunicare il dovere sia uno sguardo muto e inespressivo.
E come ogni mattina passando di fronte a quella parete, si osserva per un attimo riflessa nello specchio: io sono bella, pensa.
Molto organizzare, molto fare. Mezzogiorno è puntuale ma dalle vetrate entra ancora solo luce grigia. Il primo per il tavolo nove è già pronto da servire e contemporaneamente nuovi clienti aspettano di ordinare. Quasi impossibile concentrarsi. Improvvisamente è un fortissimo desiderio di altrove.
Sta iniziando nuovamente “Dirty Blue”, per qualche minuto si sentirà meno sola. Sorride, si rende conto che da questo momento sarà probabilmente impossibile concentrarsi. Di fronte è un cliente che le sta chiedendo qualcosa o forse le sta semplicemente parlando... ma adesso è davvero impossibile concentrarsi. E non è facile reggere quella tazza piena se la stessa mano vuole raggiungere l’altra per incontrare la superficie del corpo con la punta delle dita. Lei si sente.
Ancora una volta quel ritmo lento le risale l’anima e come una bussola la orienta. Ed è tutto chiaro sul foglio nuovo del taccuino delle ordinazioni. Immobile al centro della sala: il dovere e le regole, si sa, hanno un secondo ordine di importanza, ma oggi sono meno importanti di ieri. Lo pensa e gronda di sudore, sembra una sofferenza insopportabile. Il principale la osserva muto. Forse ha la febbre, le chiede. Lei risponde di sì. Tutto chiaro.
Per arrivare a casa servono dieci minuti di corsa accaldata; attraverso l’arco antico la scalinata scende sotto le falcate delle sue gambe, mentre le vene pulsano al ritmo di “Dirty Blue”; dagli interni di un caffè le signore accomodate la seguono con lo sguardo. Le vene pulsano di più. Lungo l’ultimo vicolo un conoscente le blocca il passaggio ma deve lasciarla andare altrimenti lei si sentirà malissimo, perché è malata.
Piove perfettamente.
La facciata di casa è fatta di geometrie e suoni che si vedono; per un attimo la ringhiera del ballatoio deve offrire all’incedere un minimo di equilibrio. La porta si è chiusa dietro le sue spalle a proteggerla, mentre lei continua a sudare; forse adesso ha le vertigini. Ma è tutto meravigliosamente chiaro. Una pressione nella mente la incatena a questa sola durata di tempo, perché questo è il momento più preciso degli ultimi mesi, dove ogni cosa sta bene dove le è capitato di stare e dove la sua meta è finalmente un desiderio singolo.
Asciugamano. Asciugarsi. Presto verso quella stanza. Dispone senza alcun ordine i suoi strumenti e si raccoglie un momento, come un prete pronto a servire messa.
Poi. Ruvido e candido, un rotolo di tela viene disteso e fissato ad una struttura in ferro.
Su quel bianco architetture di pensieri prendono colore, luci e ombre si dispongono naturalmente lungo il tratto attraverso l’impasto.
Le sue mani hanno danzato al ritmo di “Dirty Blue”.
La tela è il suo nuovo specchio. Sorride grata...tutto chiaro.
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